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Ma la luna è sempre là

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Roma, 6 giugno 2017. Beppe e i suoi amici si trovano su un terrazzo con vista sulla Cupola e si promettono di ritrovarsi tutti insieme a ottant’anni in quell’esatto punto, con la birra in mano e le Vespe alle spalle.

Roma, 6 giugno 2018. Un anno dopo, tutto viene messo in discussione. Beppe ha scoperto di avere un tumore al cervello e non sa se riuscirà a mantenere la promessa fatta agli amici. È a questo punto che Mirko, Giò, Anto, Tommy, Jack e Ale decideranno di vendere le loro Vespe e gli autografi dei loro beniamini per organizzare una vacanza. Le tre settimane a Riccione, sulla riviera romagnola, si riveleranno indimenticabili per ognuno dei sette amici, che per la prima volta nella vita indagheranno a fondo le proprie emozioni, il proprio essere e le proprie aspirazioni di vita.
Perché alla fine, guardando il cielo di notte, quando le paure si fanno più intense, si può scorgere ciò che c’è di più ovvio nella vita, così ovvio da passare troppo spesso inosservato: la luna.

Perché ho scritto questo libro?

Era un afoso sabato di metà luglio. Mi trovavo sul treno che da Nogara (Verona) porta a Bologna, diretta verso il mio luogo del cuore, Monterosso al Mare. Un gruppo di ragazzi a pochi sedili di distanza ridevano e scherzavano anche se erano solo le 7 del mattino. Erano diretti sulla riviera romagnola. L’ispirazione è arrivata fulminea: in quei ragazzi ho rivisto Beppe, Mirko, Giò, Anto, Tommy, Jack e Ale. E ho voluto regalare loro la luna, un messaggio di speranza anche per i momenti peggiori.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mi piacerebbe lanciarti nel cielo
Vedere il tuo corpo che piano piano sale
Collocarti nel posto più giusto
La stella più fragile dell’Universo

ULTIMO

06/06/2017, martedì, Beppe
PROMESSE

I capelli ricci e crespi sobbalzano e sembrano prendere il volo, gli occhi sono semichiusi perché l’aria è forte, quando si va in motorino, anche se è estate e neanche i moscerini hanno la forza di muoversi. Mamma dice sempre che dovrei mettere il casco e, quando lo metto, mi ricorda di allacciarlo bene: ha ragione, ma chi vuole dare ragione alle mamme quando si hanno solo 17 anni? Tutt’attorno ci sono pochissime auto: è difficile, infatti, che a Roma d’estate ci sia così tanto caos. Quantomeno nella zona dove vivo io, che è leggermente in periferia. Il vento leggero mi fa respirare aria pura. Non c’è niente al mondo di più rigenerante di un giro in Vespa.

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Arrivo, un po’ di fretta, superando qualche auto, sul piazzale in cui mi devo incontrare con Anto, Giò, Tommy e Mirko. Sono i miei migliori amici e ci siamo dati appuntamento qui, come ogni giorno d’estate, per bere una birra fresca insieme e osservare il tramonto. Si può considerare il nostro posto “segreto”, anche se tanto segreto poi non è: è un immenso piazzale, conosciuto solo da chi abita in zona, in cui arriviamo, sfrecciando, con le nostre Vespe. Tommy ha sempre il casco: lo vedi sfilarselo e sorridere timidamente. Noi altri, invece, il casco non lo mettiamo quasi mai. Sempre per ripicca nei confronti delle nostre mamme. E poi perché, una volta arrivati, una volta percorsa quella leggera salita, è bellissimo perdersi in quel meraviglioso panorama: c’è la Cupola, la Cupola del Vaticano. Tutt’attorno palazzi. Le rovine. Le meraviglie che solo questa città può offrire. Siamo nel cuore del mondo: dev’esserci un motivo, se Roma sembra trovarsi proprio al centro. O, almeno, a me piace pensare che lo sia.

Giò estrae le lattine di birra dalla sua Vespa. Ognuno di noi ha questo motorino, solo in colori diversi. Non è stato voluto, lo giuro, è stato il destino a volere così. E così, Giò ha la Vespa rossa, perché è un tipo istintivo e possiamo dire passionale. Tommy ce l’ha bianca, come il suo carattere, molto riservato. Mirko ce l’ha nera, perché è mezzo dark, anche se non lo vuole ammettere. Quella di Anto è color verde militare: gli piace mimetizzarsi tra la gente. E la mia, beh, è la più bella di tutte: è azzurra, come il colore del cielo estivo di Roma, quando lo smog se ne va e lascia lo spazio alla tranquillità.

Giò distribuisce le lattine e chiede, come sempre, chi ha un accendino. Dovrei averlo. Controllo nelle tasche dei pantaloncini, frugo, ma non c’è. Forse mi è caduto strada facendo. Allora Giò ripone la sigaretta nel pacchetto e alza le spalle. Non è dipendente dal fumo, non lo sarà mai, ma dice che gli piace il gesto di fumare, gli piace anche solo tenere la sigaretta tra le mani.

Il sole sta già quasi per tramontare e noi ci sediamo, come ogni sera estiva, sul muretto del piazzale. Tutt’attorno non c’è nessuno.

