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La libertà sa di fragole

La libertà sa di fragole
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Consegna prevista Aprile 2022
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Cristina abita a Reggio Emilia e in una fredda giornata invernale, attraverso la finestra, vede Ismael, un senzatetto maliano che guadagna qualche spicciolo dando una mano con i carrelli della spesa fuori da un supermercato.
I problemi sentimentali di Cristina con il suo ragazzo, Andrea, faranno in modo che il suo destino incroci quello di Ismael facendo collidere due mondi diversi in un volo pindarico, fatto di guerre, grida, lacrime, razzismo e relazioni fredde.
Entrambi combatteranno battaglie personali con resilienza e caparbietà, entrambi cercheranno di scavare all’interno dell’altro per scoprirne i segreti più nascosti.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è ispirato alla storia di un ragazzo maliano che risiede a Reggio Emilia.
Quando sono venuto a sapere di lui e di quello che ha passato mi sono sentito in dovere di scrivere, per poter raccontare che al di fuori delle nostre dimore, al di fuori delle nostre comodità, c’è un mondo spietato, e che spesso nascere in un Paese senza guerre è una fortuna che non tutti hanno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Fra tutte le persone che affollavano il negozietto sotto casa, lo sguardo di Cristina, attraverso la finestra, si posò su quel ragazzo all’entrata.

Braccia conserte e sguardo basso, le sopracciglia erano affogate nel nevischio di Dicembre e quell’anno a Reggio Emilia si moriva di freddo.

“Santo cielo ! Andre !”

“Cosa ?”

“Guarda un po’ quel ragazzo, poveraccio, se ne sta là al freddo sperando che qualche stronzo gli dia dei soldi, invece di fermarsi gli passano davanti guardandolo male, dico io, è Natale, che diavolo, dategli qualcosa! Svoltategli questo 2018 !”

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“Bello schifo il Natale, e il capodanno, e il 2018.”

“Si, che si fotta il Natale e il 2018 !”.

Cristina si fiondò verso il frigo, aprendolo, prese del torrone morbido e una bottiglia di vino bianco.

“Cri, dove vai ?”

“Vado da quel ragazzo a rendere questo Natale schifoso, un Natale meno schifoso”

“Da chi ? Da quel Negro ?”

“Andre, fai una cosa, fottiti anche tu”.

Scese di corsa infilandosi le scarpe sulle scale e tenendo con una mano il vino e il torrone.

Una volta arrivata giù si accorse che per attraversare la strada avrebbe dovuto compiere miracoli e capriole, le macchine sfrecciavano come impazzite e la neve non sembrava voler smettere di posarsi sull’asfalto già compromesso.

“Ehi tu, ragazzo !”

Cristina urlò a squarciagola.

“Io ?”

“Si cazzo, tu, vieni qua, ho qualcosa per te”.

“Aspetta, arrivo !”.

Il ragazzo si divincolò fra le auto inarrestabili, piantò i palmi delle mani sui cofani, prendendosi una raffica di clacson assordanti.

“Che c’è ?”

“Niente, eccoti qua, vino scadente e torrone morbido, buon Natale amico”.

“Grazie mille, meglio vino scadente e torrone morbido che vino morbido e torrone scaduto”.

Cristina scoppiò in una risata fragorosa.

I capelli rossi erano bagnati e rilasciavano nell’aria un profumo di nespole.

Lei soffocava la risata con il dorso della mano destra, quasi come se si vergognasse della genuinità della sua reazione.

“Ragazzo, ora devo andare, non a tutti piace morire di freddo”.

“Certo, ma quale è il tuo nome ?”

“Cristina, e il tuo ?”

“Ismael”

“Ok Bael, ora scappo, ciao !”

“Ismael ! Non Bael !”

Lei se ne era già andata mentre lui rimase sorridente vicino al portone del palazzo, spiazzato dall’errore di quella ragazza.

Nascose il torrone nella tasca posteriore, gelosamente.

La mattina seguente la sveglia suonò prima del dovuto.

Andrea mugugnò qualcosa andando verso il bagno. Rumore di pipì. Sciacquone.

