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La leggerezza della memoria

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Ian è un ragazzo intelligente e riservato, che vive un’agiata e tranquilla vita con malcelata insofferenza. Non riesce a non guardare al padre come a un uomo ambiguo, distante e freddo: un’immagine del genitore che si è costruito durante gli anni a causa della sua lontananza.
Un giorno, un forte cambiamento nelle abitudini dell’uomo insinua un dubbio nella mente di Ian, che decide così di indagare nella speranza di trovare risposte. Ciò che scoprirà, con stupore e disapprovazione, lo metterà in crisi ma allo stesso tempo darà un nuovo significato alla sua vita. Un romanzo di formazione che parla dell’importanza di essere amati ed essere ricordati.

Capitolo 1

Non sono molte le cose di cui parlo volentieri, e ancora meno sono gli aneddoti che posso servire a una massa di adolescenti ottusi e in larga parte brufolosi, o ragazze dalle gonne troppo corte e con un contorno labbra fin troppo generoso. Sarà per questo (o anche per questo) che ai miei coetanei non piaccio molto, e che non posso contare su un vasto numero di amicizie. Affatto.

Non che la cosa mi dia un dispiacere: non li sopporto. Non sopporto il loro modo di parlare, di mangiare, di imitare gli insegnanti, di “lisciarli” quando gli si rivolgono direttamente, per poi impegnarsi a fondo nel creare per loro i più colorati e vivaci epiteti non appena questi voltano le spalle. Non li sopporto quando parlano di calcio, o di qualunque altro sport, o dei videogame da decerebrati che li entusiasmano tanto, o di «chi è più figa tra la Finnigan e la McLoughlin». Di certo non li sopporto quando fischiano dietro alle nostre compagne in segno di apprezzamento per il loro sedere, tanto meno sopporto le nostre compagne, con il loro modo di fare le civette, di commentare, criticare e in generale di interloquire come se fossero già donne fatte e vissute. Per non parlare di quando vanno al bagno in gruppo per incipriarsi il naso. Branco di annoiate maniache dello shopping, tanto imbottite di denaro dai permissivi e distratti genitori da potersi permettere di spenderlo per ben altra polverina bianca, altro che cipria.

Dobbiamo poi parlare di quante domande – la maggior parte, in realtà, sono sfottò senza alcun punto interrogativo – mi rivolgono persino davanti agli insegnanti, pur con la massima discrezione, vista la mia scarsa attitudine sociale, i voti alti, e la mania di isolarmi per leggere?

Fin dalle elementari, i miei compagni di classe non fanno che chiedermi di continuo: «Com’è essere figlio unico?».

Domanda idiota, oltre che cattiva.

Tralasciando il fatto che è statisticamente probabile trovare molti figli unici (specie in un posto di ricchi nababbi come quello in cui viviamo), se si considera che non so come ci si sente ad avere fratelli o sorelle l’unica risposta razionale che posso dare puntualmente è: «Non so, direi normale». Risposta che mi fa sentire più idiota di loro.

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Tra l’altro, loro sono sempre le solite cinque o sei persone (dipende dalle giornate). Lo stesso gruppetto di ragazzi e ragazze che mal sopporto, che costantemente aizzavano contro di me i nostri nuovi compagni e con i quali ho frequentato tutte le scuole fino all’istituto privato nel quale sono: il Lorguen Independent Institute, o semplicemente Lorguen, come è comunemente chiamato (naturalmente non riesco a capire come facciano a sopravviverci, dal momento che hanno il quoziente intellettivo di una zappa). Una scuola vecchio stampo, ovvero dal pugno di ferro, che copre sia l’istruzione secondaria che quella universitaria sita poco fuori Lorgue Town, nel Lorgueshire.

Piccola lezione di geografia: per chi non lo sapesse, il Lorgueshire è la piccola contea nell’estremo sudest inglese, cioè il piccolo corno sulla mappa che punta verso il continente. Una regione dal clima decisamente clemente, che vanta un folclore in buona parte scollegato da quello del resto del Paese (il che in un certo senso ci isola), e una miriade di piccole cittadine di origine francese e italiana, situate perlopiù sulla costa e di recente edificazione, tanto che la maggior parte di queste ha visto alzare il primo palazzo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Nonostante questo, vantiamo ancora un certo polmone verde, rigoglioso e ben tenuto.