«Ci siete, domani, al torneo?» domanda Anto, che si sta togliendo una pellicina del pollice.

Il nostro quartiere organizza un torneo di calcio a cinque. Ci partecipiamo ogni anno, siamo in sette squadre.

«Porca troia, mi ero quasi dimenticato. Anto, tu stai in porta, eh!» sostiene Giò. Ci parliamo, ma i nostri occhi rimangono fissi su Roma e sulla sua grandiosità.

«Quest’anno vorrei provare a stare a centrocampo, Giò».

«Ma porca troia, basta. Sei buono solo in porta, tu». Giò ha il “porca troia” in bocca. Sua madre lo sgrida sempre per questo. E lui prosegue più forte di prima.

«Io, raga, ho posto fisso come difensore centrale, eh» esclama Mirko, sorseggiando la sua lattina di birra. Ci mette sempre una vita a finirla.

Alla fine stabiliamo che Anto starà in porta, Giò sarà la prima punta, Mirko il difensore centrale, io, come sempre, un centrocampista d’eccellenza e Tommy starà sulle fasce e servirà i palloni. Sarà un torneo memorabile, come sempre. Lo scorso anno siamo arrivati terzi: non abbiamo vinto nulla, ma è stato così divertente che è come se lo avessimo fatto!

«Oh, ragazzi». Giò sta per dire una cazzata. Le sue cazzate iniziano sempre con “oh, ragazzi”. Tutti ci voltiamo verso di lui. Ormai il sole è scomparso e si sta facendo buio. Tommy ha già il casco in mano: a breve torneremo a casa. Lui odia fare tardi per la cena.

«Dai, sentiamo» dice Anto.

«Lo vedete quell’albero laggiù, sulla destra?». Indica un piccolo albero nel piazzale, di cui nessuno, probabilmente, si era mai accorto. «A novant’anni, pochi anni prima di morire, voglio arrampicarmi là sopra e cogliere l’arancia che sta più in alto». È un arancio. Non l’avrei mai riconosciuto, ma Giò ha il nonno che faceva il contadino e lo portava sempre nell’orto, quando era più piccolo.

Tutti rimaniamo in silenzio. Ogni tanto questo ragazzo se ne esce con certe cose così assurde che è difficile rispondere.

«Ok, e quindi?» chiede Mirko, distogliendo lo sguardo.

«Voi mi filmerete e metterete il video su Instagram. Diventerò memorabile a pochi giorni dal mio funerale!».

Scoppiamo a ridere. Tutti tranne uno: Anto.

«Io non ci sarò» sostiene.

Ora ci voltiamo verso di lui. Sta buttando la lattina nel cestino.

«Perché non dovresti esserci?» chiede Giò. La sua faccia assomiglia allo smile di WhatsApp che ride, quello con le lacrime agli occhi. Giò ride sempre. E fa sempre ridere, tra l’altro.

«Non c’è da scherzare, ragazzi. Qualche notte fa ho sognato che morirò il giorno del mio ottantesimo compleanno, per cui non sarò fra voi quando Giò prenderà quell’arancia».

Ora tutti scoppiamo in una risata generale, che forse si sente fin sotto al Cupolone. Tutti tranne Anto, ovviamente.

«Oh, porca troia, ma che pensieri c’hai tu? Ma di notte, perché non ti sogni una donna nuda come tutti gli adolescenti?». Anto, che è vicino a lui, gli tira una scazzottata sulle costole. Poi alza le spalle e sussurra:

«Non è una cosa su cui scherzare».

Allora Tommy, che parla pochissimo ma che dice sempre cose sensate, si avvicina ad Anto, gli mette un braccio sulla spalla e sentenzia:

«Facciamoci una promessa».

Tutti alzano le orecchie. Quindi prosegue:

«Il giorno dell’ottantesimo compleanno di Anto, poco prima della sua morte, ci ritroveremo con le nostre Vespe colorate su questo piazzale, a bere una birra assieme. Che ne dite?».

È una cosa pazzesca. Una promessa tra amici, che non è una promessa d’amore, come quando papà promette a mamma che durante le ferie estive ritinteggerà il bagno e poi non lo fa mai. È una promessa vera e, come tale, dev’essere mantenuta. È una cosa seria, insomma.
Tutti allunghiamo la mano e la mettiamo una sopra l’altra. A turno, quindi, diciamo:

«Prometto».

Poi Mirko estrae le altre birre dalla sua Vespa. Non è ancora ora di tornare a casa.

06/06/2018, mercoledì, Beppe
SEGRETI

Gli amici. Ho solo diciotto anni, ma se mi chiedessero “Cos’hai capito nella vita?”, in questo momento, risponderei così: gli amici. L’amicizia, quando sei adolescente, è il fulcro della tua vita. Nel corso degli ultimi anni ho visto andarsene amici con cui ero nato. E no, non metaforicamente, ma letteralmente: mia madre, al momento del parto – avvenuto con anticipo rispetto a quanto previsto – si era trovata in camera con le mamme di Jack e Ale. Siamo nati a pochi minuti di distanza, in una notte affollatissima di parti. Con loro – pensavo – avrei vissuto tutta la vita, a fare cazzate e a “tirare” alle donne. Ma poi, dopo qualche incomprensione, PUF. Spariti.

