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Là dove nasce il mare

Là dove nasce il mare
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Consegna prevista Settembre 2022
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Un mondo dove nessuno più viaggia, dove tutto è scandito dalla routine. Un mondo appena al di là del nostro. Un ragazzo ha però una nostalgia dentro il petto, il profumo di un desiderio, scoprire cosa c’è al di là del mare. Una notte arriva uno strano personaggio che lo invita a seguirlo, in un’avventura dai confini impossibili. Partire, andare oltre il conosciuto, per raccontare una nuova storia. Perché questo mondo ha perso le storie. Dove tutto è scandito da regole e tempi precisi, dove non c’è più curiosità e passione, la magia è scomparsa. Una chiamata del destino. Sogni e visioni, aiuti inaspettati, il sostegno di una figura femminile e ancestrale, porteranno Sebastian a superare i limiti del suo mondo, quelli che credeva essere i limiti di se stesso.

Perché ho scritto questo libro?

Questa storia è nata da un racconto che ha dormito nel fondo di un cassetto per alcuni anni, finché poco prima dell’arrivo della pandemia ha chiesto di diventare un romanzo. Scrivo per piacere, per il bisogno di esprimere un talento. Scrivo per condividere pensieri, intuizioni ed emozioni incontrate qua e là, nel viaggio della vita. Ho scritto questo libro per invitare tutti noi a partire oltre i limiti che ci siamo imposti, confidando nelle forze della vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Al porto

Il mare burrascoso era come un animale agitato, inquieto se ne andava per la baia a infastidire le poche barche rimaste, urlando e strepitando, gettando in alto la sua collera, quasi volesse sommergere la città.

Sebastian, coperto da un vecchio mantello, se ne stava vicino al porto ad osservare tutto questo trambusto, perso in chissà quali pensieri. Il vento correva, pareva divertirsi a giocare con il mare e portava il profumo di luoghi lontani.

Dietro di lui la città scricchiolava e muggiva tra gli stretti vicoli dove soffiava forte la tempesta e si chiudeva ancora di più in sé stessa. Rintanati nelle case e nelle locande le persone aspettavano la notte per addormentarsi.

In inverno le tempeste erano la consuetudine, come tutto del resto in quel posto. Tutto era regolare e stabilito, le feste come i cambi del tempo. Pareva che tutto fosse stato costruito come un orologio che continuava a segnare le ore, senza mai perdere un colpo.

Sebastian, chiuso nel suo mantello, aguzzava la vista per cercare di scorgere qualcosa in lontananza, sperando in chissà quali cose. Con un tempo del genere nessuna barca era in mare e, del resto, a cosa serviva andare in mare quando il pesce si trovava a poca distanza dalla costa. Non c’era nulla di interessante oltre l’orizzonte.

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Nella testa del ragazzo, tra un’occhiata e l’altra, comparivano immagini e ricordi, parole di persone della città.

“Cosa vuoi che ci sia oltre a quella linea? Abbiamo tutto qui, non ha senso rischiare la vita per trovare magari pirati o mostri.”

“Forse qui le cose non vanno benissimo ma sicuramente sono meglio che altrove.”

“Non ho il tempo per pensare a queste cose ragazzo, bisogna lavorare.”

“Un tempo, tanti secoli fa, la gente andava sempre in giro e finiva per litigare con le altre città per questo e quello. Ne sono venute fuori sempre guerre, una peggiore dell’altra. È meglio stare qui, così nessuno ci da fastidio e noi non diamo fastidio agli altri.”

Fin da piccolo Sebastian riceveva quel genere di risposte ogni volta che interrogava qualcuno sull’esistenza di qualcosa oltre l’orizzonte, tanto che si era anche stufato di porre domande.

Solo una volta, un vecchio mercante che veniva da lontano gli raccontò di città dai vetri colorati, costruite dentro gli alberi o a forma di barche, di mari rossi come il fuoco o di cieli con migliaia di stelle diverse dalle poche che splendevano lì. Sua mamma però gli aveva detto che era uno zingaro e di gente del genere non c’era da fidarsi.