Cristina aprì gli occhi infastidita.

“Ma che ore sono ? Dove vai ?”

“Dove vuoi che vada ? Dove vado ogni cazzo di mattina, grazie al cielo è venerdì, finiamo sta settimana”.

Andrea se ne era già andato da un’ora quando lei decise di prepararsi una tazza di caffè, prese i biscotti dalla dispensa e iniziò a mangiarli, una tetraggine improvvisa le si aggrovigliò al cuore.

Fissava le foto al muro, Madrid assieme alle sue compagne di scuola, Londra assieme ad Andrea, il Mozambico con sua Mamma, per poco in quel dannato safari non era caduta dal pick-up rischiando di diventare carne fresca per le belve.

Andrea era il suo ragazzo ma il loro rapporto aveva subito uno smacco importante negli ultimi anni, la scarsa determinazione di lui, la convivenza non voluta dai genitori di lei, un amore che era sbocciato in tenera età e si era affievolito scontrandosi con la vita quotidiana.

A Londra si erano scolati un paio di birre in un pub di Covent Garden nel pieno centro della città, lei aveva ventidue anni e lui venticinque, lei con i jeans strappati e lui con gli anfibi sporchi mentre in sottofondo rimbombava “London Calling” dei The Clash.

Erano partiti dall’Italia per un weekend veloce, di quelli lampo, due giovani con lo zaino in spalla, un libro per il viaggio e qualche risata fra un discorso e l’altro.

Era stato Andrea qualche settimana prima a chiederle di uscire, l’aveva vista con delle amiche in un bar del centro e dopo aver spento la sigaretta si era avvicinato, abbottonandosi la giacca di jeans.

Lei che con l’indice della mano destra roteava le ciocche dei capelli rossi in senso orario, gli aveva sorriso palesemente imbarazzata.

Erano usciti per tre volte di fila dopo quel primo incontro e nonostante si conoscessero da poco avevano deciso di partire per quel fine settimana oltre Manica.

Londra era grigia, affollata, miriadi di teste che camminavano all’unisono. Erano allibiti dalle luci e dai grandi negozi, vie intere dedicate allo shopping. Andrea la teneva stretta, avvolta a sè con il braccio, il vento soffiava forte e le gambe avevano ceduto prima del previsto, avevano fatto in tempo a vedere gli schermi di Piccadilly Circus dentro ai quali migliaia di brand e pubblicità si intrecciavano come serpenti duellanti.

Cristina parlava un po’ di inglese, qualche vago ricordo scolastico di quando fra i banchi di scuola ridacchiava con le compagne, copiava lanciando bigliettini e veniva chiamata alla lavagna per tradurre le frasi assegnate nei compiti a casa.

Assieme erano entrati in uno Starbucks completamente murato di esseri umani, ragazzi universitari col portatile, coppie intente a sorseggiare bevande con montagne di panna sopra, bambini scalmanati con madri indaffarate a pagare alla cassa.

Si erano guardati in faccia ed erano scoppiati a ridere.

Cristina dopo essersi legata i capelli in una sinuosa coda di cavallo aveva preso Andrea con forza, se lo era piazzato di fronte e aveva iniziato a spingerlo contro la folla come fosse un scudo di carne e ossa per poter raggiungere la cassa e ordinare.

Lui chiedeva scusa alla gente che colpiva e lei, appoggiando la testa sulle sue scapole, cercava di trattenere la risata.

Qualcuno aveva provato a guardarli con aria sospetta, minacciosa, qualcuno aveva probabilmente anche insultato i due per il loro comportamento e Andrea, puntualmente, aveva risposto alzando il dito medio verso quella gente, spavaldo, con l’arroganza di chi sale sul ring convinto di essere il migliore.

“Can we have two….come si dice panini Andrea, ho un vuoto di memoria !”

“Penso si dica burger, non eri tu quella che si ricordava un po’ di inglese ?”

“Two Burgers please !”.

La cassiera era sorpresa dalla richiesta e continuava a fissarli basita, erano ovviamente turisti con poca dimestichezza della lingua locale, ma due burgers sicuramente non c’erano.

