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La fornaia che non dormiva mai

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Cosa fa di noi ciò che siamo, quello che ricordiamo o quello che abbiamo fatto davvero? Se il flusso dei nostri ricordi si spezzasse e non riuscissimo più a capire in che punto della vita siamo, cosa accadrebbe?

Ci si può perdere nella propria memoria?

La fornaia che non dormiva mai è un viaggio nei ricordi slegati di una persona malata che tira a modo suo le somme della sua lunga vita. Quando il tempo diventa un meccanismo confuso, le emozioni riaffiorano dal passato: ci si ritrova allora a fare i conti con i propri dolori, le proprie gioie e i propri mostri e si può scoprire che persino una semplice fornaia può celare segreti inconfessabili.

Alla fine della vita saremo solo il lontano ricordo e la somma di tutte le azioni che abbiamo compiuto.

Perché ho scritto questo libro?

Ho conosciuto più di una persona affetta da demenza senile e ho molto riflettuto sugli effetti di questo tipo di malattie. La fornaia che non dormiva mai è la mia risposta al dolore che ho provato nel non essere riconosciuta da qualcuno che un tempo mi amava, il mio modo di dare voce al terrore di perdermi nella memoria. Per dare il mio piccolo contributo, ho deciso di devolvere metà degli introiti ricavati dalle vendite di questo libro a un’associazione per la ricerca sull’Alzheimer.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ho dieci anni. Corro per i campi di grano con mia sorella Elena. Ridiamo. C’è il sole, ci scotta la pelle. Lo respiro.
Sento un po’ di vento, sento quella gioia intima di essere in vita che hai a dieci anni.
Ridiamo. Lei ha il vestito grigio, di lana spessa, anche se è primavera. La nostra famiglia non è ricca. Sono gli anni ’30 e viviamo in un piccolo villaggio dell’alto Lazio. Mio padre fa il postino, mia madre è a casa con i nostri due fratelli minori. Io sono la maggiore.
Corro. La gonna si alza in larghe pieghe. Ci fermiamo a riposare sotto un albero, per riprendere fiato.
Ridiamo. Elena gioca con le formiche, ha solo sei anni.
“Attenta, che quelle rosse grandi pungono” le dico. Guardo le nuvole e penso che quella potrebbe somigliare ad una mucca. Quella invece ad un cammello.

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“Cos’è un cammello?” mi chiede mia sorella
“Non hai visto l’illustrazione sul sussidiario, a scuola?” Io ho fatto la quarta quest’anno, lei è ancora in prima. Forse non lo ha visto. Restiamo così un pezzo, a indovinare a che animale somiglino le nuvole. E poi torniamo verso casa, piano piano, accarezzando le spighe di grano. Il sole tra un’ora tramonterà. Abbiamo fame tutte e due. Sappiamo che a casa non c’è molto cibo, ma la mamma sicuramente ci darà una fetta di pane e olio, basta che il babbo non lo sappia. Ci rimprovererà che siamo due scalmanate, che delle signorine non debbono correre così, come due selvagge nei campi.

Mi sveglio.

Ho ventidue anni. Sono sottobraccio a un bell’uomo. È alto, ha i capelli neri, gli occhi grigi e l’abito buono. Mi sorride. Ho una borsetta piccola, a tracolla, un lungo soprabito verde bottiglia e le scarpe della domenica.
“Presto sarai mia moglie” mi dice all’orecchio “dammi un bacio”. Io mi schermisco. Non posso mica baciarlo qui, davanti a tutti! Siamo in un parco pubblico! Cosa penserebbe la gente?
“Dammi un bacio, ti prego!” mi chiede. No, certo che non posso. Se martedì verrai a prendermi a lavoro, allora forse. Forse ho detto, non è sicuro.
“Presto sarai mia moglie e potrò baciarti dove e quando mi pare.” Rido. Ride anche lui. È gentile. Ha le mani grandi e callose. Lavora in una fabbrica.

