Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

La grotta delle ostriche

LA GROTTA DELLE OSTRICHE
40%
120 copie
all´obiettivo
0
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Dicembre 2021

A Tenby, rinomata località di villeggiatura del Galles, la giornalista Sarah Brighton indaga sul ritrovamento dello scheletro di una giovane donna il cui decesso risale a quarant’anni prima. Con l’aiuto di Nora Taylor, proprietaria di un nostalgico albergo del luogo, e del pescatore Marcus Davon, la giornalista cerca di ricostruire i principali avvenimenti del tempo, soffermandosi in particolare su un misterioso incidente aereo in cui perse la vita il giovane pilota Harry Holton alla fine degli anni Cinquanta.

Perché ho scritto questo libro?

Dopo aver vinto il premio Castelli in Giallo nel 2019 con l’abstract di questo romanzo, ho voluto sperimentarmi nello sviluppo della trama. E’ stata un’esperienza out of the box rispetto a qualsiasi altro sforzo creativo in cui mi ero cimentata prima. Con un mix di passione e coraggio, mi presento ai lettori in punta di piedi e con il desiderio di non deludere le loro aspettative.

ANTEPRIMA NON EDITATA

III

Tenby, 17 maggio 1998

Al sorgere del sole, dalla punta del promontorio si godeva una vista spettacolare. Le onde del mare avevano eroso la costa calcarea con squarci, fenditure e piccole gallerie.

Respirai a pieni polmoni la fresca aria del mattino e iniziai a percorrere il leggero pendio che mi separava dalla spiaggia. Superata una piccola laguna, passai sotto la grigia mole di una grande torre costiera. Una struttura imponente che, malgrado gli assalti della natura e dell’uomo, continuava da secoli a dominare il mare. Riconobbi la sagoma raffigurata su uno dei quadri appesi nella hall della pensione.

Lungo il sentiero serpeggiante, lo scenario di roccia precipitava in mare e offriva riparo ad alcuni colombi di mare ancora addormentati. A poca distanza si apriva una piccola baia dove ritrovai, in maniche di camicia, l’uomo che mi aveva accolta la sera prima alla reception. Il pescatore intonava una sequenza di sibili e suoni gutturali nella lingua locale, a metà tra un’antica filastrocca e una preghiera, ed era intento a rammendare una rete tendendone un’estremità con la mano sinistra e l’altra con l’alluce del piede. Altre reti utilizzate nella notte erano state disposte in modo ordinato sui sassi ad asciugare.

«Bore da. Benvenuta alla spiaggia del cavallo morto» urlò Marcus sopra il fragore della risacca.

Continua a leggere

Continua a leggere

Feci un cenno con la mano e continuai a scendere. «Perché mai a un angolo di paradiso è stato dato un nome così triste?»

«Non così triste, se si pensa che un tempo i cavalli o gli asini feriti venivano buttati giù dal punto più alto del dirupo per metter fine alle loro sofferenze. Qui nel Pembrokeshire, le cose non sono mai come sembrano» disse con lo sguardo sui lunghi capelli ricci che avevo cercato di domare in una treccia.

L’uomo raccolse le reti asciutte e, cominciando da una punta, fece numerose spire concentriche che una dopo l’altra caricò sulla barca in modo da poterle rimettere in mare, al momento opportuno, nel più agevole dei modi.

I suoi gesti erano precisi e ipnotici. Si muoveva con la solennità di un rito, in silenzio. Durante un soggiorno nel Sud dell’Italia, dove mi ero recata per scrivere un articolo sulla sparizione del comandante di una nave mercantile, avevo imparato molto della vita di mare e delle superstizioni a essa legate. Secondo le credenze del posto, se qualcuno scavalcava una rete nella fase di “ammasamento” questa veniva abitata da uno spirito maligno. Parimenti di cattivo augurio erano considerati il raglio dell’asino o il pianto di un bambino.

