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La musica dei desideri

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Consegna prevista Agosto 2020

Un atto di generosità compiuto quasi per caso catapulta Sebastiano – Seb, per tutti – in un mondo fatto di misteri e di magia. Una nuova Torino sarà pronta ad accoglierlo, con i suoi personaggi tanto affascinanti quanto enigmatici, con i protagonisti delle fiabe vivi come mai lo sono stati. Pagina dopo pagina, impariamo a conoscere il “nuovo” Seb, scoprendo allo stesso tempo che ben poco sappiamo del “vecchio”. I due personaggi si muovono in un mondo fatto di regole, doveri, desideri e prezzi da pagare. Ogni cosa ha un prezzo e ogni azione ha una conseguenza. Questo è l’unico insegnamento che unisce il nuovo al vecchio. Infine, c’è la musica – fuggita dal vecchio, ritrovata dal nuovo – che parla il linguaggio della meraviglia, che arriva dritta ai cuori, che ancora una volta stravolge la vita di Seb spingendolo dove mai avrebbe creduto di arrivare. Cosa vogliono da lui Talia e gli Scolari? Chi sono i perfidi Paladini? Perché tutti lo chiamano “Maestro”? Perché un flauto?

Perché ho scritto questo libro?

Adoro la leggenda del Pifferaio Magico e ho deciso di celebrarla non stravolgendola, come molti hanno fatto, ma donandole un seguito. Amo visceralmente la città di Torino – città magica per eccellenza – e l’idea di una Torino parallela intrisa di misteri e prodigi mi ha da sempre affascinato. In aggiunta a tutto questo, volevo creare un’esperienza insolita per il lettore, coinvolgendolo in una caccia al tesoro reale, nascosta tra le pagine del libro.

Il ragazzo biondo perse il bagliore argentato, si staccò dalla Fontana dei Melograni e strinse il nuovo venuto in un abbraccio.
«Prova solo a pensare di attaccarmi e sei morto.» sussurrò.
L’altro, ancora ansante per la corsa fatta per raggiungere quel luogo annuì, stringendo nervosamente il flauto di Pan che aveva tra le mani.

Il biondo osservò rapidamente l’oggetto, come per verificare che non fosse un’effettiva minaccia, poi allentò un poco la stretta guardandosi intorno.
Alcuni dipendenti del borgo – museo stavano chiudendo uffici e biglietterie poco distanti dalla fontana, dunque era fondamentale non attirare troppo la loro attenzione.

Il nuovo venuto si lasciò guidare fino al palchetto in pietra antistante la fontana. Una pressione leggera ma decisa sulle sue spalle lo fece sedere.
Il ragazzo con il flauto vide, o forse si trattava della sua immaginazione, che le piante che circondavano il palchetto, in quel momento parevano protendersi minacciosamente verso di lui, mentre il ragazzo biondo, tenendo le braccia conserte, aspettava in piedi che il nuovo venuto parlasse.

«Arrivo di corsa dalla Torre di Moncanino, il Labirinto mi ha portato qui perché ho bisogno di voi.»

«Cervo, da quando vige la regola “Prima parlano e poi li uccidiamo”?» chiese un altro ragazzo, che sembrava essere emerso dalla fontana, sebbene fosse completamente asciutto. Questo nuovo compagno del ragazzo biondo, che a quanto pare si faceva chiamare Cervo, aveva un marcato accento inglese e brillava di una luce argentata agli occhi del ragazzo con il flauto, che si irrigidì quando lo riconobbe. Quando quest’ultimo posò lo sguardo sul nuovo arrivato, ringraziò mentalmente di essere seduto, dal momento che avvertì le gambe indebolirsi. Se lui aveva riconosciuto il ragazzo con i capelli scuri, non sarebbe passato molto tempo prima che…

«Ma io questo lo conosco!» disse infatti il compagno di Cervo. Senza attendere risposta si avvicinò rapidissmo – il flautista avrebbe giurato che avesse percorso gli ultimi metri volando – e lo afferrò per il bavero del giaccone, elegante ma strappato e lacerato in più punti. Di fatto, poco più che uno straccio. «La gente ci guarda, Vento. Torna visibile!» sussurrò Cervo preoccupato.