“Dov’è lui?” All’improvviso tutto è svanito. Il mio fidanzato ha lasciato il mio braccio e sono io qui, sola. Sono in hotel? I muri sono di un giallo canarino, paglierino, insipido. Sono su un letto, distesa. La luce è fredda, lontana. Dove sono?
“Dov’è lui?” grido. Nessuno mi risponde.

Ho vent’anni. Ricamo in un atelier con mia sorella Elena, da quattro anni. Mi piace ricamare, ma preferisco cucinare e fare i dolci, quando trovo lo zucchero. La guerra non lascia molto spazio alla fantasia, a volte non ci sono le cose necessarie per realizzare una torta. Allora invento. Ci metto il miele. Oppure le mele, che rendono tutto più dolce. Mi diverto un mondo. Mi piace essere sporca di farina. Mi piace avere le mani in pasta. Vorrei proprio aprire una pasticceria un giorno, quando avrò più soldi. Sarà la pasticceria più buona del paese!
Le mie crostate sono buonissime. Il parroco del mio paese, quando sono partita per andare a Roma a lavorare, si è rammaricato proprio perché non avrebbe più potuto gustare una delle mie crostate.

Apro gli occhi. Cos’è quel macchinario accanto a me? Chi è quella signora vestita di bianco? Che sta facendo?
“Non ti farà male.” Cosa non mi farà male?
“Cosa vuole farmi?” grido “Chi è lei?”
“Le devo fare una puntura.”
“Perché?”
“Perché deve prendere questa medicina!”

Ho quarantadue anni. Mio figlio maggiore, Patrizio, sta partendo militare. Piango. Com’è bello, com’è giovane e com’è forte! Che uomo si è fatto! Lo bacio sulle guance. Bacio i suoi occhi scuri, i suoi capelli scuri, le sue mani di ragazzo.
Ha paura, lo vedo.
Non aver paura tesoro mio. Andrà tutto bene. Ti divertirai con gli altri ragazzi! Gli allenamenti non saranno così duri! E poi le donne adorano i tipi in uniforme. Quando tornerai ci sarà la fila fuori di casa.
Ci vediamo a Natale, quando ti daranno il congedo. Obbedisci a quello che ti dicono i tuoi superiori. Sii prudente. Stai attento. Gli metto in tasca una sacchetta con i soldi e due fette di crostata.
“Ma ho già i panini e il ciambellone!”
“Prendi anche questo, fino a Trieste la strada è lunga!” E se ne va.

“Perché non mi lasciate in pace?”
“Si deve calmare adesso o chiamerò il dottore!”
Ho capito due cose di questo posto in cui sono.
Primo: mi danno delle sostanze strane, che loro chiamano medicine. Ma non sono medicine! Se lo fossero perché starei così male? Mi sento debole e stanca. Stanca come non lo sono mai stata. Le gambe sono fiacche. Le braccia mi fanno male. Mi fa male tutto. Non capisco proprio perché. E sto sempre sola. Grido ma sono sempre sola. Piango, ma sono sempre sola. Sempre qui, inchiodata a questo letto.
La seconda cosa che ho capito è che ci sono delle fate. Quelle vestite di bianco sono fate che vengono a farmi visita e a consolarmi. Mi danno da mangiare, da bere, mi lavano, mi cambiano i vestiti. Sono gentili e premurose. Una in particolare che io chiamo la fata buona. Mi vuole molto bene.

