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La protesta è tutta un rap

Che sia sorto per la strada o nei centri sociali italiani, il rap è sempre stato uno dei principali protagonisti delle lotte sociali e politiche delle generazioni succedutesi in questi ultimi quarant’anni.
Data di pubblicazione 14/12/2017

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Narrare fatti realmente accaduti nelle periferie delle grandi città americane: questa è la volontà che ha portato alla nascita della musica rap, di cui si ripercorrono gli sviluppi in questo breve saggio, mettendo a confronto l’esperienza americana e quella italiana.
Partendo dalle sue origini di fenomeno sociale-musicale che aveva lo scopo di allontanare i ragazzi delle periferie dall’ambiente criminale delle gang, passando al rap politicamente schierato degli anni Ottanta americani (quello dei Public Enemy e dei RUN DMC) e a quello italiano del fenomeno delle posse, fino ad arrivare all’attuale rap che continua a urlare e dichiarare stati d’animo di insofferenza sociale e politica soprattutto del mondo giovanile, quello che emerge è come il rap si sia dimostrato e si dimostri tuttora come un efficace strumento di comunicazione culturale di disagio sociale.
In appendice una breve analisi dei rapper Club Dogo, uno tra i gruppi italiani più rappresentativi, negli anni Duemila, del rap “cattivo” e di protesta.

Premessa

Alcuni recenti fatti di cronaca hanno portato in evidenza l’importanza dell’uso delle parole negli scontri verbali tra determinati gruppi sociali antagonisti tra loro. Ci si riferisce in particolare agli episodi di violenza accaduti a Cremona il 18 gennaio 2015, in cui venne ferito un giovane del centro sociale Dordoni durante un’aggressione da parte dei membri rivali del centro sociale Casa Pound. In seguito fu organizzata, da parte del gruppo rap 99 Posse, una manifestazione antifascista nella medesima città lombarda, con gli inevitabili scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. A seguito degli eventi, i 99 Posse rilasciarono un’intervista a Repubblica.it utilizzando lo slogan “più bastoni, meno tastiere”. L’intento dei rapper era quello di tutelare il diritto alla difesa nei cortei e all’autodifesa dalle violenze arbitrarie della polizia. Nell’ambito della medesima intervista, in modo contraddittorio, il gruppo escluse però il ricorso alla violenza; rimanendo in linea con la loro dichiarata contrarietà a essa. Dissero: “A Cremona l’obiettivo era assaltare la sede di Casa Pound, che andrebbe chiusa perché lo dice la Costituzione, non perché lo chiedono i 99 Posse”. E aggiunsero: “C’è la necessità di mandare dei segnali di difesa all’estrema destra che si riorganizza e aggredisce impunemente. Se questi segnali non vengono dalla polizia e dalla magistratura, allora li deve dare la società civile […] Noi seguiamo le parole di Sandro Pertini che diceva che il fascismo va combattuto con tutti i mezzi, senza porsi il problema di ciò che è legale o illegale”. In queste poche parole si riassume quasi tutta la filosofia che ritroviamo nei testi rap impegnati socialmente e politicamente: testi di lotta contro sistemi assistenziali che non tutelano sufficientemente alcune frange della società.

Il rap italiano, ma anche quello straniero, non ha mai interrotto la tradizione di protesta per la quale esso è nato: che sia sorto per la strada o nei centri sociali italiani, il rap è sempre stato uno dei principali protagonisti delle lotte sociali e politiche delle generazioni succedutesi in questi ultimi quarant’anni. Dal punto di vista musicale il rap è caratterizzato dall’uso di basi ritmiche, anche derivate da altri generi, quali il reggae, il rock, la dance, il rhythm and blues, ecc., ricostruite con un sintetizzatore e accompagnate da parole in rima. Proprio queste ultime sono le vere protagoniste del genere musicale perché, come vedremo, è attraverso esse che i rapper esprimono il disagio sociopolitico delle fasce più deboli della società civile.

