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La scala in bianco e nero

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Consegna prevista Agosto 2020

Milano, 2019
Micol è una giovane studentessa di economia all’università Bocconi, insoddisfatta della sua vita, dei suoi studi e della sua relazione con Marco. Nutre un grande amore per la musica classica e per il pianoforte che la porta ad entrare in possesso di un vecchio spartito di un notturno di Chopin, all’interno del quale trova scritto un nome e un indirizzo.

Firenze, 1960
Francesca è una giovane pianista al suo primo incarico presso il teatro dell’Opera di Firenze. Qui conosce Enrico, un giovane tenore già affermato. Tra i due nasce un profondo amore, tormentato e osteggiato dagli eventi e dagli uomini, che li accompagnerà per tutta la vita.

Le vite di Micol e Francesca si incroceranno alla casa di riposo per musicisti Giuseppe Verdi di Milano dove ora, ormai in pensione, l’anziana pianista soggiorna. Tra le due nascerà una grande e strana amicizia.
A fare da sfondo alle vite di Micol e Francesca sarà la musica, vera e indiscussa protagonista della storia.
Ma cosa unisce la musica alla vita, quanta musica c’è nell’amore e, soprattutto, può un grande amore durare per sempre? Micol cercherà la risposta a queste domande tra le pagine di un vecchio diario, le note di un giradischi e le onde del lago Maggiore.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre amato scrivere e avvertito l’esigenza forte di farlo, fin dalla più tenera età.
E questa volta sono riuscita a mettere la parola fine ad una mia storia.
La scala in bianco e nero è un viaggio, nel presente e nel passato. Ci sono spunti di vita vera, mia, della mia famiglia e di persone che ne hanno fatto parte.
È un percorso di vita. Mio, di altre persone, di tutti? Chi può dirlo?
A chi non è mai capitato di sentirsi insoddisfatti del proprio presente per uno o più fattori?

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Micol, Milano, Dicembre 2018
Friedrich Chopin, Notturno Opera Postuma
“Signorina, non posso darle più di un 19. Non c’è bisogno mi dica che ha studiato, io le credo. Credo anche però che il problema sia più a fondo. Credo che lei non sia padrona dei concetti. Fossi in lei rifiuterei, potrebbe essere un’occasione per approfondire le sue lacune”.
Micol non alzò neppure lo sguardo. Aprì la borsa che si era tenuta tutto il tempo sulle gambe, ne estrasse fuori il suo libretto universitario e, strisciandolo sulla cattedra, lo passò al professore che le aveva appena rivolto quelle parole.
Non le sarebbe bastato nemmeno un altro anno per diventare padrona di quei concetti, figuriamoci il tempo da lì all’appello successivo.
“Se ne è proprio sicura” disse il professore sbuffando, mentre le prendeva il libretto dalle mani. Lo firmò, lo chiuse e glielo riconsegnò.
Sì, ne era proprio sicura.
Continua a leggere
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Signorina secondo me non ha capito. Se vuole le ripeto la domanda. Credo che lei non abbia il metodo di studio corretto per questa facoltà. Signorina ritorni quando avrà studiato. Vedo dal suo libretto che non ha grandi voti. Ha mai pensato di cambiare indirizzo. Non tutti nascono portati per l’università.

Queste e molte altre frasi, che ormai erano diventate la consuetudine ad ogni esame, risuonavano nella testa di Micol. Le prime volte, dopo le prime sconfitte, quelle frasi le facevano tanto male. Con forza provava a controbattere i professori e ripetere a sé stessa che lei quelle cose le aveva studiate, era preparata, aveva passato infiniti giorni e infinite notti su quelle pagine.
Ma col tempo la rabbia aveva lasciato spazio alla rassegnazione, le lacrime che le rigavano il volto ogni volta ad un senso di vuoto che si faceva sempre più grande.
Quei libri, quelle ore perse su di essi, quei quaderni d’appunti, quegli esami non portavano a niente se non ad una sconfitta dietro l’altra.
Non capiva nemmeno perché ci rimanesse così male. In fin dei conti economia non le piaceva nemmeno! Perché arrabbiarsi se una cosa che non ci piace non riesce? È già scritto in partenza che le cose andranno così.
Ma forse quel senso di insoddisfazione, di inadeguatezza continuo non dipendeva da economia.

