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La linea curva del destino

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Consegna prevista Agosto 2020
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Un omicidio che risveglia antichi rimorsi e completa una strage familiare cominciata quarant’anni prima. Sulle sue tracce, torna in scena l’ex ispettore Franz Klotz, che aveva lasciato Matera negli anni ’60, quando si stava lentamente ripulendo dalla fangosa nominata di “vergogna nazionale”, per ritrovarla redenta dallo sviluppo turistico.
Con colpevole ritardo, Klotz ha il sospetto che la strada verso la verità sia più complicata di ciò che aveva facilmente dedotto. Curva come la linea di quel simbolo Ϛ inciso su un timbro per il pane trovato sulla scena del delitto. Così comincia per lui un’indagine/tour tra la Basilicata di ieri e quella di oggi, in quella Lucania senza Tempo e senza Storia da brochure turistica, seguendo un assassino che si è nascosto tra le pieghe della tradizione. Un’indagine che lo condurrà a scegliere il proprio destino, fino alle estreme conseguenze.
Ad accompagnarlo un politico locale trombato e senza più bussola: Tommaso Mialmi, il nostro narratore.

Perché ho scritto questo libro?

A contatto con la snervante bellezza del paesaggio lucano e l’overbooking redentivo di Matera, ho deciso di raccontare la mia visione della Basilicata, regione in ostaggio di una rappresentazione che ne fa una terra arcaica, ancestrale, fuori dal tempo e dalla storia. E se questa Lucania Ancestrale fosse diventata una falsa coscienza, l’autoassoluzione per aver ceduto al fatalismo? Che sia necessario scovare il delitto proprio in quella retorica della tradizione, della cultura locale?

I
Dal diario di Franz

Un cimitero. Un cimitero polveroso. Simile a quelli che si vedono nei vecchi film western ma, allo stesso tempo, diverso. Soffia un vento forte, ululante, lamentoso. Il vento raccoglie grosse manciate di terra per lanciarmele negli occhi, come in uno scherzo infantile. Vedo tanti mucchi di terra con sopra delle croci. Ce ne sono a centinaia, arrotondati in cima, incredibilmente alti. Come se i corpi siano stati seppelliti in posizione eretta. Una distesa immensa di croci senza nomi. Il vento è sempre più forte nel suo miscuglio di terra e aria e faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Improvvisamente il vento si arresta, ma non quel lamento. Non era il vento a produrlo, semplicemente lo frammentava e polverizzava nell’aria. Ora riesco a riconoscere la direzione da cui proviene. Apro con difficoltà gli occhi, lacrimanti polvere, e scopro in lontananza una figura nera, vicina a una di quelle tombe. È una donna vestita a lutto, una vedova, che si dispera. Il lamento, però, è troppo forte, un coacervo di voci distorte e metalliche, per poter avere origine solo in quella donna.
Quel luogo mi inquieta, ma sono anche attratto da lei e da quel lamento. Vorrei avvicinarmi. Mi rendo conto però di trovarmi nel mio letto, come se mi avessero trasportato lì mentre dormivo. Provo a scendere. Appoggio un piede sulla terra arida, crepata, e sento qualcosa che mi tocca. Ritraggo il piede. Osservo il perimetro del letto. Riprovo con molta prudenza, con estremo sospetto, come se avessi paura di scottarmi. Ed ecco che, quando sto per appoggiare di nuovo il piede, qualcosa cerca di afferrarlo per poi ritrarsi subito. Il lamento continua incessante e la donna è sempre lì, di spalle, davanti alla tomba. Ci metto un po’ a sporgermi con il busto verso il basso per scoprire cosa sia quello strano essere che ha cercato di afferrarmi il piede.Continua a leggere
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Il fondo del letto è una chiazza scura sulla terra bianca e assolata. Non vedo nulla. Che sia stata solo una mia suggestione? Proprio mentre me lo sto chiedendo, riconosco delle dita lanciate verso il mio volto ma riesco a tirarmi indietro ed evitare la presa di quella mano. Già, una mano. Una mano spuntata da sotto il letto che cerca di afferrarmi. E in breve diventano tante. Tante mani che sbucano da tutti i lati del letto e che si muovono verso di me, costringendomi a rifugiarmi al centro. Sono mani dal colore violaceo, mani di cadaveri che, come scarafaggi famelici, si muovono sul bordo del letto. Le dita sono denti di bocche orribili che cercano di sbranarmi. Sembra uno di quei film horror sui morti affamati di carne e sangue, riemersi in superficie. Mi accerchiano, spingendo al massimo le falangi per afferrarmi ed io rimango al centro del letto terrorizzato, come un bambino con la sua notte popolata di mostri. Le mani, però, non riescono a raggiungermi, come se gli avambracci siano legati da un filo invisibile a quella zona scura sotto il letto e, nonostante questo, non smettono di tendere le loro putride dita verso di me. Mentre il vento continua a trascinare nell’aria quel lamento inquietante.