Era passato del tempo ma ricordavo di aver visto, in quei luoghi, numerose barche simili a quella di Marcus. Era un vecchio gozzo di legno con una solida carena alla quale erano attaccate una serie di costole che componevano l’ossatura dell’imbarcazione. Una specie di gabbia toracica, dove la chiglia fungeva da spina dorsale. Date le piccole dimensioni, non più di una decina di metri, non c’era un vero e proprio ponte.

A un cenno di Marcus, mi sedetti su una traversa bianca che fungeva da sedile per i passeggeri; riposti nei gavoni a poppa e a prua, notai alcuni oggetti e attrezzature nautiche.

Ci allontanammo dalla riva. I remi avevano un contrappeso per diminuire la fatica durante la vogata, e la barca era dotata di un vecchio motore a benzina che si trovava all’estrema poppa dello scafo. Marcus mi porse un piccolo binocolo da birdwatching e mi indicò un piccolo stormo di uccelli che si riposava sul crinale. Manovrava il timone a barra e utilizzava di tanto in tanto i remi per evitare gli scogli.

«Com’è andata la pesca, questa notte?» le mie parole si confondevano con il rullio del motore. L’uomo sorrise, i suoi occhi brillarono attraversati per un attimo dal sole.

Senza distogliere lo sguardo da un sentiero inesistente che sembrava seguire tra le onde, sospirò: «Di solito non si porta a casa un granché. Questa vecchia barca ha ancora una buona tenuta e potrebbe sopportare il peso di diverse persone, reti e attrezzature. Ma oggi si trova di rado qualcuno che voglia passare la notte al freddo in mezzo al mare. Io stesso lo faccio solo perché sono un nostalgico. Questa vita la faceva mio padre e suo padre prima di lui. Ma il mare non è più generoso come allora». Il riverbero dell’acqua evidenziava i marcati lineamenti dell’uomo.

«Di solito mi accontento di un po’ di pesca alla traina a bassa velocità. Non più di cinque o sei nodi».

L’imbarcazione si spinse più avanti lungo la costa affiancando i resti di un’antica calcara. Tutta la costiera era disseminata di vestigia delle attività di un tempo: qui un forno per la calce, là una piccola cava servita a suo tempo per squadrare la roccia e costruire il faro.

Lungo il litorale minuscoli arenili erano collegati con la loro scalinata di accesso al livello superiore, un tempo percorsa da contadini e pescatori, dove piccoli gruppi di case sembravano incastonati nella roccia. Marcus aumentò la potenza del motore e superò l’imboccatura del porto di Tenby. La piazzetta antistante l’imbarco era gremita di turisti appena approdati sulla terra ferma. Dalla barca vedevo sfilare ristoranti, negozietti e terrazze sul mare; il tutto era condito da un’atmosfera serena e vacanziera.

«Quante grotte ci sono su questo lato della costa?»

«Circa una ventina» rispose l’uomo tra gli spruzzi sollevati dalle evoluzioni dell’elica. La prua apriva solchi nel mare piatto. «Alcune sono state scoperte e classificate solo negli anni Cinquanta, quando il turismo di massa non aveva ancora scoperto le meraviglie della nostra terra.»

«Doveva essere un luogo con molto fascino, comunque. Lei ha sempre vissuto qui?»

«Sì, i miei genitori erano originari di Leicester, ma si innamorarono di questo tratto di costa e si trasferirono qui quand’ero bambino. Da allora ho sempre seguito mio padre; mi ha insegnato lui i segreti di questo mestiere».

Non riuscivo a togliere lo sguardo dagli speroni di roccia e dai costoni verdeggianti che si alternavano al nostro fianco.

«La cappella di St Govan», disse Marcus e indicò un punto lontano sul profilo della montagna. Puntai le potenti lenti di ingrandimento verso una piccola costruzione.

«Affascinante, c’è una lunga scalinata.»

«Già. La leggenda narra che tutte le volte che si sale o si scende il numero dei gradini non è mai lo stesso.»

