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La principessa Antipatica e altre storie

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Un coniglio dispettoso, una fabbrica di stelle, una conchiglia smarrita, una bimba che disobbedisce ai genitori e combina un grosso guaio, un povero ragazzo che a New York rinuncia ai propri desideri per aiutare un folletto caduto dall’arcobaleno, una fanciulla innamorata costretta a indossare una maschera spaventosa e un’altra rinchiusa in una torre, una bambina che sconfigge la timidezza grazie a un libro della notte, una tartaruga in cerca delle proprie qualità, una principessa che impara a essere buona e sincera. Che cos’hanno tutte queste storie in comune? I sentimenti, le emozioni che colorano la fantasia.

La principessa Antipatica

C’era una volta, in un piccolo regno, un buon re chiamato Paziente, che desiderava tanto avere un figlio e quindi un erede. Sua moglie, la regina Parlantina, era talmente chiacchierina, che lo aveva a dir poco stancato con i suoi continui bla bla bla. Il re pensava tra sé: Ah, se avessi un figlio passerei del tempo con lui e la mia testa si riposerebbe dal cicaleccio continuo di mia moglie; parla così tanto che le mie povere orecchie vorrebbero staccarsi e fuggire via, lontano.

Il desiderio del buon re si avverò e dopo qualche tempo la regina mise al mondo due gemelli: un maschio e una femmina. Il maschio lo chiamarono Pigro e la femminuccia Antipatica. Alla celebrazione del loro primo compleanno si diede una gran festa al castello e furono invitate anche le fate madrine. Solo la fata più anziana, chiamata Saggia, ebbe l’ardire di esternare i propri timori ai due sovrani: «Mio re e mia regina, non posso tacere, devo farvi presente le mie preoccupazioni. I nomi che avete assegnato ai vostri figli, potrebbero far di loro esattamente ciò che questi esprimono. Siete disposti a rischiare di vivere con un figlio pigro e svogliato e una fanciulla antipatica a tutti?». Il re si mise seriamente a pensare: e se la fata madrina avesse avuto ragione? Ma la regina rise delle paure della vecchia fata: «Cosa dite? Vecchia e antiquata fata, sono solo nomi, non siate ridicola». E così non glieli cambiarono.

Il tempo passava, i principini crescevano, e ben presto si notò che il significato dei loro nomi aveva preso il sopravvento sulla loro personalità. La principessina aveva un carattere proprio insopportabile, faceva dispetti alla servitù mettendo disordine ovunque, non ubbidiva ai suoi genitori e litigava sempre col fratellino. Crescendo, le amiche principesse iniziarono ad allontanarla perché voleva essere sempre al centro dell’attenzione ed era molto presuntuosa. «Sono la più bella, la più ricca e ho più vestiti di tutte le principesse del mondo» diceva, senza tener conto di chi avesse accanto. Perciò nessuna voleva frequentarla. La regina non perdeva occasione per rimproverare il povero re consorte. «È colpa tua se nostra figlia è così viziata. È colpa tua se i sudditi si lamentano sempre di lei. È colpa tua se non viene mai invitata alle cerimonie.» Il povero re scuoteva la testa, si copriva le orecchie e si rifugiava in biblioteca per non ascoltarla, immergendosi nella lettura di antichi libri di storia.

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Finché un giorno i due sovrani, esasperati dal comportamento antipatico della figlia e dalle lamentele del popolo, consultarono i folletti consiglieri di corte. Essi si misero in cerchio e si interpellarono: i loro pareri erano discordanti. Il primo, chiamato Crudelius, si avvicinò ai sovrani e s’inchinò: «Vostre maestà, io propongo di chiudere la principessa in una stanza buia finché non ubbidirà ad almeno uno dei vostri comandi». Il re fu subito d’accordo, ma la regina no: «Non se ne parla nemmeno! Così oltre all’antipatia le verrà pure la claustrofobia».

Il secondo folletto consigliere, Stupidelio, schiarì la voce e fece un passo in avanti: «Se mi permettete, vostre maestà, la mia idea sarebbe di prometterle un dolcetto ogni qual volta ubbidisse». Il re rimase un po’ pensieroso, ma poi acconsentì come sempre. Il suggerimento però non piacque alla regina che lanciò il suo calice reale contro il folletto: «Sciocco! Non è mica un cane! Così crescerà solo più viziata e per di più con la carie!».

L’ultimo folletto consigliere, Sapientel, timidamente alzò una mano e azzardò una proposta: «Io temo purtroppo che ci sia ben poco da fare per la nostra principessa, ma essendo in età da marito, forse sarebbe il caso di trovargliene uno. Magari l’amore la cambierà».

