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La luce dietro gli occhi

La luce dietro gli occhi
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Consegna prevista Luglio 2022
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Luce si trova a vivere una storia d’amore intensa e particolare. Ma teme che la sua paura di essere abbandonata, anche questa volta, la spinga a pensieri troppo razionali, dimenticando le emozioni. Nei suoi viaggi metropolitani incontra una nonna in gamba che porta a spasso il nipote inquieto e costruttore di case di lego. Intorno un luogo di lavoro che cela intense amicizie e un pericolo. Qualcuno intanto spazia in altri mondi e cerca di ricongiungersi con se stesso facendo lunghi viaggi.
Un percorso dentro la mente e le emozioni: intrecci speciali che raccontano di una quotidianità reale.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per dare voce alle insicurezze di una donna, di tante donne e uomini anche, che si sentono chiusi nell’ansia di poter controllare e mettere a posto ogni cosa. Un invito a scompigliare un po’ le regole e le solite gabbie di cui siamo abili costruttori. Uscire finalmente allo scoperto!

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

Attendeva il tram. Dall’altra parte della strada un negozio di giocattoli, di quelli di un tempo con le costruzioni da usare infinite volte, le scacchiere di legno, i pupazzi di stoffa. Lo aveva notato dalla prima volta, da quando ogni mattina stava lì ad aspettare il suo mezzo di trasporto. A volte attraversava la strada per guardare meglio dentro le vetrine. Anche quella mattina il solito bambino, mano nella mano a una signora, camminava con passo deciso verso la vetrina del negozio. Non era la prima volta che le capitava di vederlo. Era già successo. Questa volta il bambino si immobilizzò in un punto preciso. La signora che lo teneva per mano cercava di trascinarlo gentilmente via. Niente da fare, ora stava appiccicato con entrambe le mani al vetro. S’incuriosì. Diede un’occhiata al fondo della strada. Nessun mezzo in arrivo e comunque con una corsa ce l’avrebbe fatta, nel caso. Attraversò veloce la strada e si avvicinò leggera alle spalle del bambino. La signora la guardò un po’ perplessa facendo segno a quell’oggetto del desiderio che il nipote, da qualche minuto, osservava. Una bottiglia di vetro con dentro un’acqua azzurrina chiara, conchiglie perlacee sul fondo insieme a piccoli sassi bianchi.

Scuoteva la testa dicendo: «Dai Arturo, andiamo! Si fa tardi.»

«Nonna, prima mi compri quel mare. Assomiglia tanto al colore degli occhi della mamma»

La nonna ascoltò e Luce intravvide un sussulto negli occhi di lei.

«Certo, rispose, andiamo a comprare il mare…della mamma». Uno sfrigolio conosciuto la riportò alla realtà. Si trattenne ancora un po’, sapeva di poter contare sulla velocità delle sue gambe e sul terreno conosciuto. Voleva osservare come sarebbe andata a finire. Nonna e nipote entrarono, lei teneva d’occhio il tram. Attraversò e si girò immediatamente, in tempo, per osservare il bambino stringere le gambe della nonna. La nonna accucciarsi e baciarlo sulla fronte. Il tram arrivò alla pensilina. Salì e mentre si sedeva vide i due uscire dal negozio: Arturo si stringeva al cuore quella bottiglia e chissà, forse nei ricordi, anche la mamma.

Continua a leggere

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Poi il tram svoltò nella via e non poté più vederli. Quanta angoscia mista a determinazione aveva visto negli occhi della nonna. Una donna ancora giovane. Provata da un dolore grande, quello di aver perso la figlia o la nuora, forse? Insomma la mamma del nipote. Per un attimo tralasciò il dolore del bambino. Sapeva il perché di quel lasciare andare. Non se la sentiva ora di toccare ancora quella parte chiusa dentro di sé. Adesso voleva andare a quell’appuntamento inaspettato. Era curiosa. Anche questa volta pensava di non essere all’altezza. Aveva curato con precisione, ma senza ansia, il suo aspetto. Voleva sembrare vera. Senza troppi artifici. Se fosse piaciuta sarebbe stato per quello che mostrava in quel momento, in quel qui ed ora.

