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La scoperta dell'acqua calda

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Un concorso letterario, il primo indetto dal Circolo dei lettori di Torino. Più di novanta romanzi arrivati. Un Gruppo di lettura composto da più di trenta persone per valutarli uno a uno. Da ottobre a maggio per leggerli e commentarli insieme. Due editor professionisti ad accompagnare la giuria. Quattro appuntamenti al mese, uno la settimana, nel bel mezzo di tutte queste storie. Adesso, finalmente, sono stati scelti i due titoli migliori. Eccoli.

In questa campagna di crowdfunding ogni sostenitore potrà scaricare e leggere gli ebook di La scoperta dell’acqua calda e di Io ti ho visto senza dover aspettare il raggiungimento del goal, qualsiasi sia l’importo offerto. Le offerte, come al solito, saranno invece prelevate solo in caso di esito positivo della campagna.

La scoperta dell’acqua calda di Ezio Fattiboni

Uno strano road movie ambientato in un condominio. Scale, pianerottoli, vicini insidiosi al posto di cartelli stradali, bivi e autostoppisti. Il vecchio scorbutico amministratore dello stabile, insieme alla sua nuova badante, si incarica di scoprire chi dei condòmini sta imbrogliando tutti gli altri rubando l’acqua calda. I due passano di alloggio in alloggio e con una scusa diversa ogni volta controllano le tubature sotto il lavandino. Ed ecco la scoperta dell’acqua calda: un condominio scelto a sineddoche del mondo intero. Con un registro sapientemente ironico e lo sguardo sempre acuto, l’autore esegue il ritratto di un microcosmo metropolitano in cui vigono le stesse regole – un po’ noiose e grigie – che esistono ovunque al di fuori di lì. Una panoramica sulle umane cose non più ampia della metratura di un palazzo di periferia, ma capace – per l’abilità dell’autore – di comprendere spazi ben più estesi.

I

Non li ho mai potuti sopportare, io, i vecchi.

Con quel loro camminare incerto ma ostinato. In coda, per accaparrarsi ancora qualcosa, un posto da qualche parte. Ai giardini a gruppetti gesticolanti, becchettando briciole di frasi sempre uguali.

Non li ho mai potuti sopportare e non li sopporto neppure adesso, che sono diventato un vecchio anch’io.

Quel giorno guardavo giù dalla finestra del mio appartamento al settimo piano, e li vedevo scaldarsi le carcasse nel tepore illusorio di un sole autunnale, scintillante come una nostalgia sulle panchine davanti al palazzo.

Quel giardino un tempo aveva segnato un confine, invisibile ma ferreo, tra la parte popolare del quartiere, abitata da operai della Fabbrica e degli stabilimenti suoi vassalli, e quella abitata da impiegati e dirigenti minori. Stesse aziende, stessi spazi da condividere di giorno, ma la sera e le feste una specie di muro a separare tutta quella gente. E all’interno di ciascuno di quei settori ulteriori barriere di rango a dividere i dipendenti della Fabbrica dagli altri. Era un mondo così.

Il nostro palazzo era stato a lungo l’avamposto delle classi superiori, una fortezza grigio-cemento con l’aria poco cordiale di chi vive in frontiera. Ora le cose erano cambiate, si erano mescolate, o forse si viveva tutti in frontiera, non so.

Ero tornato da pochi giorni, dopo il fatto e tutto quel che ne era seguito, e stavo riprendendo confidenza con i miei spazi, un vecchio gatto che annusa in giro.

Tolsi la fronte dal vetro, gli occhi dal giardino e da quello che conteneva, e mi diressi alla mia scrivania. Voglio dire che arrancai in direzione della mia scrivania, con un rumore strascicato punteggiato dai colpi sordi delle stampelle, un rumore da pirata l’avrei definito, se avessi avuto voglia di scherzare.

Quando giunsi alla scrivania appoggiai i palmi sul ripiano, ansando, e vidi che lasciavano un’impronta di sudore. Mi venne l’irragionevole voglia di riprendere le stampelle, tornare alla finestra e poi di nuovo alla scrivania, per verificare se avrei percorso il tragitto con più vigore. Mi sentivo rabbioso verso la mia debolezza fisica, verso me stesso, verso la vita.

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Gli occhi si posarono su un mucchio di fogli coperti dalla mia scrittura e l’umore, se possibile, peggiorò. Erano i miei appunti, presi durante la famosa assemblea di inizio estate.

Come tutte le altre volte, avrei dovuto stendere il verbale, farlo firmare al presidente e poi inviarlo ai condomini il prima possibile. Ma c’era stato l’incidente e gli appunti erano rimasti lì, incompiuti.

Il giorno prima, incrociandomi sotto il portico che correva tutto intorno al Palazzo, Barzotti, che aveva presieduto l’assemblea, mi aveva rivolto un sorriso acre, si era informato con poche battute impazienti sulla mia salute, e poi si era premurato di chiedermi se avessi trovato il tempo di redigere quel maledetto verbale, quello dove lui, tirando dalla sua un certo numero di imbecilli e di indifferenti, aveva proposto la mia sfiducia.