Questa nuova idea piacque e finalmente mise d’accordo i sovrani che mandarono messaggeri nei regni più vicini, invitando tutti i principi a corte per chiedere la mano di Antipatica. La ragazza, però, non voleva saperne di sposarsi e studiò un piano per rendere quel matrimonio impossibile. Preparò delle prove per i suoi pretendenti promettendo di sposare chi le avesse superate. Ma nessuno dei principi ebbe successo perché era impossibile camminare sulla punta della lingua, galoppare su un’oca, attraversare il lago seduti su un foglio di carta o addomesticare uno sciame di api. Così, i poveretti se ne ritornarono ai loro regni sconfitti, bagnati e umiliati. Questa storia si sparse ovunque per i regni, vicini e lontani, e tutti presero a odiare la principessa Antipatica. Nessuno l’avrebbe mai sposata. I reali caddero nello sconforto più totale.

Una mattina, mentre Antipatica passeggiava altera per il suo regno, si ritrovò completamente innaffiata e grondante di acqua sporca e puzzolente di pesce. Una delle domestiche, intenta a pulire le cucine di corte, aveva svuotato il secchio per strada bagnandola accidentalmente. La principessa urlò indignata: «Stupida serva! Ti farò frustare e mettere in prigione!». Era talmente sporca e maleodorante che in quel momento non sembrava affatto una principessa. La domestica si spaventò molto per ciò che aveva fatto, ma comparve la fata Saggia che la tranquillizzò: «Non ti preoccupare, alla principessa ci penso io». Roteò la sua bacchetta e la principessa si ritrovò dentro una carrozza. «È tempo che tu impari una lezione, principessina viziata» disse la fata. La carrozza partì verso un regno lontano e sconosciuto, con dentro una principessa in preda a una crisi di nervi. Da quel momento nel castello nessuno seppe più niente di Antipatica.

I sovrani erano disperati.

«Pigro, figlio mio, vai in cerca di tua sorella, potrebbe esserle successa una disgrazia» disse il re angosciato a suo figlio.

«Ma padre, proprio adesso? Non vedete che sto leggendo un libro interessante? Magari più tardi.» Ci provò anche la madre: «Pigro, figlio mio, tua sorella sembra essere scomparsa nel nulla, vai a cercarla».

Il giovane sbuffò: «Madre mia, non vedete che adesso sto riposando? Ci andrò più tardi».

Venne emanato un editto fin oltre i confini del regno, in cui si diceva che la principessa sarebbe andata in sposa a chiunque l’avesse trovata ma, dopo l’affronto subito, nessun principe volle uscire a cercarla. Il re era sconsolato. «Moglie mia, se solo avessimo educato meglio nostra figlia probabilmente oggi non avremmo di questi problemi.» La regina scosse la testa tristemente: «No, marito caro, è tutta colpa mia che non ho dato ascolto alla fata Saggia e non ho cambiato i nomi ai nostri figli. La fata aveva ragione e ora ne paghiamo le conseguenze». Intanto la principessa Antipatica era finita ai confini di un regno lontano, chiamato Nonsodovenéperché.

Accusata di aver tentato di rubare la carrozza reale, era stata confinata nelle cucine del castello. La fanciulla aveva spiegato in lacrime che si trattava di un equivoco, che lei era la principessa di Ovunqueneidintorni e non poteva essere relegata in una squallida cucina come una sguattera qualunque.

«Tu una principessa? Così conciata e puzzolente?» E tutti le risero in faccia prendendola in giro. Fu subito messa alle dipendenze della cuoca Breve, una donna pratica e severissima che detestava parlare. Accorciava nomi e parole e cominciò a chiamare Antipatica solo Tica. Breve era molto dura con lei: se Antipatica pelava le patate con la buccia più spessa di quanto le era stato ordinato, doveva salire e scendere la lunga scala della cantina per sessanta volte; se non spennava bene le galline prima di sgozzarle, doveva stare dieci minuti coi piedi nell’acqua ghiacciata senza lamentarsi; se faceva attaccare la crema sul fondo della pentola, doveva tenere sulle spalle una fascina di legna e salire e scendere dalle scale per venti volte. Ma le sventure della principessa non si limitavano a questo.

La principessina Asprigna, del regno di Nonsodovenéperché, era una ragazzina terribilmente viziata. «Tica, pulisci le mie duecento scarpe! Tica, cambia i vestitini alle mie ottanta bambole! Tica, metti in ordine i miei cinquecento libri» le ordinava. Antipatica piangeva tutte le notti, desiderando solo di tornare dai suoi genitori: «Merito tutto ciò che mi sta capitando, è la giusta punizione per aver fatto tanti dispetti ai miei sudditi e aver disubbidito ai miei genitori. Ero così antipatica che probabilmente saranno stati tutti contenti della mia scomparsa, ecco perché nessuno è mai venuto a cercarmi. Adesso però basta! Voglio tornare a casa mia e chiedere perdono a tutti».

