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La mia storia con Anna

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Consegna prevista Marzo 2020
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Cosa succede quando un uomo adulto, padre di famiglia, per combattere la monotonia di un matrimonio infelice frequenta un giro di prostitute? E soprattutto, cosa succede se si innamora di una di loro?
Una situazione patetica, squallida, scabrosa, triste.
Lei è una ragazza che scappa dal suo Paese, una ragazza piena di problemi troppo grandi.
E questi problemi, a poco a poco, si avvinghiano anche a lui, lo avvolgono e lo sovrastano. Forse è troppo facile criticarlo. Che ne sappiamo di lui e della sua vita? Dell’incomprensione che aleggia nella sua casa, insieme a indifferenza e disprezzo? Lentamente nasce un rapporto, si solleva dal fango, prende il volo. A poco a poco prende vita un sogno meraviglioso, tenero, ma tremendo, come spesso solo i sogni sanno essere.

Perché ho scritto questo libro?

Bellissima domanda. Perché l’ho scritto? Forse perché per indole ho una gran fantasia? Non ho scritto solo questo, e tutte le mie opere sono intrise di una fantasia enorme. La stessa fantasia che mi fa apprezzare una canzone, un quadro, un paesaggio, un volto, due occhi intelligenti, un ricordo. Essa fa vivere altre vite, fa volare. La fantasia è libertà.
Mi affeziono ai miei personaggi, che nella mia testa prendono vita. Si muovono da soli e sono loro che si raccontano a me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“No: la signora Facchin non mi ha lasciato detto nulla.”

“Le avevo telefonato ieri; eravamo rimasti d’accordo che sarei venuto questo pomeriggio, a vedere la bambina.”

“Se ne sarà dimenticata. Comunque non si preoccupi: non c’è nessun problema. Solo un minuto.”

La ragazza premette il pulsante della linea interna.

“Sì?”

“Laura? Puoi venire cinque minuti? Io accompagno un signore a vedere una bambina.”

“Arrivo.”

“Vieni subito, per favore: intanto io mi avvio.”

“Va bene.”

“Venga con me.”

L’uomo seguì la ragazza lungo un corridoio.

“Venga. È qui dentro.”

 Continua a leggere

Aprì la porta ed entrarono in una stanza in penombra. C’erano otto culle, quattro per lato. 

Cinque  erano vuote ….. la vide.

“Ecco Donatella:  non ci si può sbagliare, vero?”  disse ridacchiando, ammiccando alla neonata con simpatico affetto.

L’uomo si avvicinò alla culla. 

Era carina! Non poté fare a meno di sorridere.

“È un amore, vero?”

“Sì.”

Aveva la pelle olivastra. Due occhioni enormi, neri.

L’uomo si sentiva impacciato: non sapeva come comportarsi, cosa fare. Allungò la mano e sfiorò la guancia della bambina.

“È l’unica di colore … ma è la più carina di tutte. Le vogliamo tutti bene, qui. – l’uomo annuì – È per una adozione?”

“No.”

Con l’indice, sfiorò il palmo della manina, che subito si chiuse a stringere il dito.

“Vuole che gliela metta in braccio?”

“No. Grazie.”

La ragazza si sentì in dovere di lasciare l’uomo un attimo tranquillo, con la bambina … ma non l’avrebbe lasciato solo .. non si sa mai (si comportava in modo così strano!). 

Si spostò a sistemare i lenzuolini di un lettino vuoto, all’altro lato della stanza.

L’uomo, sorridendo, agitò un po’ il dito, ma la manina non mollò la presa. Era bella. Che occhi! Non c’era nulla di lei che assomigliasse alla madre. 

Nulla … ma era ugualmente un amore!

“Grazie, signorina; possiamo andare.”

“Guardi che, se vuole, possiamo rimanere ancora un po’: io non ho premura.”

“No, grazie … Possiamo andare.”

Già la seconda volta che andai a cercarla in quel viale, mi accorsi che, fare all’amore con lei, era bello, bellissimo. 

Di una incantevole, infinita dolcezza.

E sentii anche che le volevo bene.

Ora lo so: l’amavo.

ANNA

Sì. Anna era una puttana.

La mia tenera, dolcissima puttana.

Perdonami Anna, come posso non chiamarti così?

Anche dentro di me io ti chiamavo “tesoro”, “dolcezza”, “pulcino”, “scimmietta”.

Eri il mio angelo. 

Il mio tenero, dolcissimo angelo.

Anna! Anna!

La conobbi una sera; era il mese di Marzo.

Facevo il solito giro, nei viali.

La vidi e mi colpì subito il suo aspetto: timido e pulito.

“Quanto vuoi?”

“Cinquantamila.”

“Di dove sei?”

“Sono di Cecoslovacchia.”

“In camera, non lavori?”

“No. Non ho camera.”

“Senti …  a casa mia, quanto chiedi?”

Facevo queste domande  … così, solo per prendere tempo; per studiarla, osservarla.

“No. Non lavoro in case. Solo macchina.”

“Sicura?”

“Non lavoro in case. Ho paura. Solo macchina.”

“O.K., ci ripenso. Casomai ripasso. Ciao.”

“Ciao.” e mi sorrise, gentile.

Dopo non più di dieci minuti (già dal primo istante, lo sapevo che l’avrei fatto) interruppi bruscamente il giro, e tornai a cercarla. 

Era ancora lì.

La feci salire. Mi guidò sul posto, e facemmo all’amore. 

Non era una ragazza di particolare bellezza, ma aveva un non so che di pulito, di innocente, una simpatica timidezza. Nel suo modo di fare lasciava trapelare un commovente imbarazzo per quello che faceva. 

Dopo essersi rivestita, non mi fece fretta, e parlammo per qualche minuto.