Ci sperava. Aveva sentito una tensione positiva durante gli scritti in chat. Poi si era accorta che il pensiero, nei giorni successivi ai primi contatti, tornava spesso a quell’immagine intravista sul display del cellulare. Però insomma, si diceva, un conto è chiacchierare scrivendo, un conto è farlo di persona. Ma sapeva bene che era solo una scusa. Ora voleva solo trovarsi davanti quella persona e sperare almeno di poter intrattenere una piacevole conversazione. Ancora tre fermate. Sospirò, sentì dal finestrino quell’aria calda di fine luglio, un po’ appiccicosa, che la faceva sudare lungo l’incavo del petto e sotto le ascelle. Ma aveva pensato anche a quello decidendo di indossare una comoda camicia di lino e una leggere gonna di cotone. Eppure l’emozione era forte. Prima di scendere ripensò ad Arturo. Sarebbe tornata a lui. Magari gli avrebbe persino domandato di quel mare dentro la bottiglia. Insomma sperava di rivederli tutti e due, presto.

Fece i tre scalini del tram con calma, almeno fuori, dentro cercava di ripassare il suo mantra preferito. Doveva attraversare ancora una strada, salire una modesta rampa di scale e aspettare sotto la pensilina di un altro tram. Quello il luogo dell’incontro. Sapeva che lo avrebbe riconosciuto, non aveva dubbi a riguardo. Restò ferma lì, sperando di non dover attendere troppo. Mentre girava la testa a destra e sinistra, poiché non sapeva da che parte potesse giungere, si accorse di una macchina che stava parcheggiando. Scese un uomo. Il resto se lo sarebbe ricordata a lungo. Ma intanto eccolo chiudere la macchina avvicinarsi e sorridere mentre lei faceva lo stesso. Non sapeva ancora quanto quel sorriso avrebbe cambiato tutta la sua vita intorno e dentro. Voleva vivere il presente senza preoccuparsi troppo. Così ci provò, sorrise in risposta e gli prese la mano.

2

La mattina dopo era di nuovo alla solita fermata. Sentiva la stanchezza vivace nel corpo. Era stata una serata inconsueta. Incredibile! pensava. Tutto era scivolato via liscio. L’intesa era stata immediata sin dal primo tocco. Avevano parlato a lungo, spesso sovrapponendosi. Un po’ la foga di voler dire di sé, di come si è, quasi a tentare di sedare l’ansia che non potesse esserci un poi. Gli sguardi intensi, le carezze tra le mani. Il resto. Sospirò ridendo. Sentì il tintinnio delle ruote sui binari. Le scappò l’occhio sulla vetrina del negozio di giochi. La bottiglia con le conchiglie era stata sostituita: un’altra con la chiglia di una nave affondata per metà in un’acqua verdognola faceva capolino tra le gambe panciute di due bambole di pezza. Chissà come starà Arturo pensò. Se lo rivide davanti: pantaloncini corti a righe bianche e blue sottili con risvolto, una maglietta polo del colore delle righe più scure, una paio di scarpe di tela bianche, calzini chiari, la mano nella mano della nonna. I capelli scuri, il viso tondo come quello di molti bambini della sua età. Mentre aveva sorriso alla nonna, per aver ricevuto un sì alla sua richiesta, sulla guancia sinistra gli era comparsa una fossetta sottile e gli occhi verde intenso avevano brillato di una luce calda ma strana. Come se vedesse un ricordo, qualcosa che in quel momento era solo suo. Capitava anche a lei, ogni tanto. Quell’attimo giungeva quando meno se lo aspettava. Restava silente per lungo tempo, anche anni. Al suo tornare doveva tenere ben stretta la ragione e fare in modo che l’emozione non le entrasse in circolo troppo fulmineamente. Avrebbe potuto provocare danni di cui avrebbe potuto pentirsi in seguito. Si conservava quel ricordo in silenzio. Era più giusto chiamarla un’assenza perché in realtà non poteva trattarsi di un ricordo.