Con un sospiro, il ragazzo dai capelli scuri, Vento, perse l’alone di luce argentata agli occhi del flautista. «Nessuna reazione? Neanche un minimo di paura?» chiese Vento genuinamente perplesso. Si avvicinò al volto del flautista «Non mi pare abbia l’unguento o qualche altro intruglio che usano loro; gli sono apparso davanti e non ha fatto una piega.»

«Prima ha visto anche me, sebbene fossi invisibile.» spiegò Cervo. «Devono essersi evoluti.»
«A maggior ragione, non è il caso di lasciarne in giro.» concluse drastico Vento aumentando la stretta sul flautista. «Oltretutto questo, qualche mese fa, ci ha massacrati.»
«È lui che ha quasi ucciso Folgore?» chiese Cervo. Il suo sguardo si fece duro e carico d’odio.
«In guerra tutto è lecito. D’altronde, voi state per fare la stessa cosa con me.» replicò il flautista «E stareste per commettere il mio stesso errore.»
«Lasciare in vita un nemico?» chiese Vento con un sorriso tetro.
«Uccidere un alleato.»
«La cosa si fa interessante. Abbiamo un traditore, dunque?»
«Solo uno che ha capito come funzionano le cose. Il guaio è che l’ho capito troppo tardi, ma dovrebbe esserci ancora tempo per rimettere tutto a posto. Fatemi entrare nel vostro regno e…»
Cervo proruppe in una risata.
«Devi essere completamente impazzito. Non posso credere che tu mi stia chiedendo seriamente una cosa simile. Che cosa ti aspetti che ti rispondiamo?»
Il flautista incassò il colpo chinando il capo. Cervo aveva ragione: né lui, né, soprattutto, Vento, avevano motivo di credere alle sue parole.
L’intuizione esplose nella sua mente con la forza di un tuono: non avrebbe usato le parole!
Con un rapido guizzo delle pupille, invocò i suoi poteri per immobilizzare Cervo e Vento, impedendo loro anche di parlare, poi portò alle labbra il flauto di Pan e incominciò a suonare.
La musica colorava e dava forza alle emozioni, mentre queste andavano trasformandosi in luoghi, persone, cose.
La storia di Sebastiano divenne una sinfonia.

Troppo freddo quel giorno di gennaio. A fatica ero riuscito a mettere insieme soldi sufficienti per un panino per me e per Tony, il mio maestro, il mio amico. Dopo aver cenato eravamo andati di corsa ai nostri giacigli, faceva veramente freddo e, come diceva sempre Tony: “Se vai a dormire presto, la notte passa prima”. Non so se era la suggestione delle sue parole, oppure se c’era verità in esse, ma funzionava per davvero. E così, con la pancia praticamente vuota, Sebastiano, detto Seb, cioè io, dall’alto dei suoi sedici anni, raggiunse il suo posticino in via Sacchi, all’angolo con via Magenta, preparandosi a sopravvivere a un’altra notte di freddo torinese, ancora senza ombra di neve, con buona pace delle olimpiadi che stavano per incominciare. Veramente un gran bel posto il mio, sapete? Nel corso di quell’anno passato per strada ero riuscito a mettere insieme un discreto bottino, grazie alla mia abilità nel rivalutare ciò che si trovava nei bidoni dell’immondizia, nel saper sfruttare al meglio le elemosina che riuscivo a ricevere e nel sapermi semplicemente arrangiare, dote insospettabile che avevo scoperto ed affinato.

Avevo un bellissimo piumone rosso – perdeva piume da un lato ed era un po’ macchiato, ma teneva ancora caldo – una specie di stuoina imbottita, con un buco grande come la mia mano sul fondo, un cuscino fatto con un sacchetto in cui tenevo un paio di felpe e pantaloni di ricambio, un bicchiere di plastica verde fosforescente per le offerte dei passanti e tre palline fatte con calzini di provenienza incerta, dunque prima attentamente lavati alle fontane torinesi, riempiti di sabbia.

Mi coricai, augurando la buona notte alla città, che, sebbene talvolta sia ingrata, riusciva comunque sempre a mantenermi in vita e a regalarmi un sorriso, mi avvolsi nel piumone e chiusi gli occhi, piombando addormentato.
Un calcio nelle costole mi riportò bruscamente alla realtà.