Chiudo gli occhi e li riapro. Il letto è sparito. Adesso sono vicino a quella figura nera. Eppure più cerco di avvicinarmi e più lei si allontana. Come se fossi su un tappeto mobile preso nella direzione sbagliata, cammino e perdo terreno e la donna sta per sparire nella linea scura dell’orizzonte. Allora inizio a correre e a correre, sempre più veloce, ma è tutto inutile. Mi sembra di rimanere nella stessa posizione e quel cimitero è come una scenografia immobile. Finché non inciampo e cado. Sbatto la testa contro una di quelle inumazioni. Alcune gocce di sangue incominciano a piovere dalla tempia e, cadendo, provocano dei piccoli crateri. Il mio sangue mangia quel pavimento arido e secco, lo brucia come fosse un potente acido. Adesso il cimitero è immerso in un silenzio inquietante. Non ho il tempo di stupirmi di questo fenomeno ché, alzando gli occhi, mi accorgo di essere davanti alla tomba contemplata dalla vedova. La riconosco dalla forma costituita da tre teste, una più lunga e ampia delle altre che, unite alla base, si distanziano verso l’alto. Su quella più alta mi sembra di vedere un piccolo segno, tracciato con un dito di sangue. Un simbolo fatto di una linea profondamente curva. Ϛ.
Di colpo il vento si rialza, ridistribuendo nell’aria quel lamento spaventoso. Mi serro gli occhi con le mani, mi inginocchio, mi accuccio. Sento la terra che inizia a coprirmi. Il lamento mi fa scoppiare le orecchie, mi pervade il corpo. La terra mi seppellisce. Tutto diventa indistinguibile.

II
2002

Le case abbandonate del Sasso Caveoso erano tanti volti inorriditi, munchiani, con bocche spalancate e orbite cavate, per la tragedia appena avvenuta. Avevo passato la notte in bianco a scrivere una lettera indirizzata agli organi nazionali e regionali del mio partito in cui manifestavo la decisione irrevocabile di non accettare più incarichi né di continuare la mia partecipazione come semplice militante. Sebbene mi fossi allontanato già da alcuni mesi dall’attività politica, quel giorno sancivo ufficialmente la mia uscita dal partito e potevo considerarmi in pensione. La tv era rimasta accesa tutta la notte, accompagnando con il sottofondo di film ultra-autoriali e televendite, le mie lunghe passeggiate intorno al tavolo, il basket casalingo con brutte copie appallottolate, i ricordi mielosamente sospirati, fino a mostrarmi quei volti tufacei nell’edizione mattutina di un telegiornale nazionale.