Cristina aveva capito di aver sbagliato l’ordine e aveva deciso di indicare con l’indice i due panini che volevano.

“Oh, Sandwich ! Sure !”

“Sandwich ! Era ovvio, sono una stupida !”

“Confermo Cri !”

“Taci che tu hai detto Burger ! Scema io che ti ascolto !”.

Quando lo aveva presentato ai suoi, Andrea era rimasto in silenzio tutto il tempo, c’era un velo pesantissimo di imbarazzo su quella tavolata e Gabriele, papà di Cristina, era rimasto in silenzio sorseggiando un bicchiere di vinaccio fatto in casa. Lei aveva sperato che gli facesse qualche

domanda come si fa nei film americani, dove il padre della ragazza intimorisce il giovincello sbarbato che si presenta a casa.

Nulla di tutto questo. Nulla.

Gabriele non era interessato, semplicemente Andrea era il ragazzo di sua figlia e quella era una cena, di quelle che una volta finite, sarebbero rimaste in un angolo della memoria, una normale consuetudine, un dovere da cui non poteva esimersi.

Era una persona riservata il padre di Cristina, umile e senza troppi fronzoli per la testa, lavorava di giorno come impiegato in una multinazionale e di sera marciva di fronte al TG o a qualche show televisivo di basso livello.

La madre, Angela, era una casalinga, si preoccupava di mettere in tavola il pranzo e la cena, nulla di più, una famiglia di poche parole o quantomeno, con le parole bloccate nel petto, perché è meglio nascondere, perché certi equilibri non vanno toccati, perché se mai capitasse di dire qualcosa di troppo o fuori luogo, si rischierebbe di spaventare, di trasformare, di fare arrabbiare.

A farne le spese era sempre Cristina, anche quella sera.

Andrea si sentiva intrappolato e a dirla tutta odiava quel tipo di serate in famiglia, lo impaurivano, sì, qualcosa impauriva anche lui, così sicuro di se stesso, così sfrontato e, bevuto il caffè, aveva accarezzato Cristina fugacemente per poi dileguarsi.

“Allora, vi piace Andrea ?”.

Angela aveva sospirato.

“Mamma, non hai nemmeno parlato con lui !”

“Ora sparecchia e leva il vino a tuo padre, se no un giorno ce lo ritroviamo in coma etilico”.

Odiava tutta questa ipocrisia famigliare, fatta di cose non dette e di finte relazioni, fatta di silenzi e buonismo forzato.

Lei era più aperta, più sincera, amava gli spazi verdi, l’autunno, gli ippocastani e le castagne; ogni tanto, sconsolata, chiedeva a se stessa se fosse veramente figlia di quei due.

Andrea aveva un lavoro nella periferia reggiana, era un operaio in una ditta di gomma e plastica, usciva da lì con le mani sporche e nei primi anni che stava insieme a Cristina, passava spesso a prenderla sotto casa, andavano al bar a prendere qualcosa da bere, lui ancora con i vestiti di una giornata intera di lavoro, lei con lo smalto nero e i capelli rosso fuoco lasciati sciolti.

Amavano chiaccherare, spesso si prendevano in giro, del resto Andrea aveva orecchie a sventola mentre lei era graziosamente minuta.

“Sai che hai proprio delle orecchie strane, sì cazzo, potresti spiccare il volo”

“Non ci credo !”

“A cosa, Andre ?”

“Anche i nani da giardino parlano !”.

Andrea era un ragazzotto possente, misterioso a tratti e difficile da decifrare, aveva trovato in Cristina una ragazza che lo faceva uscire dalla sua realtà circoscritta e limitata, non era convinto di amarla, in fondo nemmeno sapeva cosa fosse l’amore, in famiglia avevano tutti un carattere rude e le parole di affetto erano distribuite con il contagocce, non c’era spazio per dimostrare il bene che si volevano, c’era posto solo per crescere un figlio forte e indipendente, che avesse la testa sulle spalle e che potesse affrontare la vita, anche a costo di calpestare gli altri.