Lorgue Town, la città in cui vivo con i miei genitori, è di origine più antica, sicuramente antecedente alla caduta dell’Impero romano; quanto antecedente, rimane tuttora argomento di accesi dibattiti, a quanto ne so. Una città caratteristica, ricca di tradizioni, leggende, festività e credenze spesso uniche. Si consideri che il nome stesso deriva da un certo L’orguerexas, demone del mondo antico che, secondo alcuni testi, istigò Lucifero a dichiarare guerra al Paradiso. Dopo la sconfitta, fu gettato sulla Terra, precipitando proprio sul nostro territorio dove ci sono ancora dei gruppi esoterici che si radunano regolarmente per adorarlo. So che queste usanze sono presenti in molte altre realtà, ma trovo davvero ridicolo che si continui a perdere tempo con questi riti.

Lorgue Town è comunemente divisa dai suoi abitanti, in modo non ufficiale ma molto sentito, in tre quartieri principali e due subquartieri.

C’è Big Lorgue, ovvero l’isola che emerge nel bel mezzo del nostro lago, il Demon’s Eye (così chiamato per l’ovvia associazione di idee), ed è sede dei quartieri alti e della maggior parte delle eccellenze locali, come il teatro dell’opera, superbo capolavoro di architettura vittoriana, il modernissimo centro di atletica, con relativo stadio, e molto altro ancora. Di certo la parte più ricca, più lussuosa, della città. La chiamiamo “la nostra piccola Manhattan”, associandola perlopiù all’Upper East Side.

C’è poi Little Lorgue, la parte più occidentale, che affaccia sulla sponda ovest del lago; un tempo decisamente degradata e infestata dai Druadani, un popolo nomade di origine poco chiara, ormai scomparsi da tutto il regno, e più in generale abitata dalla classe meno abbiente della contea. Sebbene la situazione sia cambiata, è ancora considerata come la parte meno accogliente e raccomandabile della città, ma, per come la vedo io, si tratta di semplici dicerie, mi si chiami pure ingenuo. Oggi, come in passato, Little Lorgue è riconosciuta soprattutto per il suo grande porto (paragonato, per la loro vecchia pericolosità, ai celebri docks londinesi), collegato al mare tramite il fiume Red Tongue, così chiamato per l’insolito colore della sabbia sottostante, e per il grosso castello gotico. Il Castello Axathopoulos, che sorge su una collina ai margini settentrionali del paese, bruciò in seguito a circostanze oscure che videro coinvolto il vecchio proprietario e un grosso numero di druadani (fatto che alimenta ancora oggi molte leggende urbane), e venne ricostruito per diventare un museo.

Infine, abbiamo Middle Lorgue, diviso a sua volta in North Middle Lorgue e South Middle Lorgue (spesso chiamati semplicemente North Middle o South Middle), a seconda della posizione rispetto al lago. Le due parti sono quindi separate da una grande distanza, ma le consideriamo un tutt’uno per la loro omogeneità: entrambe le sezioni hanno le stesse attrazioni e le stesse attività economiche, e sono abitate soprattutto dalla media borghesia, sempre che sia un termine ancora utilizzabile. È qui che vivo con i miei, per la precisione a North Middle Lorgue, in una grande casa che papà ha ereditato. Mio padre, il dottor Whise, è un chirurgo di una certa fama, primario di chirurgia al D’Alvorian Northern Hospital. È il classico uomo tutto d’un pezzo: abitudinario, rispettabile, posato, che guida la sua casa col pugno di ferro nel guanto di velluto, specie negli ultimi anni. Credo di aver avuto solo due o tre vere conversazioni con lui. Mia madre, che da sposata ha preso il cognome di mio padre abbandonando il proprio, è una bella donna di mezza età (quanti anni ha, con mia vergogna, non saprei dirlo), di poche parole, di quelle che serbano gran parte dei propri giudizi, ed è attentissima all’etichetta. Ama e rispetta mio padre profondamente, e ha totale fiducia nei suoi sistemi, a dispetto di una certa aura “oscura” che sembra emanare in certi periodi. Entrambi sono piuttosto esigenti e si aspettano grandi cose dal proprio rampollo (me medesimo) in nome della tradizione di famiglia. Specie dal momento che sono figlio unico, per di più arrivato tardi.