Marcus ridusse la velocità. Nonostante lo scarso pescaggio dell’imbarcazione, per avvicinarsi a riva bisognava procedere con cautela per la presenza di numerose secche. Pian piano la distesa di mare scomparve e la barca costeggiò la scogliera, fino ad arrivare a un attracco naturale costituito dalle radici di un grande albero. Afferrai alcuni arbusti e mi lasciai scivolare su un fazzoletto di sabbia ghiaiosa lambita dalle onde. Marcus legò la barca a un robusto legno e ci addentrammo in un sentiero nascosto tra le fronde.

Mentre camminavamo in direzione del faro, i nostri piedi affondavano nella sabbia. Sulla destra si apriva una grande laguna: uno specchio d’acqua bassissima dove pesci e crostacei facevano gola a uccelli di ogni tipo.

Dopo poche centinaia di metri, guidati dal caratteristico odore persistente, raggiungemmo una piccola grotta nella quale sgorgava una vena perenne di acqua sulfurea. Marcus mi spiegò che fino a qualche decennio prima l’acqua, considerata curativa, veniva offerta per pochi centesimi al bicchiere in un chiosco al centro del paese, dove veniva conservata al fresco in caratteristici recipienti di terracotta. Il forte accento locale con cui Marcus parlava rendeva il racconto ancora più suggestivo.

Avanzammo sul sentiero per altri venti minuti senza parlare. Il silenzio era rotto solo dal verso di qualche uccello. Il mio accompagnatore faceva strada, il sudore gli imperlava la pelle della fronte. Si fermò un momento per asciugarsi il viso abbronzato con un fazzoletto.

Raggiungemmo un’ampia grotta in parte sommersa, nota ai subacquei per la presenza di una ricca colonia di ostriche. L’ingresso della grotta, ampio circa tre metri e alto due, consentiva di accedere a una breve galleria il cui fondo era nascosto da uno strato di fitte alghe; le pareti erano ricoperte da numerosi esemplari di ostriche. Percorsa la galleria di quindici metri, si giungeva a un restringimento tra due bassi sostegni che consentivano di entrare in un’ampia caverna il cui soffitto era in parte franato.

«Qui sono state ritrovate le ossa.» Marcus indicò un angolo tra gli scogli con la luce tagliente di una piccola torcia che aveva estratto dalla tasca. Riconobbi lo stesso luogo ritratto nelle fotografie del fascicolo.

«Questa grotta è stata scoperta di recente?»

«No», rispose Marcus «viene frequentata da molti anni sia da subacquei sia da naturalisti. Queste ostriche appartengono a una specie autoctona, che si riproduce a marzo e ad agosto. A molti interessa studiare le particolarità di questo habitat per poterlo riprodurre in cattività. Alcuni esemplari raggiungono i quindici centimetri di diametro».

Non ero interessata alla bivalve che Marcus aveva staccato dalla parete. Piuttosto ero sempre più convinta che i resti ossei fossero stati portati lì di proposito. Da qualcuno che voleva che venissero trovati. Ma da dove provenivano? E perché appropriarsene per consentirne subito dopo il ritrovamento? Non sarebbe stato più semplice fare un esposto alle autorità?

Il rumore della risacca rimbombava ed era intensificato dal profondo antro della grotta. Pensai di aver visto abbastanza e feci cenno di voler ritornare verso la barca. Marcus avviò il motore e si diresse verso il porticciolo turistico dove chiesi di scendere a terra per proseguire a piedi fino alla pensione.

(omissis)

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “La grotta delle ostriche”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Alessia Oliveri
Sono nata a Torino nel 1968. Laureata in Giurisprudenza, vivo a Firenze con Alessandro e i miei due figli, Alberto e Andrea. Sono un’instancabile lettrice di narrativa contemporanea. Imprevedibile ma affidabile, loquace ma riflessiva, riservata ma entusiasta, affabile ma competitiva, accogliente ma determinata. Non tollero le persone arroganti, quelle indecise e chi non sa rimettere in discussione le proprie idee. Tendo a far molte cose contemporaneamente, sono avida di sapere e non rimando le decisioni. Credo nel team building e non mi tiro indietro davanti a una cioccolata con panna.
Alessia Oliveri on FacebookAlessia Oliveri on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie