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La ragazza di Valcorrente

La ragazza di Valcorrente
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Consegna prevista Luglio 2021
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Uno scrittore affermato, cupo e solitario, ricorda il suo passato attraverso una foto trovata tra le pagine di un suo libro “La ragazza di Valcorrente” la foto ritrae un ragazzo e una ragazza, giovani e spensierati.
Andrea Merini è un ragazzo di ventuno anni, timido, sensibile e diffidente, con la passione per lo sport, la lettura e il sogno di diventare un giorno uno scrittore. Lui e la sua famiglia si trasferiscono dalla città in un piccolo paesino sperduto di campagna, una frazione alle pendici dell’Etna dove il verde e la quiete regnano sovrani. In occasione della festa nella piccola parrocchia del paese, conosce Martina, una ragazza tanto bella quanto misteriosa con un passato duro alle spalle, che segnerà la sua vita per sempre.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre avuto la passione per la scrittura e la lettura, da piccolo scrivevo su un diario e appuntavo tutto quello che mi succedeva. Mi è sempre piaciuta l’idea di scrivere qualcosa di mio, di creare una mia storia e l’idea che qualcuno potesse leggere quello che ho scritto, i miei pensieri, le mie emozioni. Ho scritto questo libro principalmente per il mio bisogno di raccontare, di esprimermi con delle parole scritte. Ho ambientato il mio romanzo nel paesino in cui vivo, Valcorrente.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

Era una gelida sera d’inverno, l’orologio faceva le ventitré e un uomo sulla quarantina, dall’aria stanca e cupa, era perso nei suoi pensieri. Viveva da solo in una casa che probabilmente era troppo grande per lui, ma il televisore, una cagnolina di piccola taglia che viveva con lui, una sigaretta e un bicchiere di Jack Daniel’s non erano male come compagnia. La casa era in disordine, come la maggior parte delle case abitate da soli uomini. L’unica cosa in ordine, erano i libri sulle mensole, sistemati meticolosamente. Libri di qualsiasi genere: dai thriller best-seller ai romanzi rosa. L’uomo decise di dedicarsi al suo lavoro: la scrittura.  La sera era il momento migliore per lui, le idee, le storie, i racconti si facevano avanti.

Ma quella sera non fu facile per niente. Era una di quelle sere in cui i pensieri prendono il sopravvento.

Continua a leggere
Continua a leggere

Smise di scrivere e si sedette sul divano del salotto, cambiava i programmi in tv col telecomando senza sosta, cercando di trovare qualcosa di interessante. La sua piccola amica a quattro zampe   si era messa sulle sue ginocchia, fissandolo. Si chiedeva se fosse stato meglio vedere un film, visto che il sonno faceva fatica a farsi sentire… magari un bel thriller? o forse no, forse era meglio qualcosa di più leggero, magari una commedia.

Infine, decise che forse era meglio andare a dormire (o almeno provarci) e abbandonare l’idea di scrivere o di vedere un film, visto che la testa gli faceva male e gli pulsava. Aveva decisamente bisogno di dormire. Prima però, decise di fare una doccia, una bella doccia calda era quello che ci voleva. La doccia durò più di dieci minuti, l’acqua calda, quasi bollente, che toccava la pelle gelida per via del freddo, era una bellissima sensazione. Uscì dalla doccia e si recò, in accappatoio, nella stanza da letto, prese il telefono e vide che gli era arrivato un messaggio.

Era una nota vocale, il nome salvato era Anna:

“Ma perché non rispondi mai al telefono? come stai almeno?  senti, so che sei impegnato a scrivere e tutto quanto, ma hai bisogno di una pausa. Dovresti svagare un po’ e non stare sempre rintanato a casa. Vieni a trovarci qualche volta, i bambini chiedono di te, è come se non avessero uno zio… va bene quando puoi rispondi. Riguardati.”

Ignorò il messaggio, magari le avrebbe risposto dopo o direttamente l’indomani. Si mise a letto. La notte era silenziosa, ma ogni tanto si sentivano i cani abbaiare. Faceva freddo e l’uomo si girava e rigirava nel letto cercando di trovare la posizione più comoda. Dopo svariati tentativi finalmente Morfeo arrivò, e l’uomo cadde in un sonno profondo.

Il sonno è strano… i sogni e gli incubi sono strani. Quella notte sognò di essere in pericolo, qualcuno lo stava inseguendo, continuava a correre verso una strada di campagna al buio, ma più correva più gli sembrava di non muoversi affatto. Indossava gli occhiali che gli cadevano continuamente e non riusciva a vedere più niente, aveva come l’impressione di sentirsi impotente… Nel sogno, ad un certo punto, comparve una ragazza, che sicuramente non aveva mai visto prima in vita sua. Era una ragazza bellissima, dai capelli castano chiaro e dagli occhi piccoli che andavano sul verde. La ragazza nel sogno gli tendeva la mano, l’uomo gliela strinse, ma non appena gli si avvicinò, il volto della ragazza, all’improvviso, diventò come quello di un mostro…

Dalla bocca le usciva sangue e gli occhi erano la cosa che faceva più paura di tutto, erano neri e inespressivi… sembrava quasi di cadere nell’oblio fissandoli. Era un incubo.