Forse è la lontananza da casa. Prova a cambiare facoltà. Economia è effettivamente difficile, non ti devi preoccupare.

E invece Micol si preoccupava. Perché vedeva gli amici laurearsi, uno dietro l’altro, e lasciarla sola in quella città che non le apparteneva e alla quale lei non voleva appartenere.
Perché vedeva le sue amiche soddisfatte, con quelle belle corone di alloro in testa, con quei sorrisi smaglianti immortalare la gioia di quel giorno in una foto mentre baciavano il ragazzo che amavano.
E invece Micol non aveva né la corona di alloro né un ragazzo che amava. E sentiva forte il tempo passare. Aveva quasi venticinque anni, un futuro che la attendeva e che non le piaceva, un presente da vivere che le piaceva ancora meno.
In realtà un ragazzo ce lo aveva. Marco, anche lui studente alla Bocconi, ovviamente molto più avanti di lei, in pari con gli esami, quasi alla fine della magistrale. Marco era bellissimo, adoratissimo da tutte, intelligentissimo e simpaticissimo, e non perdeva occasione per ricordarle quanto lei fosse rimasta indietro con gli esami e di come fosse mediocre accontentarsi un venti pur di andare avanti
“Micol, se non ti laurei con la lode non vai da nessuna parte”
Micol probabilmente non sarebbe neanche arrivata a laurearsi, la lode non era nemmeno contemplata.
Però Marco piaceva tanto ai suoi genitori, soprattutto a suo padre. Era stato lui a farli conoscere anni prima, perché Marco era figlio di un suo collega, successivamente suo socio in azienda.
“Marco è un ottimo ragazzo, proprio quello che ci vuole per te. Un domani porterete voi avanti l’azienda. Se tra di voi ci sarà intesa non solo sul lavoro, ma anche nella vita, tanto meglio”
Micol non amava Marco e probabilmente nemmeno lui amava lei. Ma d’altronde il padre di Micol era il socio di maggioranza dell’azienda e a Marco non dispiaceva avere un occhio di riguardo.
Micol non amava il suo ragazzo, non amava la sua facoltà, non amava Milano, non amava il suo corpo…probabilmente non amava sé stessa.
Era talmente assorta in questi pensieri che, in quella fredda e grigia mattinata milanese, non si accorse neanche di non essere arrivata dove si era prefissata di arrivare, a casa sua per buttarsi sul letto, fissare il soffitto e continuare quella litania di pensieri che altro non facevano che farla stare peggio.

Quando si risvegliò dalle sue lamentazioni tristi, si trovò davanti alla vetrina di un negozio di strumenti musicali.
Davanti ai suoi occhi si stagliava un bellissimo pianoforte a coda nero, uno Steinway & Sons, il sogno di ogni pianista. Sul leggio c’era uno spartito, aperto probabilmente su un Notturno di Chopin.
Anzi, era senz’altro un notturno. Guardando meglio quelle note riuscì anche a capire di quale si trattasse: doveva essere il notturno dell’opera postuma. Così come lo era in quell’istante la sua vita: un’opera postuma decisa e pubblicata da terzi. Si risvegliò dal quel pensiero particolarmente triste grazie allo squillo del suo cellulare. Era Marco, le aveva mandato un messaggio su WhatsApp:

Amo mi ha detto Clara che è andata male. Te l’avevo detto di riguardare anche il capitolo otto, ci scommetto che ti ha chiesto proprio quello. Sei sempre la solita. Va beh, subito dopo le vacanze di Natale fa un altro appello. Tanto si sa che in un coppia uno è sempre più intelligente dell’altro… e mi sa che tra i due è capitato a me

