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La memoria dello scorpione

La memoria dello scorpione
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Consegna prevista Dicembre 2021
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Silvia e Veronica si conoscono fin dall’infanzia. Nel 1983, pochi giorni prima di Natale, un evento tragico sconvolge la vita di Veronica, che, a soli dodici anni, deve affrontare la morte dell’amato padre.

Questa tragedia le causa un vuoto e una solitudine interiore che nessuno riesce a colmare, che la portano a isolarsi. L’esistenza di Silvia, al contrario, scorre serenamente e il giorno del funerale, pur sapendo per chi suonano quelle campane, non riesce a sostenere quella sofferenza perché tenuta sempre al riparo da eventi infelici. Dopo un anno, le due ragazze si incontrano per caso e iniziano a frequentarsi, accomunate dalla passione per lo stesso gruppo musicale. Il rapporto diventa più profondo quando Silvia condivide con Veronica la lettura di un libro che le proietta in un universo di emozioni e complicità e si rafforza quando scoprono di avere un obbiettivo comune. Sarà soltanto attraverso lo scambio dei loro diari che riusciranno a confidarsi i loro sentimenti più intimi.

Perché abbiamo scritto questo libro?

Abbiamo avvertito la necessità di raccontare la nascita della nostra amicizia per trasmettere le emozioni profonde di questo rapporto che ci lega da sempre. Non è da tutti trovare la “persona” cui rivelare le nostre emozioni e debolezze più profonde e con la quale scoprire come colmare quel vuoto che ci opprime e ci rende incompleti; solo riconoscendosi attraverso l’altro si può arrivare a conoscere la nostra vera indole e vocazione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Veronica

Non sono mai stata una bambina molto socievole anzi direi piuttosto malinconica. Non riuscivo a fare amicizia facilmente, per mio fratello ero invisibile e avevo la sensazione di esserlo anche per i miei coetanei. Le amiche del quartiere mi consideravano a malapena e non perché ero una delle più piccole ma probabilmente perché ero una gran rompiscatole, spiona e perfettina. Conosco la mia migliore amica da sempre ma lo è diventata solo durante l’adolescenza quando il tuo “io” richiede di approfondire certe attese che soltanto chi è veramente simile a te può capire. Era come guardarsi allo specchio, finalmente avevo trovato qualcuno con cui condividere i miei pensieri senza essere fraintesa o giudicata. Non abbiamo mai sbandierato questa complicità, non volevamo che fosse contaminata da niente e da nessuno.

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Silvia

Io e la mia migliore amica ci conosciamo fin da quando eravamo bambine. Non siamo state da subito amiche del cuore, anzi da piccola non la sopportavo proprio. In quegli anni giocavamo tutti insieme in cortile e le mie amiche preferite erano altre, più affini a me sia come carattere sia come interessi. Lei era più piccola di me di due anni e da bambini questa differenza d’età sembra insormontabile. Se qualcuno mi avesse detto all’epoca che sarebbe diventata la mia migliore amica, avrei pensato che sarebbe stato più probabile il ritorno dell’era glaciale. Siamo diventate veramente amiche piano piano, superando differenze e diffidenze reciproche. Abbiamo vissuto questo legame in modo quasi segreto, sottotono, senza metterlo troppo in mostra, come una cosa troppo preziosa per condividerla con gli altri.

Dal diario di Veronica

Ho sempre pensato che non v’è nessuna felicità maggiore di quella della famiglia.

Fëdor Dostoevskij

Ho trascorso un’infanzia serena, la nostra era una famiglia modesta, come tante altre

Non ricordo di essere mai andata a mangiare una pizza fuori con i miei genitori e mio fratello o di avere mai avuto una festa di compleanno se non tra di noi, in famiglia.

L’unico piacere che si concedeva la mia famiglia era partecipare alle gite in pullman che organizzava la parrocchia e che si svolgevano dalla mattina alla sera, alcune mete furono Venezia, le Grotte di Frasassi e Tarquinia. I miei genitori si erano conosciuti non giovanissimi per quei tempi e si erano sposati dopo due anni di fidanzamento.