L’uomo si svegliò di soprassalto, era madido di sudore e tremava come un bambino, non riusciva a muoversi. Aveva ancora nitido il volto della ragazza, poi prese il telefono e guardò l’ora, erano le 3:40 del mattino. Cercò invano di riprendere sonno, ma non appena chiudeva gli occhi, il volto della ragazza gli veniva in mente ad intermittenza. Trovò la forza di alzarsi e di andare in bagno, sapeva che non sarebbe più riuscito a prendere sonno. Si accese una sigaretta e rimase lì, a pensare, si sentiva solo. Pensò che non gli sarebbe dispiaciuta per niente la compagnia, magari di una donna che gli scaldasse il letto, con cui poteva condividere l’Incubo che aveva appena fatto, con cui poteva parlare e ridere di qualsiasi cosa. Ad un certo punto l’uomo andò in salotto e cominciò a controllare la sua collezione di libri, intento a trovare qualcosa. Messo un po’ in disparte rispetto agli altri titoli, prese un libro:

La ragazza di Valcorrente, di Andrea Merini.

Iniziò a sfogliarlo con cura e delicatezza meticolosa. A metà del libro, in mezzo, c’era una foto. La foto in questione era vecchia ma ancora in buono stato, forse un po’ ingiallita. Ritraeva due giovani ragazzi, spensierati e sorridenti.

Lei era bellissima, con i capelli mossi color castano e gli occhi azzurri, lui un ragazzo dai capelli chiari, gli occhi marroni e la barba incolta. Nella foto la ragazza abbracciava il ragazzo e gli dava un bacio sulla guancia guardando l’obiettivo.

L’uomo fissò la foto, poi la girò lentamente e lesse quello che c’era scritto sul retro a penna:

 ” Grazie per esserci sempre, grazie perché con te sto bene e finalmente vivo, grazie perché mi hai fatto capire cosa vuol dire amare ed essere amati… semplicemente grazie. Ti Amo, per sempre tua, Martina. “

La dedica era scritta al centro e attorno era piena di cuori. L’uomo girò nuovamente la foto, sorrideva ma allo stesso tempo aveva un nodo alla gola, si sentiva lo stomaco ingarbugliato. Si sforzò di trattenere le lacrime, non piangeva da tempo. Non era facile per lui. Girò di nuovo la foto e si limitò a fissarla, come a perdersi in quell’immagine, facendo scorrere nella sua mente ricordi del passato…

2

Diciotto anni prima.

Verso metà maggio la famiglia Merini si trasferì dalla grande città in un paese di campagna in periferia della Sicilia, una piccola frazione alle pendici dell’Etna. Un piccolo paesino sperduto in cui all’apparenza non c’era anima viva, era tutta campagna ed era pieno di villette, il verde faceva da padrone, tanto che in alcuni punti la vegetazione aveva preso il sopravvento. Era uno di quei posti dove tutti sanno di tutti e tutto, non c’erano piazze, non c’erano chioschi o parchetti, solo un grande centro commerciale, una piccola stazione per il treno e una piccola chiesetta prefabbricata. Si viveva in tranquillità, non succedeva mai niente di particolare, tutti vivevano la loro vita tranquilla. Valcorrente, era tutto sommato un bel posto, ma per chi era abituato a vivere in città, pareva un posto molto limitato. Col tempo, forse, cominciava ad andare bene, quando si riusciva ad apprezzare il silenzio e la quiete che quel posto sapeva offrire come nessun’altro.

La sera era poco illuminato e tutto sembrava quasi tetro, di notte si potevano sentire i grilli cantare e le campane della chiesetta suonare l’ora. L’aria che si respirava era pulita, non come quella di città, piena di smog. C’era anche una fattoria e qualche masseria abbandonata, le mucche e le pecore girovagavano per il paese e venivano mandate a pascolare controllate dal pastore, col suo bastone e i suoi cani che erano attenti e lo seguivano ad ogni passo. Distese di verde e di alberi, si poteva vedere benissimo sua maestà Etna, che in base al periodo dell’anno era innevata o spoglia del suo colore bianco ed ogni tanto faceva i capricci. Quasi tutti, in giardino avevano un cane che abbaiava ad ogni minimo passaggio di qualcuno, e gli uccelli che si spostavano a stormo per migrare, davano agli occhi uno spettacolo magnifico. Il nonno della famiglia Merini aveva comprato una campagna lì molti anni prima e aveva costruito una casa, lasciando poi, il terreno ai figli.

La famiglia Merini era composta da quattro persone: il padre Giovanni, un uomo non molto alto, quasi del tutto pelato e dallo sguardo severo; La signora Merini, Silvana, una donna snella che portava bene i suoi anni, aveva i capelli lunghi e ramati ed era una casalinga, la figlia minore era una ragazza in piena fase adolescenziale che si chiamava Anna, era una ragazza dallo sguardo vispo e aveva gli occhi e i capelli nero scuro, il figlio maggiore era un ragazzo di ventuno anni, di media statura, coi capelli chiari e dal fisico asciutto. Si chiamava Andrea.