“Vaffanculo” le uscì dal profondo del cuore. Spense il telefono senza rispondere al messaggio, lo ricacciò in borsa, aprì la pesante porta di vetro del negozio e entrò.
Se c'era una cosa che amava fare era suonare il pianoforte e se c'era una cosa nella sua vita che amava sopra ogni altra, quella cosa era la musica.
Da bambina i suoi genitori le avevano fatto prendere delle lezioni private di pianoforte. Sua madre aveva voluto comprarne uno perché lo aveva visto a casa di una sua amica
“Sarebbe perfetto da mettere nel disimpegno, per tutte quelle cornici che non sappiamo mai dove mettere” aveva detto un giorno a suo padre. Detto fatto un pianoforte verticale color legno era entrato in casa sua e, in men che non si dica, venne ricoperto da un orrendo centrino di pizzo bianco e da una decina di cornici d'argento di tutte le dimensioni. Ormai che quell'ingombrante suppellettile era entrato in casa loro, i suoi genitori decisero che sarebbe stato opportuno che Micol imparasse a suonarlo.
Non solo Micol imparò, ma imparò anche bene. La sua maestra, una giovane neo-diplomata al Conservatorio, aveva addirittura proposto ai coniugi Fiorentini di iscrivere la figlia proprio in Conservatorio. Ma non se ne parla! Una cosa è imparare a strimpellare qualche nota, così per hobby, un'altra e perdere inutilmente tempo e soldi dietro a qualcosa che non serve a niente. In men che non si dica le lezioni vennero interrotte. Sparita la sua maestra, a Micol rimase soltanto quell'amico di legno ricoperto di cornici insieme al quale passava sempre più tempo.
“Micol vai a studiare, altrimenti quel pianoforte te lo brucio”. Chissà se suo padre avrebbe bruciato anche quelle orribili cornici.

Micol stava accarezzando i tasti bianchi e neri di quella bellissima mezzacoda con un rispetto reverenziale, come quello che un filologo avrebbe per un antico manoscritto.
“Guarda che lo puoi provare se vuoi” una voce le fece fare un salto per lo spavento. Si voltò
“Dicevo che se vuoi acquistare un pianoforte, puoi provarlo. I tasti, li puoi toccare”. La voce veniva da un ragazzo giovane, avrà avuto qualche anno in più di lei. Alto, capelli ricci ma senza una forma precisa, un po' di barba, ma non troppa. Indossava un paio di jeans e una maglietta marrone a mezze maniche.
“No, no, purtroppo non sono qui per comprare un pianoforte. È che l'ho visto in vetrina, è davvero bellissimo, non ho resistito. Poi il Notturno dell'Opera Postuma è uno dei miei preferiti” disse indicando lo spartito aperto sul leggio
“Ah beh, per riconoscere un notturno leggendo lo spartito, devi essere una pianista, qua la mano collega” fece quel giovane dai capelli arruffati porgendole la mano.
“No, magari! Amo molto suonare, ma purtroppo non sono una pianista, sono poco più che un'autodidatta. Tu invece sei un pianista?”
“Così dicono”
“Ah sì? E chi lo dice?”
“I maestri che mi hanno dato il Diploma in pianoforte. Mi sono diplomato due anni fa, ma diciamo che ancora non è arrivata la mia grande occasione. E mentre la aspetto, lavoro qui”
“Beato te. Mi sarebbe piaciuto tanto studiare in Conservatorio, ma i miei non hanno voluto. A dire la verità, mi hanno fatto prendere lezioni private per qualche anno. Poi hanno fatto sparire la mia insegnante, e infine hanno fatto sparire anche il pianoforte, perché, diceva mio padre, mi distraeva troppo dallo studio. Da quando vivo qui sono riuscita a mettere da parte qualche soldo e mi ci sono comprata una tastiera, ovviamente usatissima. Non potrei mai permettermi un gioiello come questo ” disse sfiorando ancora la tastiera di quel pianoforte, come se stesse dicendo addio ad un sogno.
Il ragazzo la osservò e notò il velo di tristezza nella sua voce.
“Qui in negozio abbiamo anche una sezione dedicata alle prove dei pianoforti. Se vuoi ogni tanto puoi venire a suonarne qualcuno. Ti direi di venire a suonare a casa mia, ma non vorrei passare per il solito pervertito di turno. Il negozio mi sembra un territorio più neutro.”
Scoppiarono a ridere entrambi
“Grazie” rispose Micol mentre si aggiustava una ciocca di capelli dietro l'orecchio destro. Lo faceva sempre quando si sentiva in imbarazzo
“Figurati, tra colleghi questo e altro. L'hai mai suonato il Notturno Opera postuma?”
“No, mi piace molto, ma non l'ho mai studiato. Non credo di avere nemmeno lo spartito”
Il giovane pianista-commesso prese lo spartito esposto sul pianoforte, lo chiuse e lo porse alla ragazza.
“Tieni, così lo puoi studiare e quando torni me lo fai ascoltare. Ovviamente è un regalo, consideralo un omaggio da parte del negozio”
Micol non riusciva a credere a quello che le stava succedendo. Erano anni che non aveva l'opportunità di stringere uno spartito tra le mani.
“Grazie, io non so che dire, non so proprio come ringraziarti”
“Suonerai per me. Ora scusami, ma devo proprio andare”
Il ragazzo scomparì all'interno del negozio. Micol osservò il suo spartito. Una bellissima copertina azzurra con il nome del compositore scritto in nero. Quel ragazzo le aveva fatto il regalo più bello.
Uscì dal negozio stringendo a sé quel libro azzurro. Si accorse di avere un sorriso come non le capitava di avere da tantissimo tempo.