Stette in piedi, sentiva i muscoli delle gambe tesi quasi indolenziti. Amava correre e andare in bici ma sapeva che quella sensazione era dovuta ad altro. A movimenti che da tempo non provava. Chiuse gli occhi e percepì il calore tra le gambe. Si disse di voler stare nel qui ed ora. Ma la mente fantasticava già di momenti futuri, di attimi di cui avrebbe potuto tenere memoria. Le mani che l’avevano esplorata le vedeva davanti a sé pur non essendo lì. Rivedeva tutto. Questo accadeva ogni volta che il cuore, quella parte di ragione ed emotività, si apriva senza paura. Voleva fidarsi.

È ora di scendere si disse e sorridendo pensò che sì, lo era in tutti i sensi. Restare troppo in alto portava a possibili storture e fraintendimenti. Intravide Ada e Jus entrare in ufficio. Tra i colleghi pochi sapevano della loro relazione. Forse perché avevano ancora timore di sentirsi accettati per quello che erano. Lei bianca, quasi nordica nei suoi capelli rossi e le lentiggini spruzzate sul naso, lui nero, indiano.

L’ebano dei suoi occhi aveva affascinato molti e molte in ufficio. Solo Ada lo aveva accolto con simpatia senza dar troppo peso alla sua bellezza. La salutarono entrambi con un sorriso mentre si staccavano velocemente le mani da una presa calda e gentile.

Prima o poi qualcuno delle alte torri se ne accorgerà e sarebbe anche ora. È anche bello che possano smettere di fingere e nascondersi. Questo pensò Luce mentre di corsa saliva la rampa per timbrare il cartellino. Giusto in tempo.

6

Sin da piccola aveva saputo che suo padre era morto. Non si ricordava esattamente da quando, però lo sapeva. A ogni novembre andava con la madre al solito cimitero di un piccolo paese, in mezzo alla nebbia, a portare dei fiori e vedeva quella foto. Riconosceva la somiglianza, davvero così forte. La forma e il colore degli occhi e della bocca. La madre le aveva detto che anche in fatto di cocciutaggine non scherzava « sembri quasi lui». Quel lui mai visto. Scomparso troppo presto ancora prima di poter creare un legame. A fasi alterne, nella sua vita, avrebbe voluto saperne di più. Le sarebbe piaciuto sapere se qualcosa dentro era simile a lui. Ma non osava troppo chiedere, non a sua madre. Anche se si era rifatta una vita, lui era rimasto comunque il primo uomo, il marito sposato da giovane con così tante speranze o sogni. E lei era capitata in mezzo. Un camion aveva tranciato una vita mentre rientrava a casa dal lavoro in bicicletta. Una bambina piccola, ancora infante aveva iniziato a piangere e da allora, forse sì, proprio da allora aveva iniziato ad avere paura dell’abbandono. Dunque, alle prime scottature amicali e non solo quelle, aveva creato vari strati di bucce intorno a sé per non scoprirsi troppo e soprattutto per non far entrare gli altri. La realtà era che le persone venivano colpite dai suoi occhi profondi e dal sorriso e lei velo dopo velo non esitava a aprirsi. Sul più bello, all’ultimo strato qualcosa saltava. Metteva in atto una strategia di fuga per non incorrere nel momento dell’addio. Ma gli altri non lo sapevano e cadevano irretiti dalle sue manovre. E lei lasciava che tutto accadesse come da copione. Cominciava dal sospettare che ci fosse un motivo per cui le cose volgessero al peggio. Bastava una parola detta male, una mancata telefonata, uno scambio d’idee finito in una discussione ed era pronta la strategia del ritiro. E più accadeva più prendeva forma che l’altro o l’altra non andassero bene per quello che erano e che anche lei si fosse fidata troppo. Anche quando tutto filava liscio. Alcune volte aveva resistito a lungo, molti mesi, a volte anni. Poi accadeva.