Adoravo mio padre, era un uomo meraviglioso, pacato e riflessivo, non ricordo di averlo mai sentito alzare la voce, era il mio papino come lo chiamavo io. Dopo la prematura morte di suo padre, mia nonna avendo altri sei figli – più altri quattro frutto dei due precedenti matrimoni del nonno – decise di mandare lui e uno dei fratelli più piccoli in un collegio lontano da casa; tornò in famiglia soltanto quando scoppiò la seconda guerra mondiale e purtroppo non riuscì a terminare gli studi. Nonostante questo era colto, aveva una risposta per tutto, per me era una garanzia, quella presenza come genitore che ogni figlio meriterebbe. Leggeva tantissimo e la nostra casa era piena di libri, la poltrona in salotto accanto alla porta finestra era il suo angolo di paradiso. Quando la mamma mi sgridava per qualcosa, correvo da lui, mi prendeva in braccio e ci sedevamo su quella poltrona. Aveva una particolare capacità di spiegarmi le cose che mi faceva rimanere a bocca aperta e riusciva sempre a calmarmi.

Mi sarò fatta raccontare milioni di volte la storia della sua famiglia allargata, delle sorelle e del fratello che vivevano in altre città. Era un grande appassionato di sport e seguiva ogni tipo di competizione con devozione. Insegnò a giocare a ramino a me e a mio fratello, una passione che condivideva con le sue sorelle.

Il sabato pomeriggio era solo per noi due, mia madre lavorava e molto spesso andavamo al bar di mia zia e ricordo che parcheggiava la macchina vicino all’entrata per permettermi di rimanere dentro al posto di guida – fantasticavo di andare chissà dove divertendomi tantissimo – e mentre sorseggiava un caffè, controllava dalla vetrata che andasse tutto bene e mi sorrideva, era l’amore della mia vita.

Capitava anche di fare delle girate più lunghe e in una di quelle occasioni si rivelò anche temerario. Successe quella volta in cui, andando in montagna a trovare dei suoi amici, abbiamo dato un passaggio a due ragazze straniere che facevano l’autostop e per me fu una vera e propria trasgressione! Ricordo di essere scesa di macchina per farle salire e d’istinto stavo andando a sedermi dietro per lasciare il posto davanti a una delle due ma fu sufficiente un suo sguardo per capire che dietro ci dovevano andare loro e io dovevo stare davanti con lui. Mi sentii così importante e fiera della sua decisione e non ricordo di averlo raccontato a mia madre perché non avrebbe approvato.

Il babbo disegnava benissimo, la sua era una dote naturale, come la gentilezza e l’empatia che riusciva a raggiungere con tutti, almeno io lo vedevo così. Non era un chiacchierone, ma quando parlava, trovava sempre le parole giuste per esprimere ogni concetto. Ricordo quando il marito di mia cugina veniva a casa per confidare al babbo le loro continue crisi di coppia, era così saggio ed equilibrato che riusciva a dare i giusti consigli. Abbiamo di solito trascorso le vacanze estive in montagna a casa dei miei zii, il mare e la confusione non gli piacevano. Andavamo nel bosco a cercare funghi e a fare lunghe passeggiate; ero terrorizzata dalle vipere ma sapevo che accanto a lui non mi sarebbe successo niente, non mi avrebbe mai messo in pericolo. La mattina mi svegliavo molto presto e siccome la sera uscivamo per andare alla pista da ballo, mia madre voleva che nel pomeriggio dormissi un po’ perché altrimenti avrei avuto sonno e non avrebbe potuto ballare il liscio con il babbo. Anche se ci provavo con tutta me stessa, non ci riuscivo e puntualmente la sera mi addormentavo tra le braccia rassicuranti del babbo, la mazurka in sottofondo e le ire funeste della mamma.

Lei era la generalessa della famiglia, un’educatrice inflessibile, dovevamo stare sempre sugli attenti. Faceva la parrucchiera e quel lavoro non le piaceva, detestava ascoltare le chiacchiere e i problemi delle clienti e quando la sera tornava a casa, era svuotata. Avrebbe preferito mille volte andare in fabbrica ma mio nonno non glielo aveva permesso, l’alternativa sarebbe stata fare la sarta come le altre sorelle ma le piaceva ancora meno. Credo che questa cosa l’avesse segnata profondamente, forse non si sentiva realizzata e cercava di dare il meglio con noi.