Tuttavia, devo dire che negli ultimi anni ho avviato rapporti importanti con ragazzi che, fino a quel momento, reputavo “sfigati”: si tratta di Mirko, Anto, Tommy e Giò. Hanno tutti – tranne Mirko – la mia stessa età e a scuola li incrociavo spesso anche prima di conoscerli meglio, anche se non avevamo mai parlato. Con loro, nel corso degli anni, ho imparato veramente e fino in fondo cosa sia l’amicizia. È quando, per esempio, il tuo migliore amico decide di sacrificarsi per la patria e farsi interrogare volontario perché sa che tu non ti sei preparato per quel test e con un brutto voto rischieresti un pesante castigo da parte di mamma. Oppure quando tu perdi il portafoglio e lui decide di pagare tutto per te, senza chiederti mai nulla in cambio. O la più classica delle testimonianze d’amicizia, come recita Facebook: quando hai il Wi-Fi di casa sua e lo puoi utilizzare in ogni momento, anche perché abiti proprio di fianco a lui. Insomma, non posso pretendere di sapere cos’è l’Amore, cos’è l’essenza della vita, cos’è l’emozione di guidare un’Alfa Giulia nuova fiammante. Ma posso dire con assoluta certezza cos’è l’Amicizia, quella vera, quella con la A maiuscola.
«Mo’ devi dirglielo, tesoro».

Mamma ha i test in mano e continua a gironzolare per la mia camera da letto. Si guarda attorno, stranita, come se vedesse tutti quegli oggetti per la prima volta: il trofeo del torneo di calcio a 5; la mia chitarra elettrica; le foto con Jack e Ale che ho dimenticato di togliere; una cornice con la foto di quando ho fatto la Prima Comunione che ho dimenticato di togliere; lo skateboard appoggiato alla parete; le chiavi della mia Vespa azzurra sulla scrivania; un computer vecchio come il nonno; la felpa sulla sedia con le rotelline. Le pareti sono azzurre: proprio durante lo scorso inverno avevo implorato i miei di ritinteggiare la stanza, perché sembrava quella di un neonato. “Lo farai tu d’estate” era stata la loro risposta. Il che significava che mi sarei tenuto la camera da letto da neonato.

Alzo le spalle, come se non mi interessasse ciò che ha da dirmi. Sono giorni che gira per la casa con quegli stupidi test in mano. Oltretutto, si è presa una settimana di ferie. Il che significa che quest’estate non se ne andrà al mare con papà e Tino, il nostro cane, e, di conseguenza, non ci sarà un attimo di pace.

«Non alzare le spalle in quel modo, Beppe. Per l’amor di Dio, devi dirglielo!».

«Non posso…» sentenzio. Ho un pallone tra le mani e, mentre sono sdraiato nel letto, lo palleggio sulla mia testa. È divertente. O quantomeno più divertente di questa conversazione.

Mamma agita ancora quegli orrendi test. Poi si mette una mano sulla testa che mi ricorda un po’ un quadro che avevo studiato in arte qualche mese fa e poi finge uno sbadiglio. Lo fa sempre quando sta per dire qualcosa che reputa “cattivo”. Sono tutt’orecchi.

«Se non lo farai tu, lo farò io».

Ok, questa era cattiva davvero. Scoppio a ridere.

«Mamma, ma davvero andresti a parlare con i miei amici, consapevole che loro non ti cagheranno manco di striscio?». Il pallone rimbalza sulla mia testa. Sento una specie di rimbombo al suo interno.

«Intanto con tua madre non usi quel tono e le parolacce te le tieni per te, ok?». Mi osserva e ha alzato il tono di voce, è veramente furiosa. Mi prende il pallone dalle mani e le scivola dietro la schiena, rotolando per la casa. Tino arriva di corsa e se lo prende in bocca, il che vuol dire che non lo toccherò mai più. Poi mamma prosegue:

«Le loro mamme sicuramente mi daranno ascolto».

Finge male un occhiolino. Le cadono i test dalle mani e li raccoglie. Colpo basso, il suo: puntare su quelle pettegole delle mamme dei miei amici è davvero una caduta di stile. Non mi resta che gettare le armi e fare ciò che mi dice. Come sempre.

«Ok ok, glielo dirò».

Si avvicina e mi schiocca un bacino sulla fronte, come quando avevo tre anni e facevo un brutto sogno.

«Sapevo che avresti capito» sussurra, quasi convinta che io abbia capito davvero.

Abbandona i test sulla scrivania ed esce dalla mia stanza per entrare nel salotto dalle pareti arancioni. Mi lascia da solo con i miei pensieri, con le mie paure, con la mia ansia. Ed è una bruttissima sensazione.

«Dai vecchio, non prenderci per il culo».

Ma sono serissimo. E di fronte ad un mojito sparo fuori tutto. Ed è un po’ come sparare fuori un macigno. Loro sono i miei amici, hanno il diritto di sapere. Ma caricarli di preoccupazioni non mi piace.

