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La rilegatrice di abiti

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Rita, orfana di madre e abbandonata dal padre, ha un angelo custode, Remev. La ragazza impara l’arte del cucito dalla nonna e diventa una costumista teatrale, restando però dietro il sipario anche nella quotidianità: è spettatrice delle emozioni e non si mette realmente in gioco.
Durante il restauro del casolare di famiglia, in solaio, trova i dischi registrati dalla cantastorie Rondine, alias di Lucilla, la gemella di sua nonna. Le fiabe friulane che ascolta si sovrappongono alla realtà, creando un ponte con il suo subconscio. L’angelo custode sostiene siano segnali divini, ma un fantasma teme si tratti di segnali nefasti: un debito forse è sospeso fra le epoche?
Di generazione in generazione, di donna in donna, i destini di Rita, Lucilla e Samuela, intrecciandosi, formano un unico disegno che evoca coraggio, determinazione, libertà e indipendenza. Come una cantastorie, l’autrice mescola fatti, leggende, ricette, ricordi, fantasmi, voci vere o forse inventate, tramandate attraverso la notte dei tempi, dando vita a un percorso etno fiabesco, dove si intreccia la storia e la mitologia del Friuli Venezia Giulia.

LA VEGGENTE DEL PASSATO

Quando ero bambina la compagna più bassa della classe chiudeva la fila.

La maestra ci richiamava all’ordine chiedendo: «Volete sembrare un gregge di pecore?». Nessuno imponeva agli alunni di scendere le scale disponendosi in ordine d’altezza: se Alessia era l’ultima a uscire dalle elementari doveva prendersela con il DNA. Sua mamma Regina era puntuale ma minuta e gli altri genitori la nascondevano, nonostante indossasse sempre i tacchi. Ammiravo il suo coraggio da equilibrista: camminava sui trampoli anche quando io avevo paura di scivolare sul ghiaccio, facendo ridere tutta la scuola. Passavo negli spiragli, fra i corpi che ostruivano il ritorno a casa, tenendo stretta la mano di mamma Luisa e capitava avvistassi la madre piccina della mia migliore amica. Mi sbracciavo per avvisare Alessia ma a otto anni, neanch’io avevo molte possibilità di visibilità.

«Chi è quello?» domandai un giorno puntando il dito verso un signore dai capelli bianchi e gli occhi trasparenti.

«Il mio papà!» gridò Alessia correndo fuori dal cancello prima degli altri.

Lui era così vecchio da sembrare un nonno! La sua sposa aveva sempre le scarpe della festa, quelle rumorose, che mia mamma metteva solo per andare in chiesa la domenica. Nei matrimoni che conoscevo grazie alle fiabe, i mariti erano bellissimi principi o giovanotti eroici. Quella coppia era un mistero, Regina si era sposata con un uomo dagli occhi tanto tersi da potervisi specchiare. Avevo sentito dire che gli occhi sono lo specchio dell’anima e immaginai che la signora l’avesse guardato, si fosse specchiata nel suo riflesso e avesse trovato l’anima gemella.

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Il giorno dopo chiesi ad Alessia: «Perché i tuoi genitori si amano?».

«La mamma si è innamorata degli occhi di brina del mio papà. Lei dice che le fanno ancora venire i brividi e papà l’abbraccia, così la riscalda perché lui ha le mani calde anche d’inverno.»

«Il tuo babbo ha gli occhi più chiari di tutto il mondo, dell’universo, no di più, dell’infinito!» ammisi felice d’aver indovinato.

Negli anni Sessanta, in paese la gente sparlava della mamma di Alessia perché aveva fatto trapiantare le cornee del defunto marito.

Io la capivo. Quello che è troppo bello per essere sepolto merita un’esistenza illimitata. Ero adolescente quando decisi che sarei stata una donatrice di organi e tessuti: osservandomi allo specchio cercavo qualcosa da lasciare al mondo. Nulla mi colpì particolarmente nel mio aspetto, allora pensai a quale parte di me gli altri avessero bisogno e diventata maggiorenne, barrai tutte le opzioni. Avrei regalato i miei occhi anonimi, perché avevano visto lo sguardo più limpido dell’universo infinito e lasciavo al prossimo il cuore, dato che ne serbava ancora il ricordo.