Una giovanissima giornalista, con lunghi capelli biondi che le scendevano su una spalla e incorniciavano la sua figura posizionata di profilo e due enormi seni che esprimevano il suo desiderio di bucare lo schermo, uscita da una estenuante seduta di make up più che da una caccia alla notizia, raccontava con enfasi pre-orgasmica di come il sangue del figlio di Dio aveva lasciato il posto a quello di una sua umile creatura. Frotte di avvoltoi con il patentino, guardoni armati di lenti altamente tecnologiche avevano invaso le stradine dei Sassi. Dopo che Mel Gibson aveva imperversato sadicamente su una croce di rovere, inchiodando un Cristo appena martoriato da un’intensa sessione di trucco, la boriosa attesa della conferenza stampa per la fine delle riprese del film The Passion si era trasformata in un trepidante e smanioso scambio di indiscrezioni. Mentre sulla Murgia colavano litri di sciroppo di mais, mentre i chiodi conficcati nelle mani da walk of fame aprivano i rubinetti della finzione sanguinolenta, il Caveoso si era macchiato di autentiche piastrine. Pensai per un attimo a una boutade promozionale. La telecamera a stento riusciva a seguire la giornalista che correva verso la scena del delitto. Uno sciatto montaggio alternava la fase terminale della passione cristologica sul belvedere a quella del povero cristo tra le strette viuzze delle case-grotte. Il sobbalzare dei poderosi seni al silicio, però, fu interrotto da due volti paonazzi su cui scendevano, quasi come a proteggerli dalle lusinghe mediatiche, due enormi berretti d’ordinanza. L’emozione di testimoniare la propria esistenza sullo schermo non invalidò il senso del dovere: l’orda giornalistica fu bloccata e la telecamera riuscì a inquadrare soltanto tre uomini piegati su un corpo disteso sulla pietra calda. Le schiene degli specialisti nascondevano l’identità della vittima e il servizio televisivo sembrava aver disatteso le aspettative del pubblico. All’inviata non rimaneva che restituire mestamente la linea allo studio, promettendo, però, al pubblico nuove indiscrezioni. Si congedò con una frase che marchiò la mia memoria come fosse la natica di un aitante puledro nel vecchio West: “la realtà è entrata prepotentemente in una giornata destinata alla finzione”.
Poche ore di attesa e il racconto proveniva dalla scena del crimine illuminata a festa, gonfia di gente manco fosse la festa patronale. Mel Gibson e la sua troupe avevano fatto fagotto ed erano partiti alla volta di Cinecittà senza ricevere lo stesso caloroso entusiasmo di due mesi prima, quando l’ingresso nella cittadina sul carrozzone cinematografico sembrava un revival della Liberazione. La realtà aveva avuto il sopravvento, continuava a ripetere la giornalista ansimante. Mostrando il contorno disegnato della salma, che restituiva la posizione accasciata per le coltellate inferte ma non il dramma della vittima, la giornalista si adoperava nel ricostruire la storia di quell’uomo seguendo uno storytelling da melodramma. Del resto, di materiale su cui lavorare ce n’era, anche per il redattore alle prime armi. Non solo perché Giacomo Festa era un quarantenne disoccupato, costretto a navigare nel mare delle prestazioni occasionali e nell’aspettativa di una ricollocazione lavorativa. Non solo perché viveva con la vecchia zia in una piccola dimora in periferia, in una stanzetta con poster e mensole come un’adolescente dalle tempie imbiancate e dalla schiena boschiva. Non solo perché da ragazzo aveva conosciuto l’umiliazione del carcere (esperienza che il sentire comune attribuiva a un temperamento ingenuo e sprovveduto, confermato dal tribunale con una pena lieve che ne mortificava la personalità, definita “fragile, con un deficit di crescita e incapace di attività criminale complessa”). Non solo, infine, perché la sua vita talmente mediocre e inconsistente aveva ricevuto l’inconcepibile arresto da parte di ventidue coltellate, di cui la prima fatale, recidendo la vena giugulare, e le altre a ribadire il concetto. Tutto ciò offriva argomenti per al massimo un paio di buoni servizi giornalistici, con la giusta dose di informazioni ed emozioni da frullare insieme, prima che l’odore fresco e metallico di altro sangue portasse i giornalisti e il pubblico verso nuove location. Quello che, invece, produceva nella giornalista una libido inesauribile era contenuto nel passato familiare di Giacomo, che prospettava scenari fecondi. Manipolata nel giusto modo, quella vita apparentemente mediocre poteva assumere i connotati di una sublime tragedia, ricca di colpi di scena e di catarsi. Una tragedia su cui il professionismo da gettone di presenza era invitato a arrovellarsi: psicologi e psichiatri, criminologi, sociologi e antropologi, filosofi e artisti, opinionisti trasversali. E nell’attesa della cattura dell’assassino, necessaria per ristabilire l’ordine cicatrizzando la ferita inferta allo stato di natura seppur nel rispetto dei tempi e della struttura della narrazione, c’era da accamparsi per settimane tra le ipotesi. Ed era proprio quello che lei e tutti i suoi colleghi, ma anche la cittadinanza e i primi curiosi arrivati da fuori, tutti in fila per la propria fetta di visibilità, avevano intenzione di fare. E in questa atmosfera trepidante, stava per entrare in scena il procuratore Di Nunzio a cui era affidato il compito di annunciare, dopo essersi sottoposto ad attenta microfonatura, l’ufficiale candidatura a caso di cronaca dell’anno. Una candidatura, rassicuravano implicitamente le parole di Di Nunzio che avrebbe tenuto i riflettori puntati su Matera per lungo tempo senza far rimpiangere la partenza degli americani, con buona pace degli inguaribili esterofili.