Potrei dare l’impressione di lamentarmi, di sentirmi sotto torchio e poco libero, ma tutto sommato non sono messo tanto male, malgrado le aspettative spesso opprimenti: finché porterò a casa i voti giusti, i miei mi ameranno incondizionatamente e continueranno a non farmi mancare nulla e per fortuna ci riesco senza grosse difficoltà. In caso contrario, non sono certo del modo in cui cambierebbero le cose, ma non ho intenzione di infrangere il nostro tacito accordo.

Ma sto pesantemente divagando; dicevo che spesso i miei compagni mi chiedono come ci si sente a essere figlio unico, domanda alla quale non ho mai pronta una risposta soddisfacente. Che soddisfi me, intendo. Ho sperato per anni di potermene fare un’idea, capendo finalmente cosa significhi avere un fratello.

In parte ci spero ancora, ma poi penso alla mia famiglia, e sento di non poter permettere che un’altra creatura viva la mia strana infanzia.

Da quanto riesco a ricordare (quindi probabilmente da sempre), mio padre, con una certa regolarità, è sempre uscito di casa per poi sparire per periodi anche lunghi, facendosi sentire poco e brevemente. Più di una volta, non moltissime in realtà, ha trascorso parte delle vacanze estive e natalizie lontano da noi, chissà dove. Certo, alle mie inevitabili domande la risposta «Lavoro, figliolo» è sempre stata lì, bella pronta e inattaccabile. Tutto molto verosimile, nella mia mente infantile. Spiacevole ma credibile specie con mia madre pronta ad appoggiarlo e coprirlo, confermando qualunque cosa dicesse. Nonostante tutto, ho sempre avuto il sospetto che ci fosse dell’altro, come un qualche misterioso scheletro nell’armadio, ben nascosto, ma bramoso di uscire a prendere un po’ d’aria. Non so, forse perché di ritorno da questi “viaggi” aveva un’aria diversa dal solito, intendo quella che si respirava quando tornava da lavoro. Certo, un medico può avere giornate negative, addirittura tragiche, ma non mi convinceva. Più di una volta ho pensato di essere paranoico, dicendomi che se mia madre non trovava nulla da ridire, probabilmente non c’era nulla in assoluto da ridire. Ma il pensiero che ci fosse di più non mi ha mai abbandonato… come se qualcosa o qualcuno mi urlasse da chissà dove che c’era dell’altro. Non penso di essere in grado di spiegarlo. Ma non voglio essere frainteso: mio padre mi ama e mi ha sempre amato molto, su questo non ho il minimo dubbio, come non ne ho riguardo i suo sentimenti per mia madre. Ma l’insoddisfazione è insoddisfazione, non importa quanto privilegiata sia la tua vita, e io maturavo sempre di più la certezza che mio padre avesse un segreto.

In ogni caso, questa è la vita a cui siamo stati abituati, e si sa, la routine è comoda.

Ma qualcosa è cambiato. Le assenze di mio padre sono meno lunghe, in effetti è da un po’ che non dorme fuori casa, il che lascerebbe presumere che il carico di lavoro si sia fatto meno opprimente e asfissiante. Eppure la sofferenza e la stanchezza sono ben marchiate sul suo volto, un tempo imperscrutabile. Ha poi abbandonato le sue abitudini, i suoi piccoli hobby, come l’imbottigliare modellini di navi e vascelli, passione che ha richiesto un’intera stanza del secondo piano. E il suo aspetto, poi… Non che prima fosse esattamente un fusto, parliamo comunque di un uomo di mezza età, ma adesso è particolarmente pallido, deperito, piegato, come se si fosse fatto carico del peso del mondo tutto in una volta e ora si sentisse schiacciato. Ho pensato che si fosse ammalato, ho provato a chiederglielo, ma mi ha amorevolmente rassicurato, con un filo di voce. Altra cosa che mi ha preoccupato.