Uno sconosciuto avrebbe visto il futuro grazie al mio trapasso: la fine poteva trovare speranza, invece del senso incompiuto di un’interruzione improvvisa. Il tessuto delle cornee era come un abito da tramandare: la mia visione poteva aver bisogno di modifiche per adattarsi ai nuovi bulbi oculari.

Pensai che la morte può cucire la vita mentre asportavano dal mio cadavere i pezzi recuperabili.

Sono in pace, chiudo gli occhi quando incidono il mio corpo ma non provo dolore. Mi fa un po’ impressione vedere il filo che chiude le mie palpebre e soffro per la disperazione dei miei genitori. Il ritmo sincronizzato dei loro singhiozzi sostituisce il suono del mio monitoraggio cardiaco. Nel testamento ho lasciato a loro la patria potestà di Rita, la mia primogenita. Hanno perso una figlia e, nello stesso istante, ne hanno acquistata un’altra. Forse, nulla è cambiato.

Anch’io aspettavo una perla di fiume, perfetta nella sua irregolarità e invece è nata lei. Alla veneranda età di trentotto anni ho rifiutato l’aborto suggerito dai dottori, accettando le anomalie fetali, inglobando la sofferenza nella madreperla e questa neonata è la luce riflessa su un granello ostico da digerire. Lei è un dono da inserire in un filo rotto e poi annodato. Ringrazio Madre Natura: Rita è nata sana e ora… il mio tesoro è dentro uno scrigno trasparente! L’ho osservata a lungo vegliando l’incubatrice, vorrei poterla baciare per svegliarla dal coma indotto dai medici e ammirare i suoi occhi verdi un’ultima volta.

C’era anche lei, in auto, quando ci hanno travolto e io sono morta. L’alta marea distrugge i castelli ma non ruba la sabbia ai costruttori, anzi, incita a creare di nuovo. Il futuro di mia figlia non dipende più da me ma le ho raccontato chi sono stata e quanto la amo. Ho ripetuto: «Jole, mamma, mamma Jole…» ma scriveranno Jolanda sulla mia tomba. Ho ereditato un nome generazionale, prima di me ci sono state la prozia Landa, la cugina Jo, la bisnonna e altre sconosciute. Io ho interrotto la tradizione: lei è un diverso inizio.

Una falce pallida testimonia quanto le promesse sacre possono diventare boomerang: la mia salma è macchiata sull’anulare dal segno di un contratto matrimoniale scaduto, dopo dodici anni. Avevo diritto di essere madre e lui poteva rifiutarsi di dover diventare padre. Rita, il tuo albero genealogico è stato potato: sarai un germoglio rinforzato? Sul tuo album, ho scribacchiato a matita “Assente ingiustificato”, al posto del nominativo di un papà anonimo.

Negli ultimi mesi, percepivo l’ombra delle persiane come le sbarre di una prigione sul copriletto floreale bordeaux mentre mia madre vi vedeva staccionate da giardino. La mia gravidanza è lievitata sotto quel drappo dalla fantasia vegetale, Luisa si ostinava a chiamarlo “l’aiuola” e io “l’orto” perché ho colto nelle corolle una somiglianza con il radicchio della varietà Rosa di Gorizia. Mio padre ha coltivato quella verdura nella stalla, per le mie voglie. Prima di diventare preside, ero una professoressa di matematica a Trieste e lì ho imparato il proverbio El xe andà a sburtar radicio

È andato a spingere il radicchio: è sottoterra. Si usa per dire che una persona è morta..