Forse era vero, non c’era nulla oltre quel vento e quel mare, che come due gatti dispettosi giocavano ad azzuffarsi. Forse era tutto lì, tra quelle montagne ossute e chine su sé stesse, e quella piccola baia con alberi spiegazzati e grigiastri.

Eppure Sebastian, specialmente al tramonto, quando il rosso, il giallo e poi il viola si stringevano in un abbraccio, in quell’istante in cui il frenetico fare-fare dei suoi concittadini sembrava per un attimo sospeso, avvertiva una profonda nostalgia, che lo faceva quasi soffrire. Lo avvolgeva al cuore come un vento freddo anche se non ricordava nulla per cui avrebbe dovuto provare una sensazione di mancanza. In un vecchio libro, nell’oscura biblioteca, aveva letto una volta che la nostalgia è il profumo del desiderio. Non aveva capito molto, ma forse voleva dire che se gli mancava qualcosa, quella cosa doveva pur esistere.

Quella sera il tramonto era offuscato dal ruggire del vento e dal correre affannoso del mare. La nostalgia si era fatta sentire allora più forte. In punta di piedi era scivolata alle sue spalle e come una carezza si era presentata al centro del suo petto, tra il ritmico pulsare del cuore gli aveva sussurrato di luoghi diversi, di un altro mondo.

Una lacrima scese timida sulla sua guancia e si confuse subito con la pioggia ma quel caldo istante lo accese. Sebastian si avvolse ancora più stretto nel suo vecchio mantello e sforzò ancora di più la vista verso l’oscurità in lontananza. Non c’era nulla, solo la notte riempita di acqua, del mare e del cielo. Il ragazzo si voltò per tornare a casa, bisognava rientrare per cena, sempre alla stessa ora, puntuale e implacabile. In quell’istante una luce brillò all’orizzonte, un barlume fioco e così rapido da sembrare uno scherzo della vista, uno di quei puntini luminosi che alle volte appaiono nell’occhio, come lucciole nelle sere di luglio.

Dopo cena, una zuppa di pesce al sapore di noia, Sebastian andò nella sua stanza. Prima di addormentarsi, fissò il soffitto dove le ombre degli alberi là fuori disegnavano linee danzanti, mentre il vento soffiava così forte che sembra volesse portare via con sé tutto quanto. Il sonno faticava a venire, nella testa del ragazzo si componevano suoni ed immagini, pensieri ingarbugliati come fili senza né capo né coda. Poi, finalmente, la stanchezza arrivò. Lentamente si impossessò del corpo, salì delicatamente fino alla ragione e questa non riuscì più a tenere fermi tutti i discorsi, tutte le scene della memoria e le speranze del futuro. Il mondo divenne sempre più confuso e poi, di colpo, nero.

Un suono di uccelli e di uno strumento musicale senza nome, un prato con alberi dalle foglie lucenti e grandi, in lontananza si vedeva il mare, diverso da quello della città, intorno a lui persone che parlavano lingue che non riusciva a capire. Splendeva il sole e mentre si voltava per vedere un uccello coloratissimo spiccare il volo, qualcuno tirò la strana giacca che aveva addosso, si voltò e non vide nulla, finché una voce gracchiante attirò la sua attenzione. Un corvo vestito con un gilet verde lo fissava.

“Buongiorno Sebastian, benvenuto nel passato”

“Il passato? Io sto dormendo nel mio letto, per cui dovrebbe essere il presente.”

“Tu stai dormendo ma sei anche in un sogno, e in questo sogno ti trovi nel passato.”

“Dove mi trovo esattamente?”

“Qui e non qui, in un paese di cui tu e la tua gente non ricordate nemmeno più il nome. È tanto tempo fa, quando gli umani ancora viaggiavano tra una terra e l’altra. Il posto non è così importante. Il paesaggio è bello, vero?”

“Molto, è così diverso da quello di ogni giorno.”

Il corvo si muoveva saltellando e con un’ala mostrava le colline rocciose e la costa. Le persone attorno sembravano non fare caso a loro due.

“Le persone viaggiavano per vedere luoghi come questo, per assaggiare la bellezza delle cose. Era necessario per loro, come per te mangiare a pranzo o a cena.”

“E perché questo non succede più?”