«Oh porca troia ma vi pare che anche un deficiente come lui possa solamente pensare di fare uno scherzo simile?». È Gio, che posso ufficialmente considerare il più razionale pezzo di merda della storia. Ha già finito tutta la sua Coca Malibu e si accinge ad ordinarne un’altra. Si avvicina al bancone e parla, occhi grandi e neri, con la cameriera. Una di 3A bellissima per carità ma che sembra una stronza all’ennesima potenza.

Poi torna al nostro tavolo.

Stiamo tutti in silenzio qualche minuto. Poi Tommy sentenzia:

«C’è un errore sicuramente, Beppe. Tu fai calcetto, sei attivo, dinamico, non stai mai fermo un attimo».

Questa è la fase che ho passato dal terzo al decimo giorno dopo aver letto i test: quella del rifiuto. Se prima, infatti, non realizzavo fino in fondo cosa volessero dire quei risultati che leggevo e avevo di fronte agli occhi h24, nei giorni successivi ho cominciato a dire “è impossibile, non può capitare a me”. Ho notato ogni mio movimento, anche il più insignificante. E non c’era nulla di anormale, nulla di diverso rispetto ai miei amici, se non il mal di testa perenne, che avrebbe potuto essere dovuto a qualsiasi cosa. Eppure.

Cerco di spiegarglielo nel modo più delicato possibile, come mi ha consigliato mamma.

«Ho un tumore, ragazzi. Ma ciò non mi impedirà di vivere al meglio la mia vita» tento un occhiolino, ma, esattamente come quello di mamma stamattina, sono sicuro che è storpio e che sembri più un bruttissimo tic che qualsiasi altra cosa simpatica.

Tutt’attorno a me regna il silenzio più assoluto per qualche istante, come se i miei amici avessero realizzato solo in questo momento che sto parlando seriamente. Vedo i loro pomi d’Adamo muoversi, come se stessero deglutendo in continuazione. Mi succede spesso, quando sono molto agitato, per esempio durante le interrogazioni.

«Cosa farai?» mi chiede Mirko.

Alzo le spalle.

«Non morirò, ragazzi. Era solo per avvisarvi, niente di più». Lo dico come se avessi appena confidato di partire per un viaggio, come fosse la cosa più semplice del mondo. Non è un cazzo semplice, invece, ma non voglio coinvolgere i miei amici.

Rimaniamo in silenzio per un po’. Poi Giò, che non è capace di concepire la tranquillità, si alza in piedi, chiama la cameriera e le dice:

«Non abbiamo niente da festeggiare, qua, ma vogliamo una birra ciascuno. Per me Coca Malibù, grazie».

Lei gli sorride in modo ammaccante, quindi scrive qualcosa sul suo quadernino e ritorna al bancone. È proprio vero, non c’è nulla da festeggiare, ma tanto vale bere un po’ nel frattempo.

03/07/2018, martedì, Beppe
REGALI

Scrivo nel gruppo che condivido che condivido con i miei amici. Ovviamente, non poteva non chiamarsi “w la figa”. Anche se, in realtà, di donne ne vediamo granché poche.

Chi non esce per un mojito in compagnia, o è un ladro o è una spia! 😉

Subito arriva la risposta di Tommy, che è sempre connesso. Chissà, poi, con chi ha da messaggiare…

Dove vuoi che ci troviamo?

Tommy c’ha ‘sta cosa fastidiosissima che non mette mai smile e, quando scrive su WhatsApp, sembra perennemente incavolato. Gliel’ho fatto notare più volte, ma non c’è stato verso di fargli cambiare modo di scrivere.

Al bamby? Partiamo tutti assieme con le Vespette. 😉

Arrivano una serie di messaggi, tutti con più o meno lo stesso contenuto.

Anto: nope, zero Vespa, prendiamo il treno.

E poi Giò: sì, opto anche io per il treno. 😊

E, infine, Mirko: ho visto che in stazione ci sono un mucchio di ragazze. Vi prego, prendiamo il treno! 😉

L’unico a non rispondere è Anto, che probabilmente si trova in palestra a quest’ora. Mi sembra così assurdo che, ultimamente, i miei amici vogliano sempre spostarsi in treno: fino a qualche mese fa questo mezzo di trasporto era considerato “sporco, schifoso, pieno di gente che ti fotte il portafoglio”. Da qualche giorno a questa parte, invece, è divenuto magicamente “pulito, di moda, pieno di ragazze”. E, puntualmente, si dimostra l’esatto contrario e ci tocca stare con il naso tappato, i finestrini spalancati per tutto il viaggio e gli occhi ben aperti sul portafoglio.

Alla fine optiamo davvero per andare in treno, ma mi annoto mentalmente che questa dovrò farmela spiegare. La mia Vespa è chiusa in garage da quasi tre settimane, ormai. Non mi va di farle fare la muffa proprio in estate, il periodo migliore per andare via, con i capelli ricci al vento e la pelle fresca.

Arriviamo al Bamby e, manco a dire la prima parola, Giò si fionda sulla cameriera di 3A. Ormai è un caso perso.

«Ragazzi, ma perché ultimamente non ci spostiamo in Vespa?» domando, mentre ordiniamo la nostra decina di mojiti.