Non credo che il babbo fosse soddisfatto del suo lavoro in tintoria ma probabilmente, essendo pieno d’interessi, sentiva meno il peso di non avere realizzato i suoi sogni o almeno così credo perché purtroppo non ho mai avuto modo di chiederglielo. La mamma non era certo cattiva, esercitava il suo ruolo secondo il suo temperamento, era una persona di cuore, affabile e assolutamente affidabile, in casa si occupava lei di tutto e di tutti, ligia al dovere, fedele in amicizia e in amore. Nonostante questo non c’era complicità fra noi, non ci prendevamo per niente e comunque io vedevo solo il babbo che con la sua infinita pazienza mi accettava per quella che ero e lei sapeva benissimo questa mia predilezione. Mi ero sempre ripromessa che se avessi avuto dei figli sarei stata proprio come il babbo, un genitore comprensivo e tollerante, perfettamente in grado di gestire con calma ogni situazione

Dal diario di Silvia

I giovani che fanno il loro ingresso in società devono mostrarsi timidi o spaventati: un’aria risoluta e composta viene di solito interpretata come impertinenza.

La Rochefoucauld

Sono stata una bambina timida a mia insaputa. Quando le persone mi facevano delle domande, non avevo il tempo di rispondere perché la mamma m’incalzava e io, che mi prendevo il tempo per riflettere e rispondere con giudizio, ero sempre preceduta da lei, che poi giustificava la mia titubanza dicendo che ero timida.

No, non lo ero e non ero neanche lenta, solo che non mi dava modo fisicamente di esprimermi. Quest’atteggiamento mi ha sempre infastidito ma soprattutto mi esasperava che dovesse giustificarmi. Tante volte avrei voluto urlare che lo sapevo benissimo cosa rispondere ma non volevo farle fare brutte figure. Ci teneva e ci tiene molto alla forma e all’educazione.

E’ sempre stata severa perché ha intravisto in me fin da piccola una ribelle. Sì, forse ero pestifera e imprevedibile, mi arrampicavo dappertutto, ero curiosa e priva di senso del pericolo.

Abitavamo al quarto e ultimo piano e il nonno aveva dovuto mettere la catena alla porta d’ingresso perché la aprivo e uscivo sul pianerottolo rischiando di cadere dalle scale. Aveva messo anche una rete al terrazzo perché gettavo di sotto di tutto quello che mi capitava ma nessuno aveva previsto che mi sarei arrampicata sul lavandino. Svettavo in piedi nel vuoto del terrazzo e la mamma quando mi vide ebbe la prontezza di non urlare e mi afferrò velocemente.

Per arginare tutta questa vivacità la mamma usava il pugno di ferro ma purtroppo per lei ero circondata da nonni, zii e parenti vari che mi coccolavano e accontentavano in tutto. Il principale antagonista della mamma era ovviamente il babbo, ero la sua principessa e mi difendeva sempre dalla furia materna. Mi sembrava che lei fosse un intralcio, una figura solo punitiva che voleva le ubbidissi e basta. Alzava spesso la voce, che già aveva un tono alto naturalmente, mentre il babbo mai. In effetti, non aveva bisogno di rimproverarmi perché lasciava il compito del poliziotto cattivo alla mamma.

Quando eravamo fuori, era sempre allegra, chiacchierava volentieri con tutti ed era simpatica e scherzosa ma in casa con me era inflessibile. Il babbo era il mio preferito anche se la mamma partecipava alla mia vita scolastica venendo alle gite, alle recite e si occupava di tutto quello che mi riguardava.

L’unica volta che il babbo è venuto a prendermi a scuola, perché la mamma era all’ospedale, non mi ha visto uscire e sono tornata a casa da sola.

Uscivamo sempre con gli amici e avevamo un calendario ben scandito. Il Lunedì dell’Angelo iniziavamo la stagione dei picnic in riva al fiume, gli uomini pescavano, le donne chiacchieravano e noi bambini ci divertivamo con il fango del fiume e le meraviglie del bosco. D’estate, prima dell’immancabile Maremma, andavamo sulla riviera adriatica e d’inverno a sciare. Ho un ricordo meraviglioso di quella neve e della prima volta che ho indossato scarponi e sci. Mentre i miei genitori e i loro amici si divertivano con lo slittino, noi bambine imparavamo a sciare nel campo scuola. Mi piaceva, ma mi chiedevo perché io dovessi imparare qualcosa anche durante il fine settimana e gli adulti al contrario si godevano la neve senza alcun pensiero. Probabilmente ritenevano utile che imparassi a sciare solo per il fatto di saperlo fare, senza nessun obbligo di diventare una campionessa. Nonostante mi dispiacesse venire via da lì, la domenica non era finita perché, come tutte le volte di ritorno dalla montagna, c’era la sosta per la cena in un ristorante che adoravo e questo rendeva più piacevole la conclusione del fine settimana.

