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La folle corsa della felicità

La folle corsa della felicità
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Consegna prevista Marzo 2022
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Una telefonata sveglia Luca nelle prime ore del mattino e lo avverte che suo padre è stato colto da un improvviso malore.
Nonostante il lavoro da ingegnere, una moglie affascinante ed un bimbo meraviglioso, la felicità sembra smarrita da tempo; il rapporto coniugale è compromesso da litigi e sospetti reciproci. Raggiunta Catania, sua città natale, Luca è costretto a confrontarsi con il passato.
Con la morte del padre si manifestano delle inspiegabili e violente crisi di ansia. Le condizioni di salute peggiorano rapidamente e diventa necessario il ricovero in clinica psichiatrica dove gli vengono somministrati potenti psicofarmaci.
Dopo tre mesi Luca viene dimesso, evidentemente migliorato, ma non completamente guarito. Tornato a casa, nell’esaminare gli effetti personali del padre, trova le chiavi di un appartamento di Parigi a lui completamente sconosciuto. L’istinto gli suggerisce di partire subito per scoprire che cosa si possa nascondere dietro questo insolito ritrovamento.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre subito il fascino della psicologia. Cosa c’è di più misterioso dei meandri della mente umana?
Questo romanzo denuncia l’emarginazione che deve subire chi è affetto da disagio psicologico: la società allontana immediatamente chi ha problemi attribuendogli un ingiusto marchio di pericolosità.
Ho voluto immaginare il viaggio del pensiero verso la follia in un percorso di andata e ritorno, senza tralasciare la capacità della mente di nascondere gli eventi peggiori anche a se stessa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Non mi piace il suono della sveglia. Ah già, dimenticavo, a nessuno piace. Che poi quando la spengo per riposare altri die-ci minuti mi inganno da solo. Mi illudo di poter allungare il sonno ancora per un po’. Invece mi accade o di restare sveglio, nell’attesa che torni a suonare nuovamente, o di riappisolarmi più profondamente di prima, con la conseguenza che al secondo squillo, sono costretto a svegliarmi di soprassalto.

Eppure questa mattina rimpiango la melodia della sveglia.

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Anziché l’odioso suono che alle 6:20 mi costringe ad abbandona-re tutti i giorni, tranne le feste comandate, il luogo più cal-do e comodo che abbia mai conosciuto, ha cominciato ad importu-narmi alle 05:15 l’apparentemente innocua suoneria dello smartphone.

Lei non lo sa di essere inopportuna, fa solo il suo onesto me-stiere, non nasce con il compito ingrato della sveglia. Semmai è inopportuno colui o colei che lo fanno squillare questo bene-detto smartphone nelle prime e più dolci ore del mattino.

Mi accorgo, a mie spese, che era migliore la sveglia. Quella almeno avrei potuta ritardarla, anche ignorarla, se avessi de-ciso di non andare a lavorare.

Lo squillo del telefono non lo fermi a meno che non rifiuti la telefonata, ma non è mia abitudine farlo.

In realtà non è molto saggio farlo per una telefonata che giun-ge ad un orario così insolito. Almeno dovrei leggere il nome del chiamante sul display. Ma senza occhiali non ce la faccio a vedere nulla. Mi accorgo improvvisamente che queste sono tutte scuse che trovo per me stesso: in realtà sono solo così tramor-tito dal sonno dal non riuscire a muovere neanche un muscolo.

Ma questo benedetto telefono squilla ormai da un po’, così che anche Valeria, che dorme al mio fianco, mi ricorda i miei dove-

ri: “Luca, il telefono. O rispondi o lo stacchi! Se continua finirà per svegliare anche Marco.”

Ebbene sì, la voce di Valeria, riesce a svegliarmi in maniera molto più efficace e veloce di qualunque altra cosa. A volte la sua voce ha un non so che di sgradevole. Non è solo il suo modo di esprimersi duro e ricercatamente tagliente, è soprattutto il tono che risulta marcatamente aspro.

Rispondo, ormai più per evitare un’inutile discussione che per una reale convinzione che si tratti di una telefonata importan-te.

“Pronto”, dico io, cercando inutilmente di impostare la voce, visto che dalla mia bocca fuoriescono solo sillabe afone e ro-che.

Dall’altro capo del telefono una voce familiare mi dice: “Luca devi correre subito qui. Tuo padre ha avuto un malore e lo stanno portando in ospedale!”

Le parole di Agnese, la domestica di papà, mi colpiscono come un “gancio” di un pugile in pieno volto. Resto sorpreso dalla mia capacità di incassare senza vacillare. Assorbo tutta l’energia cinetica della “mazzata improvvisa” senza apparenti segni esterni. In realtà il colpo deve aver avuto la principale ripercussione nelle profondità della cassa toracica perché ho difficoltà a respirare ed il fiato è eccessivamente corto.