Noto subito che tutti si scambiano occhiate strane, come fossi l’unico a non sapere un segreto importantissimo. Poi mentono e a farlo per primo è Mirko, che è quello che sa persuadere meglio la gente. Con la sua lingua lunga, anni fa, era riuscito a cambiare il voto di matematica da 3 a 4 e mezzo. Non che sia servito a molto, eh – è stato bocciato lo stesso con sei materie giù – ma sempre meglio di nulla.

«Hai visto quante ragazze ci sono sui treni?».

Lo guardo in modo scettico, come a sfidarlo.

«Io ho visto solo donne nere grassocce, in realtà. La prossima volta fammele notare, grazie».

Mirko alza le mani, come a volersi dire innocente. Poi interviene Anto, tornato sano e salvo da una seduta in palestra:

«Cosa sono questi sbalzi d’umore? Sarà mica il…ecco…Oronzo!».

Sì, i miei amici erano così impressionati dalla parola “tumore” che abbiamo cercato i nomi più brutti su Google e, trovando Oronzo che fa rima con “stronzo”, abbiamo deciso di chiamarlo così da ora in poi. Un po’ mi ha fatto ridere questa cosa, lo ammetto.

Giò, che è appena tornato dalla sua chiacchierata con la tizia di 3A e che ha sentito solo quest’ultima parte della conversazione, dà una pacca sulla spalla di Anto e si rabbuia, come a dirgli “ma sei deficiente a fare ironia su questa cosa?”. Ma io alzo le spalle. A me non interessa, anzi, mi fa quasi sentire una persona normale, cosa inconcepibile all’interno della mia famiglia.

«No, solo che non capisco…perché andiamo via in treno quando tutti noi abbiamo delle Vespe strabelle in garage? La mia sta facendo le ragnatele!» sbuffo, dopo aver dato una sorseggiata al mio mojito che sta già diventando caldo.

«Perché ci va…».

Cerco di dare un pugno al tavolo in segno di protesta, ma il mio pugno, debole come non mai, non fa il minimo rumore. Ogni tanto mi succedono giornate così, in cui a malapena riesco ad alzare il bicchiere dal tavolo. In questo momento mi manca persino quella stupida macchinetta delle sagre di paese in cui spendo sempre un mucchio di soldi, che misura l’efficacia del tuo pugno da 1 a 100. Ora, forse, arriverei a malapena a 30. Ma mi consolo: Tommy ci arriva quando è in splendida forma!

«Ok ok, non ti si può proprio nascondere nulla, eh, Beppe. Dobbiamo dirti una cosa». È Tommy, Tommy il razionale, Tommy quello serio, a parlare.

«Ditemi». Spalanco gli occhi. Sono curiosissimo.

«Non possiamo più andare via in Vespa perché non abbiamo più le nostre Vespe».

Mirko lo fulmina con gli occhi, come a dirgli: “Perché gliel’hai detto? Perché non ti sei inventato una balla?”.

«Ve le hanno fottute sabato sera, dopo il Piper, vero? Ve l’ho sempre detto di stare attenti…». La scorsa settimana sono andati nella discoteca più famosa della zona. Io non ho potuto, non mi sentivo in forma. Tantissimi motorini vengono fottuti lì ogni weekend.

Tommy scuote la testa.

«E allora?».

«Le abbiamo vendute, Beppe».

A questo punto non ci capisco più nulla. L’estate scorsa, che è stata una delle migliori, ci si fermava sempre su un piazzale poco lontano da casa ad ammirare il tramonto su Roma. Durante una di quelle giornate ci siamo fatti una promessa: saremmo invecchiati insieme e, ad ottant’anni – non più in là, Anto era convinto di morire il giorno del suo ottantesimo compleanno – ci saremmo ritrovati proprio in quel piazzale, con una birra in mano e le nostre Vespe multicolore.

«Ok, porca troia. Te lo dobbiamo dire. Le abbiamo vendute per fare la vacanza dei nostri sogni».

A questo punto sono doppiamente confuso. Vacanza dei loro sogni? E io, poi, non sono contemplato?

«Scusate, e io?» domando, come se l’unica faccenda strana fosse la mia assenza in quel progetto senza senso. Sento il mojito che sale sulla testa. Tiro un rutto. Ormai non ci fa più caso nessuno.

Interviene Anto, sperando di salvare la situazione.

«Vedi, la nostra idea era di arrivare fino ad ottant’anni e di trovarci con le Vespe nel piazzale, ricordi?». Annuisco. «Beh…Oronzo lo stronzo ci ha un po’ stravolto i piani. Quindi dovremo condensare tutta la nostra vita in sole tre settimane».

«Eh?».

«Abbiamo venduto le nostre Vespe per portarti in vacanza. Passeremo tre settimane indimenticabili, vecchio».

E improvvisamente mi arrivano quattro pacche sulla spalla. Non sono più le “pacche di canarino” di una volta, ma fanno tanto bene lo stesso. E la mia mente inizia a ragionare e, piano piano, ingrana: le vespe. Vendute. Perché hanno paura che Oronzo lo stronzo mi strappi alla vita prima della fine dell’estate, bruttissima considerazione, ma tutto questo porta ad una vacanza. Tre settimane indimenticabili. Devo “condensare la mia vita” – così hanno detto – in ventuno giorni. All’improvviso, nel mio stomaco, sento una sensazione strana. No, non è il mojito che ho sorseggiato, è qualcos’altro: è gratitudine. È voglia di dire grazie a qualcuno per gli amici fantastici che ho. Hanno rinunciato alle loro Vespe. Per me. Quasi mi viene da piangere dalla commozione, ma ovviamente ricaccio tutto dentro. Mi prenderebbero in giro anni se mi vedessero piangere.