Ma cosa mi ha spinto a indagare? Il fatto che una notte l’ho sentito piangere, e stringersi a mia madre, che a modo suo ha provato a consolarlo. Questo fatto è stato per me un colpo: mai visto mio padre né lamentarsi, né versare una sola lacrima; ma se questo mi ha sconvolto è nulla in confronto a quanto m’ha scioccato l’atteggiamento di mia madre: ha tentato sì di confortarlo, ma allo stesso tempo era chiaramente stizzita, infastidita, forse persino arrabbiata. Non ho bisogno di giurarlo, ma lo farò: giuro che non è roba da poco. Anzi, è più che sufficiente a farmi preoccupare. Non sono mai stato tanto bramoso di scoprire la verità, o una verità, su mio padre.

Non è stato facile e vi risparmierò i dettagli (anche perché in realtà il mio ruolo è stato molto piccolo), ma sono venuto a conoscenza del fatto che mio padre trascorre parte delle sue giornate, da un po’ di tempo a questa parte, nell’ospedale di South Middle Lorgue. L’aiuto di Moira, la mia migliore (unica) amica, con la quale sono riuscito a legare dopo anni di frequentazione quasi obbligata (vicini di casa), e della sua “rete di spie” è stato impagabile, e ha potuto dove io non sarei mai riuscito, ovvero pedinare mio padre in determinati orari e luoghi.

Suo fratello, infatti, è un infermiere di quell’ospedale. Un tipo piuttosto scapestrato, problematico; ricordo come me ne parlava Moira, nelle rare occasioni in cui lo faceva: in tono sommesso, di complotto, come se fosse proibito anche solo pronunciarne il nome, e le grottesche imprese di cui era protagonista erano coperte da un alone mitologico. Travis, così si chiama, ha dovuto accettare, grazie a non so quali ricatti di Moira, di collaborare con noi. Con la massima discrezione, naturalmente. E adesso, mi appresto a spalancare il sipario.

Capitolo 2

Il fratello di Moira ha tutta l’aria di un tossicodipendente: scarno, capelli rasati e barba incolta, occhi scavati e arrossati, vene sporgenti. A guardare l’insieme, si resta sorpresi dal fatto che abbia ancora un lavoro.

Suppongo che i ricatti dei quali Moira mi ha vagamente parlato riguardino “l’intercettazione” di medicinali dell’ospedale, ma la mia potrebbe essere solo malignità. Magari si tratta di tutt’altro, ma a guardarlo mi riesce difficile crederlo.

Il ragazzo, tutto pelle, ossa e vasi sanguigni, è seduto dietro un bancone, e scribacchia qualcosa su un terminale. Al colpo di tosse di Moira si gira di soprassalto e, una volta messa a fuoco la sorella, inizia a scrutarci con quel suo viso da furetto.

«Lui è mio fratello Travis. Travis, lui è Ian» ci presenta Moira, senza neanche fare un cenno di saluto al fratello.

Una rapida stretta di quella mano ossuta e sfuggente, e capisco quanto Travis sia risentito, e probabilmente umiliato, dal fatto di doverci fare da informatore.

«Sarebbe questo il tizio?» chiede con tono brusco alla sorella, che annuisce appena.

Travis fa una smorfia e mi fissa per un po’.

«Cosa vai cercando da quel medico? Lo sai che è una persona importante? Che ci guadagni a ficcare il naso?» mi chiede con acidità.

Reprimo l’impulso di dirgli di farsi gli affari suoi e scrollo le spalle.

«Quel medico è mio padre. Ho i miei motivi per ficcanasare» gli rispondo.

Il ragazzo si gratta un po’ la barba e guarda Moira, poi sbuffa.

«Meglio se mi tolgo sto dente. Io non ti ho detto niente, che sia chiaro. Se succederà un casino, negherò fino alla morte di averti dato una qualunque informazione e anche solo di conoscerti. È abbastanza chiaro?»

Annuisco brevemente e lo incito a parlare.

«Ok. Allora, il dottor Whise viene qui, in forma privata e discreta, da circa cinque mesi e, a quanto ne so, si consulta spesso con alcuni medici. I nomi te li scrivo qui» prende un taccuino e ne strappa un foglietto. «Passa quasi tutto il tempo in una stanza, la… 305, in visita a un paziente… vediamo… Vincent Durkholm» mi dice, dopo aver letto qualcosa dal terminale e qualcos’altro da un fascicolo, poi mi passa il pezzo di carta con diversi nomi scritti sopra. Lo metto in tasca senza guardarlo, non credo mi servirà.