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Sorto agli inizi degli anni Settanta nei ghetti di New York, in particolare nel Bronx, durante un periodo di grave crisi sociopolitica americana, il rap si rivelò sin dagli inizi come un efficace mezzo di comunicazione di protesta della popolazione urbana afroamericana.

La musica rap si iscrive in un fenomeno culturale più ampio che prende il nome di hip hop. Come spiega efficacemente Hugues Bazin, specialista di scienze sociali, nel suo volume La cultura hip hop:

L’hip hop raggruppa delle arti di strada, una cultura popolare e un movimento di coscienza. Le arti si raccolgono intorno a tre poli: musicale (rap, ragga, l’attività del dj e l’uso del beat box), corporale (break dance, smurf, hype, double dutch), grafico (tag, graffiti). Il tutto è incorporato all’interno di una cultura urbana caratterizzata da uno specifico stile di vita, un linguaggio, una moda, una mentalità e un’economia, ispirata da giovani che sono in maggioranza un prodotto dell’emigrazione. Infine, una morale e un messaggio diffusi dai suoi fondatori danno all’hip hop una dimensione universale.

Il fenomeno può quindi essere considerato un insieme di forme espressive artistico-culturali nate, come accennato, nelle strade di New York negli anni Settanta e poi diffusesi a livello globale.

Dallo studio di Bazin sopraccitato si ricavano anche le quattro caratteristiche principali dell’hip hop: l’MCing (termine derivato da Master of ceremony, ovvero maestro delle cerimonie, che è il rapper e indica l’arte del fare rap), il turntablism (l’arte dei dj che trasformano il giradischi in uno strumento musicale), il breaking o B-boying/girling oppure breakdance (la danza su ritmi rap) e il writing (l’arte del graffitismo). A queste, lo stesso Bazin ne aggiunge una quinta. “L’hip hop – afferma Bazin – possiede un linguaggio, uno stile di vita, un modo di pensare, dei segni di riconoscimento, un sentimento di appartenenza rivendicata o attribuita, una storia, una memoria, una prospettiva e un’economia.”

Proprio quest’ultima caratteristica ci porta a considerare l’hip hop come una vera e propria subcultura.

Il concetto di subcultura ha un significato centrale nello studio teorico-empirico dei fenomeni giovanili. I primi approcci alla ricerca di fenomeni che riguardassero le subculture sono stati analizzati dagli studiosi dei Cultural Studies presso l’Università di Birmingham che, nel 1964, fondarono il Centre for Contemporary Cultural Studies (CCCS).

Nella sociologia contemporanea il termine subcultura si riferisce principalmente a un insieme di valori, regole e stili di vita che distinguono un gruppo dalla società più ampia. Vari elementi, come la religione, la classe sociale, le origini etniche e il luogo di residenza, possono combinarsi insieme per creare una subcultura.

In questo breve saggio si proporrà un’analisi storica delle origini e degli sviluppi socioculturali della musica rap negli USA e in Italia. In particolare si cercherà, senza pretese di esaustività, di illustrare, su un piano di analisi storico-sociale, gli spazi e i luoghi in cui il rap è nato e le modalità con le quali si sia successivamente sviluppato in America e in Italia.

Per cercare di comprendere e ricostruire gli innumerevoli aspetti di questo modo di fare musica, si farà riferimento a saggi, documenti, testi scritti da giornalisti, cantanti rap e cultori musicali provenienti direttamente da questo mondo subculturale, accompagnando il tutto con l’interpretazione, dal punto di vista sociopolitico, di alcuni tra i testi rap più significativi. Si è ritenuto, pertanto, di suddividere il saggio in cinque capitoli: il primo sarà dedicato alla storia e alle origini della musica rap negli Stati Uniti, evidenziando il contesto sociale ed economico in cui è sorto.

Il secondo riguarderà l’evoluzione sociale della musica rap in America negli anni Ottanta e Novanta.

Il terzo sarà dedicato al contesto italiano, dalle origini del rap fino alla fine degli anni Novanta.

Il quarto capitolo sarà invece caratterizzato da un confronto sociologico tra il rap americano e quello italiano nel nuovo millennio.