Le fasi erano diverse ma si succedevano una dopo l’altra. Cominciava da un sospetto, meglio l’idea che il suo essere non così tanto bella potesse stancare. Poi arrivava la constatazione che i messaggi, le telefonate fossero più stanchi meno passionali. Lei allora cominciava a premere a richiedere di più. Si allambiccava con aggettivi e spendeva il tempo a pensare a come sarebbe stato il tutto tra qualche mese. Metteva davanti a sé un futuro che non sapeva. E intanto continuava a leggere la svogliatezza e l’assenza dell’altra parte. Alla fine si auto convinceva che presto sarebbe stata lasciata per un’altra, più magra, più bella, più interessante. Cominciava a chiudersi. Rispondeva con sì e no alle domande fino a quando l’altro o l’altra chiedevano motivo di ciò. Faceva pressione su quanto non era stato atteso. L’altra parte restava sbalordita, non sapeva come reagire. Tutte le possibili premure non servivano a nulla. Lei semplicemente ribadiva che forse non si erano intesi e che sarebbe stato meglio finirla lì. Tanto non sarebbe stato possibile continuare con quelle premesse. L’altro provava quasi fino all’ultima goccia. Niente, lei gli o le si avvicinava e con una frase dolce ma diretta concordava che in futuro avrebbero potuto restare amici. Accadeva molto di rado. Chi le stava di fronte aveva reazioni differenti a seconda del grado di coinvolgimento. Qualcuno sorrideva, la stringeva e provava a baciarla. Altri la guardavano con occhi sgranati e la mandavano a quel paese. Qualcuno, in modo gentile, le suggeriva di farsi curare. Uno solo, si ricordava, l’aveva lasciata parlare fino in fondo e poi con calma aveva annuito dicendo «Perfetto è quanto pensavo anch’io».

Luce, questa volta non voleva che accadesse, ma c’erano già i primi segnali. I suoi. La sua paura di lasciarsi andare troppo in così poco tempo. Ci voleva altro. Distanziare i pensieri. Farsi occupare dalla realtà. Non lasciare volare in alto i desideri. Forse in quel modo poteva tentare di non mandare a massa tutto. Si promise una cosa.

«Questa volta parla chiaro, digli come sei. Capirà, no?» Ecco s’insinuava subito il dubbio. Basta! Si ricordò di quel messaggio scarno che aveva inviato poco prima. Si rimise a scrivere «Scusami, ero nel bel mezzo di una ricerca importante. Sto molto bene, mi manchi. Spero di rivederti presto» Così andava meglio. Una vibrazione. Un sorriso con le guance rosse fu la conferma che così era.

2021-10-20

Evento

Canale Telegram Ecco il primo evento de "La luce dietro gli occhi " Insieme all'amica Alessandra Balladore, una delle prima beta reader del mio romanzo racconteremo dei luoghi, reali o immaginari, in cui Luce vive. Siete curiosi di sapere dove va a correre e dove sfreccia con la sua bici? Potete trovare risposte a queste ed altre curiosità sul canale Telegram : https://t.me/laluce_dietro_gliocchi Vi aspettiamo Mercoledì 20 ottobre in diretta streaming alla ore 21 !

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Sono al quarto di libro letto tutto di un fiato; non il fiato corto della corsa, quello della passeggiata in campagna. Ammetto che non mi capita spesso di essere accompagnata così appassionatamente dalle parole di un libro. Monica riesce a condurci dentro alle vite così diverse dei personaggi e farne di queste un intero universo armoniosamente intrecciato.

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Monica D'alessandro Pozzi
Ricordo di aver scritto il primo “romanzo” in quinta elementare. La maestra un giorno alla settimana mi invitava a leggerne alcune pagine. Per me fu una grande soddisfazione...Forse, non per tutti i mie compagni e compagne!

Mi chiamo Monica ho 54 anni. Sono pedagogista, maestra di sostegno, blogger. Moglie e madre. Cerco di non girare intorno agli ostacoli ma di guardarli bene in faccia per andare oltre ad essi.
Sono profondamente convinta delle possibilità umane, delle risorse che l’uomo può agire. Voglio bene alla parola come fonte di grande energia e possibilità e mi piace condividerla con chi mi sta intorno.
Mi ero data l’obiettivo di pubblicare il mio romanzo allo scadere del 2021.
E adesso vedo questa opportunità molto reale.
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