Non gli ho nemmeno chiesto come si chiama

Francesca, Firenze, 12 Ottobre 1960
Giuseppe Verdi, Traviata, Atto I , “È strano…”
Caro diario,
Oggi è successa una cosa inaspettata. Mi tremano ancora le dita mentre scrivo su queste tue pagine, se solo ci ripenso.
Non credevo potesse essere davvero così. È proprio come me l'avevano raccontato, l'amore.
Ma lascia che ti spieghi, affinché tu possa capire.
Il Maestro Coletti ci comunicò all'inizio dell'estate che avrebbe permesso ai più meritevoli tra i suoi allievi di pianoforte di prendere parte alla preparazione della prima opera che sarebbe stata messa in scena all'inizio della stagione. Da quando ho saputo di questa meravigliosa opportunità e venendo oltretutto a sapere che l'Opera in questione sarebbe stata Traviata, le mie giornate non hanno conosciuto più un momento di tregua dallo studio. Ho studiato senza respiro tutta l'estate, suonato fino allo sfinimento i passaggi più difficili, tanto che le mie mani potrebbero suonarli anche senza una vera tastiera sotto le dita!
Lo studio ha dato i suoi frutti: sono risultata essere l’allieva diplomata in pianoforte con i migliori voti!
Il giorno stesso sono andata dal mio maestro, il buon Coletti, a richiedere il giusto premio delle mie fatiche. Lui aveva pensato in verità di destinare questa grassa opportunità solamente ai miei compagni maschi, ma ho dovuto fargli notare che la più meritevole ero proprio io, senza ombra alcuna.
E così è stato. Oggi sono entrata al Teatro Comunale come una vera musicista!
E a cosa servirà mai una pianista in un'opera di Verdi? L'organico dell'orchestra non prevede un pianoforte.
Giusta osservazione, caro diario. Ma io ti risponderò che il ruolo che mi attende è uno dei più importanti nella preparazione di un'opera: a me è destinata la preparazione dei cantanti durante il loro studio.
Capisci? Io sentirò loro cantare ancora prima degli altri maestri d'orchestra, assisterò alla preparazione di un'opera dall’inizio fino al debutto.
Ma per tornare alla giornata di oggi, siamo stati accolti al nostro arrivo dall'assistente del direttore d'orchestra. Ad ognuno di noi è stato affidato uno dei cantanti della recita. Hanno letto i nostri nomi da un elenco. Quando ho sentito pronunciare il mio, maestro Francesca Bianchi, ho provato un'emozione fortissima. È stata la prima volta, dopo il diploma, che sono stata chiamata Maestro.
“Maestro Bianchi, a lei competerà la preparazione del Maestro Enrico Bosetti, il nostro Alfredo Germont”
A me, poco più che una ragazzina, diplomata nemmeno un mese fa, viene affidato di preparare il tenore protagonista di un'opera! Non so come ho fatto a trattenere la gioia, avrei voluto saltare e urlare lì davanti a tutti.
Ovviamente non sarò da sola in questo arduo compito, sarebbe da incoscienti. Accanto a me si è avvicinato il maestro che mi seguirà in questi mesi, dal quale imparerò l’arte di questo mestiere.