«Cioè, noi andiamo in vacanza con i soldi delle vostre Vespe?Ancora non ci credo, ma è qualcosa di fantastico!».

Giò, che nel frattempo ammira il culo della tizia di 3A, sentenzia:

«Doveva essere una sorpresa, ma così non è stato. Comunque partiamo tra una settimana, vecchio. Preparati a vivere le emozioni più belle della tua vita, alla faccia di Oronzo lo stronzo! Si va a Riccione, vecchio mio». Altra pacca sulla spalla.

«Voi siete pazzi!».
Scoppiano a ridere e io pago un altro giro di mojito, Coca Malibù per Giò.

«Ah, in tutto questo c’è una novità» sentenzia Anto ad un certo punto. Tutti gli occhi si voltano verso di lui, come se nessuno ne sapesse qualcosa. E forse stavolta è veramente così.

Anto deglutisce, mentre gli facciamo segno di proseguire. È come se dovesse dire qualcosa di estremamente complicato.

«Giacomo e Alessandro, sì, insomma, Jack e Ale hanno saputo che Beppe è stato attaccato da Oronzo lo stronzo e, ecco, hanno contribuito: loro non hanno le Vespe, ma hanno creato un mercatino dell’usato con le loro maglie autografate da Maldini e Inzaghi e altre cose che avevano in camera. Hanno guadagnato qualcosa come 600 euro. Verranno con noi».

Cerco di collegare il tutto: con Jack e Ale non parlo da una vita, ormai. E non ci siamo lasciati proprio in ottimi rapporti, anzi. Eppure, hanno venduto la cosa più preziosa che hanno per la mia vacanza? E davvero vogliono venire via con i miei amici, definiti da sempre “sfigati”? Cosa sta succedendo?

Anche gli altri ragazzi restano abbastanza interdetti, credo più per timore che Jack e Ale possano rovinare la vacanza, che per la notizia in sé. Ma va bene così. Papà mi ha sempre insegnato che “più siamo, più ci divertiamo”, quindi perché la loro presenza dovrebbe essere d’intralcio?

A turno, ognuno dei miei amici mi dà una pacca sulla spalla, l’ennesima. Provo ad immaginarmi in spiaggia, con un mojito tra le mani, a guardare il mare e a sparare cazzate con i miei amici. E mi sembra un sogno. Poi penso ai miei genitori: davvero hanno dato l’ok? Nelle mie condizioni? Nonno è morto per un Oronzo lo stronzo al fegato. Non hanno paura possa accadere anche a me? E se mi proibissero di partire?

«Ma, ragazzi, i miei genitori cos’hanno detto di questa storia?».

Interviene Giò:

«C’è voluto un po’ per convincere tua madre, in realtà. Tuo padre ci ha dato una grande mano: dice che devi vivere i tuoi diciotto anni nel migliore dei modi e non puoi permetterti di avere rimpianti quando sarai grande. E quindi, vabbè, ogni tanto anche i papà si fanno valere».

Quindi sono d’accordo anche mamma e papà. Voglio dire, i miei amici e i miei genitori hanno escogitato tutto questo alle mie spalle, solo per rendermi felice. Ho quasi le lacrime agli occhi, ma le ricaccio, perché non voglio che mi vedano piangere di gioia.

14/07/2018, sabato, Beppe
PARTENZE

È passata poco più di una settimana dall’annuncio che saremmo partiti per Riccione. Qualche cosa in più l’ho capita, anche se non ho fatto troppe domande, e qualche cosa è cambiata da allora: ho scoperto che mamma non era poi così contenta di questa partenza. Cioè, l’avevo immaginato, ma pensavo che papà l’avesse convinta. Invece, nonostante mi permetta di partire, non parla con lui da qualche giorno: ho notato della tensione e li ho sentiti bisbigliare in modo animato a letto, la sera, mentre pensavano che io già dormissi. È il brutto di avere due camere così vicine.

“Non possiamo lasciarlo partire per tre settimane come se nulla fosse!” ha esclamato la mamma. Papà ha sbuffato e si è girato dall’altra parte. Lo si capisce facilmente: il loro letto scricchiola tantissimo! Comunque, è rarissimo che papà non dia ragione alla mamma alla prima lamentela. Dev’essere davvero importante per lui che io parta. Allora mamma deve avergli bussato sulla testa, lo fa sempre per richiamare la sua attenzione ed è una cosa che lui odia.

“Dobbiamo lasciarlo andare, Mari. Ne ha bisogno. Si sta trovando coinvolto in una cosa più grande di lui e ha solamente diciotto anni” ha sentenziato, rigirandosi nel letto.

“Appunto. Dovremmo essere con lui in questo periodo, nel periodo prima dell’in..”.

Ha lasciato la frase a metà. Mamma non nomina mai le parole “tumore”, “chemio”, “intervento” e così via. Forse le fanno paura. A quel punto papà è passato al contrattacco e ha fatto una domanda che ha spiazzato persino la mamma, che solitamente riesce sempre a controbattere.