“Ci vorrebbero molti sogni per raccontartelo. Diciamo che gli umani erano così ghiotti di bellezza che ne mangiarono troppa, e finirono a litigare per rubarsela tra di loro.”

“Come si può rubare la bellezza?”

“Effettivamente è difficile. Però loro pensavano che ce ne fosse poca nel mondo e che non bastasse per tutti, per cui litigarono così tanto che quasi la distrussero.”

“Continuo a non capire. Se un albero è bello, come posso rubarlo ad un altro che lo considera bello?”

“Fai troppe domande, Sebastian. Gli umani di un tempo erano intelligenti, ma anche stupidi: così credevano che la bellezza non era qualcosa che non si può toccare e che in fondo sta negli occhi e nel cuore di chi la vede, pensavano che era proprio attaccata alle cose, agli alberi, alle montagne, ai paesi e ai continenti. Per loro era limitata come sono limitate le cose.”

Il corvo si alzò improvvisamente in volo. Sebastian cominciò a corrergli dietro dicendo di aspettarlo, finché non arrivò sul bordo del promontorio e senza potersi fermare cadde giù verso le scogliere.

Una superficie dura lo accolse. Avvinghiato nelle coperte Sebastian si trovò con la faccia sulle assi del pavimento. Spaventato per la caduta ed il sogno, con il cuore che batteva forte, si tirò su da terra e lentamente, mugugnando, si portò verso il letto. Prima di ricadere sul materasso gettò un’occhiata alla finestra, e da lì verso il mare in lontananza. Le poche luci delle strade dondolavano spinte dal vento illuminando piccoli scorci di mondo, si distinguevano appena i contorni delle case e improvvise forme che si libravano nell’oscurità, mulinelli di foglie dell’autunno che danzavano una danza circolare, per poi ricadere a terra. Il suono dell’aria sbattuta qua e là dalla tempesta era la sinfonia di questo teatro, uno spettacolo ipnotico, soprattutto per chi, come Sebastian, galleggiava ancora sospeso tra la realtà ed il mondo dei sogni. All’improvviso, apparve qualcosa a turbare la turbolenta quiete di quella visione: delle luci colorate s’agitavano goffamente nel mare, non lontano dalla costa. Sebastian si raddrizzò di colpo nel suo manto di coperte e portò l’attenzione verso quell’apparizione, ma il nero della notte non gli restituì nulla, se non il bagliore pallido delle solite luci. Ancora uno sguardo e niente. Doveva essere un residuo del sogno, si disse, e con pesantezza si buttò di nuovo sul letto, dove il sonno lo avvolse in pochi secondi.

Il mattino era freddo come il ferro ricoperto di ghiaccio e forse anche di più. C’era un gran silenzio dopo la tempesta della notte, il vento se ne era andato da qualche altra parte e il mare se ne stava mogio mogio, come un bimbo dopo essere stato sgridato per aver fatto troppo rumore. Il mondo era tutto grigio e pareva immobile, solo qualche porta e qualche finestra si apriva timidamente sulle strade, qualche passo veloce ed un saluto borbottato erano gli unici suoni in quella gelida quiete.

Sebastian era dritto con una tazza calda in mano, un tè scuro galleggiava fumando, con spire di vapore che si attorcigliavano e si arrampicavano evanescenti sulla finestra. Dire che era sveglio era forse azzardato, gli occhi si muovevano, le mani stringevano la tazza, ma la mente era come il mare laggiù, silenziosa e pesante. Arrivavano echi di voci, di utensili e di sedie spostate, ma non lo scalfivano più di quanto faccia una foglia che volando cade nelle acque della baia. Lentamente, molto lentamente, l’impressione di qualche obbligo cominciò a bussare alla mente, sebbene dapprima rifiutata, riuscì a farsi strada tra il sonno. Nel deserto che incontrò, l’obbligo si presentò con un tale rumore ed irruenza che di colpo tutto il mondo interiore di Sebastian fu in allarme.

“La scuola!!!” Un’unica parola risuonò potente come uno schianto, che fece correre in ogni direzione tutti i pensieri appena svegliati di malo modo.