La prima volta che accadeva, da tanti anni che ero l’Amministratore del Palazzo non mi era mai successo.

Me lo sarei dovuto aspettare, per la verità. C’erano stati segnali, sussurri, sguardi sfuggenti e pigolii, e io ero troppo vecchio del mestiere per non accorgermene, ma non pensavo che si arrivasse a tanto, non per una cosa così stupida, almeno. E invece era successo, durante un’assemblea che non era stata, fino a quel momento, diversa dalle usuali bolge, ribollente di accuse e lamentele che come al solito io avevo convogliato verso il mondo maligno che viveva all’esterno, verso le ditte che servivano il condominio, i burocrati senza volto che autorizzavano, non autorizzavano, negavano visti e chissà cos’altro. Oppure all’interno, tra scala e scala, tra condomino e condomino, aizzando senza darlo a vedere odi antichi e mai dimenticati torti, dando però sempre l’impressione di voler mettere pace dove non c’era ragionevolezza.

Erano i momenti che preferivo, a dir la verità, pieni di tensioni e grovigli che io affrontavo sorridendo quieto, con la grazia e la sicurezza di un acrobata. Mi sentivo vivo in quegli istanti, e forte, e padrone del mio spazio, in cui gli altri entravano e uscivano al mio comando, caricati come pupazzi dall’affanno dei loro piccoli problemi, dei loro angusti interessi. Io li indirizzavo, tutti loro, verso un disegno più generale: il bene del condominio, la sua gestione, che solo io vedevo nella sua interezza e nella sua complessità.

Ma quella sera era accaduto l’inimmaginabile, e non avevo potuto liquidare la questione con una battuta, me ne ero trovati addosso troppi, improvvisamente, come se accanirsi su di me fosse per loro una buona e inaspettata soluzione a tutto.

L’inferno certo non esiste, pensavo quella sera, ma se esiste è così: un luogo pieno di voci furenti e insensate, che ringhiano l’una contro l’altra, pronte però a rigirarsi insieme verso ogni nuova voce che si levi a dire qualsiasi cosa, anche già detta, anche ragionevole.

Mi veniva da sogghignare, eravamo nei locali sotterranei di una casa parrocchiale, in un salone che affittavamo per quelle occasioni, e sopra di noi un Dio appeso a braccia spalancate in uno spazio vuoto e silenzioso ascoltava quelle grida di dannati, e forse rideva.

Qualcuno si accorse che sorridevo tra me, e questo aizzò ancora di più il branco. Volevano il mio sangue, ora, ed erano in tanti.

Ripresi il controllo, blandii, feci un po’ di promesse, minacciai difficoltà e soprattutto ulteriori costi a non finire. Cambiare un amministratore, così, senza un progetto chiaro, ci pensassero bene cosa poteva significare. Molti iniziarono a calmarsi, incerti. I miei fedeli storici fecero muro e alla fine si decise di non decidere, dopo tre votazioni barocche, piene di dichiarazioni ed eccezioni di forma.

Mi fu dato un po’ di tempo per risolvere quell’inspiegabile problema, poi se ne sarebbe riparlato.

E ora Barzotti era lì, con i suoi capelli bianchi troppo lunghi e la faccia che assomigliava come sempre al crollo di un’illusione, a osservare falsamente impietosito lo sfacelo che ero diventato. Mi avevano concesso del tempo (“Ci mancherebbe, con quello che le è capitato!”) ma adesso che ero tornato dovevo risolvere la cosa, o andarmene dal mio ruolo. Non lo disse, ma il senso era quello.

Ancora oggi sono convinto che l’incidente, che mi capitò quattro giorni e sette ore dopo la conclusione dell’assemblea, sia accaduto a causa loro: ero distratto da quei pensieri, rivedevo continuamente quelle facce stravolte da una rabbia cieca, le stesse facce che da anni venivano, una alla volta, a chiedermi di risolvere i loro piccoli problemi, i loro trascurabili drammi. Ero turbato quel mattino, e non vidi cosa mi stava correndo addosso, fui travolto, lanciato lontano, spezzato.

Avevo ricordi confusi dell’incidente e dei primi istanti successivi, ma tutta quella lunga estate me la ricordavo bene, il caldo delle lenzuola umide attorno al mio corpo immobile, un corpo che per altri era un oggetto da spostare e sondare, per me il limite estremo della cella dove ero rinchiuso, dove i miei pensieri finivano il loro andirivieni continuamente sbattendo il capo per poi ricominciare. Avrebbero voluto fracassarselo, il capo, per non esistere più dentro quel dolore e quella costrizione.

Suonò il campanello di sotto e per un istante mi sentii stranito, poi mi venne in mente: attendevo una persona, se era lei, era stata puntuale. Cominciava bene. Mentre aspettavo davanti alla porta crocefisso alle mie grucce, mi sentivo umiliato e nervoso. Sarebbe venuta a vivere, per un certo periodo, una donna che avrebbe badato a me, avrebbe lavato e cucinato e mi avrebbe aiutato negli spostamenti più impegnativi.