Ho trent’anni. Sto partorendo il mio terzo figlio. Sento che mi scivola tra le gambe, spingo più forte. Le altre volte non è stato difficile. Perché con questo è così complicato?
Spingo ancora. I dottori si affannano intorno a me. Perché non esce?
“Spinga signora, spinga!” Il dolore è insopportabile. Perché non esci, bambino mio?
“Spinga più forte!” Tendo tutto il mio corpo. Tendo la testa, tendo la schiena. Tendo le mani, e i piedi e il collo. Tendo ogni muscolo. Spingo con le gambe, spingo con la pancia, spingo con ogni fibra del mio essere. Ma sembra che non voglia uscire. Riprendo fiato e ricomincio.
Mi gira forte la testa, fortissimo. Ti prego amore mio, esci. Esci dal mio grembo come hanno fatto i tuoi fratelli. Sta male? Perché non esce? I medici si guardano.
Mi tagliano, e fa un male cane. Utilizzano uno strumento metallico lungo e largo, come due cucchiai rovesciati, sento delle voci ma non capisco. Continuo a spingere e mi gira la testa.
Mi mettono dentro quell’attrezzo freddo. È gelido. Fate in fretta, tiratelo fuori! Sta male forse? Il bambino sta male? È vivo? Sento il sangue che mi scivola tra le gambe. Sento quelle pinze che si allargano, si stringono, afferrano mio figlio e lo tirano fuori. Il dottore prende il bambino per i piedi. Tiro un sospiro di sollievo. È finita. È finita.

Ho sedici anni. Sono a Roma, da mia zia. Sono da sola, per la prima volta, lontana da mia madre, da mia sorella, dai miei fratellini. Mi sento spaventata e spaesata. La zia e i miei cugini non sono molto felici di avermi in casa, io lo so. Faccio la ricamatrice da una settimana. Mi fanno male le mani alla fine della giornata. Quando è notte, sulla mia branda, piango piano, per non svegliare gli altri. Vorrei tornare da mia madre.

Oggi mi hanno portata in un posto ancora più strano. Ma dove sono?
Ah già, le fate. Oggi le fate mi hanno trasportata volando sino a un tunnel di luce. Mi hanno lasciata là sotto per un sacco di tempo. Mi dicevano di stare immobile altrimenti si sarebbero arrabbiate, così sono rimasta ferma ferma.
Mentre ero lì mi chiedevo perché e da quanto fossi arrivata in quel posto. Non me ne ricordo. Perché non me ne ricordo?

Ho ventitré anni. È la notte prima del mio matrimonio. Mia madre, i miei fratelli sono venuti dal paese per l’occasione. Nella stanza che divido con mia sorella Elena non c’è un angolo libero: è tutto pieno di oggetti. I vestiti ben piegati che mia madre ha stirato con cura, il mio abito nuziale, il velo, la corona, i confetti.
Le loro brande sono in terra, intorno al letto che divido con Elena. Ci abbiamo fatto dormire mia madre stanotte. Mi ha messo la testa sul suo petto come quando ero bambina.
“Madre, come sarà la prima notte di nozze?”
“Lascia che faccia tutto lui. Gli uomini sanno come fare. Rilassati e goditi ogni momento.”
“Ma io ho paura.”
“La prima volta è la più difficile per tutte. Ad alcune fa molto male, ad altre no. Ti uscirà il sangue, non ti preoccupare, è normale. Pulisciti e non preoccuparti.”
“E se poi non sono capace?”
“Non ti preoccupare, a fare quello sono capaci tutti.”

Ho capito un’altra cosa. Oltre alle fate ci sono anche delle streghe, in questo posto giallo paglierino. Si vestono come le fate, ma bisogna stare attenti. Ce n’è una che è cattiva, la riconosco dall’odore quando si avvicina. Ha un profumo forte, mi dà fastidio alle narici. Se non mangio quello schifo che mi dà mi torce un dito. Se urlo per qualche motivo viene e mi dice “tu sei già morta” o “Se non mangi non ti darò più da bere” mi dice.

Ho quattro anni. È domenica e i miei genitori mi portano in chiesa. Mia madre è incinta del mio primo fratellino o sorellina. Sono felice. Parlo alla sua pancia, le chiedo quando nascerà, ma non mi risponde.
Quando nascerà gli insegnerò tutto. Gli insegnerò a camminare, a sbucciare una mela senza tagliarsi, a rifare il suo lettino e a giocare a palla. Starà sempre con me e ci vorremo sempre bene.

