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La musica di sottofondo

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Consegna prevista Aprile 2020

Si dice che quando si viaggia non sia la meta ma il viaggio in sè a farne un’esperienza unica. Sulla scia del precedente Dal posto finestrino, una raccolta di esperienze di viaggio da cui nascono scomode domande, flussi di sensazioni, accostamenti di colori e di musiche di sottofondo. Ripercorrendo alcune tappe di un percorso da cooperante che tocca Sierra Leone, Afghanistan, Etiopia, Ruanda, intervallate da passaggi milanesi e racconti di viaggio, La musica di sottofondo alterna come una piccola sinfonia “movimenti” allegri e colorati ad altri più cupi e drammatici raccolti durante il lavoro in paesi ancora oggi afflitti da guerre, malattie e povertà.
Solo con la curiosità del viaggiatore e lo spirito di un bambino si può ricercare la propria musica interiore, percependo, come solo i migliori direttori d’orchestra sanno fare, il contributo di ogni singolo strumento che suona attorno a noi.

All’interno un racconto inedito di Sara Radighieri, laureata in scienze infermieristiche e, dal 2006, impegnata nelle missioni prima con Emergency e poi con Medici senza frontiere.

Perché ho scritto questo libro? 

Per chiudere il cerchio aperto da Dal posto finestrino riprendendo alcune questioni rimaste in sospeso e aggiungendo nuove esperienze di viaggio, con l’intenzione finale di raccogliere come in una tavolozza da pittore, emozioni di diversi colori da condividere con il lettore.

Per cercare un senso a domande che solo chi viaggia continua a porsi senza la pretesa di avere risposte pre-confezionate.
Per rendere omaggio a tutti i bambini che nascono oggi con la prospettiva di un mondo più incerto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Freetown (Sierra Leone), una mattina di agosto del 2012

Amadu è sicuro al volante del fuoristrada e aggressivo quanto basta per divincolarsi tra le centinaia di auto che cominciano ad affollare le strade della capitale: tra poco inizierà un altro giorno di giungla urbana, di clacson e venditori ambulanti, di folle brulicanti di persone che si affannano per giungere ad una meta e sbrigare i loro affari, ma per ora la situazione è ancora scorrevole e prima di entrare in città mi godo la luce di questa mattina africana, composta e dolce. Attorno a me le colline verdi che sovrastano Freetown, i primi commercianti che aprono i loro baracchini per vendere le loro mercanzie, l’odore del pane da poco sfornato, i bambini colorati nelle loro divise che si mettono in cammino per andare a scuola… .

Ancora sonnacchioso osservo la città che si risveglia; alla partenza da Makeni infatti era ancora buio e Sulu, la guardia della guesthouse dove vivo, deve aver trattenuto a stento le risate vedendo la mia faccia ancora “tagliata” dai segni del cuscino. L’alba è pericolosa in quanto le zanzare malariche sono particolarmente attive a quest’ora (al contrario del sottoscritto!), quindi decido di rimandare il caffè, vestirmi di maglietta, autan e calzoncini e sprofondare nel posto passeggero del Toyota 4×4, affidandomi alla sapiente guida di Amadu e sperando di arrivare sano e salvo a destinazione (gli incidenti stradali sono tra le prime cause di morte tra i cooperanti in Africa).

Ci fermiamo un paio di volte lungo la strada (colazione per l’autista e acquisto di carbone a prezzo particolarmente favorevole) e dopo circa tre ore arriviamo a destinazione: mentre io partecipo ad alcuni meeting, Amadu fa alcuni acquisti per l’ospedale e recupera preventivi. Ci coordiniamo per massimizzare il tempo a disposizione, per poi ripartire a metà pomeriggio ed arrivare a casa prima del temporale serale, che da queste parti prende le caratteristiche di vero e proprio “bombardamento d’acqua” e rende la strada alquanto pericolosa.

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Niente pic nic sulla spiaggia dunque, ma solo il tempo di un piatto di cassawa leaves e una Coca Cola durante la quale Amadu mi aggiorna con dovizia di particolari su tutti i recenti risultati calcistici della sua squadra, l’Arsenal. Ne sa più lui di un cittadino londinese probabilmente, io gli chiedo del Milan e lui risponde sempre preparato… .

Al rientro faccio un po’ di conversazione, intervallate da brevi pisolini, cercando di capire se per questo disgraziato Paese possa esserci un futuro o se è solo un campo di prova per le più terribili disgrazie (da una delle più cruente guerre civili conclusasi nel 2000, fino alla recente epidemia di Ebola del 2015), in cui gli dei possano divertirsi con noi umani, inviando ogni sfiga possibile (nel dicembre dell’anno scorso è stato battuto all’asta un diamante di oltre 700 carati per 6,5 milioni di dollari di cui 4 sarebbero dovuti andare a “sostenere le comunità locali”…).