«Vincent Durkholm… non mi dice niente. Chi è? Un collega, forse? O un vecchio amico?» gli chiedo.

L’infermiere fa spallucce.

«Posso dirti che ha ventitré anni, viene da Little Lorgue e ha… no, questo non te lo posso dire, pare sia tutto molto privato e ci sono le firme del direttore sanitario e del primario di reparto dappertutto. Non è cosa da poco. C’è sempre sua madre con lui, e tuo padre sembra conoscerla bene» mi spiega.

«Davvero?»

«Non che abbia ficcanasato, ma a vederli parlare salterebbe all’occhio di chiunque.»

Noto di sottecchi che Moira mi sta fissando e sembra preoccupata. Per me, sicuramente. Mi prendo qualche attimo per riflettere, ma sul momento non trovo un nesso.

«Che senso ha?» le chiedo. «Che senso ha questa cosa? Che c’entra mio padre con questa gente? Ma il ragazzo in che stato è? Cos’è, in coma? Forse è qui per uno sbaglio di mio padre, che adesso si sente in colpa?» domando ancora, rivolgendomi a nessuno in particolare. Un’ipotesi che non regge: a qualunque chirurgo capita di perdere pazienti o di commettere errori di procedura, e mio padre è navigato come pochi. Cosa potrebbe mai far sentire tanto in colpa un uomo di questa risma? Escludo che mio padre visiti il paziente per riparare a un errore: mio padre è il genere di persona che si prende carico delle cure e che firma un assegno in bianco per la famiglia. Il senso di colpa non è nelle sue corde.

Il fratello di Moira fa di no con la testa.

«No, non è in coma, ma ti prego di non chiedermi nulla, è tutto strettamente confidenziale. Pare che tuo padre sia davvero importante, anche qui da noi.»

Non so cosa pensare. Mi aspettavo un grande segreto rivelato, la soluzione a tutto, invece sono davanti a un muro, e non so guardare oltre.

«Dammi l’indirizzo della madre del ragazzo» ordina Moira al fratello.

A quel punto hanno una piccola e accesa discussione, alla quale non partecipo e che neanche voglio ascoltare, ma alla fine il ragazzo cede e dà alla sorella un foglietto di carta, non senza qualche imprecazione.

«Dai, togliamoci di qui, penso che abbiamo quanto basta» suggerisce Moira.

«Tu credi?» commento demoralizzato.

Lei fa una strana smorfia, e mi strattona per una manica.

«Dai, andiamo» mi sussurra con tono da complotto.

Non mi sento ancora pronto a lasciare quel posto, convinto di aver trascurato qualcosa di cruciale, ma la seguo in ostinato silenzio finché, mentre ci dirigiamo verso l’uscita, noto le indicazioni che conducono al terzo piano.

«Aspetta! Aspetta!» quasi urlo, e la trattengo bruscamente per una mano, mentre cambio direzione e mi incammino verso le scale. Sento i suoi passi che mi seguono e un paio di volte mi consiglia di non andare, ma non le do ascolto.

Trovare la stanza 305 è un’impresa semplice, basta seguire la progressiva numerazione, ma una volta lì, mi tengo a ragionevole distanza; noto distintamente la porta aperta e avverto un cupo vocio venire dall’interno. Riconosco la voce di mio padre, e distinguo quella di una donna, malgrado il timbro basso e roco. Una perfetta sconosciuta, per me.

Moira mi prende per un braccio.

«Che stai facendo? E se adesso tuo padre esce e ti vede?» mi ammonisce, con un rantolo di voce.

«Vorrà dire che tu avrai avuto un infortunio e che avremo sbagliato piano, ma sento che non succederà» le rispondo, e a piccoli passi mi avvicino alla camera e con molta cautela do un’occhiata: è una stanza singola, bianca e asettica, ma ben soleggiata.

Riconosco mio padre girato di spalle. Sta parlando con una bella donna sui quaranta-cinquanta anni, ma non capisco cosa si dicono. Nel letto, c’è un ragazzo immobile e intubato in molti punti del corpo, attaccato a delle macchine. Non riesco a vederlo in viso, ma noto le sue braccia: scheletriche, pallide, piene di chiazze rossicce. Perfettamente inerti. Neanche il minimo spasmo le ravviva.

