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La ragion d'essere

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Consegna prevista Luglio 2020

Non si può amare una figlia brutta. Quando hai una figlia brutta hai anche un cervello pieno di preoccupazioni. Il dolore del padre, lo sfinimento che il dolore procura, l’improvviso perturbamento del suo pensiero, tutto ha origine dal corpo della figlia. A niente possono valere la tenerezza del suo sguardo, il fatto che si dimostri fiduciosa verso gli altri. Risulteranno perfino vane le sue esecuzioni dei Notturni di Chopin. Una bambina di dieci anni che esegue perfette esecuzioni di musica classica romantica, ecco Anna. Desolatamente sola mentre cammina per le strade – lei cammina e il mondo è da un’altra parte – ovunque messa in disparte, sempre all’angolo. Così sola con i propri solitari pensieri, i pensieri prodotti dalla sua mente che non può condividere con nessuno. Meglio sarebbe per lei morire.

I diritti d’autore saranno devoluti per l’acquisto di materiale scolastico a bambini di scuola primaria, le cui famiglie sono in difficoltà economica

Perchè ho scritto questo libro?

Non lo so. Forse sono d’accordo con David Foster Wallace quando dice che compito della letteratura è tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo. Egli dice anche: “Dato che una parte ineluttabile dell’essere umano è la sofferenza, ciò che noi esseri umani cerchiamo nell’arte è anche un’esperienza di sofferenza”. Eccovi dunque un’esperienza di sofferenza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Adesso che Anna è morta posso dirlo. Quando ancora esprimeva pensieri così limpidi e potenti da non sembrare umana e delirava attribuendo un significato abissale a ogni sogno e faceva della sua vita un’avventura personale mi restava difficile parlarne, se non altro per quel senso di opportunismo, o peggio ancora del dovere, che alla lunga reprime i pensieri di un padre, ma adesso che è morta potrò ripeterlo sempre. Non c’è più bisogno di alcun riguardo. Finalmente le parole possono rompere la misura, gli ideali lasciare il campo alle spiegazioni comuni, lo sforzo per mantenere un comportamento sociale adeguato può venir meno. Del resto si sa, fin quando i bambini sono vivi non possiamo essere sinceri, né con loro né con noi stessi. Sebbene la sincerità sia in genere più dignitosa dell’inganno, il dolore che procura può risultare incomprensibile né semplice da affrontare. Dunque l’espediente, la menzogna. Perché se il bambino è vivo un padre è debole e fragile, e il meglio che può fare è fingere di essere un altro.
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Più di ogni altra cosa egli deve mentire, perseguitare se stesso, essere aggressivo verso se stesso, diffamare e calunniare se stesso senza limiti. Se il bambino è vivo, un padre viene tirato a forza nella storia moderna, la quale presuppone una sensibilità moderna, che a sua volta distingue il guerriero antico dall’uomo amorevole che educa e protegge i figli. Se il bambino è vivo il profilo storico di un padre non può che limitarsi alle chiacchiere accademiche. Di conseguenza non riuscirà ad arginare la solitudine e la depressione, le quali provocheranno la morte neuronale e sul lungo periodo favoriranno lo sviluppo della demenza. Solo se il bambino muore un padre riesce a capire cosa può permettersi e cosa vuole veramente. È così. Tutti gli esseri umani in fondo ci disgustano, ma poiché siamo padri non siamo uomini liberi, dunque non possiamo confessarlo. L’ipocrisia del padre preserva i figli dalla sofferenza di essere piccoli e impotenti; allo stesso tempo è un veleno che protegge il padre dal giudizio di altri padri.