Rientriamo entrambi sfiniti dal viaggio, scarichiamo l’auto e ci congediamo. Il tramonto lascia velocemente posto alla sera, cerco di riprendermi con una doccia (fredda) e il solito riso, poi controllo la posta elettronica approfittando di “qualche tacca” di connessione. Da Milano mi arriva la conferma che il container sarebbe arrivato di lì a pochi giorni! Una buona notizia è quello che ci vuole prima di crollare sotto la zanzariera!

L’indomani do la notizia al Dr Patrick, direttore medico dell’Holy Spirit, l’ospedale per cui entrambi lavoriamo (lui però molto più esposto davanti alla sua comunità). Mi chiede se è previsto che il container rimanga in ospedale (sia cioè acquistato) o se debba invece essere svuotato per poi ripartire…sembra un dettaglio ma la differenza non è da poco. In questo secondo caso, serve una gru che lo sposti dal camion a terra per poi ricaricarcelo sopra una volta svuotato del materiale inviato.

Chiedo a Milano: il container deve tornare indietro. Serve una gru, che non era stata prevista. Oppure serve fantasia. Tanta fantasia.

Immagino il numero di persone che sono state coinvolte nell’ordinare, imballare, incastrare, spedire tutto quello che può stare dentro un cointainer da 40 piedi come quello che vedo parcheggiato di fronte all’ingresso dell’ospedale l’indomani mattina. Il caffè deve ancora entrare in circolo, i vividi sogni africani svanire del tutto, quindi quando vedo il tir occupare tutto lo spiazzo di fronte alla mia guesthouse, non realizzo bene la cosa. Un gigante della strada e il suo autista hanno sfidato buche, assenza di asfalto, cappottamenti, colpi di sonno, guasti meccanici per portare a destinazione il prezioso carico di attrezzature mediche fino nel cuore della Sierra Leone, da Milano a Makeni. E’ vero che nel mondo della logistica moderna si può trasportare di tutto in ogni angolo del pianeta, ma per gli abitanti del posto è comunque un evento. Si crea subito un piccolo assembramento attorno al bestione della strada e tra tutti sbuca veloce e lesto il tuttofare Amadu che fende la folla per venirmi incontro e confermarmi quello che già sospetto mentre lo vedo affrettarsi nella mia direzione. Il mio entusiasmo dura poco di fronte all’amara realtà: l’autista deve rientrare il giorno stesso con il container – vuoto!– e dal camion non vedo spuntare alcuna gru.

Prima soluzione: chiedere in prestito una gru alle grosse imprese di trasporti e costruzioni edili di Makeni. Una gru in grado di alzare un container di 40 piedi non è però come chiedere un verricello; Amadu e il Dr Patrick chiamano tutti i loro contatti, ma senza risultati. Proviamo persino i libanesi che ci chiedono cinquemila dollari per portare a termine l’operazione per due ore di gru in prestito. “No, thank you”, sono soldi che non ho nè io nè il progetto e che risulterebbero difficili da giustificare e rendicontare ai donatori.

Seconda soluzione (più fantasiosa): legare il container ad un grosso albero, procedere in avanti con il camion facendo scivolare lentamente il container all’indietro in modo che questo possa di fatto atterrare sulla piazzola davanti all’entrata dell’ospedale. Soluzione che ha in sè alcuni rischi, primo tra tutti quello di danneggiare nella caduta le delicate attrezzature mediche che sono state imballate scrupolosamente per affrontare il lungo viaggio. Nonostante le mie proteste, Amadu sembra piuttosto convinto che la manovra possa funzionare (forse l’avrà sperimentata in passato). Il tempo purtroppo ci è nemico e l’autista freme per iniziare il rientro verso Freetown. Pertanto viene legata una grossa fune attorno all’albero predestinato, ignaro del destino a cui a breve andrà incontro (ho ancora i sensi di colpa). Il tir avvia il motore e accelera lentamente, poi di più fino a quando il container si sposta di una decina di centimetri e… snap!!! La corda si spezza, il tronco dell’albero pure, con un rumore sordo e fulmineo.

Terza soluzione (quella più africana): forza lavoro. Amadu urla qualcosa in temne (la lingua parlata nel nord del Paese) e prima ancora che possa capire quello che sta succedendo, vedo spalle larghe e braccia muscolose avvicinarsi al retro del container, pronte a svuotarlo del prezioso carico.

In pochi minuti selezioniamo circa una ventina tra cleaners e volontari dell’ospedale, contrattiamo la giusta ricompensa (io prendo nota dei nomi per evitare infiltrati furbetti) e con la stampa della lista di carico, spunto ogni scatolone che viene disposto nei magazzini dell’ospedale. L’inconveniente maggiore è che l’operazione va fatta in fretta e quindi c’è il rischio che qualcosa sparisca o che venga messo in posti dove poi non sia facile da ritrovare. Amadu dispone due donne-guardiane stimate e piuttosto “sveglie” a vigilare l’ingresso del magazzino e il retro del camion.