Ora che mi accingo a rispondere, mi accorgo che la mascella ha preso autonomamente ed insolitamente a vibrare.

Mi sento rispondere: “Prendo il primo aereo utile, sarò li nel più breve tempo possibile”. Parole pronunciate in automatico, proiettare nella scena dall’esterno, come se le avesse proffe-rite un’altra persona. In tutto questo trambusto non mi sono accorto che Valeria è ormai del tutto sveglia e mi osserva con

uno sguardo interrogativo ed indispettito per non essere ancora stata messa al corrente di quello che sta accadendo. Ma Valeria non è una persona tale da sostenere l’equivoco a lungo. A suo tempo l’ho sposata anche per questa sua caratteristica che mi sembrava non solo pregevole ma anche affascinante.

“Posso sapere anche io quello che sta accadendo?” è la domanda più ovvia che mi può porre mia moglie, eppure chissà perché mi appare inopportuna nella sua capacità di interrompere i miei pensieri tumultuosi e foschi.

“Papà sta male. Lo hanno portato in ospedale. Devo andare da lui”. Mi rendo conto io stesso di aver fornito una risposta in-soddisfacente. Avrei voluto dire altro. Con altre parole e con un altro tono. Ma non oggi, non in un momento così.

Valeria mi guarda attenta con uno sguardo penetrante. Mi chiede altre notizie sullo stato di salute di mio padre per inquadrare meglio la situazione. Le rispondo che non le conosco, che non ho fatto domande e mi sono semplicemente preoccupato di correre da lui al più presto. Ne ricevo un altro sguardo, questa volta dominato dagli occhi sgranati e da un leggero scuotimento della testa; quel tanto da far capire di non condividere una virgola del mio comportamento. Resto un attimo sbigottito da questo at-teggiamento così deprimente, poi scuoto a mia volta la testa pensando di essere più che abituato a tutto ciò.

Preparo in fretta una sorta di bagaglio. Per la verità non ho idea di cosa ci abbia messo dentro e forse di tutto il contenu-to le uniche cose utili sono il documento di identità e la carta di credito.

Chiamo un taxi. Nell’attesa vado in cameretta a dare uno sguar-do ed un saluto a Marco. Fortunatamente lui dorme. Il trambusto creato dal telefono ed un po’ anche da me, non lo ha svegliato.

In fondo al mio animo ho sperato di trovarlo sveglio, per po-terlo abbracciare, stampargli un bacio sulle sue guance paffu-te, specchiarmi nei sui occhi dolci e vagamente spenti dalla forte ipermetropia.

Se non sei padre non sai nulla delle tenerezza che trasmette un piccolo te stesso, impastato con i particolari che più ami o che più detesti della tua compagna di vita. Parti con la mis-sione di farlo crescere nel miglior modo possibile e ti ritrovi con l’unico desiderio di vederlo crescere ed essergli accanto finché lui vorrà.

Faccio un giro par la casa, in cerca di oggetti da non dimenti-care. Mi balena in mente quanto conta per me e quanto è costato realizzare questo rifugio. Un porto al sicuro dalle assurdità del mondo, scelto con cura per costruire “il nido” di una fami-glia nascente. Il simbolo di un amore vivo, positivo, edifican-te. Non sono più certo che l’amore tra me e Valeria sia così, anzi non sono più certo che l’amore ci sia ancora, ma ci resta la casa a sua duratura testimonianza.

Il mio taxi è arrivato. Saluto fugacemente Valeria. Forse trop-po fugacemente. Esco tra le prime luci dell’alba che evidenzia-no lo splendore di Roma a quest’ora. Siamo solo alla Garbatel-la, ma la “Grande Bellezza” è anche qui.

Certo una bellezza diversa, fatta di palazzi antichi circondati da giardini, viali alberati, atmosfera serena, lontana dal caos del centro istituzionale e turistico. Passiamo per via Roberto dei Nobili ed alla mia sinistra scorre quel palazzo dal colore rosso ormai sbiadito, che appare più antico e signorile degli altri, con quello splendido terrazzo all’ultimo piano ed i sot-to balconi adorni di stucchi che hanno la forma di sostegni. Ora ricordo perché io e Valeria abbiamo deciso di venire ad

abitare proprio qui. Un posto centrale ma comunque lontano dal resto del mondo. Un posto proletario che doveva avere la capacità di essere un po’ magico e suggellare la nostra felicità.

Tutto queste buone intenzioni non sono bastate a garantirci una vita felice.