Ancora mezzo intontito dal sonno, cercai rapidamente di recuperare lucidità e riflessi – componenti fondamentali per chi vive in strada. Vidi un vecchio, tremante, ferito alla testa, a giudicare dall’abbondante scia di sangue che gli solcava la fronte. Mi parve vestito in modo molto eccentrico.
Mi disse semplicemente:
«Aiuto.»
Senza pensarci un secondo, feci una cosa che una mente sveglia avrebbe ritenuto stupida, ma che, impastato com’ero di sonno e di agitazione, in quel momento mi parve un’ottima idea. Alzai il piumone e nascosi il vecchio. C’era spazio per entrambi, così me lo tirai sulla testa pregando con tutte le mie forze che le nostre due sagome non fossero messe in modo troppo innaturale: magari nel buio potevamo essere scambiati per qualche senzatetto sovrappeso.
In caso contrario, il vecchio non sarebbe riuscito a salvarsi, e nemmeno io.
A quel punto, udii le voci. Non ebbi il coraggio di abbassare il piumone per guardare, ma quel che sentii mi parve parte di un sogno, impossibile per un ragazzo che vive saldamente ancorato nel suo tempo e legato alla concretezza del sopravvivere.
Un uomo e una donna, o forse una ragazza.
«Non può essere sparito!»
«Era sotto la mia lama, maledizione!»
«Non eravamo noi quelli esperti di incantesimi?»
«Sicuramente lui lo era di più. Hai visto com’era vecchio? L’età in questi casi conta.»
«Bah, uno in più o uno in meno vivo non fa differenza. Presto li incontreremo tutti insieme.»
«Sì, ma sai… Eliminarne prima accelera il lavoro dopo.»
«Torniamo alla Fortezza, abbiamo fatto abbastanza confusione per oggi.»
Poi più nulla. Così come non li avevo sentiti arrivare, nemmeno li avevo sentiti andare via.
Attesi ancora per qualche istante, poi sotto il piumone divenne insopportabilmente caldo, così misi fuori la testa per prendere aria.
Poco dopo, il vecchio uscì a fatica dal rifugio.
«Grazie» mormorò.
«Figurati, siamo sulla stessa barca. Tutti e due rifiuti della società, a quanto vedo. Certo che prendersela con un vecchio è veramente da vigliacchi. Senti, cosa intendevano per “incantesimi”? Sai a cosa si riferivano o mi sono sognato tutto il discorso?» l’adrenalina accumulata in quei secondi mi aveva reso incredibilmente ciarliero e non riuscivo a smettere di parlare. Smisi solo quando vidi l’uomo accasciarsi su un fianco.
«Ehi che ti succede? Chiamo qualcuno?» chiesi allarmato, girandolo verso di me per verificare le sue condizioni.