Ecco, sto andando a spingere il radicchio, sarò coperta di terra e le mie radici contadine risorgeranno. La decomposizione offrirà il colore consanguineo alla clorofilla? I morti scorrono ancora nella vita, dopo la loro scomparsa, nutrendo i ricordi dei vivi? Rita, tua nonna ha indovinato dalla forma alta della mia pancia il tuo sesso. Mi aveva detto di stare attenta alle spine: le neonate fra i rosai e i maschietti sotto i cavoli, forse il consiglio era un punto di vista… quella rosa era una verdura? Piccola mia, cosa potrai serbare di una madre che ti ha stretto a sé solo pochi giorni? Luisa darà la colpa alla civetta! La notte in cui ho avuto le doglie l’abbiamo sentita cantare e mia madre si è fatta il segno della croce. Io l’ho rimproverata perché si lascia influenzare dalle credenze pagane: picchiare contro la finestra è la normale reazione di un volatile notturno attratto dalla luce. In quelle fasi concitate ho accantonato il malaugurio, presa dall’alternarsi di respiri e spinte, però il verso riaffiora adesso, a caccia di un colpevole. È una coincidenza o il richiamo dell’animale tenebroso è stato un presagio attendibile?

Urlo al destino la mia frustrazione, mi oppongo alla realtà e ti lascio.

«Grazie creatura mia. Ero un numero con l’esponente e tu sei il risultato che mi ha realizzato. È giunto il momento di salutarti, non posso mancare al mio funerale.»

A Rita, che vendeva le piante e conosceva la mandragola perché leggeva Harry Potter ai suoi figli.

PARTE PRIMA – AMICIZIA

PROMESSE: RESPIRI D’INCHIOSTRO

Una strada divide la vita dalla morte: siamo anime di passaggio. Luisa è partita dalla sponda in cui Rita lotta e raggiunge il versante opposto, dove il mio cadavere dimostra che ho perso la sfida. Nella camera mortuaria i fiori mi circondano, come pochi giorni fa nel reparto maternità e colgo quanto sia inadeguato l’identico omaggio in momenti opposti dell’esistenza.

«Boccioli per salutare una vita che arriva o che se ne va» si lamenta mia mamma.

Luisa stringe il rosario, ha abbandonato la divisa da mungitura: quel foulard al fieno così intriso dell’endemica essenza di Madre Terra. Zaccaria siede in carrozzella, a causa delle vertebre incrinate e stamane il rasoio non ha incontrato il suo volto: papà ha una barba ispida che pizzica la guancia di mia madre. Lei lo abbraccia, senza essere ricambiata e lui tira su con il naso. Aspira un dolore che gli mozza il respiro e ripete sottovoce: «È colpa mia».

L’autista che ci ha travolto era ubriaca, dunque le prove lo scagionano ma mamma tace, forse ignora le parole capaci di convincerlo del contrario. Luisa accarezza il viso contropelo, replicando un gesto abitudinario, eppure il suo sguardo mi riporta indietro di trent’anni.

Ero in cucina, nascondevo dietro la schiena la palla con cui non dovevo giocare in casa e mia madre raccoglieva i cocci della sua brocca preferita, a forma di gallo. La caraffa frantumata spargeva le lettere della scritta Se il spirt al è fuart a ’nt baste un par viodint doi

Dal friulano: «Se lo spirito è forte ne basta uno per vederne due». Se lo spirito (alcolico) è forte ne basta un bicchiere per vedere doppio. Luisa mi fissava senza rimproverarmi e ho temuto di aver combinato qualcosa di irreparabile.

Oggi, i giornalisti sono assiepati fuori dalla cappella, attendono un commento sulla cospicua assicurazione che erediterà mia figlia.

«Le banconote da centomila lire non asciugano le lacrime! Posate su un ginocchio sbucciato non danno sollievo come un bacio della mamma» ha sibilato mia madre ai microfoni.

I flash illuminano la passeggiata fino alla chiesa, i banchi sono insufficienti: dalle navate gremite le mani si allungano verso i miei genitori per le condoglianze; il rimmel riga le guance delle colleghe, scorgo la vicina pettegola, riconosco addirittura i lineamenti di alcuni studenti nei volti di uomini e donne. La famiglia del mio ex marito è presente… manca la pecora nera che rifiuta il suo gregge! Non vedo i riccioli lanosi che ho contato nelle notti insonni, quando la chioma corvina di Paolo ispirava l’idea del feto che ho portato in grembo. Rita ha i capelli neri e lisci: sono stata accontentata a metà.

Il requiem accompagna le lacrime e le monete tintinnano per chi vuole accendere una candela. Nella bara, il mio corpo è coperto da tanti fogli a quadretti: qualcuno è più stropicciato, altri sono ingialliti e molti hanno il segno della piegatura da portafoglio. Riconosco le toppe di carta che ho regalato ai miei ragazzi per il diploma. Un uomo sale sull’altare e fa fischiare il microfono avvicinandosi troppo.

«Quando il dolore ci sottrae le parole, le regole ci vengono in soccorso» dice prima che un singhiozzo lo interrompa. «Scusate…»

Due ragazze lo raggiungono tenendosi per mano, i loro passi risuonano nel vuoto della chiesa piena. Una di loro prende il testo e prova a procedere con la lettura ma poi ci ripensa e si allontana dal leggio. Pian piano, una processione di giovani sopraggiunge; hanno età diverse, ma messi uno vicino all’altro sembrano pronti per una foto di classe. Ad alta voce pronunciano la frase che ho vergato a ogni maturità:

La matematica dà valore alle cose che contano

ma le persone sono rappresentate da simboli ∞

e nessuno è ≤ o ≥ di qualcuno.

«Grazie prof» dicono in coro.

Una donna spicca fra la folla: è vestita di paillettes e mi sembra familiare.

«Mi vedi?» chiede salutandomi.

L’incenso mi avvolge e le campane fanno vibrare la mia anima in un’altra dimensione. Addio mondo.

LA STAFFETTA DEI SERPENTI

«Prima di essere dimessa, Jole aveva chiesto all’infermiera i braccialetti per l’album. Durante il tragitto ci saremmo fermati nella nostra parrocchia per lasciare il bouquet di Paolo alla Madonna, mia figlia credeva che il perdono fosse una qualità divina» confida l’anziana all’amica.

«E poi?» la incita l’altra.

Luisa prende un respiro da record di apnea e prosegue il racconto: «Zaccaria diceva che con quel mazzo di rose bianche sembravo una sposina, invece di una nonna. Sbirciavo nello specchietto quanto ero arrossita e ammiravo mia nipote. Sul sedile posteriore, Jole l’allattava e poi un riflesso sfuocato… in un pugno c’erano due serpentelli traslucidi».

Mon Dieu! Vorrei dello zucchero filato ma sono eternamente a dieta. So d’invadere la privacy di queste sconosciute, tuttavia nessuno mi può accusare. È il vantaggio dell’invisibilità, anche se al funerale… sì, credo che quella giovane evanescente mi abbia notata. Be’, passare inosservata con un cappello a cilindro e le spalline di frange argentate che sormontano un frac di paillettes! Almeno, il costume con cui mi hanno sepolta distoglie l’attenzione dalla gamba destra, che è più corta dell’altra.

«C’erano delle macchie chiare, tipo una pioggia di piume e ne ho catturata una. Gemma, sai quante galline ho spiumato! Ho capito subito che stringevo qualcosa di diverso… avevo preso un candido petalo macchiato di rosso. Zaccaria gemeva di non preoccuparmi ma Jole restava muta e Rita strillava. Ho gridato aiuto per le mie bambine, fino a quando la sirena dell’ambulanza ha cantato.»

«Deve essere stato terribile! Ho visto la foto sul giornale: l’auto era capovolta. Tuo marito come sta?» indaga Gemma.

«Dopo il funerale hanno dovuto sedarlo. Un pensiero in meno per me. Ah, sono orribile!» si lamenta Luisa.

Farei a meno delle chiacchiere deprimenti, ma restare vicino alla pargoletta ha dei vantaggi. Nel limbo in cui mi trovo, Rita è il perno della mia gravità: il panorama era ubriaco finché non l’ho trovata. Lei e io dobbiamo essere legate.

Ci sono esperienze che coincidono, anche nel bosco i tronchi abbattuti si decompongono nutrendo altre radici. Se sono diventata un’entità spirituale, la realtà è in divenire senza uno start o uno stop. Perché Jolanda è svanita dopo il funerale e io resto qui? Il dubbio regna e incorona tutte le ipotesi. Le vetrate della porta scorrevole rispecchiano senza clemenza la mia assenza e la chioma in disordine di Luisa.

Gemma le pettina i capelli color fumo e li raccoglie con le forcine: «È strano vederti senza crocchia».

«In un giorno qualsiasi sarei imbarazzata di farmi vedere così» si giustifica la nonna di Rita.

La signora ha un viso scarno, sembra un teschio velato dalla pelle.

Io sono l’eco di un’ombra e ho perso tutto: il tempo e l’identità risuonano d’amnesia. Pochi giorni fa, mi sono svegliata al buio, le stelle erano fuggite lasciandomi senza orientamento. Ero distesa in un incubo, graffiavo, urlavo e poi ho capito di essere stata sepolta viva. Ho asciugato le lacrime aride che mi strisciavano sul volto ed erano vermi! Ho tappato la nausea sentendo l’assenza di respiro e ho scoperto che il mio corpo riempiva lo spazio senza occuparlo: sono morta. Immaginavo il riposo perpetuo diverso, insomma, sono sveglia. Né Paradiso né Inferno, forse questo è il Purgatorio? La bara non è un ascensore per l’ultima destinazione e così c’è un ex reperto da terreno consacrato nella sala d’aspetto dell’ospedale. Avrò una necessità, un compito o qualcosa in sospeso.

Luisa siede al mio fianco, ha un polso fasciato e indossa la camicia pré-maman di quella figlia che non ha potuto abituarsi al suo ruolo di mamma. Anche il compito che attende la signora è della taglia sbagliata: è un incarico troppo grande crescere una bambina dopo aver perso chi ti ha reso madre! Povera donna, cullerà i vagiti invece di rispettare il suo lutto.

Un dottore arriva con la cartella clinica e sputa il verdetto: «La paziente ha tre costole rotte e il piede destro non si piega per una lacerazione al tendine d’Achille. Fra poco le rimuoveranno le schegge del finestrino. In futuro le cicatrici potrebbero crearle dei disagi e sarà utile un supporto psicologico».

Questo camice bianco ha la sensibilità di un cecchino cieco! La nonna di Rita ha gli occhi rossi, forse le bruciano nonostante siano bagnati. Io mi sento intrappolata in una boule de neige

Dal francese, sfera di vetro che si capovolge per ricreare l’effetto della neve.e i tentativi d’aiuto si sciolgono prima d’attecchire. Cosa posso fare? La dimensione fantasma è una palla al piede in cui la sfera è inutile alle previsioni.

«Giuro che metterò i braccialetti nell’album. Ero in pronto soccorso e mi hanno accostato una lettiga. Da sotto il lenzuolo sbucava un pugno inerme. I crampi acuti come doglie sono scomparsi appena sono riuscita a prenderli» dice Luisa porgendo il pugno a Gemma.

«Un porcellino andò al mercato» cantilena Luisa e l’amica le tira il pollice «e comperò una mela ma un fratello la indicò, il medio la desiderò, il nobile disse: “Non la pelerò! Io sono il più piccolo e la mangerò!”» continua la nonna mentre Gemma forza l’indice e le altre dita: sembra faccia leva contro il rigor mortis.

Luisa ha sul palmo le due serpi di plastica che ha sottratto a Jolanda: sono i braccialetti di misure differenti del reparto maternità e testimoniano una staffetta. La nonna ripete la filastrocca: è un disco graffiato, salta sullo stesso solco, quello scavato dal pianto. Le sue lacrime battezzano un nuovo inizio. La storia di Rita avrà calligrafie diverse, quelle di due donne, entrambe madri: una l’ha tenuta in grembo e l’altra la crescerà.

Una penna bianca volteggia nell’aria, forse una cicogna sta facendo una consegna. Cerco sul soffitto le ali piumate e… mon Dieu! Un angelo volteggia sulla neonata mentre entra in sala operatoria.

TRIS

Nella sala operatoria il lampadario è un UFO luminoso e l’équipe medica veste in stile omini verdi. Il corpicino di Rita è collegato alla vita tramite i fili delle macchine inanimate, la flebo stilla la medicina lacrimando una goccia alla volta: si svuota per riempire le sue vene. L’angelo prega a occhi chiusi, vede solo il suo compito e io tossicchio la mia presenza. Lui prosegue imperterrito e basandomi sull’aureola escludo che sia un maleducato. Peccato, sono stufa di fare monologhi. Conto i frammenti di vetro estratti dal chirurgo e immagino in quale modo si possano incastrare fra loro.

«Unendoli si ottiene la forma di un gugjet Antico monile carnico a forma di cuore, in rame o ottone, che il fidanzato donava all’innamorata perché le proteggesse il fianco dal ferro per la calza mentre sferruzzava camminando in montagna con la gerla.» sbuffo.

«È una bugia» controbatte l’angelo facendomi sobbalzare.

«Ah! Allora puoi sentirmi! Comunque, con un po’ di fantasia sembra un cuore» mi giustifico.

Tendo la mano per presentarmi ma io sono o io ero restano frasi appese all’anonimato.

«Tu hai un nome?» chiedo.

«Mi chiamo Remev.»

«Sai chi sono?» domando.

Lui mi guarda in silenzio. Fantastico! Sono un segreto ultraterreno.

L’assistente deterge la fronte del chirurgo A. Turchet. Che invidia! Almeno lui ha una lettera per farmi indovinare il suo nome…

Il primario entra e ordina al dottor Turchet di farsi sostituire. Lui prosegue l’intervento nonostante le minacce di licenziamento. Credo che i due siano parenti perché hanno lo stesso cognome sul tesserino. Quando il primario si avvicina, il più giovane prende il bisturi e glielo punta contro.

«Papà, è compito mio rimediare» afferma il chirurgo.

Il vecchio rinuncia a fargli cambiare idea, sbattendo la porta. Il dottor A. potrebbe aver fatto troppi doppi turni e il padre si preoccupa per la sua salute o della riuscita dell’operazione.

«Remev, qual è il mio compito?»

Lui sbatte le ali: «Io non sono il Maestro e tu sei un’allieva».

«Allora siamo compagni di scuola» dichiaro facendo spallucce.

Le tonsille dell’angelo mi fissano, neanche avessi detto una bestemmia. Potrebbe darmi qualche suggerimento se è un essere così superiore! Gli volto le spalle e mi siedo vicino a Rita. Sembra una mummia così incerottata e bendata. È un fagotto crisalide, un bozzolo prezioso, la larva di un baco da seta appiccicata al filo della vita.

«Cosa diavolo ci faccio qui?» domando quando la mia carezza scivola via dal corpicino martoriato. «Per rivelazione o per azione vorrei scoprirlo.»

Remev mi invita a pregare ma io sono stanca: l’ingiustizia annienta la fede e sottrae forza alle parole.

«Padre Nostro che sei nei cieli…» mi imbecca lui.

«… Scendi sulla terra per vedere come stanno i tuoi figli!» lo sfido io.

L’angelo mi ammonisce, eppure credo che qualcun altro dovrebbe vergognarsi, magari un dio che ignora una neonata sofferente. Chi può tutto e non fa nulla come può essere chiamato? Rumino sinonimi nei pensieri: codardo, vile, vigliacco…

Ero un’eretica? Se mi è stato impossibile cambiare da viva, figuriamoci quante possibilità ho da morta! O esistono indulti che ti graziano a posteriori?

«Rita, sono qui e tifo per te. Remev prega, perciò se deciderai di essere pagana o credente avrai comunque un sostegno.»

«È già stata battezzata» sottolinea l’essere alato.

Il battesimo dovrebbe essere quella cosa sacra in cui ti fanno mangiare sale e ti bagnano con l’acqua. I due elementi mescolati insieme sono una pozione di lacrime. Attila spargeva sale sulle terre che conquistava per bloccare la crescita delle piante, chissà se messo sulla lingua rende sterili le parole.

25 ottobre 2018

Evento

Cormons
Le vetrine dei negozianti che aderiscono a Cuormons - Centro commerciale naturale esporranno toppe del libro e opere d'arte abbinate al testo.
14 tappe per conoscere uno dei paesi che racconto nel libro: siete pronti a scoprire dove sgorga l'acqua del diavolo?
"Passeggiando fra le pagine" prevede anche visite guidate con la scrittrice 😉 Al prossimo aggiornamento per le date!

28 Febbraio 2017
La campagna de "La rilegatrice di abiti" è partita con successo! Vi segnaliamo la presentazione del libro che avrà luogo il 3 marzo a Udine. Trovate tutte le informazioni al link qui sotto:

https://it.eventsoja.com/udine/e3901422
15 Marzo 2017
Per conoscere i personaggi del libro tramite il sapore dei loro menù... Cari Amici della Dimora del Bardo, Vi invitiamo con piacere a festeggiare la Tradizione della Cucina Friulana con una serata dedicata alla presentazione del romanzo etno-fantasy, La rilegatrice di abiti, di Sibilla Pinocchio, accompagnati da una cena a base di piatti tipici friulani. Martedì 21 aprile 2017, ore 20.30 Alzi la mano chi conosce Cappuccetto Rosso! E avete mai sentito nominare Aladino? Se dico invece Cjalciut o Krivapete, in quanti sanno di chi parlo ? Conosciamo le fiabe dei Grimm e quelle orientali ma siamo digiuni delle "conte" della nostra terra !! Il libro "La rilegatrice di abiti" racchiude tradizioni, leggende e piatti tipici del Friuli Venezia Giulia, affinchè la narrazione del passato sia nutrimento per il futuro. I fioristi vendono emozioni per culle e tombe, i petali di una margherita alternano l’amore all’odio e i bouquet legano insieme i gambi dei boccioli recisi dalla pianta madre. Nel tris morto porta vivo si apre l’uscio alla continuità. Lettere ingiallite dal tempo, il diario scritto da una sconosciuta dopo la sua morte, la spirale atavica del DNA: a cosa servone le conoscenze di vite passate? Annodando il cordone ombelicale del fato. Ora, cercate la vostra storia! Il costo dell'evento è di € 18,00. Per prenotazioni chiamare Manuela: tel. 0432 790682 cell. 348 0043204 LA DIMORA DEL BARDO Via Pecolle di Sopra, 12 Cergneu - Nimis (UD)
04 Aprile 2017
Vi annunciamo la prossima presentazione de "La rilegatrice di abiti", che si terrà domenica 9 aprile alle 11.30 presso Brugnera.

sibilla_locandina-2
08 Maggio 2017
La campagna de "La rilegatrice di abiti" prosegue a gonfie vele! Vi proponiamo qui di seguito un interessante articolo uscito su "Il piccolo":

20 Luglio 2017
Una mostra e una presentazione: ecco due imperdibili eventi dedicati al romanzo "La rilegatrice di abiti" di Sibilla Pinocchio. Buona lettura!
23 Giugno 2017
Non perdetevi questa intervista della nostra autrice Sibilla Pinocchio a Radio Onde Furlane! https://www.spreaker.com/user/ondefurlane/navigadors-inte-vuate-22-06-2017_1
08 Agosto 2017
Con "La rilegatrice di libri" di Sibilla Pinocchio inizia il progetto Librinviaggio! Al link potete scoprire come prenotarvi! https://pierinagallina.blogspot.it/2017/07/librinviaggio-la-rilegatrice-di-abiti.html?spref=fb
28 Febbraio 2018
Non perdete il 3 marzo la mostra ispirata a "La rilegatrice di abiti" di Sibilla Pinocchio a Gorizia! Potete trovare tutte le informazioni al link https://bit.ly/2ovQZBR
14 Marzo 2018
Una bella intervista all'autrice Sibilla Pinocchio! Buona lettura https://www.arteculturae.it/intervista/intervista-alla-scrittrice-sibilla-pinocchio/

Commenti

  1. (proprietario verificato)

  2. (proprietario verificato)

    29 marzo Officina di Medicina Narrativa Itinerante & “Orme Letterarie” dalle ore 16:30 alle ore 18:30
    Mortegliano, via Giovanni Martini 4, Galleria Artemisia. Un percorso per scoprire gli archetipi delle Fiabe Friulane grazie alle opere di artisti e artigiani del territorio. Ci sperimenteremo per trovare le Orme delle Parole insieme a Barbara Galmo

  3. Alla presentazione del suo libro Sibilla Pinocchio dipinge immagini con le sue parole: affascinanti, coinvolgenti, magiche. Come lei.

  4. (proprietario verificato)

    La lettura è un toccasana e come filo conduttore della Sorgente Dei Sogni – Fontanafredda – PN sostengo la borsa di studio destinata all’Infermiera di Ricerca per l’Istituto Nazionale Tumori Cro Aviano. Le presentazioni del romanzo LA RILEGATRICE DI ABITI prevedono “un’entrata a tappo di plastica”. RICORDATE (dal lat. memoria del cuore) di donare #untappoperlavita!

  5. Sibilla, un balsamo per l’anima…lei e le sue parole fanno entrare in un mondo magico! Grazie….

  6. Come in una danza, le parole si muovono a ritmo di musica. Ogni dettaglio e’ pensato con una precisione e una professionalità da poter considerare questo libro un vero e proprio capolavoro. L’avvolgente storia cattura il lettore fin dalle prime pagine e lo fa viaggiare in leggende e tradizioni che si intrecciano armonicamente come in un telaio. Per cui consiglio a tutti di comprare questo “La rilegatrice di abiti” e lasciarsi avvolgere in questa travolgente storia.

  7. Un libro fantastico, ricco di lacrime e risate. Un umorismo fine, un viaggio fra le tradizioni, tesori, cultura e leggende del nostro territorio.
    Una lettura ricca, un’autrice unica, una persona eccezionale.
    Se potete vi consiglio di partecipare alla presentazione del libro, troverete tutte le informazioni sulla sua pagina facebook, non ve ne pentirete!!

  8. tiziana-lai

    Grandissima conoscitrice di leggende e di fiabe e così pure di miti e di simbologie delle “sue” terre (Friuli Venezia Giulia,Liguria,Marche e Sicilia), Sibilla intesse e ri-lega i fili della sua storia personale e di quella dei personaggi del romanzo.
    Ciò che ho potuto cogliere è che ogni azione narrata si pone in giusta relazione con lo stato di coscienza di chi la compie, nella chiave di un’esplorazione immaginifica e profonda dell’ inconscio.

  9. Ho avuto l’onore di leggere il libro mentre era ancora un piccolo bocciolo, ancora in via di sviluppo e adesso sono felicissima di vedere il bel fiore che è sbocciato. Un’avventura che si ricama tra passato e futuro, una storia piena di amore per la propria terra. Un libro che parla di storia ma che trasmette voglia di non arrendersi mai e di fare di un ostacolo il punto di inizio. Un libro equilibrato, pieno di amore, rispetto e colpi di scena. Davvero un capolavoro.

  10. (proprietario verificato)

    Un racconto strordinario, un tessuto magico di parole

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Sibilla Pinocchio
Sibilla Pinocchio, cantastorie diplomata con il metodo Debailleul, opera nell’ambito delle medicine narrative nei percorsi sensoriali per bambini e adulti. Si ispira alla toponomastica degli archetipi e La rilegatrice di abiti, un libro che si avvicina ai connotati del turismo letterario, è stato d’ispirazione sul territorio per l’ideazione di viaggi a tema.
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