Sembra che la felicità si sia perduta come un gattino timido e dal pelo arruffato per una delle viuzze più solitarie del quar-tiere e che stia aspettando solo di essere ritrovata.

Arrivo a Fiumicino in trenta minuti. Trovo posto sul Volo Ali-talia delle 08:20. Passo il tempo di attesa avvolto nei miei pensieri. Pensieri su Valeria e su mio padre. Due pensieri che prima viaggiano paralleli e poi si intrecciano come due rami di edera che si confondono l’uno con l’altro e si protendono verso la sommità della recinzione cui si sostengono.

Quando ho conosciuto Valeria me ne sono innamorato quasi subi-to. All’epoca era una giovane studentessa di Giurisprudenza. Era di una bellezza radiosa. Non saprei dire cosa avesse davve-ro di speciale. So solo che da un certo punto in poi si è im-possessata del mio cuore, della mia mente, dei miei sogni e dei miei pensieri.

Forse merito (o colpa) del suo sorriso: aperto, pieno, coinvol-gente, intenso ma che sembra sempre nascondere un pensiero in-trospettivo. Io ho sempre avuto l’impressione di vederlo quel pensiero. Mi appare mentre fa capolino dai suoi occhi per poi fuggire nei meandri della psiche. Devo essere onesto. Lo intra-vedo ma non riesco mai a capirne il contenuto.

Con il tempo Valeria è diventata un bravo avvocato, una brava mamma, ma quel sorriso si è spento. Il suo sguardo è diventato

duro, austero, a tratti triste. A volte accenna ancora quel sorriso che però oggi assomiglia più ad una smorfia di disap-punto.

Eppure, nonostante questa metamorfosi così marcata, Valeria è sempre bellissima. Per certi versi più bella di un tempo. Adoro le sue espressioni severe con cui spesso mi guarda. Per me sono una sfida a superare le difficoltà, a recuperare una nuova chiave di lettura dei sui pensieri, dei suoi sentimenti, delle sue emozioni.

Adoro quell’aspetto scarno e vissuto che la vita, con i sui ritmi frenetici ed i suoi sacrifici, ha tracciato sul suo volto, spazzando via ogni traccia della spensieratezza dei vent’anni. Ora Valeria è meno angelica ma più genuina e vera di prima, avvolta com’è dal suo manto di umana vulnerabilità.

Ha bisogno di aiuto e comprensione. Si vede da lontano. Eppure questo aiuto, che pure cerco di darle, o non le arriva o semplicemente non le è più gradito nella forma e nei modi che riesco a formulare.

Il suo corpo ha perso gran parte delle forme di un tempo, lasciando spazio ad una magrezza forse eccessiva, riempita da fasci di muscoli e nervi ma la desidero ancora tanto. È come se le membra esili, impregnate del vissuto di noi, siano ancora più attraenti e coinvolgenti del seno florido e le gambe tornite di diciotto anni fa.

Saltare con il pensiero da Valeria a papà è un passo più facile di quanto si possa pensare. Papà è stato una figura controversa per me. Un esempio di integrità, correttezza ed abnegazione ma anche di severità ed incomprensione. Per certi versi proprio come Valeria. Tutti e due con un carattere troppo forte, autoritario, sempre pronto al giudizio.

Sarà forse per questo che con Valeria non funziona più. Mi sento continuamente sotto giudizio, in attesa di valutazione, della sua approvazione proprio come accadeva con papà.

Mio padre però lo giustifico. Ho sempre pensato che lui non sia nato con quel carattere ma ci sia diventato a causa del suo lavoro. Si, perché papà era il Prof. Fabrizio Paternò, titolare della cattedra di neurochirurgia all’Università di Catania. Aveva rivestito quel ruolo per circa venti anni, prima che lasciasse il servizio attivo per ritirarsi in pensione. Un ruolo di responsabilità nel quale se non hai delle qualità caratteriali, devi comunque cercare di cacciarle fuori o di svilupparle.

Finalmente viene il momento dell’imbarco. Mentre sono in coda si risveglia il mio colon irritabile. Ci mancava solo “lui”. I crampi al basso ventre mi torturano e mi fanno pensare al mio caldo letto che ho dovuto a abbandonare così improvvisamente. Arrivo finalmente al posto 14D e non mi resta che rilassarmi il più possibile e provare ad essere così fortunato di riuscire a dormire un po’, visto che mi aspettano momenti non proprio facili.