Nel farlo, le mie mani toccarono qualcosa di umido all’altezza delle costole.
Perdeva sangue e ne perdeva tanto.
Non ebbi tempo per spaventarmi – più di quanto già non lo fossi – perché lui mi afferrò il volto con le mani. Era una stretta delicata, ma non riuscivo a liberarmi.
Di colpo gli occhi dell’uomo divennero bianchi, mentre davanti ai miei esplose una luce violetta. Una voce parlò, ma non compresi nulla, se non le ultime parole:
“Per sempre”.
Poi fu come se due mazze da baseball mi avessero colpito su entrambe le tempie. Tutto si fece buio e crollai a terra.
[…]
Se c’era qualcuno che poteva sapere cosa fare in questi casi, quello era Tony.
[…]
Tony aveva il suo giaciglio vicino alla Chiesa della Gran Madre di Dio, dunque avrei dovuto fare un bel po’ di strada a piedi per raggiungerlo, ma andare lontano era esattamente quello che volevo, dunque la cosa non mi spaventava per nulla.
Torino è fatta a scacchiera, dunque, dopo due svolte nella stessa direzione, ci si ritrova inevitabilmente dove si è partiti. Così accadde a me: tornai su Via Sacchi all’angolo con Corso Vittorio e vidi da lontano il giaciglio – inconfondibile anche alle prime luci dell’alba, per via del piumone rosso brillante – e, con orrore, il taxista che gironzolava intorno ad esso.
[…]
«Bastian Contrario! Sono le sette meno un quarto e tu già corri in giro?»
La voce allegra e un po’ roca mi fermò. Anche senza voltarmi, sapevo a chi apparteneva. Per qualche casuale gioco della fortuna, Tony si trovava già da quelle parti.
[…]
«Tutto bene? Hai fatto colazione?»
La colazione era davvero l’ultimo dei miei pensieri, dunque gli raccontai ogni cosa, omettendo la parte relativa alla luce e alla voce, che risultava veramente poco credibile e che, probabilmente era frutto del brusco risveglio e della stanchezza.
«Mi spiace per quel poveretto, chiunque egli fosse, ma lasciati dire che sei veramente sfortunato. In anni di nobile professione sarà la seconda volta che sento una storia simile.»
«Sarò sfortunato, ma intanto non posso più tornare al mio giaciglio e sicuramente tutte le mie cose verranno portate via dai poliziotti, se il taxista li ha chiamati. Che si fa?»
[…]
Mentre camminavamo, Tony rifletteva a voce alta, ponderando le varie soluzioni. Intanto, la città andava lentamente risvegliandosi e alcune persone percorrevano rapide e infreddolite i portici della piazza diretti alla stazione.
Contrariamente a quanto aveva predetto Tony, nessuno faceva caso a me. Il passante tende ad ignorare tutto ciò che appare insolito a meno che non costituisca una diretta minaccia per lui e io, in quel momento, ero tutto meno che minaccioso.
«La giacca te la recupero io stasera, se riesco, ma non te la darò gratis: gli sbagli si pagano. Mi aspetto una cena ben fatta e per “ben fatta” intendo: un trancio di pizza e una birra.»
«Vediamo che cosa riesco a mettere insieme oggi. Ho anche lasciato là le mie palline…»
«Non che ti siano mai servite a molto, Seb. Sei un disastro quando si tratta di attirare gente.»
[…]
ero sceso a compromessi in merito alle elemosina.
Diciamo che le avevo trasformate in una sorta di spettacolo a cappello all’insaputa dei passanti.
Io e Tony avevamo sufficiente divario d’età per sembrare padre e figlio. Da soli, non saremmo stati altrettanto efficaci
[…]
Invece, in due era perfetto: padre e figlio a chiedere le elemosina, il figlio così carino e tenero con quegli occhioni languidi che cerca di ottenere qualcosa per far mangiare suo padre prima e lui solo se avanza qualcosa, chissà che cosa dovevano aver passato per essersi ridotti in quello stato, senza tuttavia mai perdere l’amore e il rispetto che sta alla base di una buona famiglia.

Così, forti della nostra collaudata strategia, avevamo raggiunto uno dei bar più belli della città e Tony era andato a sedersi al tavolino.
Dicesi “tavolino” uno spazietto di marciapiede appena fuori dalla cornice della vetrina del bar. Lo si trova in tutti i locali ed è praticamente sempre libero.

[…]
Dopo qualche altro tentativo mal riuscito, Tony si alzò e, senza perdere il sorriso, mi si avvicinò:
«Avanti di questo passo, ci toccherà fare suoni fastidiosi con la bocca, così la gente ce la riempirà pur di farci smettere.» il suo mantenere il buon umore anche di fronte a circostanze sfavorevoli era, insieme alla sua schiettezza, ciò che più amavo d lui.
«Sì, e poi ti immagini se uno ci ficca in bocca una brioche e io gli dico: “No, guardi, questa è alla marmellata; io voglio una brioche alla crema per me e una al cioccolato per lui.”»
[…]
«Volete qualcosa da mangiare?»
Io e Tony ci guardammo increduli, mentre un sorriso si disegnava sui nostri visi.
[…]
Rincuorato per la colazione e ancora con quell’inspiegabile euforia in corpo, proposi a Tony di tornare cautamente dove avevo il giaciglio per vedere che cosa fosse successo e, eventualmente, riuscire a recuperare qualcosa.
[…]
Con un po’ di fortuna, i poliziotti erano già passati, oppure non sarebbero proprio passati, magari il corpo era stato raccolto da un’ambulanza e gli oggetti erano rimasti lì.
Ancora una volta, il reticolato romano ci aiutò a non imboccare direttamente via Sacchi. Sbucando in via Magenta da via Camerana, ci avvicinammo con cautela all’incrocio con via Sacchi. Tony mi fece cenno di attendere, ma io, stupidamente, sbirciai oltre l’angolo.
Il taxista stava parlando con i carabinieri, che avevano transennato l’angolo dove c’era il corpo. Per un malaugurato scherzo della fortuna l’uomo voltò la testa proprio mentre dal portico sbucava la mia e puntò un dito indicandomi ai militari.