Sono fuori dalla casa del mostro. Fa freddo. Ho i brividi. Mi sento spossata, distrutta, rotta. Sento l’aria pungente sin dentro le ossa, come se quest’umidità orribile mi fosse passata sotto la pelle.
È l’una del mattino. Lo osservo da quasi due mesi, ma niente. Nella casa tutto tace. Non trovo la forza di ammazzarlo, di sgozzarlo, di strozzarlo, di farlo a pezzi. Non trovo il coraggio.
Sono stanca morta, sto dormendo troppo poco da troppo tempo. Ma devo fare giustizia e questo mi tiene sveglia. Stanotte però forse è la volta buona. C’è una ragazza che hanno portato dentro, lui e suo cugino. Stanotte forse è la volta buona che lo incastro, quel gran bastardo!

La fata buona sta venendo. Speriamo che abbia il cibo. Ho fame. Ma la roba che mi danno qui fa schifo: è insipida, spesso puzza. Mi piace quando mi imbocca la fatina.
“Sei tu fatina?”
“Sì cara, sono proprio io.”
“Hai portato da mangiare?”
“Sì, ora poso il vassoio e ti imbocco.”
“Grazie! Se non ci fossi tu morirei di fame!”
“Sono qui per questo, non ti farei mai morire di fame.”

Ho trentacinque anni. Indosso un pesante grembiule bianco. Sono tutta sporca di farina. Guardo le mie mani, le mie braccia. Respiro farina. La mia pelle è tesa, resa ancora più bianca da quella polvere.
Sono fornaia da otto anni: preparo il pane.
È una cosa buona, il pane. È la vita stessa, il pane. Ma faccio anche i dolci, e mi diverto di più. La bottega l’abbiamo comprata con mio marito. Stiamo ancora pagando il prestito, ma se continuo a vendere le mie crostate a questo ritmo, sarà ripagato in un anno. Anche oggi abbiamo finito tutte le torte.
Mio marito non voleva che le vendessi.
“Del pane c’è sempre bisogno, delle torte no!” E invece facciamo più soldi con quelle che con le pagnotte. Ho idea di mettermi a fare anche delle pizze, secondo me si vendono bene, soprattutto alla domenica, quando si esce dalla messa e si va a fare una scampagnata.
Affondo le mani in quella pasta bianca e soffice e la rigiro. Aggiungo acqua e lievito e continuo a impastare.
Fare il pane è come plasmare il mondo.

Ho cinquantun anni. Mio figlio Manuele, il secondogenito, mi stringe la mano.
Ho un vestito avana, con le spalline larghe, alla moda. Lui ha un maglione azzurro. Risalta i suoi tratti dolci, quella barbetta ancora incerta, un po’ bionda sulle guance, quegli occhi chiari che ricordano il mare, che ricordano sua zia Elena. Le sue mani sono forti e lisce, come quelle di una ragazza. Ha ventiquattro anni, le spalle larghe e un ciuffo ribelle sulla fronte, sempre lo stesso, da quando era bambino. Ha gli occhi lucidi di timore e vergogna. Sono un po’ spaventata. Cos’hai, figlio mio?
“Mamma…”
“Dimmi.”
“C’è una cosa che devo dirti…”

DUE

Oggi è tornata la strega.
“Perché sono qui?”
“Perché sei malata.”
“E che cos’ho?”
“Sei vecchia.”
Vecchia? Ma quanti anni ho? Perché sono qui? Vecchia? Ma se avevo cinquantun anni un secondo fa! Ero con mio figlio Manuele! Chiedete a lui quanti anni ho!
Cerco di portarmi le mani al viso. Che fatica alzare queste braccia. Che fatica. Maledette streghe che mi danno i loro veleni! Ma la mente è più forte del corpo. Ho impastato pane per quarant’anni e Dio sa che fatica è stata. Voglio sentire se il mio volto è rugoso, da vecchia come dice la regina delle streghe. Ecco. Ecco le mie rughe. Le rughe! Quante sono! Com’è flaccida la mia pelle. Perché? Come è successo che sono invecchiata così? Non me lo ricordo! Perché non ricordo? Deve essere stato uno dei loro maledetti incantesimi. Sento una lacrima che mi scivola piano sulle guance.