Completa questo studio una breve monografia dei Club Dogo, uno dei gruppi italiani maggiormente significativi nel panorama musicale rap, una sintesi conclusiva e un’appendice in cui vengono riportati i testi di alcuni brani dei Club Dogo.

Analizzando la subcultura hip hop e l’aspetto musicale del rap, ci si è posti alcuni interrogativi: quale è stata la risposta dei contesti socioculturali nelle metropoli di New York e Los Angeles durante la nascita e l’evoluzione dell’hip hop?

Come hanno interagito i contesti socioculturali nella società italiana dei primi anni Novanta, quando è esplosa la moda dell’hip hop? Oggi il rap ha ancora la valenza politica e comunicativa tipica degli anni Ottanta? Si è cercato di dare una risposta a ognuna di queste domande e ad altre, formulate nel corso della ricerca, che nasce da un interesse personale maturato a partire dall’adolescenza, età durante la quale la mia generazione ha vissuto direttamente la nascita e l’evoluzione del movimento hip hop.

Le origini

Il rap è ovunque. Riempie di parole dischi che da dieci anni a questa parte salgono sempre più spesso ai vertici delle classifiche di vendita, non solo negli Stati Uniti.

Riceve premi e riconoscimenti, offrendo alle cerimonie di investitura non solo gli artisti, ma anche i presentatori. Scandisce spot televisivi dei settori merceologici più svariati, dalle merendine per i bambini alle auto suggerite ai loro papà.

Siamo bombardati giorno e notte dal rap, al punto che la mente a volte si lascia andare inconsapevolmente al suo incedere. Verrebbe voglia di scandirle in rima, su un bel ritmo in quattro quarti, le risposte ai professori, le dichiarazioni d’amore e le maledizioni all’arbitro. Non ci sarebbe nulla di strano, né di improprio: il rap è una tecnica, si basa sulla presenza di spirito e sull’allenamento. Ma è anche un pezzo della cultura hip hop, una delle sue applicazioni pratiche. Come in un videogioco, la partita può terminare lì, oppure essere la chiave per accedere allo scenario successivo.

Dove nasce il rap

Got to give us what we want

Gotta give us what we need

Our freedom of speech is freedom or death

We got to fight the powers that be

Lemme hear you say

Fight the power

Dovete darci quello che vogliamo

Dovete darci quello che ci serve

La nostra libertà di parola è libertà o morte

Dobbiamo combattere i poteri forti

Lasciami sentirti dire

Combatti il potere

Queste rime tratte da una hit di successo (Fight the Power) dei Public Enemy, rispecchiano fedelmente il clima che si respirava negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso in America.

Le politiche sociali ed economiche del governo di allora escludevano in toto le frange più povere della società. Gli afroamericani erano tra i maggiori protagonisti delle lotte contro un sistema politico incapace di tutelare i diritti civili.

E proprio dove queste condizioni erano più sentite il rap ha avuto la sua culla: attraverso la musica rap, i neri americani trovarono una valvola di sfogo che permetteva loro di denunciare le misere condizioni di vita in cui si trovavano. In questo modo il rap divenne uno strumento ideale di protesta e di lotta politico-sociale. Facciamo però ora un passo indietro e andiamo brevemente a raccontare le origini del rap, che già dai suoi primordi ebbe una valenza sociale che, nel corso degli anni, si trasformò in una vera e propria lotta politica.

Una precisa esposizione dei luoghi e dei fatti che hanno dato origine al fenomeno musicale del rap si possono trovare nell’interessante lavoro di Luca Avellini (Io, maestro italiano nel Bronx, 2013), che si segnala in particolar modo per la sua chiarezza e semplicità comunicativa.