La scuola è sempre stata un luogo meraviglioso per me, mi è sempre piaciuto sapere, ho sempre indagato sul perché delle cose e questa mia curiosità, insieme alle trine sul grembiule, attirò subito l’attenzione della maestra, della quale diventai immediatamente la preferita senza, però, che questo interferisse con l’amicizia dei miei compagni, perché ero comunque una bambina socievole e benvoluta. Anche a casa con le mie amichette con le quali giocavo sempre, avevo un bel rapporto, a parte con i più piccoli della compagnia che non consideravo.

E’ stata un’infanzia indimenticabile e siamo stati davvero felici e liberi, il nostro unico pensiero era di scegliere ogni volta un gioco e svolgerlo nel miglior modo possibile.

Dal diario di Veronica

Non siamo mai così indifesi verso la sofferenza, come nel momento in cui amiamo.

Sigmund Freud

Il babbo iniziò a sentirsi poco bene a maggio e finì tutto molto velocemente, proprio nei giorni più belli dell’anno, quelli che precedono il Natale.

Eravamo rimaste una delle poche famiglie a non possedere ancora in casa un apparecchio telefonico e se avessimo avuto bisogno di chiamare qualcuno c’erano le cabine per strada oppure, in caso di emergenza, potevamo usufruire di quello della vicina di casa. Mia madre decise di farlo installare proprio in quel periodo perché purtroppo era necessario. Ricordo che i fratelli e le sorelle del babbo gli regalarono una televisione a colori da tenere in camera per distrarlo un po’ durante quei mesi di calvario perché a casa ne avevamo solo una in bianco e nero che tenevamo in salotto. Tutte quelle attenzioni destarono i miei sospetti, gliela portarono un giorno tutti insieme, non era mai capitato un evento del genere. Sorpresi uno dei miei zii uscire dalla sua camera scuotendo la testa con gli occhi lucidi e mi nascosi in bagno, non volevo che mi vedesse.

È proprio una crudeltà a nemmeno dodici anni vedere il corpo di tuo padre trasformato inesorabilmente dalla malattia. Fin da subito fu un continuo andare e tornare dall’ospedale tra chemioterapie, trasfusioni e cure inutili. Ricordo i pomeriggi trascorsi al suo capezzale a fargli compagnia, a massaggiare le sue mani devastate dai crampi. Rimanevo con lui anche mentre dormiva, a fare i compiti o a giocare così se avesse avuto bisogno di me, l’avrei sentito subito.Ci fu un periodo in cui mio cugino infermiere veniva a casa nostra tutte le mattine molto presto ad attaccare la flebo e una volta finita, mi aveva insegnato a togliere la farfallina dalla vena. Diventò il mio compito prima di uscire da casa per andare a scuola e il più delle volte il babbo dormiva e non se ne accorgeva nemmeno. Nessuno mi diceva niente ed io non chiedevo niente, in realtà non volevo sapere la verità e comunque non me l’avrebbero detta, un po’ perché pensavano che fossi troppo piccola, oppure davano per scontato che avrei tratto da sola le conclusioni.

Mi resi conto che non sarebbe mai guarito quella volta in cui entrai in camera per controllare se era sveglio e lo trovai con il volto rigato dalle lacrime. Stava piangendo in silenzio in tutta la sua riservatezza. Mi disse che non era niente, aveva solo dei dolori un po’ più forti ma era così intelligente e lucido che aveva capito tutto e sapeva che il suo percorso vicino a noi sarebbe finito presto. Fu un momento che non potrò mai dimenticare, la sua consapevolezza diventò anche la mia e da allora fu un crescendo di angoscia. L’unico tentativo di informarmi della situazione fu da parte di mia cugina, più grande di me, che mi disse: <>. Con quelle parole fredde e desolate ne ebbi la conferma e fu come cadere in un pozzo dove sai che presto arriverà la fine, ma è meglio non pensarci perché le conseguenze potrebbero essere irreversibili.