Ho trentun anni e una paura fottuta. Mi hanno chiamata dall’ospedale. Sono sul taxi, sola.
Mio marito è rimasto in panetteria, con i bambini. Mi hanno detto che mia sorella sta male. È scomparsa due giorni fa. Cosa ti è successo, Elena? Dove sei stata? Con chi?
Ho una paura fottuta. Mi sento il cuore in gola. Sono pronta a correre non appena il taxi arriverà all’ospedale. Ma ci vorranno ancora dieci minuti buoni. Mia sorella ha bisogno di me.
Elena, la mia migliore amica.

Ho venticinque anni. Mio figlio Patrizio si nasconde sotto al tavolo, sotto alla mia gonna, mentre prendo il caffè con mia madre. Il caffè è caldo, ho fatto una crostata proprio per lei, con la marmellata di fragole che le piace tanto. Si sta facendo vecchia, mia madre.
Mi racconta dei miei fratelli. Rodolfo è partito lo scorso anno per l’America. Dice che le manda delle lettere, che si è impiegato in una fabbrica di non so quale materiale da costruzione. Dice che sta imparando l’inglese, quella lingua là. Dice che il lavoro è duro e che gli manca l’Italia. Dice che si mangia male lì, che non hanno l’olio di oliva e le donne non fanno la pasta.
Mia madre piange. È molto povera da quando mio padre se n’è andato. Io e Guglielmo, mio marito, le diamo sempre dei soldi quando possiamo. Ma abbiamo i nostri sogni anche noi. Dobbiamo pagare l’affitto, e presto apriremo un forno tutto nostro. Abbiamo trovato chi ci darà un finanziamento. Ne parlo a mia madre al colmo della gioia. Ma lei piange ancora per Rodolfo, che sta in America.

“Quanto dovrò stare qui ancora, fatina?”
“Finché non sarai guarita, cara.”
“Ma è vero che sono vecchia?”
“Ma che dici? Sei ancora una signorina!”
“Sai dove sono i miei figli, fatina?”
“Presto verranno a trovarti, vedrai.”

“Acchiappaci!” I miei fratelli Rodolfo ed Enrico mi tirano la gonna per farsi inseguire. Mia sorella Elena ride mentre tiene in braccio l’ultimo nato, Fernando. Ho quindici anni e porto una camicetta bianca e una gonna a balze, marrone. Già faccio le giornate in campagna da tre anni, con mia madre: raccogliamo quello che c’è, secondo la stagione. Ci spezziamo la schiena, ma siamo in sei e dobbiamo mangiare. La vita è dura.
“Non posso correre con queste scarpe!” Sono le uniche che ho, se le rovino dovrò andare scalza! “Dai… ti pregoooooo” mi dicono in coro i miei fratelli. Mi tolgo le scarpe e comincio a inseguirli. Ridiamo.

“Angelica!” busso alla porta del bagno ma non ricevo risposta.
“Angelica, sei in bagno da due ore, vuoi uscire?” Ha tredici anni ora, la mia figlia più piccola.
Io ne ho quarantasei e non riesco a capirla. “Angelica devo andare alla posta, mi fai andare in bagno per favore?”
“Un attimo mamma.” Fa scattare la chiave nella serratura
“Ma come ti sei combinata?” Ha gli occhi pieni di matita nera, il mio rossetto sulle labbra.
“Dove vai in giro così? Sembra che tu abbia trent’anni! Togliti quel rossetto.” Lei sbuffa.
Impreca sotto voce. Mi odia, da qualche parte nel suo cuore. Lo so piccola mia, capisco di annoiarti, ma quando sarai madre di una bambina così bella come sei tu ora, capirai perché lo faccio.
Io ti proteggerò. Non permetterò mai che ti accada ciò che è accaduto a tua zia.