Il giudizio delle madri non ha niente a che vedere con quello dei padri. Il disprezzo di una madre verso un’altra madre è un fuoco anemico che divampa per il tempo necessario a prendere coscienza del proprio annientamento, perché è il proprio annientamento, è la dissolvenza del sé, che tende a svilire lo stordimento generato dall’inquietudine e a trasformarlo ben presto in comprensione e solidarietà. Per comprendere questa differenza è sufficiente un istante, la certezza appena percepita di poter condividere con un’altra madre la stessa insoddisfazione per la parte recitata fino a quel momento, lo stesso rifiuto per il senso di colpa nei confronti della propria famiglia (quella dedizione a un amore che l’ha resa schiava, vedete, quella consacrazione alle priorità domestiche del buon arrosto con patate e degli abiti perfettamente stirati e ricamati). Al contrario il disprezzo di un padre verso un altro padre non dà tregua, accoltella e uccide con la brutalità del più miserevole fra gli uomini. La pietà e il perdono sono dunque una prerogativa del genere femminile, per i maschi è indispensabile il sacrificio rituale, il cibarsi della debolezza dell’altro, delle sue inibizioni e perfino del suo stesso corpo.

Adesso che però mia figlia è morta posso finalmente uscire da un contesto pedagogico e fornire un contributo alla verità. Faccio fatica a convincermene, perciò devo ripetermelo più volte: Anna è morta. Nessuna sottigliezza psicologica servirà ad attenuare l’entità del fatto. Eppure il mio conforto è la sua stessa morte, la bestia che mi sbriciolava le ossa è morta insieme a lei, oggi è perfino più dolce l’odore del tempo. Se ancora qualcosa trattiene il mio urlo liberatorio è il timore di essere giudicato, è l’ipocrisia incondizionata che provoca l’isolamento e la condanna dell’uomo che dice il vero. Da sempre l’uomo che dice il vero lotta per allontanare da sé ogni pregiudizio, ogni timore dell’esattezza, ogni azione del potere disciplinare. Nondimeno scava fosse a mani nude per ripararsi dall’ordinaria realtà della propria esperienza storica. Perché l’uomo che dice il vero è l’uomo di buona memoria, è l’uomo che non dimentica niente, e siccome non dimentica niente troverà quanto meno di pessimo gusto provare a nascondersi ciò che è inutile nascondere, ovvero che il desiderio di mentire a ogni costo è un desiderio di morte, un aspirare al nulla. Per l’uomo che dice il vero ogni giorno è uguale, nel senso che ogni giorno egli sperimenta l’identica sofferenza, chiedendosi quale sia l’origine dell’impostura e dunque la causa del suo tormento. E poiché l’uomo che non dimentica niente non si nasconde niente, né vuole essere onorato o ricordato o ricompensato, cos’altro ci si potrebbe aspettare da lui se non un programma finalizzato al dimagrimento, a un’estenuazione senza limiti e perfino al dileggio delle sue migliori aspirazioni? Così, ogni qualvolta una deliziosa agonia renda tollerabile una speculazione lontana anni luce da qualsiasi interesse pratico, egli si alza in piedi, si schiarisce la voce e semplicemente si chiede: “Perché l’inganno? Qual è l’origine della fandonia? Possiamo raccontare ciò che è successo facendo a meno di parole pronunciate solo per convenienza (non ipotizzare, dunque, non arguire, ma ricostruire), poiché la chiarezza è essenziale alla poesia e alla civiltà?”. Altrettanto semplicemente egli si dà delle risposte. Da sempre, egli pensa, la verità non dipende che dalla coscienza, la quale non è altro che la consapevolezza della propria impossibilità a perseguire la verità. Allo stesso tempo, egli pensa, la coscienza dei propri limiti non può che trovare un rimedio nella menzogna, poiché è perseverando nella menzogna che ogni uomo sopravvive alla propria tragedia. Sembra insomma che la verità, ogni dimensione della verità, debba per forza scendere a patti con un certo senso dell’equilibrio, una qualche forma di responsabilità che vincoli ogni individuo al proprio inginocchiatoio. Da sempre, invece, egli pensa, l’uomo che dice il vero non rispetta né la luce fiammeggiante dell’Olimpo né l’inginocchiatoio, dunque né i vivi né i morti. E poiché la verità è il suo ultimo rifugio, poiché egli deve difendere il suo rifugio per difendere se stesso, e poiché avere rispetto di se stesso viene prima dei vivi e dei morti, niente è più importante per lui del ricondurre i disvalori alla loro origine, sperimentare un metodo che gli permetta di individuare i modi in cui i discorsi si generano e scompaiono. Autocostruirsi attraverso una genealogia della menzogna, ecco tutto. In conseguenza di ciò egli elabora la risposta definitiva: “Furono i popoli pagani” egli dice, “a eleggere la bugia ad articolo di fede, elevando la natura lacrimosa e lamentosa del cristiano alla consacrazione dei suoi stessi vizi. Niente può spiegar meglio il grado della loro viltà e il loro tradimento se non questa continua coazione a ripetere e a mettere in pratica i valori degli sconfitti (la compassione, la rettitudine, l’amore per il povero e lo storpio), l’eredità cristiana messa a regime dall’idolatra, tutto un accumulo di sconcezze ben apparecchiate al fine di consolare l’oppresso anziché liberarlo. Ciò che oggi infetta e avvelena il sangue dell’uomo è dunque la doppiezza cristiana, non repressa dal pagano bensì irregimentata a colpi di spada. È il motivetto per deficienti eletto a legge nel palazzo di Ásgarðr. È la rinuncia all’integrità dello spirito in virtù dell’opportunismo politico e dell’entità dei profitti, ovvero tutto ciò che concorre allo sfruttamento di un corpo docile e ubbidiente: la devozione del suddito, la manipolazione calcolata dei suoi gesti, il controllo dei suoi comportamenti.”