Quella vista mi turba e, unita al timore di essere beccato, mi spinge ad allontanarmi subito. Sento il sospiro di sollievo di Moira, che mi prende sotto il braccio, un po’ per rassicurarmi, un po’ per guidarmi verso l’uscita.

Una volta fuori inizia a parlare in tono concitato; io recepisco non più della metà di quello che dice.

«Quindi chiamiamo questo mio amico. Un tipo un po’ troppo esuberante, ma ti assicuro che possiamo fidarci. Ci penserà lui. Fidati, uscirà fuori qualcosa.»

«Non ti offendere, ma non stavo ascoltando e non ho capito nulla. Ti dispiacerebbe dirmi a chiare lettere che stai pensando di fare?» le chiedo, un po’ stizzito.

«Ma è ovvio: entriamo a casa di quel ragazzo.»

«Cosa?» urlo, e la guardo come se la stessi vedendo per la prima volta.

«Ma sì, fidati. Ho un’idea. Non ti piacerà, ma vale la pena scoprire se è valida o meno.»

«Sarebbe a dire?»

Lei prende tempo, ha tutta l’aria di chi sta pesando con cura le parole.

«Da quando mi hai raccontato del cambiamento di tuo padre di cinque mesi fa non ho potuto fare a meno di collegarlo a quei vecchi viaggi di lavoro. Un’ideuccia che ho sempre avuto e, a dirtela tutta, è anche l’unica con un briciolo di senso, almeno stando a quello che mi hai detto di tuo padre. Non so quanto si possa prendere per buono quello che mi hai detto, non è che tu vada d’amore e d’accordo con tuo padre, e potresti avere del risentimento per lui, ma prendiamo quello che mi hai detto per buono. Non credo affatto che quel ragazzo sia una sua vittima, per un’operazione finita male o… non so… per un incidente stradale da lui provocato. Non credo sia un parente, tipo un cugino, un nipote o cose simili, no? Suppongo l’avreste saputo, a un certo punto. Uno studente? Ma è già da un po’ che tuo padre non insegna più e non era esattamente uno di quegli insegnanti che si facevano amare, quindi escluderei anche un rapporto di amicizia, stima o affini. Inoltre, va tenuto conto di quello che mi hai detto sulla strana reazione di tua madre. Quindi, cosa ci rimane?» espone, con tono da saputella.

«Dimmelo tu» sbuffo.

Moira prende di nuovo tempo prima di parlare chiaro, leccandosi le labbra e facendo vagare lo sguardo. Poi lo dice d’un fiato: «Hai mai considerato che tuo padre potrebbe avere una seconda famiglia?».

Mi fissa negli occhi, soppesando il mio sguardo.

Questa ipotesi mi colpisce con violenza, tanto quanto un frontale con un bus, provocandomi un principio di emicrania. Poi rido, scuotendo la testa. Ma un tarlo mi si insinua nel cervello, e non posso non collegare queste parole a tutti gli eventi passati che tanto mi turbarono, incuriosirono e indispettirono. Nel giro di pochi minuti rivivo tutto, e questo nuovo filo conduttore aggiunge un senso di continuità e logica a tutta la faccenda.

Ebbene sì, se avesse avuto una seconda famiglia tutti i buchi nella sua vita, tutto quel tempo lontano da noi, assolutamente tutto avrebbe trovato una spiegazione, e così anche il risentimento di mia madre degli ultimi mesi. Magari lei sapeva tutto, magari mio padre gliel’aveva confessato. Forse già molto tempo fa, chissà. Sì, scommetto che è così, e lei l’aveva perdonato. E poi il crollo di cinque mesi fa, in concomitanza con l’incidente, o qualunque cosa fosse stata a ridurre in un letto d’ospedale quel ragazzo, ha inevitabilmente risvegliato sentimenti sopiti, o controllati.

Sì, tutto tornava. Ma non era che una possibilità. Intrigante, anche giusta, almeno nella mia visione, ma solo un sospetto privo di fondamento.

E se l’avessi chiesto a mia madre? No, idea idiota: se non l’avesse saputo l’avrebbe scoperto in uno dei modi peggiori; se invece ne era consapevole, magari da sempre, non riesco comunque a visualizzare risvolti positivi. La nostra famiglia sarebbe giunta all’annientamento, se qualcuno avesse parlato chiaro. In questo momento l’unica cosa a tenerla unita era il silenzio. Il silenzio e la finta ignoranza.