09 gennaio 2020

Aggiornamento

Questa tomba del Cimitero Monumentale di Torino, che custodisce le spoglie di Giuseppe Pongilione, viene chiamata in un modo molto particolare e, di conseguenza, è legata alle vicende del romanzo. Non si tratta di un luogo secondario, poiché proprio qui è nascosto...
19 dicembre 2019

Aggiornamento

Sebastiano, detto Seb, cioè io, dall’alto dei suoi sedici anni, raggiunse il suo posticino in via Sacchi, all’angolo con via Magenta, preparandosi a sopravvivere a un’altra notte di freddo torinese, ancora senza ombra di neve, con buona pace delle olimpiadi che stanno per incominciare.
Veramente un gran bel posto il mio, sapete? Nel corso di quell’anno passato per strada ero riuscito a mettere insieme un discreto bottino, grazie alla mia abilità nel rivalutare ciò che si trovava nei bidoni dell’immondizia, nel saper sfruttare al meglio le elemosina che riuscivo a ricevere e nel sapermi semplicemente arrangiare, dote insospettabile che avevo scoperto ed affinato.
 
09 dicembre 2019

Aggiornamento

Condivido con voi uno dei luoghi più evocativi dell'intero romanzo. Non solo perché in questo si svolgono i primi momenti del racconto, ma anche per motivi del tutto personali. Fin da piccolo questo luogo, situato nel cortile principale del Borgo Medioevale di Torino, mi aveva affascinato: questo alberello finto che spunta da una fontana, con i suoi frutti dorati, non poteva non essere protagonista di qualche racconto. A costo di inventarlo ;) E così, dal momento che ieri mi sono esibito proprio accanto alla fontana, ho pensato di immortalarla avvolta dalle tenebre e dalla luce e condividerla con voi.
28 novembre 2019

Aggiornamento

Voglio parlarvi della caccia al tesoro: si tratta di una serie di messaggi crittografati nascosti all'interno del libro. Il primo porta al secondo e così via, fino al messaggio finale. Vi verrà dunque rivelato, leggendo attentamente la storia e decifrando i messaggi, un luogo e un tempo precisi. Per allora, esattamente lì, troverete me, pronto a consegnarvi il premio. Del tesoro in sé parleremo nei prossimi aggiornamenti, ma intanto c'è un'altra cosa che dovete sapere: la caccia al tesoro partirà solo quando il libro cartaceo sarà stampato. Da allora partirà il conto alla rovescia per il tempo, ma, soprattutto, vi verrà consegnato, con modalità che scoprirete, un elemento fondamentale per passare dal primo al secondo messaggio. Dunque, miei cari, se volete il tesoro, spargete la voce! Raggiungiamo al più presto il traguardo e tutto vi sarà spiegato.

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Stefano Cavanna
Sono attore, mago, scrittore e musicista. In una parola: Incantastorie. Ho studiato con i migliori maghi del mondo a Las Vegas (Jeff McBride's Magic and Mystery School) e a Londra (Paul Voodini). Conosco e amo le fiabe e le leggende, così come il foklore piemontese e tutto ciò che di magico e misterioso si nasconde dietro Torino, città che amo e in cui vivo. Gli spettacoli di Storytelling magic che realizzo rendono il performer un semplice Virgilio in un mondo di misteri e di emozioni per il pubblico Dante. Lo stesso faccio quando scrivo. Io mostro la strada - magica - da percorrere. A voi il compito di addentrarvi nel sentiero. Proprio perché cerco sempre di far provare al pubblico esperienze insolite, ogni mio prodotto ha almeno due piani di lettura. Uno chiaro e manifesto, un altro nascosto, come le leggende con i loro insegnamenti frutto di una sapienza antica. Vorrete seguirmi?
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