Oggi vedo un po’ meglio del solito. Ho visto le mie braccia, le mie mani. Sono le braccia e le mani di una vecchia. Ma quanti anni ho? Perché non me lo ricordo? Dove sono i miei figli? Se ci fossero loro glielo potrei chiedere. Da quando sono qui ho perso la capacità di distinguere i giorni e quindi anche di contare il tempo. Deve essere questo. Quanti mesi sono che sto qui? Che tempo fa fuori da quella finestra? Non esco da troppo. Non sento l’aria fresca, solo l’aria tiepida e pesante che si respira qui.

Ho sei anni. Tengo per mano mia sorella Elena, che ne ha due. Mia madre sta partorendo il nostro fratellino.
La sento gridare dalla stanza accanto dove sta con l’ostetrica.
“Prendi un asciugamano pulito” mi grida aprendo la porta.
Ha le braccia piene di sangue. Sono spaventata ma non mi viene in mente che possa essere il sangue di mia madre. Con mia sorella vado piano piano a cercare un asciugamano.
In quel momento rientra mio padre. È di nuovo ubriaco, lo sento dalla puzza che emana. Si abbottona i pantaloni e si incalza la camicia, poi apre la porta della stanza dove mia madre sta dando alla luce il mio fratellino. Lo sento gridare. L’ostetrica anche. Mia madre piange e urla. Sono davanti alla porta. Con la destra tengo la mano di Elena, con la sinistra tengo l’asciugamano pulito.
Non so cosa fare.

C’è una persona nella mia stanza.
“Chi sei?”
“Sono io, mi riconosci?”
“No, non ti ho mai vista…”
“Sono la fatina.”
“Ah… sai dirmi da quanto tempo sono qui?”
“Non lo so di preciso.”
“Io non me lo ricordo… sai perché non me lo ricordo?”
“Perché stai male.”
“E cosa ho?”
“Ti dimentichi le cose…”
“Se sono diventata stupida dovresti uccidermi, fatina.”
“Noi non uccidiamo le persone cara, noi le aiutiamo a stare meglio.”
“Se sono diventata inutile ti prego, uccidimi.”
“Non dire che sei inutile…”
“Ma è vero. Sto qui nel letto, non faccio più torte, non faccio più pane, non so dove sono i miei figli… che vivo a fare?”
“Se sei viva c’è comunque un motivo. Forse devi ancora fare qualcosa… non è mai troppo tardi cara!”
“Forse hai ragione tu…”

Io ho una sorella, Elena, e tre fratelli, Rodolfo, Enrico e Fernando. Vivo con mia madre e mio padre. Siamo poveri ma tra qualche anno me ne andrò. Mio padre non lo sopporto, cerco di parlarci il meno possibile. Picchia sempre mia madre, esce tutte le sere e quando torna puzza di alcol. Quando avrò un marito io, sarà una brava persona, non mi picchierà mai, non berrà mai, sarà sempre buono e gentile. Altrimenti preferisco restare zitella. E anche mia sorella si dovrà trovare un uomo bravo e buono che la tratti bene, sennò meglio che resta insieme a me. Mio padre non è un vero uomo, i veri uomini non picchiano le mogli.

“Sei tu fatina? Non ci vedo bene con tutti questi intrugli che mi danno le streghe.”
“Sono io cara.”
“Puoi dirmi quanti anni ho?”
“Non lo so con certezza.”
“Mia madre ha partorito o sta ancora di là?”
“Credo che abbia finito.”
“Il mio fratellino sta bene?”
“Sta bene cara, non preoccuparti. Anche il dottore ha detto che sta bene.”
“Grazie fatina. Grazie.”