Due giorni dopo, all’alba, ritrovai Franz in Piazza San Pietro Caveoso. Appoggiato al muretto, osservava l’arida Gravina e le chiese rupestri che bucavano la Murgia. Erano passati quarant’anni ma lo riconobbi subito. Non era cambiato molto, anche se quella sua espressione sempre cupa e malinconica che mi aveva colpito allora aveva ormai assunto i tratti di una irreversibile disperazione, come se fosse a un passo dal perdere il filo razionale delle cose. I suoi capelli, benché diradati e tendenti al bianco, popolavano ancora anarchicamente la sua grossa testa; gli occhi e la bocca leggermente schiusa mostravano un’intensa attività riflessiva, di una riflessività malata però, che sembrava sul punto di esplodere, di cadere nell’esaltazione. Arrivando a Matera prestissimo, aveva goduto del sole che, come un abile commerciante di tessuti orgoglioso del suo vasto campionario, gli aveva mostrato sulla pietra bianca tutte le sfumature del giallo. I Sassi erano stati al gioco trattenendo quel fascino senza tempo, quell’armoniosità di lavoro umano e di natura a cui spesso gli operatori turistici si appellano per ripulire le tasche dei clienti. Franz, pur non essendo esteta, era caduto nella trappola della profonda bellezza di quel luogo, manifestata in lui con gli stessi effetti del Seropram. Entrando dal Sasso Caveoso, gli era sembrato che nulla fosse cambiato, e la sua passeggiata aveva assunto i tratti di un viaggio nel tempo. Dopo quarant’anni Matera si mostrava coerente nel proprio aspetto, insensibile alle mode. Credeva di essere rimasto affascinato dalla bellezza dei Sassi proprio perché non era una bellezza immediata, di superficie, ma era stata sedimentata dal tempo e dal dolore delle persone. Questa bellezza così amara, arida come la terra di questi luoghi, scavata come i volti dei vecchi, squarciava lo spesso strato di indifferenza, di insensibilità, che Franz si era costruito negli anni, e gli afferrava il cuore. La bellezza tragica dei Sassi di Matera gli infondeva, allo stesso tempo, la gioia e la disperazione della vita, lo splendore della natura e la sua indifferenza, la massima felicità e la più nera disperazione. Ecco, se ci fosse stato in giro un broker avrei puntato tutto quello che avevo su questo tipo di impressioni che stavano affollando l’animo di Franz. Era un classico. Non dico del tutto falso, ma ormai una sorta di automatismo sentimentale, prodotto da uno sguardo già orientato prima di arrivare a Matera. Era il miracolo della improvvisa visibilità mediatica che la nostra cittadina stava vivendo da un po’ di tempo: prima non arrivava nessuno perché sconosciuta, ora era affollata da turisti già espertizzati.
Appena mi avvicinai, mi ricordò subito il Klaus Kinski di Fitzcarraldo. Era avvolto in un lungo impermeabile scuro, il cui orlo inferiore era utilizzato dal suo cane a mo’ di paravento. Lui si girò verso di me e mi guardò senza dire una parola, assorto nei suoi pensieri.
“Le piace il panorama?” dissi cercando di domare quello sguardo su di me.
“Di solito non sono sensibile a questo genere di cose. Stamattina, però, quando sono arrivato, questo paesaggio mi ha afferrato le viscere. Sarà per via del ritorno su antichi sentieri.. o perchè tutto sembra rimasto come quarant’anni fa..”.