Era in Italia solamente da due mesi. Mi complimentai per il suo italiano; capiva senza problemi quasi tutto quello che dicevo, ed a sua volta si esprimeva in modo semplice, ma chiaro e simpatico. Mi colpì la sua intelligenza ed  il suo modo di fare fine ed educato. Mi disse di aver frequentato la scuola: ragioneria. Prima di lasciarla, accarezzandole una guancia, le sussurrai:

“Sei bella.”

Lei mi guardò, un po’ sconcertata; non tanto per il complimento in se stesso, quanto per la sincerità ed il calore che vi avevo messo nel farlo.

Dopo un attimo di esitazione, disse:

“ … normale.”

Due sere dopo tornai da lei. Mi riconobbe quasi immediatamente.

Seppi così altre cose di lei. Che nel suo paese aveva cercato un lavoro attinente al suo titolo di studio. Inutilmente. Mi raccontò di averlo poi trovato come operaia. Era riuscita a farsi assumere in una piccola fabbrica, per due mesi, ma ….. 

il “padrone” diceva sempre bugie … 

e la faceva lavorare anche per undici ore al giorno, rinviando sempre però il momento di darle lo stipendio. 

Non la pagò mai. Lei lasciò quel lavoro, e se ne andò. 

Si trasferì in Germania, per un anno.

“Parli anche tedesco?”

“Sì, tedesco, inglese, e italiano  …. tutti e tre … solo un po’.”

“Ma come hai fatto ad imparare l’italiano, così bene, solamente in due mesi?”

“Ho un libro in hotel. Corso di italiano. Lo studio sempre.”

“Quanti anni hai?”

“Mmm…  Ventitré? Due e tre. Si dice così, vero?”  Assentii sorridendole.

“E tu?”

“Io sono vecchio: trentanove.” (era falso: erano quarantuno)

“Non sei vecchio. … e sei gentile.”

Facemmo all’amore. Era docile, soffice, tenera. 

Io cercavo di essere il più dolce possibile con lei. Lo facevo con gentilezza, affettuosamente. Le accarezzavo il volto; andavo a cercare la sua mano e me la portavo alle labbra. Poi le baciavo lievemente il collo, le guance. Lei mi lasciava fare. La prima volta che avvicinai le mie labbra alle sue, spostò leggermente il capo, e ….

“No ….”   ridacchiando imbarazzata.

Quando ebbi finito, rimasi su di lei. La baciai a lungo, sul volto, sul naso, sulle guance, sul mento, sulla fronte. Mi lasciò fare.

“Posso restare ancora un minuto?”

“Se tu vuoi … sì.”

“Mi abbandonai su di lei, senza pesarle, stringendola dolcemente, con la testa sulla sua spalla. (Dio mio, com’era soffice e dolce!).

“Senti …”

“ ??? ”

“Ti costringe qualcuno a fare questo?”

“Non capisco.”

“Ti obbliga qualcuno a fare questo lavoro? A lavorare in strada?”

“No. Nessuno. …  Io non faccio questo per sempre.”

“Dove vivi?”

“Io? A … Treviso.”

“Qui a Treviso?”

“Sì.” … ma c’era incertezza nella sua voce.

“Non temere: non voglio sapere dove abiti. Te lo chiedevo solo così, per parlare.”

“Scusami: io ho detto bugia. Non vivo a Treviso. Vivo a Conegliano.”

“A Conegliano?”

“Sì. A Conegliano. In Hotel.”

“Da sola?”

“Sì. Da sola.”

“E non hai un protettore?”

“ ??? ”

“Un protettore. Qualcuno che ti protegge … o che ti obbliga a fare questo lavoro.”

“Non capisco.”

“Come posso spiegarmi! Un protettore, un  pappa, un magnaccia.”

“Ah! Ho capito. No: sola.”

“Vieni qui tutte le sere?”

“No. Non tutte le sere.”

“Giovedì sera, ti trovo?”

Pensò un attimo.

“Sì.”

“A che ora arrivi di solito?”

“Alle nove, nove e mezza.”

“E fino a che ora rimani?”

“Fino alle undici, undici e mezza. No sino a tardi. Padrone Hotel, dopo chiude.”

“Chiude così presto?”

“No. Chiude all’una. Ma io non sto mai fuori fino a tardi. Quando io ho fatto abbastanza soldi per Hotel me ne vado.”

“E come torni a Conegliano?”

“Autostop ”Lo disse sorridendo, con aria birichina.

“Senti … io giovedì sera sono a cena con amici. Se finisco presto, vengo qui. Alle dieci, dieci e un quarto al massimo. Ti trovo?”

“Sì.”

“Sicura?”

“Sì.”

“Guarda che ci tengo a rivederti.”

“Capito.”

“Sicura, sicura?”

“Sì.”

“Alle dieci!”

“Alle dieci.”

 “Sicura, sicura?”

“Sì.!!!!!!!”  … dandomi un pizzicotto sul naso.

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Aleardo Guerra
Nato a Mantova nel 1946, da ragazzo, ho fatto parte di un complesso musicale beat (i "Les Amis") che a quei tempi, in Lombardia e nel veneto, aveva raggiunto una certa notorietà. Sposatomi, ho intrapreso la carriera militare da ufficiale dell'Esercito sino al grado di Colonnello, e ho vissuto a Roma, Anzio, Padova e infine a Treviso. Ho sempre avuto l’hobby della pittura. Con mia moglie, raggiunta la pensione, ci siamo dedicati anima e corpo al ballo. Siamo stati per due anni consecutivi campioni italiani di tango argentino e quindi maestri di ballo di classe oro. Da tre anni e mezzo sono rimasto vedovo. Il mondo mi è crollato addosso ed è ancora dura, molto dura.
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