2021-04-11

Evento

Instagram Diretta instagram gentilmente invitate da Paola Tricomi con Rossana Pasian e Andrea Bianchi.
2021-03-27

Evento

instagram Diretta Instagram gentilmente invitate da Paola Tricomi con Rossana Pasian e Andrea Bianchi.
2021-03-21

Aggiornamento

Cari sostenitori e care sostenitrici vogliamo ringraziarvi per averci permesso di raggiungere questa percentuale di preordini in così breve tempo. Siamo molto felici del vostro appoggio e vi invitiamo a non mollare, il vostro supporto e il continuo passaparola sono ancora fondamentali per arrivare alla meta di 200 copie che permetterà al libro di essere pubblicato. Grazie infinte per essere al nostro fianco e permettere a queste due bambine di crescere.

Commenti

  1. Paola Tricomi e Andrea Bianchi

    (proprietario verificato)

    Straordinario esempio di complicità e amicizia. Una trama che ti attraversa

  2. (proprietario verificato)

    Potrei riassumere con due parole lesensazioni che ho avuto leggendo l’anteprima: delicatezza e purezza. La delicatezza che si percepisce anche nel racconto di ricordi dolorosi. La purezza nel raccontarsi; senza artifici o veli, presentarsi per ciò che siamo stati ed ha portato a ciò che si è. La promessa di un racconto incontaminato e pulito, come le protagoniste. Brave.

  3. Alessandro Galdi

    (proprietario verificato)

    Letta l’anteprima, sono rimasto colpito dalla veridicità rimandata dalle parole scritte e delle protagoniste. È stato come sedersi a un tavolo e ascoltare dal vivo le dirette interessate, provando empatia per molti tratti del loro racconto che, pur essendo personali, sono parte dell’essenza delle persone.
    Un’occasione per imparare ad ascoltare e trarre beneficio dalla preziosità del proprio viaggio di vita.

  4. (proprietario verificato)

    Quando leggendo un libro, si riesce a far accendere, pensieri, ricordi, sentimenti che ti emozionano, credo che il risultato sia stato raggiunto. Ecco, per le autrici di questo libro l’obbiettivo è stato pienamente raggiunto. Vi faccio i miei più sinceri complimenti, nella speranza che a questo facciano seguito altri vostri lavori.
    Luca Chiti.

  5. (proprietario verificato)

    È vero i Vs sentimenti sono palpabili e per quel poco che ho letto le righe scorrono piacevolmente Non sapevo di avere una cugina poetessa Complimenti ancora a entrambe

  6. fabiofalomi

    (proprietario verificato)

    Si riescono quasi a toccare i vs sentimenti, complimenti… per mio difetto, appeno entro in un personaggio mi rimane difficile staccarmi e saltare ad un altro cui mi sento più distante, a meno chè non interagiscono fra loro perdo un pò di interesse…rimane Adorabile

  7. (proprietario verificato)

    Esiste un modo “giusto” per raccontarsi? La risposta è sì. La familiarità di un diario, un tuffo nel passato, storie parallele ma diverse. Pagina dopo pagina, visioni che mi che mi fanno staccare dalla contemporaneità frenetica a cui sono ormai abituata. Cosa può essere più amarcord di un diario fra amiche?
    Semplicemente adorabile. Simona Galli.

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Pamela Nardini e Federica Innocenti
Mi chiamo Pamela Nardini e sono nata a Prato, dove sono cresciuta e dove vivo da sempre. Ho studiato lingue e ho continuato a studiarne di nuove, infatti ora sto imparando l’olandese. Fin da bambina ho sempre tenuto un diario in cui trattenere i miei pensieri, sono una lettrice insaziabile e la mia caratteristica principale è la curiosità per qualsiasi cosa mi sia sconosciuta. Amo i ricordi e continuo a sognare.

Mi chiamo Federica Innocenti, sono nata a Prato ed è la città in cui vivo tuttora. Sono sposata e ho un figlio, mi piace leggere, andare al cinema e viaggiare. Sono una sentimentale di natura, non ho mai smesso di sognare nonostante la consapevolezza potrebbe non consentirlo più ma per fortuna ho una compagna di viaggio che la pensa esattamente come me. “La memoria dello scorpione” è il nostro primo lavoro, si svolge nei luoghi dove siamo cresciute e che hanno visto nascere la nostra amicizia.
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