Il Bronx è uno dei quartieri di New York, scoperto nel 1639 dal pioniere svedese Jonas Bronck. Nella seconda metà del 1800 il territorio era abitato principalmente da piccoli proprietari di fattorie. Non molto dopo questo primissimo periodo, le classi benestanti di Manhattan conobbero il Bronx come luogo ideale per le vacanze. Nel 1841 fu costruita la prima linea ferroviaria denominata New York – Harlem River Railroad. Nel 1909 fu costruito il Grand Concourse, grande viale alberato architettonicamente simile agli Champs-Élysées di Parigi. In questo periodo, famiglie borghesi, in particolare di origine ebraica, vivevano nelle eleganti case del viale. Era fatto abituale che queste famiglie assumessero e sfruttassero gente di colore del quartiere, al punto che questi ultimi furono denominati “gli schiavi del Bronx”. Quasi improvvisamente, a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, furono costruiti numerosi palazzi e caseggiati popolari per ospitare le frange più deboli della società (immigrati, sbandati, ecc.). Questo portò a una emigrazione dei benestanti verso altre zone di NY o verso la contea di Westchester.

A questo si aggiunsero i risultati delle opere di Robert Moses, per il quale la grandiosità di un progetto prescinde da tutto. Negli anni Cinquanta erano iniziati infatti i lavori per la costruzione del Cross Bronx Expressway e fu necessario distruggere senza remore quartieri densamente popolati e comunità fortemente caratterizzate. Nel decennio successivo continuò la serie di sventramenti lasciando, a chiunque provenisse da fuori New York, la possibilità di arrivare direttamente a Manhattan sfrecciando attraverso un Bronx squarciato.

Si cercò di costruire altri palazzi di lusso sul Grand Concourse nell’estate del 1963 all’angolo della 165esima strada ma, dato che la situazione sociale stava rapidamente cambiando, il progetto fu abbandonato. Infatti erano comparsi nel frattempo comportamenti e stili di vita nuovi per la gente del posto: per esempio, accanto ai tipici profumi di brodo di pollo, piatto caratteristico del venerdì sera della comunità ebraica, si aggiunsero i profumi del riso e dei fagioli, tipico delle popolazioni latine. Iniziarono ad apparire i primi graffiti e murales lungo le vie della città. Alle notti silenziose sopravvennero notti caratterizzate dal suono delle sirene della polizia e dei vigili del fuoco. Le cronache dei giornali riportavano sempre più spesso fatti criminali e di violenza e, accanto agli autoctoni del Bronx, comparvero i primi migranti portoricani, dominicani, meticci e neri americani. Comparvero altresì le prime armi, mentre l’eroina si diffondeva sempre di più, presto sostituita dalla cocaina e poi dal crack, con effetti deleteri soprattutto tra i nuovi giovani abitanti.

Questa trasformazione in negativo del Bronx durò circa vent’anni (tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento). Molti osservatori di allora accusarono le politiche sociali ed economiche del governo federale, che ebbero una conseguenza negativa in tutti gli Stati Uniti; politiche che riguardavano l’esclusione praticamente totale dei lavoratori domestici, degli agricoltori, da ogni forma di protezione sindacale, sanitaria, assicurativa e lavorativa. A questi lavoratori si aggiunsero i portoricani fuggiti dalla povertà assoluta che aveva colpito la loro isola e i neri americani che vedevano New York come l’isola della speranza. Proprio nei confronti di questi immigrati, le politiche sociali, come per esempio l’accesso alle case popolari e all’istruzione universitaria, vennero sistematicamente negate. La visita nel quartiere del Bronx di alcuni presidenti in carica (Jimmy Carter vi fu nel 1977 e Ronald Reagan nel 1980, per citare due esempi) non portò alcun beneficio e vantaggio alle popolazioni residenti, travolte da una spaventosa ristrutturazione urbana del loro quartiere. Infatti, come sostiene Loretta D’Orsogna, la politica instaurata da Reagan:

Fece del Bronx il simbolo, la ragione e la giustificazione della teoria secondo la quale le città non erano complessi da preservare, aiutare o in certi casi anche salvare, ma la realtà del loro declino confermava la tesi secondo la quale i suburb erano la sola via d’uscita alla confusione e alla complessità urbana.