Erano trascorsi due anni dalla sua scomparsa durante i quali nessuno l’aveva più chiamata Antipatica, ma solo Tica. Anche grazie a questo il suo carattere era cambiato, era diventata buona e gentile ma non aveva dimenticato la sua famiglia e che, dopotutto, era ancora una principessa. Così, una notte, si fece coraggio e fuggì per tornare al suo castello. Attraversò boschi e pianure, coperta solo di sottili stracci. Affrontò la pioggia e il vento, finché stremata non crollò ai piedi di un albero rigoglioso. «Mi lascerò morire sotto questo meraviglioso albero, non merito di vivere visto il dolore che ho causato a tanta gente e ai miei genitori.» Improvvisamente una luce colorata illuminò tutto il grande albero e comparve la sua fata madrina, la vecchia Saggia. «Coraggio, Tica, non arrenderti proprio adesso che sei cambiata. Lo so, è stata dura e hai sofferto molto, ma era necessario perché tu capissi il male che stavi facendo agli altri e a te stessa. Adesso però devi vivere questa tua nuova vita con sincerità e amore. Solo così sarai felice.» Poi agitò la bacchetta e sul fianco dell’albero comparve uno specchio dorato nel quale Tica vide la sua famiglia. Erano tutti molto tristi. «Cosa è successo alla mia famiglia?» disse. La fata le sorrise. «Sono tristi perché tu non sei lì con loro. I tuoi genitori ti amano Tica, ed è giunto il tempo di tornare a casa.» Dette queste parole, la fata scomparve così come era apparsa, in una nuvola colorata e lucente. Tica si addormentò e dormì fino all’alba. Quando si svegliò si rimise subito in cammino. Dopo essersi addentrata nel bosco sentì dei lamenti. Seguì la voce e trovò un giovane steso sotto un cespuglio. Era ferito. «Signore, cosa vi è successo?» Il giovane rispose appena: «Sono il principe Buoncuore, mi hanno derubato e il mio cavallo è scappato via spaventato dalle urla dei predoni». Tica lo guardò pensierosa. Quello un principe? Con quegli stracci logori e sporchi? Poi si ricordò di come era stata giudicata lei la prima volta al castello di Nonsodovenéperché e di quanto avesse sofferto per non essere stata creduta. No, non era giusto giudicare la gente dalle apparenze, così fece un inchino e sorrise al giovane. «Io sono Tica, vi curerò e vi accompagnerò al vostro castello.» Così proseguirono insieme quel viaggio che durò cinque giorni. Si raccontarono le loro vite e si conobbero meglio, senza però che lei gli rivelasse di essere la principessa Antipatica. Mangiarono i frutti degli alberi e si dissetarono ai ruscelli, dormirono sotto agli alberi o nei fienili abbandonati per riparasi dalle intemperie e, nel frattempo, si innamorarono.

«Tica, io ti amo, vuoi sposarmi?»

«Oh, mio amato, lo desidero con tutto il cuore» rispose Tica, fuori di sé dalla gioia. Ma il principe sapeva che non sarebbe stato facile: «Farò il possibile perché i miei genitori ti accettino anche se non hai sangue reale e se pur non volessero, andremo lontano e staremo insieme per sempre».

Tica pensò che giunti al castello gli avrebbe rivelato chi fosse realmente e si sarebbero potuti sposare senza problemi. Quando giunsero nel regno di Daqualchepartenelmondo e il principe Buoncuore presentò Tica come sua fidanzata, la regina Ripicca saltò su tutte le furie: «Ci sono solo due tipi di donne che non sposerai mai, figlio mio. La prima è sicuramente una serva qualunque senza sangue reale e la seconda è quella perfida megera della principessa Antipatica». Tica all’udire il suo nome impallidì. Amava il suo principe e voleva sposarlo. Allora le venne un’idea: «Non si lasci ingannare da questi stracci, mia regina, io non sono una serva, ma la principessa di un regno molto lontano che si è persa e non ritrova più la strada per il suo castello». La regina Ripicca scoppiò a ridere e non le credette. Chiamò subito Sospetto il folletto, che le versò addosso la polvere della verità e le chiese: «Principessa tu ti spacci, ma indossi solo stracci, stai mentendo alla regina o sei davvero principessina?». Tica rispose senza indugiare: «Principessa son davvero, il mio cuore è sincero, amo il principe Buoncuore, son sincera per amore». Così, dato il responso della polvere magica, la regina non poté impedire il matrimonio e venne fissata la data delle nozze. Una sera però Tica si sentì in preda all’angoscia e ai sensi di colpa. Si affacciò alla finestra della sua stanza e diede voce ai suoi pensieri. «Sono una bugiarda, se scoprono che in realtà sono proprio la principessa Antipatica perderò l’amore di Buoncuore.» Losca, una delle serve di corte che passava in quel momento sotto la finestra di Tica, sentì quella confessione e ne approfittò per ricattarla. «Conosco il tuo segreto, se mi darai molto oro, non parlerò.» Tica, presa alla sprovvista, stava quasi per cedere al ricatto. Poi però si ricordò delle parole della vecchia fata Saggia. «No, io sono cambiata e sarò buona e sincera per sempre. Racconterò tutto sperando nel perdono del principe e nella forza del nostro amore.» Così, il mattino seguente, Tica si presentò al principe Buoncuore e parlò in presenza della regina. «Sono io la principessa Antipatica scomparsa da due anni ormai, mi dispiace di avervi mentito, ma vi posso assicurare che sono cambiata, quella principessa non esiste più e sono perdutamente innamorata del principe Buoncuore. Vi prego, datemi la possibilità di dimostrarvelo.» Il principe rimase un po’ in silenzio, poi però l’abbracciò. «Ho sentito parlare molto male della principessa Antipatica, ma in realtà non ho mai conosciuto quella donna, ho conosciuto te, Tica. Ti amo più della mia stessa vita e desidero più che mai sposarti.» Ma la regina Ripicca non si lasciò impietosire da tutto quell’amore. Batté un piede per terra e sibilò furiosa: «E tu credi che io ti lascerò sposare mio figlio come se niente fosse? Non permetterò mai che si parli di lui come lo sciocco che ha sposato la principessa più disprezzata tra i regni».