“Lo dici per il suo bene o perché ti ferisce che tu, in questo momento, possa stare tre settimane senza vederlo?”.

BUM. Beccata in flagrante.

Mamma è rimasta in silenzio per un bel po’. Devono essere passati dieci minuti o forse anche di più. Poi si è voltata – il letto ha scricchiolato di nuovo – e credo abbia pianto come mai prima d’ora. Ammetto che mi ha fatto male, e non poco, sentirla singhiozzare. Ero sul punto di dirle: “Tranquilla, mamma, non parto!”. Però poi ho pensato ai miei amici, a tutto quello che avevano fatto per me. Avevano venduto le loro Vespe. E poi Jack e Ale, che non sentivo da tempo, avevano organizzato un mercatino dell’usato, per me. E un altro pensiero mi ha attraversato, veloce come un fulmine, la testa: cosa se ne sarebbero fatti, dei soldi guadagnati, un domani, se io non ci fossi stato? Fino a quel momento non avevo mai concepito la morte. D’altronde, come cantavano i Nomadi in una canzone: “Quando si è giovani è strano, poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”. La ascoltavo sempre con papà, in macchina, quando ero così piccolo da non capirne il significato. Ecco, dicevo, fino a quel momento non avevo mai messo in conto che, forse, avrei potuto perdere. Però quel pensiero mi ci ha fatto riflettere sopra. Sarebbe stato da stupidi non vivere fino in fondo. O, semplicemente, non vivere affatto. Allora mi sono voltato anche io, nel mio letto – che non scricchiola – e, cercando di fingere di non sentire la mamma piangere e il papà dirle “andrà tutto bene” con la naturalezza tipica di chi, a distanza di anni, ama ancora, mi sono addormentato.

La valigia non è stata facile da fare. Mamma non ha voluto farla con me, forse le faceva troppo male la mia partenza. Di solito, quando andavamo al mare, era sempre lei a pensare a quanti costumi dovessi portare via, quante e quali magliette, quanti e quali pantaloncini. Prendeva i miei boxer e li metteva in valigia con tanta spontaneità. Quindi, ecco, papà ha provato a darmi una mano, la sera, una volta tornato dal lavoro, ma non è stata sicuramente la stessa cosa.
“Papà, quanti pantaloncini dovrei portare via, secondo te?” gli ho domandato.

“Mah, non saprei. Un paio?” mi ha risposto.

“Un paio? Sto via tre settimane!”.

“Dipende da quante volte ti cambi i pantaloncini durante la settimana!”.

“Mah, tre?”.

“Non lo so, Beppe. Dovresti saperlo tu!”.

Alla fine ho preso la valigia più grande e ci ho messo dentro un po’ di tutto, ricordando le parole di mamma ogni volta che papà le faceva notare che stava portando via veramente troppe cose: “Non si sa mai”. E così, ho messo dentro diversi pantaloncini, magliette, felpe, tre paia di scarpe, ciabatte, occhiali da sole e crema solare. Speravo di non aver dimenticato nulla. Poi, un pomeriggio sono tornato a casa in anticipo da un giretto con gli amici (aveva cominciato a piovigginare) e ho visto che mamma stava controllando cos’avessi messo in valigia. Aveva aggiunto delle cose e ne aveva tolte altre. E ho pensato che, forse, essere genitori è proprio questo: amare anche senza farlo vedere troppo. Ovviamente, non ho detto nulla. Ho lasciato che mi sistemasse al meglio la valigia per paura che uscisse dalla mia stanza.

Un’altra novità di questa settimana è che Giò si è fidanzato. Con la cameriera di 3A. È stata una cosa estremamente veloce: sabato scorso si sono trovati in un pub della zona, si sono detti tre o quattro parole e poi hanno limonato. Finito ciò, lui le ha chiesto di mettersi insieme. Lei era un po’ titubante, ma alla fine ha accettato. Da sabato in poi, Giò è sparito dalla circolazione: risponde ai messaggi molto raramente e dice sempre “sono con Alice, mi dispiace”: con gli altri ragazzi, abbiamo addirittura il sospetto che ci darà buca. A me interessa relativamente, perché l’importante è che lui sia felice. Ma gli altri non stanno prendendo molto bene il suo comportamento: Anto, in particolare, è particolarmente incavolato.

“Non è corretto il modo in cui si comporta” ha ripetuto fino allo stremo l’ultima volta.

E Mirko gli ha dato corda:

“Stiamo parlando del viaggio di Beppe e lui non sembra interessato per colpa di una tipa, rendiamoci conto…”.

La conversazione è durata un paio d’ore. Nel frattempo, poi, sono arrivati Jack e Ale. Imbarazzatissimi – come me, del resto – hanno alzato una mano per salutarmi. Forse era un segno di pace. Poi mi hanno sorriso e si sono avvicinati.

“Beppe, come stai?”.

Ci siamo dati il pugno. È stato come riconciliarsi dopo tantissimo tempo ed è stato…bello. Sembrava di essersi tolti un grande macigno dallo stomaco.

“Bene bene. Siete carichi per Riccione?”.