«Mettiamo che sia come dici,» esordisco, con una voce debole e leggermente roca, che non mi appartiene «cosa pensi di fare?»

«Be’, ti dicevo appunto che ho questo amico che potrebbe farci entrare in casa loro. Abbiamo l’indirizzo» disse sventolando il foglietto di carta datole da Travis. «Me lo sono fatto dare… di prepotenza.»

Faccio una risatina nervosa.

«Stai parlando di effrazione, suppongo. E cosa speri di trovarci?»

Lei scrolla le spalle.

«Prove» risponde con semplicità.

«Di che tipo?»

«Be’, per usare un’espressione brutale, tuo padre e quella donna sono, o almeno erano, amanti. Scommetto che esiste qualche collegamento tra i due. Magari qualche foto. O qualche lettera» spiega.

Mi lancia un’occhiata cauta, temendo forse di avermi offeso. In effetti l’espressione “amante” mi provoca un certo turbamento, ma faccio finta di nulla.

«Chi ti dice che le conservi ancora? Magari è come dici e mio padre e questa donna hanno avuto… una tresca, ma magari lei s’è rifatta una vita.»

«Intendi con un altro uomo? Su questo non serve fare congetture: mio fratello ha parlato solo di tuo padre e di quella donna sempre presenti al… capezzale di quel tizio. Penso che avrebbe parlato di un altro individuo, specie se fosse stato un compagno, o un marito. No, quella donna è sola, ci scommetto quello che vuoi.»

Rifletto su queste parole e, sebbene siano incerte, le trovo molto logiche e convincenti. E mi persuadono.

Moira si mette immediatamente al telefono e chiama il suo amico, pregandolo di raggiungerci a quell’indirizzo di Little Lorgue, e chiedendogli di portare i grimaldelli.

Di colpo una violenta e tardiva epifania mi colpisce: se mio padre e quella donna hanno avuto effettivamente una tresca, che magari è tuttora in corso… il ragazzo in quel letto è…

«Moira, quel ragazzo è mio fratello, secondo la tua teoria» le dico, con tono neutro.

Lei attacca il telefono e mi dice con semplicità: «Be’, credevo fosse scontato, ormai. Cos’altro potrebbe aver sconvolto tanto tuo padre? Mi viene in mente solo una tragedia che lo tocchi molto da vicino. Non sappiamo cosa abbia quel… Vincent, ma non credo sia qualcosa di trascurabile».

Mentre dice queste parole, sento dentro di me che ha ragione e una rabbia lancinante mi assale. Ora ho più che mai bisogno di sapere, di avere certezze.

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Commenti

  1. Ho iniziato a leggere questo libro quasi con un senso di dovere verso lo Scrittore che mi aveva concesso l’onore di aprire il suo mondo e gettarvi un’occhiata. Quel senso di dovere, nell’arco di neanche dieci pagine, si è trasformato in pura curiosità, goduria, emozione. Perché, fondamentalmente, è di questo che stiamo parlando: EMOZIONE. Non ho abbastanza parole per descrivere quello che mi ha fatto provare questa storia meravigliosa che ha saputo farmi assaporare ogni capitolo quel tanto che bastava a non riuscire a smettere. L’ho “divorato” tutto d’un fiato, aggrappandomi alle parole di Vincent, alla sua vita, al suo modo d’essere ed agire; pendendo dalle labbra di Ian, dai suoi desideri, dalle sue scelte. Devo più di quanto possa esprimere a questo libro e non posso far altro che consigliarlo a tutti coloro che hanno un piccolo spazio libero nel cuore, poiché è proprio lì che vi albergherà, una volta finito. Grazie per aver risvegliato i miei sogni!

  2. (proprietario verificato)

    So di essere troppo di parte, ma non posso non consigliarlo a tutti. Ho avuto l’onore di leggerlo quando era solo un bocciolo. Sono felicissima che ora possiate leggerlo tutti.

  3. (proprietario verificato)

    La cosa che mi ha colpito di più è stato l’originalità. Non mi ricorda nulla che abbia mai letto.

  4. (proprietario verificato)

    Che dire, è straordinario.