Accanto a queste politiche disastrose, si aggiunse un nuovo processo di “industrializzazione inversa”: vennero chiuse, infatti, molte fabbriche nelle quali la parte più povera di queste comunità avrebbe avuto la possibilità di cercare un lavoro. Molte di queste fabbriche vennero spostate in altre aree degli Stati Uniti o addirittura all’estero (nascevano le premesse della globalizzazione). Questo modello di industrializzazione permise alle classi più agiate di vedersi aumentare i propri redditi, già elevati, a scapito delle classi subalterne più povere. Questo processo portò, come conseguenza, ai primi scontri razziali e ai primi disordini sociali. Spinse inoltre le classi medio-borghesi a lasciare in massa il Grand Concourse, mentre si continuò a progettare e costruire edilizia popolare. I palazzi costruiti sull’autostrada che porta agli aeroporti, che costituiscono la Co-op City, sono ancora un triste esempio di questa architettura. Nel “gran viale” del Bronx rimasero ad abitare solo le persone anziane delle classi agiate, che non volevano spostarsi e che puntualmente divennero soggette ad atti violenti.

Tra il 1940 e il 1970, la percentuale di bianchi che abitavano nel Bronx era scesa dal 90% al 47%; la presenza di neri, invece, era salita dal 6% al 28% e quella dei portoricani e dominicani dal 3% al 25%.

Quello che all’inizio era stato soltanto un razzismo vagamente mascherato, negli anni Sessanta si trasformò in panico, facilitando la fuga dei bianchi dal quartiere.

Ci fu un modesto tentativo da parte del governo di arginare il fenomeno delle rivolte introducendo norme che vietavano l’aumento degli affitti se non nel caso di nuovi affittuari. I proprietari approfittarono subito, però, della nuova legge e imposero un continuo ricambio di locatari all’interno delle loro case. Ad aggravare la situazione, l’incremento continuo delle tasse sugli immobili portò alla conseguenza di eliminare ogni incentivo a mantenere gli immobili in condizioni decorose, portando così al rapido deterioramento e allo stato di abbandono dei palazzi. Le banche, inoltre, non concessero più prestiti, favorendo, con la chiusura del credito, un comportamento criminale nei confronti delle assicurazioni, che alcuni frodavano appiccando il fuoco nei propri edifici. Aumentarono così gli incendi che, all’epoca coinvolgevano di frequente interi palazzi. Agli incendi si aggiunsero atti violenti contro persone anziane, donne e indifesi, favorendo così un clima di terrore simile a quello descritto in alcuni film hollywoodiani.

23 febbraio 2019

Aggiornamento

La protesta è tutta un rap si è classificata terza al concorso letterario Priamar di Savona.
15 settembre 2018

Premio Marchesato di Ceva 2018

Il 15 settembre 2018 La protesta è tutta un rap ha vinto il premio Marchesato di Ceva nella sezione saggistica.
19 aprile 2018

Recensione su “Margutte”

Articolo del Prof. Lorenzo Barberis sul sito letterario "Margutte": leggetelo qui! 
08 aprile 2018

Intervista

Online l'intervista di Marco Picco su "TargatoCn".La potete leggere a questo link
08 aprile 2018

“TargatoCn”

Leggete qui l'intervsita al giornalista Alessandro Nidi sul libro La protesta è tutta un rap.
3/3
La campagna de "La protesta è tutta un rap" è in dirittura di arrivo! Vi segnaliamo un bell'articolo uscito il 1 marzo sull'"Unione Monregalese".

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5/4
Marco Picco su "Provincia Granda"! Complimenti all'autore per il raggiungimento del goal!

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19 Febbraio 2018
Al link potete leggere la recensione a cura di Ornella Donna per QLibri di "La protesta è tutta un rap", non perdetela! https://bit.ly/2HvOCqM

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Marco Picco
Marco Picco, classe 1970, è nato a Mondovì dove vive ancora oggi e lavora come libraio. Si laurea prima in Giurisprudenza poi in Sociologia, con una tesi che a ronta due temi a lui molto cari: la storia della musica e del costume americano. La protesta è tutta un rap è la trasposizione di quella tesi in un breve saggio.
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