Ordini, urla, sudore, risate a volte, e tanta fatica sotto il sole.

Passano due ore e mezza e il container è vuoto. Sono esausto, disidratato e, quasi con le lacrime agli occhi per questo stupendo esempio di cooperazione umana, offro una Coca Cola a tutti. Ne ricordo ancora il sapore.

L’incontro con il Dragone alle Isole Flores (settembre 2017)

E’ il 4 settembre 2017: sonnacchiosi e un po’ imbruttiti dalla pioggia battente, io e l’amico e compagno di viaggio Cisco prendiamo il solito caffè sul terrazzino del nostro albergo e poi il taxi che ci porta in aeroporto (Denpasar) da cui partiamo alla volta di Labuan Bajo (Flores). Il traffico è intenso, la vita a Bali prende forma mentre noi torniamo “on the road”. In aeroporto un cartello colpisce la mia attenzione come fosse lo slogan di questa vacanza “Let the ocean calm your restless soul” (lascia che l’oceano calmi la tua anima irrequieta). Ripensando al mare delle Gili e a quello delle Flores che ci aspetta spero che l’effetto, che ha funzionato fino ad ora piuttosto bene, continui!

Il volo Nam Air parte puntuale e sorvola isolette più o meno grandi fino ad atterrare bruscamente su una striscia di asfalto che costituisce il grosso dell’aeroporto di Labuan Bajo, località portuale a nord dell’isola di Flores da cui partono tutti i principali tour di diving e snorkeling e le visite al parco di Komodo e di Rinca (che si pronuncia Rincha) che ospitano i “dragoni”.

Dopo aver fatto il check-in in albergo (il cui proprietario parla ben poco inglese) facciamo una approfondita indagine di mercato dei vari tour e ne scegliamo uno con passeggiata tra i “dragoni” e snorkeling. Mentre ceniamo in un locale con vista sul porto godendoci la brezza e l’odore dell’Oceano Indiano, fantastichiamo sul domani in trepidante attesa.

Le aspettative sono spesso più alte della realizzazione dell’evento che si attende, creando una sorta di ebrezza dell’attesa, che si avvicina alla felicità (secondo un canone leopardiano).

Il giorno successivo giunge il momento dell’incontro con la natura selvaggia e questa volta però la realtà è al pari (se non sopra) l’immaginazione: i varani di Komodo esistono davvero e sono terribili! Ma andiamo con ordine. Non sono neanche le 7.30 che siamo già al nostro punto di incontro da cui parte il tour che abbiamo prenotato la sera prima e alle 8 circa salpiamo con altri otto compagni di viaggio con rotta verso l’isola di Rinca, una delle cinque rimaste che ospitano queste incredibili creature, simili a grossi lucertoloni.

Il viaggio dura un paio d’ore durante le quali siamo completamente circondati da un mare cristallino e isolotti disabitati: pura natura incontaminata! Una volta ormeggiati, si presenta una scenetta comica per registrarsi e pagare il biglietto di accesso al parco in quello che chiamo modalità di burocrazia “alla Asterix” ma alla fine, scortati da due impavidi rangers, possiamo cominciare la visita. Il parco è una savana all’aperto dove vivono circa 1500 varani carnivori. Tenendoci a debita distanza osserviamo questi rettili che sembrano uscire dalla preistoria, alcuni dei quali lunghi anche tre metri e la cui bocca contiene una sessantina di batteri diversi, per la maggior parte letali. Un vero spettacolo di Madre Natura, in uno spazio ancora non rovinato dall’uomo. Completato il breve trekking, riprendiamo la barca per fare un po’ di snorkeling tra queste isole meravigliose accerchiate da acque davvero terse. Oltre i classici pesci tropicali (senza alcun intento diminutivo sia ben chiaro), ci appaiono stelle marine che sembrano disegnate sui fondali e coralli mai visti prima di colore verde, blu e giallo. Al secondo passaggio (a Kalang) la questione si fa ancora più interessante dato che avvistiamo pesci clown, pesci palla e persino un calamarone gigante che ci osserva con occhi spenti e sonnacchiosi e che sguscia via tra i coralli al nostro passaggio sottomarino! Meraviglia e stupore.

Al rientro in porto ci godiamo il solito momento del succo tropicale e ancora il sole e il tramonto. Non serve aggiungere altro, non servono parole. Ringraziamo il nostro capitano che ci ha permesso di godere di questa giornata epica e di riempirci la memoria di colori, forme e immagini semplicemente meravigliose. Salutiamo i nostri compagni di gita e poi pensiamo alle prossime tappe davanti ad un piatto di gamberi, super soddisfatti.