  5. (proprietario verificato)

    Sono felice di averlo letto. Mi ha davvero colpita.

  6. (proprietario verificato)

    Quel po’ di surrealismo è un tocco di classe per me che adoro il genere. Top!

  7. (proprietario verificato)

    È bellissimooo. Ve lo consiglio con tutto il cuore.

  8. (proprietario verificato)

    Mi è piaciuto tanto. Complimenti.

  9. (proprietario verificato)

    Conosco Agostino da sempre. Quindi sono di parte. Ma fidatevi ne vale la pena.

  10. (proprietario verificato)

    Davvero bello. Consiglio a tutti di comprarlo.

  11. (proprietario verificato)

    Che dire…fa piangere. Emoziona davvero

  12. (proprietario verificato)

    Sarò di parte, ma l’ho adorato

  13. (proprietario verificato)

    Tutti dovrebbero leggerlo almeno una volta

  14. (proprietario verificato)

    Molto carino. Non sono una grande lettrice ma forse ora inizierò a farlo di più.

  15. (proprietario verificato)

    Grandioso, da consigliare

  16. (proprietario verificato)

    Sublime! Originale e profondo.

  17. (proprietario verificato)

    Davvero bello, lo rileggerò di certo

  18. (proprietario verificato)

    Mi è piaciuto tantissimo

  19. (proprietario verificato)

    Ottimo primo tentativo

  20. (proprietario verificato)

    Davvero bellissimo

  21. (proprietario verificato)

    Un perfetto connubio tra realismo e fantasia

  22. (proprietario verificato)

    Crudo e leggero allo stesso tempo, in equilibrio spesso precario, ma sempre coinvolgente

  23. (proprietario verificato)

    Dai tratti spesso scuri e grotteschi, ma mai banali

  24. (proprietario verificato)

    Non so se potrebbe leggerlo chiunque, ma chi lo leggerà non se ne pentirà

  25. (proprietario verificato)

    Delicato e sensibile. L’ho amato

  26. (proprietario verificato)

    Davvero bello, vorrei che tutti lo leggessero.

  27. (proprietario verificato)

    Davvero interessante. Da docente posso dire che lo promuoverei con un bel 10 e lode.

  28. (proprietario verificato)

    Ottimo lavoro, vecchio mio

  29. (proprietario verificato)

    Mi è piaciuto moltissimo. Lo rileggerei altre cento volte.

  30. (proprietario verificato)

    Da leggere e rileggere

  31. (proprietario verificato)

    Fantastico

  32. (proprietario verificato)

    Belli i personaggi. Bella la storia. Bello tutto

  33. (proprietario verificato)

    Un entusiasmante esordio

  34. (proprietario verificato)

    Davvero ben fatto

  35. (proprietario verificato)

    Eccellente lavoro

  36. (proprietario verificato)

    Splendido

  37. (proprietario verificato)

    Una bella esperienza di lettura

  38. (proprietario verificato)

    Meravigliosamente ben scritto

  39. (proprietario verificato)

    Vorrei leggere altro ancora

  40. (proprietario verificato)

    Bello. Ma bello bello bello!

  41. (proprietario verificato)

    Vorrei continuasse…

  42. (proprietario verificato)

    Interessante e coinvolgente

  43. (proprietario verificato)

    Un lodevole primo tentativo di un interessante emergente

  44. (proprietario verificato)

    Ne ho letti di bei libri. Questo ne fa parte

  45. (proprietario verificato)

    Un’esperienza di vita parallela

  46. (proprietario verificato)

    Coinvolgente e ben scritto. Da leggere

  47. (proprietario verificato)

    Amerete Vincent e Ian…

  48. (proprietario verificato)

    Struggente e commovente

  49. (proprietario verificato)

    Bellissimo!

  50. (proprietario verificato)

    Per chi vuole evadere e commuoversi

  51. (proprietario verificato)

    Consigliatissimo!

  52. (proprietario verificato)

    Fantastico!

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Agostino Zannella
Agostino Zannella nasce a Napoli il 23 giugno 1989, per poi trasferirsi a Latina dove vive ancora oggi e lavora nel settore automobilistico. Nel tempo libero coltiva le passioni per lettura, cinema e musica, senza mai smettere di scrivere, influenzato da autori come Murakami, Gaiman e King.
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