Erano anni che la mia solitudine mi bastava e non sentivo proprio il bisogno di cambiare compagnia, ma i medici erano stati decisi fino all’insistenza su questo punto e alla fine avevo ceduto, per stanchezza. Aprii la porta, e un istante dopo era lì.

Alta e serpentina, corti capelli biondo-rossastri e grandi occhi azzurri, rotondi dentro un viso rotondo, dove si ammorbidivano gli zigomi slavi. Troppe linee curve e soffici per i miei gusti, avrei preferito una donna d’età, meno problemi e più esperienza.

“Mi chiamo Ylenia” fece con una voce da cui era colato via con l’uso qualunque accento e porgendomi una mano lunga e lentigginosa. Le sue dita e il palmo erano saggiamente ruvidi.

“Le faccio vedere la sua stanza” e mi avviai con il mio passo da granchio verso quella che era stata la stanza di mia figlia. Glielo dissi, e lei chiese: “Dove è adesso? Si è sposata? Qui non ci sono sue foto o ricordi. È nuda questa stanza!” Sgranava un po’ troppo gli occhi per i miei gusti, due laghetti nordici dove qualche incauto avrebbe potuto scivolare e annegare in quel limpido gelo. Non io. E poi faceva troppe domande dirette. “È lontana. I suoi oggetti li ho messi via. Prendevano troppa polvere”. E facevano male, avrei potuto aggiungere, inutile ricordare la parte migliore di noi quando è andata in malora, meglio farsene una ragione.

Provai per un istante a calcolare da quanto tempo non mi cercava mia figlia, ma smisi subito. Anche questo era un esercizio inutile.

Lei emise una inaspettata risata di gola. Aveva una voce profonda, piena di echi. Quella risata accantonava per lei l’argomento. Per una mezz’ora mi tormentò con domande sulla casa, le mie medicine, gli orari, le mie abitudini. Era precisa ma curiosa, quasi puntigliosa e a poco a poco questo mi rilassò, ci concentravamo su questioni pratiche e dimenticavo che era venuta per restare.

Le piacque molto la mia scrivania, presa trent’anni prima a una demolizione navale. Un mobile massiccio, di noce e ottone, fatto per non spostarsi durante le tempeste e i fortunali, e così aveva fatto durante le burrasche della mia vita. Era rimasta lì, ferma. Era tutto ciò che le chiedevo di fare.

La ragazza vide i miei appunti e le altre carte e mi chiese che lavoro facessi, sembrava stupita che ancora lavorassi.

“Per tanti anni son stato in una grande azienda, dirigevo l’amministrazione. Ora mi limito ad amministrare questo condominio”. L’avevo buttata giù semplice, ma era un modo per provocare una reazione ammirata o almeno rispettosa, me ne resi conto un istante dopo che l’avevo detto. In effetti il nostro palazzo era enorme, prendeva un isolato, 14 scale alcune anche di 12 piani, ai tempi belli quasi 900 persone. Una cittadina. Ma lei non parve impressionata, forse non si rendeva conto di cosa significasse occuparsi di tutta quella gente e dei suoi problemi. Una testolina vuota, alla fine.

Era già passata oltre, a interessarsi della cucina esaminando tutta l’attrezzatura. Mi chiese il permesso di prepararsi un thè e poi mi domandò gaiamente se ne volessi anch’io.

“Ma cos’ha da ridere sempre, questa gallina?” pensai mentre un po’ troppo bruscamente rispondevo di no. Aprendo il rubinetto dell’acqua fredda riempì il pentolino e così fece la conoscenza con il grande mistero del Palazzo: il recipiente si riempì come prevedevo di acqua bollente e fumante.

Lei mi guardò interrogativa: “Forse ho sbagliato rubinetto, sì?”. “No, non ha sbagliato. In certi giorni, senza motivo e senza preavviso, esce acqua calda da tutti e due i rubinetti, in cucina come in bagno”. Ma non tiepida, proprio calda, da non poter bere, né lavarsi, né lavare panni delicati.

Era questo il problema, inspiegabile per l’idraulico di fiducia del palazzo, che tormentava gli inquilini della scala dove abitavo, e che aveva fatto detonare tutto il malcontento contro di me, anche da parte di condòmini di altre scale che non erano neppure sfiorati da quell’inconveniente. Un mistero che avrei dovuto svelare se volevo conservare la mia posizione.

Tra me e me, lo chiamavo la Scoperta dell’Acqua Calda.

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Giovanna Pittaluga e Ezio Fattiboni
Ezio Fattiboni è nato nel 1958 a Torino, dove vive e lavora. Alcuni suoi racconti sono
stati pubblicati su antologie di premi letterari. Il romanzo inedito Pezzo di flesso si è
classificato terzo nel Premio Letterario Città di Torino 1994. Il romanzo Il pane e il
sangue
è stato pubblicato da Araba Fenice nel 2011.




Giovanna Pittaluga, nata a Susa il 13 maggio 1943, è sempre vissuta a Torino.
Professore associato in matematica all’Università e al Politecnico di Torino, in
molteplici corsi e sedi differenti, fino al novembre 2012, quando è stata costretta ad
andare in pensione. Ha pubblicato recentemente per l’editore Vertigo il romanzo Delitti
di Stato
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