Siamo entrati in una sala. Un bellissimo pianoforte a coda ci aspettava. Sul leggio aperto c'era già lo spartito con le parti che avrei dovuto suonare da lì a breve.
“Signorina la lascio sola, così potrà studiare la parte che verrà affrontata oggi in prova. Il maestro Bosetti con lei proverà il duetto dall'atto I”.
Non saprei dirti quanto tempo fosse passato esattamente quando all'improvviso il mio studio è stato interrotto da qualcuno che bussava alla porta.
Ho visto rientrare il maestro che mi aveva lasciata sola poco prima e dietro di lui un uomo, bello, bellissimo. Se oggi mi chiedessero come è fatto il sole, risponderei che non potrebbe essere sicuramente più bello di lui
“Signorina Bianchi, le presento il maestro Enrico Bosetti. Maestro Bosetti, le presento la signorina Francesca Bianchi, che mi affiancherà durante la preparazione del suo personaggio. Spero non le dispiacerà”
Mi sono sentita avvampare le guance. Credo che il loro rossore abbia tradito la mia emozione. Ricordo di avergli porto la mano, gesto a cui lui ha risposto con un elegante baciamano
“Certo che non mi dispiace. Anzi, sarò ben lieto di lavorare con lei, maestro Bianchi.”
I suoi occhi. Un azzurro così intenso che solo il mare potrebbe esserlo di più. Non so per quanto tempo io sia rimasta lì a fissarlo, non riuscivo a staccare il mio sguardo da quegli occhi.
Richiamata dall'anziano maestro, mi sono seduta al pianoforte e abbiamo cominciato le prove. È incredibile come io sia rimasta concentrata su quello che dovevo suonare. Se mai è possibile, la sua voce è ancora più bella del suo aspetto. O forse a me risulta così gradita perché gradita mi è la sua vicinanza?
“Di quell'amor, quell'amor che è palpito dell'universo, dell'universo intero…”
Quella voce e quelle note mi risuonano ancora nella mente, come se lui le stesse cantando ora davanti a me. Non so niente di lui, tranne il suo nome. Non so da dove venga, non so se sia fidanzato o peggio ancora sposato, ma so solo che da stamattina non riesco a fare nient'altro che pensarlo e unico conforto alla mia inquietudine è sapere che domani, tra poche ore, lo rivedrò.
Ma sarà questo, l'amore?

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Myriam Bizzarri
Myriam Bizzarri nasce a Firenze il 30 ottobre 1994. Fin da piccolissima si dedica all’arte. All’età di cinque anni infatti comincia a dedicarsi al canto. In tutti questi anni ha sempre alternato l’attività di corista a quella di solista spaziando in vari generi, dal canto lirico al pop, dal gospel al musical.
A nove anni entra in Conservatorio, a Firenze, dove si diploma in pianoforte. Sempre in conservatorio attualmente studia composizione e sogna di comporre colonne sonore per il cinema.
Da anni si dedica anche alla recitazione.
Attualmente è cantante-attrice in una compagnia stabile di musical.
La scala in bianco e nero è il suo primo romanzo.
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