A vedere il volto disperato del figlio, il re cercò di venirgli in aiuto: «A meno che la principessa non superi una prova molto difficile che dimostri quanto realmente tenga a nostro figlio. La prova consiste nel trasportare un grosso maiale dall’altro capo della montagna, scalza e in un solo giorno». Il principe sgranò gli occhi. «Ma padre è solo un’esile fanciulla, non supererà mai questa prova.» Il re posò una mano sulla spalla del figlio. «Se ti ama veramente farà il possibile per riuscirci.» Tica abbracciò il principe. «Tuo padre è un uomo giusto amor mio e lo ringrazio per questa possibilità che mi concede. Sono stata crudele in passato, ma grazie a questa prova potrò riscattarmi agli occhi di tutti e soprattutto potrò dimostrare il mio amore per te.» Una guardia del re condusse un grosso maiale e Tica se lo caricò sulle spalle iniziando a scalare la ripida montagna. Mentre avanzava decisa le comparve al fianco la sua fata madrina. «Tica, lascia che ti aiuti, sei debole e stanca, non lo saprà nessuno.» La ragazza scosse la testa. «No, fata madrina, niente trucchi e niente bugie, sarò leale.» Tica corse via e la fata madrina si tramutò nella regina Ripicca. Questa volta la donna sospirò e sorrise: «Sì, è cambiata veramente» disse.

L’animale pesava, ma Tica riuscì a portarne il peso, abituata com’era a trasportare le cascine di legna su e giù per le scale per ordine di Breve, la cuoca. Così arrivò in cima. Poi iniziò la ripida discesa e le toccò attraversare il fiume gelato. Tica non si scoraggiò, aveva tenuto i piedi nell’acqua ghiacciata tante di quelle volte che lo attraversò senza problemi. Quando il sole spuntò nuovamente in cielo, Tica arrivò ai piedi del monte e posò il maiale. Il principe era rimasto ad aspettarla tutto il giorno. Corse ad abbracciarla incurante della puzza che emanavano i suoi vestiti e la baciò. Il matrimonio fu presto celebrato e la principessa poté ricongiungersi alla sua famiglia e chiedere perdono. Volle scusarsi anche con il suo popolo, dimostrando di essere davvero cambiata: «Miei cari sudditi, voi mi avete conosciuta come la principessa Antipatica e vi chiedo sinceramente perdono per il comportamento che ho avuto nei vostri riguardi, ma oggi voglio dirvi che quella principessa non esiste più, dimenticatela. Io sono la principessa Tica e il mio regno sarà pieno di gioia e di serenità».

Tica e Buoncuore ebbero tanti figli, un castello incantevole, un grande allevamento di maialini rosa e vissero per sempre felici e contenti.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Grazie mille Claudia. Gentilissima!!!

  2. (proprietario verificato)

    Un libro sano da far leggere ai bambini. Un libro con una morale e dei principii. Ottimo! Lo consiglio a tutti.

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Miriam Liuni
Miriam Liuni, nata a Brindisi nel 1974, scrive poesie e racconti per ragazzi, collaborando con le scuole elementari. Nel 2011 vince un concorso letterario per favole proprio con la fiaba La principessa Antipatica. Da lì l’idea di raccogliere i suoi racconti più belli in un unico libro.
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