Sono dal dottore che ha effettuato l’autopsia di mia sorella. Enrico è venuto a Roma, mamma e Fernando non se la sono sentita e sono rimasti al paese. Guglielmo per fortuna è accanto a me, questo mi fa sentire meglio.
“Sua sorella è deceduta per un’insufficienza respiratoria.” Lo guardiamo interdetti. Il medico capisce e accenna una sorriso.
“Le percosse hanno provocato la rottura delle costole e l’osso ha bucato il polmone.” Lo ringrazio mentalmente, così mi sembra più chiaro.
Non riesco a trattenere le lacrime.
“La signorina ha riportato una frattura del femore destro, della mano destra, di entrambe le ginocchia e di 4 costole. Bruciature di sigaretta su diverse parti del corpo, in particolare sulla schiena e sulle mammelle.” Mi gira la testa, faccio uno sforzo con tutta me stessa per non piangere.
“Aveva diverse escoriazioni sui polsi, probabilmente è stata legata per alcune ore. Lividi da percosse su tutto il corpo, in particolare sul volto… le sono stati rotti i denti e il naso. Aveva una profonda ferita sullo zigomo sinistro, probabilmente inferta con un coltello…” Il dottore mi guarda. Si vede che è dispiaciuto e addolorato.
“Gli organi interni hanno subito danni dalle percosse ma, come ho detto, i polmoni sono stati quelli più compromessi, che hanno causato il decesso.”
Prendo un respiro.
“Vuole un bicchiere d’acqua, signora?” mi chiede con gentilezza il medico
“Sì, per favore…”
Enrico è pallido e ha lo sguardo fisso verso il vuoto. Guglielmo sta per piangere, come me.
“Devo anche aggiungere che la signorina ha avuto… insomma è stata…” Il dottore guarda mio fratello e mio marito, leggermente imbarazzato. Io capisco.
“Vada avanti, dottore” gli dico con voce rotta.
“Signora…”
“Vada avanti, voglio saperlo.” Tira un respiro.
“La signorina è stata ripetutamente violentata. L’utero ha subito lacerazioni in più punti. Crediamo abbiano anche usato un oggetto appuntito. Anche il canale anale è risultato compromesso. Non sono però state ritrovate tracce di liquido seminale o altri indizi che possano ricondurre agli aggressori. Le ferite che aveva riportato, le fratture e i danni agli organi non le avrebbero mai più permesso di condurre una vita normale” aggiunge quasi come sentenza, forse cercando di essere consolatorio, insinuando il dubbio che dopo una cosa del genere forse è stato un bene che sia morta.
“Il referto è già stato inviato in tribunale. Vi prego di accettare le mie condoglianze.” Ogni parola è stata come una coltellata. Elena, sorella mia, che Dio mi aiuti a farti giustizia!

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Commenti

  1. Le prime pagine del romanzo sono appassionanti. Non vedo l’ora di leggerlo tutto.

  2. (proprietario verificato)

    Dalle prime pagine il romanzo mi ha subito rapito. La scelta di sviluppare la storia a salti la trovo una trovata geniale dell’autrice per farci entrare meglio nella testa della protagonista, insomma è un viaggio nel viaggio. Non vedo l’ora di leggere il seguito

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Elisa Di Agostino
Nata a Roma nel 1989, ha conseguito la laurea triennale in Storia dell'Arte presso l'università la Sapienza e la laurea specialistica nella stessa materia presso l'università Paris Sorbonne. Ha capito tardi che studiare è l'unica cosa che le riesce davvero bene e quindi sta per iscriversi di nuovo all'università. Nel 2012 ha fondato il blog di viaggi arttrip.it, in cui parla di arte a scopo divulgativo perché è una militante convinta dell'idea che il patrimonio culturale appartenga a tutti e che l'arte faccia bene all'anima. Lavora tra Italia e Francia e, allo stato attuale, ha 7 traslochi alle spalle. Nel 2015 ha vinto il premio letterario Parole d'Italia, con il racconto "Ogni maledetta domenica" e nel 2016 ha pubblicato il primo romanzo "Radici". "La fornaia che non dormiva mai" è il suo secondo romanzo. Ne ha almeno altri cinque nel computer ma ha paura di farli (farsi) leggere.
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