La famiglia si era trasferita perché il padre lavorava in una fabbrica nelle vicinanze e in quel modo tutto era più comodo e poi diceva sempre che si stava bene, senza più quel casino della città.

L’unico che ebbe più problemi ad accettare il trasferimento fu Andrea. In città aveva i suoi amici, le sue abitudini, la sua vita. Si, i suoi amici avrebbe potuto vederli comunque, la città distava a meno di un’ora dal paese e poteva prendere anche il treno, ma non era la stessa cosa. Era un ragazzo timido e abbastanza diffidente, non molto socievole ed era sempre stato uno dal carattere difficile, ribelle e a volte scontroso fin da piccolo. Eppure, con un animo buono e sensibile.

Tutta la famiglia era a tavola pronta a cenare, la tavola apparecchiata, la casa era grande e accogliente con un grande terreno e un enorme giardino, dove il nonno (Il padre del signor Giovanni) aveva piantato di tutto.

“Andrea” urlò forte la madre. “Noi siamo a tavola, pensi di venire?” disse con un tono arrabbiato.

“Arrivo” rispose il ragazzo.

“Sta tutto il giorno chiuso in quella stanza, con quella playstation, giuro che prima o poi gliela rompo!” il padre lo disse facendosi sentire.

Il ragazzo uscì dalla stanza e andò a tavola con la famiglia.

“Non si saluta? siamo porci qui dentro?” disse il padre, che la sera si ritirava tardi dal lavoro.

“Scusa papà, ciao.”

“Ciao” rispose il padre fissandolo.

La cena andava avanti, nessuno parlava. Tutti erano impegnati a mangiare, in sottofondo solo il televisore acceso, messo su un quiz televisivo.

Finché qualcuno non ruppe il silenzio.

“Allora che ve ne pare di questo posto?” disse la madre.

“A me piace, è tranquillo e si sta bene, e poi non vedo l’ora di iniziare la scuola e conoscere i nuovi compagni” disse euforica Anna.

“Sono contenta bedda, si, si sta bene è vero” commentò la madre.

“E a te?” domandò la madre rivolgendosi ad Andrea.

“Cosa?”

“Ti piace qui?”

Andrea si guardò attorno, esitò un attimo e poi rispose.

“Se mi piace qui? Vuoi sapere la verità mà? è una merda questo posto, mi fa schifo. Non c’è un cazzo di anima viva, sembrano tutti morti, sembra un paese fantasma!” disse quasi con le vene del collo di fuori Andrea.

“Modera il linguaggio con tua madre, o te ne do una che ti faccio ricordare quando sei nato!” sbottò nervoso il padre alzandosi di scatto dalla sedia.

“Piuttosto cerca di trovarti un lavoro, visto che non fai niente dalla mattina alla sera. Sei inutile chiuso dentro quella stanza.”

“Giovanni, ti prego non cominciamo” disse stufa la madre.

“Va bene, non è colpa mia se ci siamo trasferiti qui. Già era difficile trovare lavoro prima, figuriamoci in questo posto dove non c’è niente” ribatté Andrea.

Anna, la sorella, stava in silenzio e guardava la tv portandosi di tanto in tanto il cibo alla bocca.

“Va bene, visto che ho finito, posso andare di là nella mia stanza?” disse Andrea.

“Vai vai” disse il padre. “Chiuditi come un eremita, con quella playstation e quei libri inutili che ti leggi.”

Andrea si alzò da tavola nervoso e si chiuse nella sua stanza sbattendo la porta. Da solo, cominciò a pensare, pensava che forse suo padre avesse ragione, doveva trovare qualcosa visto che una volta finita la scuola ed aver preso il diploma non aveva trovato un lavoro, e non aveva continuato gli studi andando all’università. Diceva che non era portato per lo studio e non aveva la testa per impegnarsi a fondo, infatti si era diplomato a fatica grazie anche alla madre che gli stava dappresso come un segugio, e lo prendeva a legnate se si azzardava a dire che voleva mollare la scuola. Tuttavia, nella sua cameretta c’erano molti libri, si, perché Andrea amava leggere. Si perdeva, si immedesimava in quelle pagine e leggeva di continuo.

Abitavano lì a Valcorrente da circa un mese e mezzo e ancora Andrea non aveva conosciuto nessuno e la vita scorreva cosi… tra un libro, qualche uscita con i genitori e qualche visita agli amici in città.

Tutto scorreva così, nella più totale monotonia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Emanuele Rapisarda
Mi chiamo Emanuele, sono nato a Catania e vivo da tutta la vita a Valcorrente, un piccolo paesino alle pendici dell'Etna. Ho ventotto anni e sono diplomato come perito tecnico elettronico. Sono sempre stato un ragazzo umile e sensibile, amo lo sport e la natura. Ho fatto svariati lavori e sin da piccolo ho sempre avuto la passione per la scrittura e la lettura. Il mio piccolo sogno nel cassetto è quello di riuscire a pubblicare un romanzo.
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