Istintivamente mi venne da sorridere e notai un suo movimento oculare. Il suo sguardo adesso si assestava realmente su di me, uscendo da quella specie di trance prodotta dal paesaggio, e mi osservava cercando inutilmente di comprendere la familiarità che il mio volto gli ispirava. Gli indicai un punto sul Belvedere della Murgia, proprio davanti a lui, che incredibilmente non aveva notato. Lì delle ruspe stavano grattando il terreno, dei camion sradicavano la terra, degli operai montavano alte impalcature. Gli occhi di Franz sembravano voler uscire dalle orbite.
“Hanno aspettato la fine delle riprese del film per incominciare i lavori. Ci sono ancora le croci dove si è consumata la passione di Cristo secondo Mel Gibson. In un anno dovrebbero tirare su un grande albergo 5 stelle con affaccio sui Sassi di Matera. Come vede, le cose sono cambiate anche da queste parti. Vuole fare un tour della modernità materana?” dissi senza risparmio di inflessioni ironiche.
Franz annuì e si lasciò trasportare in un lungo giro dove i Sassi dormienti, che aveva attraversato in quell’alba allucinata, si erano aperti a una brulicante attività fatta di strutture ricettive, ristoranti, negozietti. Le strette stradine che aveva percorso in solitaria, saltando da una pietra all’altra, erano attraversate da lunghe comitive di turisti a cui era dovuta la precedenza. Dall’altura della Madonna de Idris poteva osservare come le famiglie numerose che abitavano i Sassi adesso avevano le teste bionde e i vestiti sgargianti dei mitteleuropei, lo stuolo di donne in nero sedute davanti all’uscio di casa a testimonianza della propria cultura aveva ceduto il posto ai souvenir che ne offrivano una pallida copia, il ritorno dalla fatica quotidiana era avvolta in doppiopetti che proteggevano la pelle dal sole bruciante dei campi per consegnarla ai solarium. Lo accompagnai all’albergo di un mio amico che gli avrebbe fatto un prezzo di favore.
“Sei tornato per l’omicidio di Giacomo Festa?” gli chiesi e, senza farci caso, gli diedi del tu.
Franz mi osservò di nuovo.
“E dall’inizio che ho la sensazione di conoscerti… ma non riesco a… chi sei?”
“Te lo dirò stasera, a cena”.
Sorrisi. Franz annuì mostrandomi una parte dei suoi grandi denti bianchi. Poi scacciò Mabuse, che si era sistemato sul letto, per stendersi. Era esausto ed alienato in chissà quale riflessione. Spensi la luce e chiusi la porta con delicatezza, sintonizzandomi su onde materne.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un noir collocato in uno spazio definito, Matera e il suo territorio, ma in una dimensione temporale ampia e cangiante. La cifra per un’amara riflessione sul Sud di ieri e di oggi e sull’incapacità di una generazione politica, conservatrice o progressista che volesse definirsi, di incidere sulla sua emancipazione, sempreché, questa fosse la strada giusta per la redenzione…Uno squarcio sui luoghi comuni di una Basilicata riscoperta e resa effimera dal circo mediatico di questi ultimi anni. Lo stile di questa scrittura di esordio è attento e ricercato, forse un po’ troppo, ma la capacità di costruire una trama articolata e non scontata e l’intensa caratterizzazione dei personaggi, che non si limita all’abbozzo superficiale ma li penetra con pochi ma efficaci tratti, rende il tutto molto credibile e crea da subito una sorta di vicinanza, tipica della modalità della scrittura per altri media, come quella ad esempio delle serie tv. Unica nota, un inizio non fulminante, che fatica a catturare il lettore, che dovrà perseverare fino al successivo cambio di dimensione temporale, per essere trascinato dentro la storia.

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Delio Colangelo
Sono stato nell’ordine: un ex ispettore altoatesino annoiato dalla vita e imbottito di Seropram; una maciara arricchita che affoga nel biondo il nero corvino delle origini; un dirigente di partito alle prese con la sua personale caduta del muro; un entomologo che crede nella perfetta armonia del creato; un prete che non crede nella perfetta armonia del creato; una signora dell’alta cultura borghese, un pm palestrato, un manager del monachesimo. Oggi ho 37 anni, una figlia, una laurea in filosofia, un lavoro da consulente.
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