Per cento giorni uguali, di routine e noia e fatica, c’è un giorno come questo dove tutto è perfetto, dove basta davvero poco per stare bene con sè stessi e il mondo circostante, dove Uomo e Natura ritrovano il loro giusto posto ed equilibrio. Oggi è stato uno di quei giorni.

Incubi afgani che riemergono: quel mattino a Chicken Street (Kabul)

E’ emerso come un cadavere che riaffora dall’acqua dopo tanto tempo: il ricordo di un giorno terribile a Kabul in cui conobbi la Morte da vicino.

E’ pomeriggio (un giovedì o un venerdì) e, dopo aver chiesto il permesso a Kate, attraverso la strada dell’ospedale per dirigermi con Munir, la mia guardia di quel giorno, a fare un po’ di shopping in Chicken street, per portare a casa un piccolo souvenir da quelle terre martoriate, un pensiero per mia madre, una scusa per uscire dal compound.

Vorrei scendere lungo la via per vedere i negozi più grandi in fondo ma Munir mi convince a cominciare da quelli più vicini…e forse, così facendo, mi salva la vita.

Pochi istanti dopo, un boato fortissimo, i muri del negozio in cui mi trovo che oscillano, i tappeti alle pareti che sembrano ondeggiare come quelli dei cartoni animati disneyani…penso ad un terremoto ma poco dopo, sceso in strada, vedo passare l’ambulanza di Emergency che corre all’impazzata lungo la strada. Apprenderò poi che si è trattato di un attacco kamikaze, di quelli “versatili”, dove l’uomo-bomba è già armato e gira per le strade più frequentate dagli stranieri in cerca di un obiettivo. Questa volta è toccato a due soldatesse riserviste americane che avevano deciso probabilmente di passare qualche ora del pomeriggio come me, facendo qualche acquisto… .

Munir ed io corriamo in pronto soccorso dove nel frattempo sono giunte le vittime dell’attacco: le due donne americane, ma anche due bambini, una di loro è grave.

Una delle due soldatesse ricordo aveva un braccio rotto, ora ha schegge di bomba in quasi tutto il corpo e il suo colore è simile a quello del lenzuolo su cui è sdraiata. I medici afgani e italiani tentano di tutto, la rianimazione va avanti per minuti che a me sembrano ore, ma la ragazza non riprenderà mai più i sensi. Un’altra vittima di questa assurda guerra che si aggiunge al conto. E’ vero che, anche se a riposo, lei era un soldato, ma in questo momento è una giovane donna a cui è stata strappata la vita per una causa stupida. E non c’è niente di più triste che morire per motivi stupidi.

Kate mi dice che dobbiamo fotografare le placchette identificative da soldato come per tenere non so quale prova e riserva il compito al sottoscritto. La camera mortuaria è fredda, la giovane donna già “infagottata” secondo i costumi islamici e preparata al recupero della salma da parte delle autorità militari americane (che non si presenteranno l’indomani)…mi viene da vomitare, sento odore di non so bene cosa, ma credo sia l’odore della morte e del disfacimento. Faccio le foto senza guardare dentro l’obiettivo, mi sento in colpa, come se la stessi privando dell’anima ancora attaccata al corpo per qualche ora.

Torno nella mia stanza e non riesco ovviamente a dormire, nè a piangere, nè a trovare un senso a tutto questo. Avrei bisogno di urlare, ma il resto del team dorme. Forse i chirurghi e gli infermieri che lavorano in questo ospedale da mesi ci hanno già fatto il callo alla morte e ai corpi straziati delle tante vittime di questa guerra assurda, come assurde sono tutte le guerre.

Ad ogni modo, a distanza di oltre dieci anni, quel volto è tornato a farmi visita nel cuore della notte. Non so perchè e non so cosa voglia. Non mi ricordo il suo nome purtroppo e a volte mi sento in colpa perchè penso che forse potevo esserci io al suo posto.

Mi piacerebbe sapere cosa stia facendo ora Munir (sperando che sia ancora vivo) e ringraziarlo per avermi fatto entrare nei negozi all’inizio della strada.

Blaise Pascal definì la guerra “il peggiore dei mali”: niente di più vero.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sandro Greblo
SANDRO GREBLO nasce a Milano nel 1977. Dopo la laurea in Economia e Legislazione d’Impresa presso l’Università Luigi Bocconi di Milano, ha conseguito il master in Sanità Pubblica presso l’Istituto di Sanità Internazionale di Heidelberg. Ha lavorato dal 2002 al 2017 come cooperante per Emergency, la Fondazione Don Gnocchi, il Comitato della Croce Rossa Internazionale e Medici con l’Africa Cuamm. "La musica di sottofondo" è il suo secondo romanzo.
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