Lei lo distraeva da tutto questo, dal peso di essere un figlio perfetto, di essere il primo della classe, aveva imparato dal padre ad essere spavaldo, estroverso, poco importava che non conoscesse l’amore, la compassione e l’empatia.

A volte Cristina si chiedeva come facesse a stare con lei, forse era mero bisogno fisico o forse, non era poi fatto di pietra, del resto in tutto questo tempo le aveva dimostrato di esserci, con i mille difetti e tutta la superficialità che poteva contraddistinguerlo, lui c’era.

Spesso capitava che volesse cambiare lavoro, che volesse ricominciare a studiare, che volesse raggiungere un traguardo, che volesse per una volta, per quanto presente, investire nel loro rapporto in maniera decisa.

Mollava sempre, colpa di una pressione esagerata tramandatagli dal padre, della paura di fallire, di non essere all’altezza.

Cristina distolse lo sguardo dalla finestra, fu come tornare a galla dopo un secolo di apnea, le foto del Mozambico erano ancora appese lì, il pick-up era fermo con lei dentro, Londra invece sembrava più sbiadita del solito e Andrea in quella foto, le sembrò più distante che mai.

Lasciò la tazza di caffè sul tavolo, le briciole dei biscotti erano come sabbia del deserto sulla tovaglia, lasciò tutto lì, quasi come se volesse fermare il tempo, quasi come se avesse avuto una visione, come se si volesse perdere, almeno per una volta per poi trovare la retta via.

Decise di prepararsi e andare al lavoro.

Lavorava in centro a Reggio Emilia in un negozio di abbigliamento qualche ora alla settimana, non abbastanza per poterle permettere di contribuire in maniera cospicua alle spese di casa, ogni tanto le permettevano di fare qualche straordinario. Il suo capo, Rèmy, un francese trasferitosi in Italia qualche anno prima, stravedeva per lei, Cristina era laboriosa e con la sua vivacità e precisione aveva fidelizzato gran parte della clientela del posto.

“Ciao Rèmy !”

“Ciao Bijou !”

“Rèmy Rèmy…mio caro Rèmy, a Natale siamo tutti più buoni, non è vero ?”

“Suppongo di sì mio bijou, come mai questa domanda ?”

“Perchè la gente dà spallate e nemmeno si scusa ! Stavo camminando per la strada e questa signora in bicicletta mi ha urtato facendo cadere la mia borsa, indovina che cosa ha fatto questa maleducata ? Ha sbuffato !”.

Rèmy alzò lo sguardo al cielo disapprovando il comportamento della signora e, una volta finito di ascoltare, le disse di mettersi al lavoro, avevano appena ricevuto merce nuova con cui avrebbero dovuto allestire il negozio.

Era un uomo sulla cinquantina, Rèmy, venuto in italia anni prima seguendo l’amore della sua vita, Giorgia, una donna poco più piccola di lui, capelli biondi e mossi, grossi occhioni azzurri e pelle bianca come le perle.

Gli era bastato condividere un croissant con lei a Parigi e si era innamorato con la velocità di una stella cadente.

Rèmy osservava Cristina mentre allestiva il negozio, mentre serviva alla cassa, mentre rompeva scatoloni ed estraeva merce nuova, mentre prendeva le misure alle clienti più ostiche da accontentare. Ogni volta rimaneva stupito dalla sua eleganza, dal suo tatto delicato.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sarvish Waheed
Mi chiamo Sarvish Waheed e sono nato a Correggio in provincia di Reggio Emilia, nel 1989.
Sono un ragazzo di origini pakistane e temi sociali come integrazione, razzismo e seconde generazioni sono per me molto importanti.
Dopo essermi diplomato in ragioneria e dopo aver trascorso quattro anni nel settore bancario ho deciso di viaggiare ed esplorare altri paesi. Dublino, Berlino, Amsterdam e Londra sono solo alcune delle città di cui mi sono innamorato.
Ed è proprio in quest’ultima città, Londra, che ho trascorso la maggior parte degli anni e dove ho lavorato come investigatore per una multinazionale statunitense.
Ora abito e lavoro in Italia dove ho da sempre i miei affetti più cari.
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