E in coro si è sentito un bel “sììììììììììììììì”. Sarà la vacanza più memorabile della storia.

Ultima novità della settimana: sono andato dall’oncologo. A me non sta molto simpatico, in realtà, ma mamma dice che è molto competente in materia e forse è vero. Ho cercato il suo nome su Google e mi sono apparse migliaia di notizie e tantissime sue foto. Dev’essere un tipo molto famoso. E ho anche trovato il suo Curriculum Vitae: oltre a svariate lauree, tutte prese con il massimo dei voti, ha qualcosa come venti pagine di esperienze, sia in Italia che all’estero, ed è addirittura un professore universitario. In quel momento, mi sono chiesto cosa vorrei fare della mia vita. Non so perché, è stata una domanda che è uscita spontanea vedendo come quell’uomo fosse riuscito a fare tutto nel migliore dei modi. E ho pensato che io non ho voglia di andare all’Università, che non appena metterò piede fuori dalla scuola mi ubriacherò con tutti i miei amici e si concluderà ufficialmente il mio periodo scolastico. Quello che succederà successivamente, sarà un mistero.

In ogni caso, l’oncologo ha osservato le radiografie della mia tac. Le ha proprio guardate a lungo, in silenzio, rigirandole nelle sue mani. Io non ci vedevo nulla, se non macchie incomprensibili, ma lui a quanto pare stava valutando cosa dire e cosa fare.

“Dunque, a breve ci sarà l’operazione. Si tratterà di eliminare la massa tumorale, ovviamente”.

Odio quando usa la parola “ovviamente” – ogni frase, praticamente – perché per lui sembra tutto così facile e ovvio. Giustamente, è facilissimo aprire la testa di una persona. Un po’ più difficile è se, la persona sotto i ferri, sei proprio tu.

“A breve, quando?” ha chiesto mamma. Per l’occasione, mi ha messo una mano sulla spalla, anche se in casa quasi non ci si parlava.

L’oncologo ha controllato la sua lista di pazienti. Ha valutato a fondo l’urgenza della mia situazione e ha sentenziato:

“Diciamo pure tra un mese e mezzo. Lo metto tra i pazienti più urgenti. Non si può andare oltre. Il…ecco, il…”. Non voleva usare la parola “tumore” davanti a mamma, si è capito. Lei lo aveva redarguito la volta precedente. Allora sono intervenuto io:

“Oronzo…”.

Si sono voltati tutti per guardarmi, come fossi un pazzo. Mamma, papà, l’oncologo.

“Oronzo?” mi hanno chiesto, in coro.

Allora sono scoppiato a ridere.

“Sì, io e miei amici lo chiamiamo così. Oronzo lo stronzo!”. E ho riso ancora.

Ma nessuno attorno a me stava ridendo – tranne papà, che sorrideva in tono pacato – e sono diventato rosso come un pomodoro. Mamma, che aveva ancora la sua mano appoggiata alla mia schiena, mi ha tirato un pugnetto debole.

“Non si scherza su queste cose” ha sentenziato l’oncologo, rimanendo impassibile e tornando a guardare la sua agenda.

Papà stava ridendo sotto i baffi e mamma l’ha guardato sbieco.

“Direi che la data dell’operazione sarà il 19 settembre. Dovrà essere qui nei giorni precedenti e dovremo fare delle analisi specifiche per l’anestesia…”.

Odio anche il fatto che si rivolga sempre e solo a mamma. Potrebbe dire “dovrai” o, se proprio, darmi del Lei con “dovrebbe”. Pensa che io sia un bambino che non capisce nulla, e invece l’ho capito perfettamente, che di mezzo c’è la mia vita.

Mamma ha annuito. Quando siamo usciti dalla stanza dell’oncologo, si è sentita male: aveva la pressione bassa e le infermiere l’hanno soccorsa pochi istanti prima che svenisse tra le loro braccia. “È molto stressata, cercate di darle il massimo conforto” hanno detto, in gran segreto, a me e papà. “Dovrei rimanere a casa?” gli ho chiesto, allora. Ma lui ha scosso la testa più forte che poteva e, con il suo tono risoluto, ha sentenziato: “Devi andare. Devi andare”.

29 marzo 2019

Aggiornamento

Ecco la prima recensione di Ma la luna è sempre là sulla pagina Facebook dedicata al libro. Grazie a Ilenia La Gioia!

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Letizia Poltronieri
Letizia Poltronieri vive in una cittadina della campagna veronese. Nonostante la sua appartenenza genetica all’immensa pianura, ama profondamente il mare, le cose semplici e le persone timide e impacciate (forse perché ci si rivede). Custodisce ogni cosa che trova e ha la camera piena di oggetti, cartoline, giornali, libri, sogni e progetti. Scrive da quando, in quarta elementare, ha deciso di mettere nero su bianco la scomparsa del proprio gattino, Baciu: da quel tragico evento la scrittura è divenuta il suo punto d’appoggio sia nei periodi negativi, sia in quelli positivi. Adora mangiare schifezze, dormire tanto, ascoltare le canzoni dei Nomadi, viaggiare rigorosamente in Italia. “Ma la luna è sempre là” non è il suo primo romanzo e – spera vivamente – nemmeno l’ultimo.
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