Riesco ad appisolarmi quando forse è già troppo tardi e quei dieci minuti di sonno che riesco a fare hanno l’unico effetto positivo di smorzare le fitte addominali. Per il resto, mi lasciano un inutile torpore diffuso che non fa altro che confondermi i pensieri e procurarmi formicolio agli arti. Mi risveglia la voce del pilota e comincio a guardare il paesaggio dall’oblò. L’aeroporto di “Fontanarossa” è già sotto di noi e nel vederlo, nel vedere la mia “porta” verso la Sicilia, una

scarica di emozioni e ricordi si istaura tra il petto e la testa creandomi quasi un groppo alla gola.

Esco dall’aeroporto. Lancio uno sguardo al Vostok Amphibia che porto al polso. Le lancette di questo dinosauro russo, di derivazione sovietica degli anni sessanta, segnano le 09:35 ma il loro passo sembra più lento del solito. Il tempo sembra quasi fermarsi. Forse è l’effetto di essere ritornato nella mia Catania. Quasi avevo dimenticato di essere nato qui.

Questa è la mia città. Qui sono cresciuto e qui nascono i miei ricordi. Qui si sono svolti gli episodi più teneri della mia infanzia e gioventù.

Per chi non è siciliano non è facile da comprendere. Da questa città si eredita un modo di vivere particolare ed unico.

Catania è piccola, ma è antica. È elegante e proletaria assieme. È compiutamente metropoli, con i suoi luoghi cult e trendy. Una città che si fa amare subito, un po’ fuori dal tempo, lontana dai palazzi del Governo Regionale di Palermo.

Prendo un taxi e mi precipito al Policlinico “Vittorio Emanuele” per vedere come sta papà.

Il Policlinico si trova in una zona nuova della città che non si ricollega ad alcun ricordo e per questo non mi trasmette quasi nulla. Dal medico di turno apprendo che papà è stato colpito da una ischemia cerebrale, forse degenerata in ictus. Per uno scherzo del destino mio padre ha sviluppato una malattia che lo ha portato ad essere ricoverato proprio nel reparto collegato al Dipartimento in cui ha insegnato.

Mi avvicino al letto e lo trovo sveglio e vigile come sempre. L’aspetto è sempre austero e severo, con i capelli rasati, la barba a pizzetto, tutto sommato curato.

Si accorge della mia presenza ed inarca immediatamente le sopracciglia. Prova a parlarmi ma gli fuoriescono solo parole incomprensibili, farfugli sillabati e sgrammaticati.

Dio che pena vederlo così. Lui che mi è sempre apparso infallibile, onnipotente, capace di ogni cosa, ora è così fragile, vulnerabile, in balia degli altri.

Per ridurre così un tipo dalla pellaccia dura come papà ci sarà voluta solo una disgrazia forte come una granata.

Quanto male mi hai fatto papà. Quanto severo sei stato con me. Quante volte hai mortificato la mia personalità. Tanto da portarmi a cercare una vita lontana centinaia di chilometri da te, al solo scopo di potermi esprimere autonomamente.

Questo è quello che vorrei dirti, brutto testone. Invece ti prendo la mano, ti dico di non agitarti e di non preoccuparti perché ora che ci sono io non devi temere più niente. Io ti sarò vicino e questo dovrebbe bastarti.

Se almeno ci fosse mamma. Invece te ne sei andata mamma, in punta di piedi, cinque anni fa. Un infarto ti ha presa nel sonno senza che potessi salutare nessuno. Tu sì che sapresti avere a che fare con questo vecchio “caprone” burbero e scontroso.

Mi siedo su una sedia accanto al letto e mi accingo ad aspettare. Aspettare gli eventi e la TAC che deve accertare l’eventuale danno cerebrale.

Mi ricordo di avere anche una sorella. Sicuramente Agnese avrà avvertito anche lei, ma Lorenza vive a Berlino e sicuramente arriverà più tardi. Ciò nonostante sono tremendamente impaziente e desideroso di sapere dove sia e tra quanto tempo arriverà.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luciano Romano
Sono nato a Napoli nel 1969, in una periferia industriale, da una famiglia piccolo-borghese. Ho una laurea in economia aziendale, sono sposato ed ho due figli universitari.
Appena ho un po' di tempo libero coltivo le mie passioni: viaggiare, ascoltare musica, trascorrere le serate con gli amici, leggere e soprattutto scrivere. Fin dall’adolescenza mi sono dedicato alla scrittura di piccoli racconti che ho distribuito ad amici e parenti, instaurando una simpatica consuetudine.
Nel 2017 mi sono spinto un passo più avanti: ho pubblicato il mio primo romanzo che è stato anche finalista al “Premio Casentino”.
Dopo questa esperienza non mi sono fermato ed ho intrapreso un percorso che mi portasse ad un’evoluzione, rielaborando la modalità di scrittura, di narrazione e ricercando nuovi contenuti.
Oggi la scrittura resta il mio rifugio preferito ed un importante momento di intimità
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