La scuola era un vecchio edificio poco distante dal mare, che la tempesta non si era portata via. Vecchia e grigia come un masso se ne stava in agguato di fronte alla costa, irremovibile e implacabile.

L’obbligo aveva messo in moto tutta una serie di reazioni e lottava strenuamente con l’apatia del mattino freddo e grigio, soprattutto con la risoluta voglia di starsene a casa o di andare in giro, ovunque purché non lì. L’obbligo era abituato a questa lotta mattutina e sapeva che aveva alleati potenti.

“Sebastian stai facendo tardi, dovresti essere già in strada!”

La mamma era l’alleato più strategico nella battaglia, mentre il padre era impegnato a mangiare delle frittelle di mele ormai fredde e fissare un antico oggetto che un tempo, prima della grande confusione, serviva ad intrattenere le persone.

Una strategia comoda poteva essere quella di inventare una malattia causata dal vento freddo del giorno prima, ma era ormai troppo tardi. Non c’erano molte alternative e l’obbligo gongolava, sicuro ormai di aver vinto. Senonché, inaspettato, si fece avanti una strana idea, qualcosa che mai aveva avuto il coraggio di uscire alla scoperto: un pensiero di aperta ribellione. Non certo quella del bambino che si lamenta e non vuole fare una cosa, no, l’idea era quella di rifiutarsi di andare a scuola, andandosene altrove. A quel punto Sebastian entrò in battaglia e prese subito la parte del pensiero ribelle. L’obbligo provò a inviare delle cariche di rimorso ma ormai la volontà era entrata in gioco, sbaragliando tutto.

Sicuro di sé e ben sveglio, Sebastian se ne uscì di casa salutando i genitori, deciso a trovare un luogo dove fuggire.

Le strade del paese erano deserte, cumuli di foglie secche trascinate dalla tempesta se ne stavano ammonticchiate ai bordi delle case, talmente secche che se ti avvicinavi il solo movimento le faceva volare via, come fogli di carta. Sebastian si muoveva furtivo per cercare di non incontrare nessuno dei suoi compagni di classe, appena ne avvistava qualcuno si nascondeva dietro qualunque cosa trovasse. Non sapeva bene dove andare, ma la volontà che lo aveva posseduto in cucina lo spingeva verso il mare. C’era in lui una determinazione ferrea che lo faceva muovere veloce e guardingo come un animale durante la caccia. Qualche dubbio aveva provato ad insinuarsi, qualche piccola preoccupazione sulle possibili conseguenze della sua azione, ma non avevano attecchito: la voglia di andare sulla costa era talmente forte da lasciare in lui solo una grande energia, che non aveva mai sentito così forte in vita sua.

La città era un insieme di case piccole, costruite con vecchi pezzi che si diceva venissero da una montagna lì vicino, da cumuli di macerie di un’altra epoca. Era successo tanto tempo fa, e ora quel luogo era stato sepolto dall’oblio. Avevano tutto uno stile simile e poco appariscente, perché non valeva la pena sprecare tempo per decorare e abbellire. A volte capitava di trovare incastrati tra i mattoni ed il cemento degli oggetti strani e sbiaditi, di materiali che non esistevano più. Nessuno, a parte Sebastian, ci faceva caso.

La solita calma avvolgeva tutto, dal silenzio del cielo a quello del mare, dalla solitudine delle viuzze a quella delle piazze, pareva che non vi fosse vita lì.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luca Vivan
Sono un narratore che scrive ed immagina nuove strade, che sogna realisticamente una relazione più profonda con la natura, attraverso i social network e nei sentieri del mattino. Sono uno scrittore, un viandante, un esploratore e un sognatore, nato l’8 febbraio di qualche anno fa. Ho iniziato a raccontare per far divertire i miei compagni di scuola, poi tenendo diari forsennati dove sfogare le inquietudini da ragazzo. Nei viaggi lontani, in Amazzonia, in Australia, in Asia, ho trovato altre parole e il piacere di condividere la bellezza che incontravo. Sono così diventato un blogger e un copywriter. Ho scritto centinaia di articoli e migliaia di post ma ho sempre sentito il desiderio di scrivere storie più lunghe e più profonde, per accendere una luce in un mondo a volte troppo grigio.
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