E così Anna è morta, dicevo, e poiché è morta io dovrei chiudermi nel silenzio, e i miei interminabili silenzi dovrebbero essere pieni di tormentati ed elevati pensieri; poiché Anna è morta i miei pensieri dovrebbero originarsi dal senso di prostrazione, e il senso di prostrazione dovrebbe essere connaturato alla mia realtà di padre che piange la figlia morta, una realtà così pietosamente cristiana e dunque così malinconicamente e tragicamente pagana; poiché Anna è morta i miei pensieri non dovrebbero affrancarsi dal principio culturalmente condiviso della compassione, non perché dominati dall’amore per il prossimo, ma perché soggiogati dal lamento scandinavo, dalla profondità della sua caverna, sferzati dal vento gelido norvegese. Umiliati nello spirito veneriamo oggi la pretesa superiorità morale dello scandinavo, poiché è l’etica dello scandinavo su cui si fondano i valori della cultura occidentale moderna: l’ipocrisia, la menzogna. Togliete all’uomo comune la sua menzogna vitale e gli toglierete anche la felicità, dice Henrik Ibsen. Quale mancanza di sentimento! Togliete all’uomo la verità e il respiro della verità e il diritto alla verità, e gli toglierete tutto, invece. Con una sorta di orgoglio intellettuale cerco di non negarmi l’origine della sofferenza che per tanto tempo mi ha legato alla bugia. Voglio raccontarmelo questo dolore. Voglio respirarlo da vicino. E così ovunque io volga lo sguardo è un continuo perdermi fra tutte le immagini di un passato opprimente, e un continuo arrovellarmi sulla casualità di uno sbaglio che mi stava annientando, e un continuo chiedermi come sia stato possibile spingermi così in là, oltre la frontiera della ragione, così prossimo all’impazzimento.

Adesso che mia figlia non c’è più, posso finalmente dirlo. Fosse stata un po’ più fragile di carattere o per così dire una bambina bisognosa di aiuto, non avrei potuto dirlo, ma siccome l’impressione che ho al momento è che non fosse abbastanza fragile né bisognosa di aiuto in particolar modo, allora posso dirlo: era brutta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Libero Montanari
Libero Montanari è uno pseudonimo. Ha già pubblicato altri romanzi, è stato più volte finalista in Premi letterari a carattere nazionale.
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