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La Scuola dei Domadraghi – vol.1: Il segreto di Druna

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Lars ha quattordici anni ed è figlio di un pastore. L’unica speranza per lui di sfuggire a un futuro che gli appare già segnato è quella di entrare nella prestigiosa Scuola dei Domadraghi di Druna, un luogo dove i leggendari Quattro Maestri addestrano i loro apprendisti a controllare le gigantesche creature sputafuoco. Quando finalmente viene ammesso alla scuola, Lars si rende presto conto che soltanto il coraggio e la determinazione gli permetteranno di realizzare il suo sogno. Ma i draghi non sono l’unico pericolo che si aggira nei dintorni. Tra Api Mannare, ladri di uova e feroci vendette di permalosissime Fate, si ritroverà coinvolto in un vortice di intrighi che lo porteranno a scoprire il terribile segreto che minaccia di distruggere l’intera città di Druna.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché tutti, almeno una volta, abbiamo sognato di volare sopra un drago e perché tutti, almeno una volta, abbiamo avuto quattordici anni e abbiamo affrontato sfide che ci sembravano impossibili. Ho semplicemente voluto provare a raccontare quel sogno e quel ricordo, con tutta la loro paura e meraviglia. Credo sia questo il compito di uno scrittore fantasy.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dal capitolo 8

Lars si svegliò.
Aveva davvero sentito la terra tremare?
Si guardò intorno; una piccola lanterna illuminava debolmente la camerata: tutti gli altri dormivano nei loro letti. Solo la branda di Leo era vuota, probabilmente perché era dovuto andare in bagno.
Un soffio di aria gelida lo sfiorò sulla nuca.
Strizzò gli occhi assonnati: la finestrella in fondo alla camera era spalancata. Gettò da parte le coperte e si alzò, facendo scricchiolare le assi del pavimento sotto i piedi nudi.
La luna era coperta dalle nubi e solo la luce della lanterna lo guidava nell’oscurità. Chiuse la finestra con una smorfia assonnata. Aveva davvero percepito un sussurro o stava già sognando di nuovo?

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Attese per qualche istante, sforzandosi di tenere le palpebre sollevate. Il vetro della finestra gli restituì il suo riflesso imbambolato. Nessun rum…
No, eccolo di nuovo. C’era qualcosa sul tetto.
Aprì piano la finestra, rimanendo in ascolto.
«…tatemi!» Sussurrò una voce.
Lars trattenne il fiato. Sembrava la voce di…
«Leo? Sei tu..?»
Si sporse sul davanzale, ruotando la testa in un’angolazione particolarmente scomoda per cercare di distinguere l’amico nel debole chiarore lunare che filtrava dalle nuvole; ma in quel punto il tetto spiovente era un labirinto di comignoli sporgenti e curvature strambe, e non riuscì a vedere niente.
«Leo!» Chiamò di nuovo, a bassa voce.
«Lars, sei tu?» Giunse in risposta il sussurro. «Aiutami, ti prego.»
«Ma che ci fai lassù?»
«Aiutami! Non riesco a scendere.»
«Stai calmo, arrivo.»
Lars scavalcò il davanzale della finestra.
«Tienti forte…»
Per fortuna su quel tetto assurdo non mancavano i punti da usare per arrampicarsi, e la cosa positiva degli ultimi allenamenti era che ormai l’altezza non gli dava più alcun problema.
Il sonno gli era svanito di dosso, spazzato via dal batticuore. Anche se l’oscurità lo costringeva a procedere con grande prudenza, fortunatamente le tegole erano asciutte e ben salde sotto i suoi piedi.
«Leo, ci sei? Non ti vedo…»
«Sono qui…» Sussurrò lui. «Fai piano, ti prego.»
Lars si afferrò alla sporgenza di una piccola canna fumaria.
«Mi vedi?» Squittì Leo disperatamente.
Lars si afferrò al comignolo e si sporse in avanti; i suoi occhi si stavano abituando all’oscurità e finalmente intravide la gamba dell’amico, piegata contro una protuberanza a cupola che alloggiava una minuscola finestra rotonda. I pallidi raggi di luna che trapassavano le nuvole si riflettevano sul vetro con uno scintillio.
«Ti vedo.» Sussurrò Lars, sollevato. «Sei incastrato?»
«No… ma non vedo dove poggiare i piedi… fai piano, ti prego… non so se mi ha visto…»
«Nessuno ti ha visto.» Lo rassicurò Lars.
Poggiò il piede accanto alla caviglia dell’amico ma la fretta lo tradì, facendolo sdrucciolare di qualche centimetro.
«Fai piano!» Sibilò Leo con un terrore che provocò a Lars la pelle d’oca.
«Tutto a posto, sono solo scivolato. Dai, ti aiuto…»
«Lars!» Adesso Leo lo stava addirittura supplicando, con un solo esile filo di voce. «Stai zitto, ti prego. Se ci vede siamo stramorti tutti e due.»
«Ma di che parli?» Sibilò Lars.
C’era qualcosa nel tono dell’amico che lo stava terrorizzando.
«Ma non lo hai visto?» Singhiozzò debolmente Leo.
«Visto co…»
In quel momento l’oscurità si mosse, come se un enorme pezzo di notte si fosse riscosso con un sussulto e avesse deciso di guardarli più da vicino.
Lars non riuscì a distinguere dei contorni, ma capì che qualcosa di enorme si stava allungando verso di loro; sentì il rumore che faceva sul tetto mentre si spostava, una specie di fremito unito ad un ticchettio, ed ebbe l’impressione che a provocarlo fosse una massa molto pesante e allo stesso tempo molto agile.
Poi si accorse dei due ovali di oro fuso che galleggiavano nell’oscurità, pochi metri sopra di lui. Ognuno di essi era abbastanza grande da contenere il suo riflesso, ed entrambi erano attraversati da un taglio nero che ricordava orribilmente la pupilla verticale di un serpente.
I due ovali oscillarono all’unisono, perfettamente allineati, e qualcosa, sotto di loro, sembrò schiudersi con un fremito metallico; una specie di fessura orizzontale si spalancò lentamente sotto il debole chiarore lunare, evocando un rumore di lame affilate. I bordi della fessura erano frastagliati, e scintillavano come se fossero ricoperti di metallo.
Dall’oscurità emersero dei contorni, che tratteggiarono l’immagine di una immensa testa dagli occhi di oro fuso e la bocca costellata di zanne di acciaio: quella testa sembrava in parte quella di una lucertola e in parte quella di un serpente, eppure non assomigliava realmente a nessuna delle due.
Lars sentì l’aria intorno a lui venire risucchiata verso l’enorme testa. Il drago li stava annusando.
Con un orribile ticchettio qualcosa che si trovava sotto la testa del mostro si protese verso di loro, graffiando le tegole di legno: una zampa nera, che poteva ricordare quelle delle grandi aquile di montagna, se solo fossero esistite aquile di quelle dimensioni. Ciascuna delle tre dita squamose terminava con un artiglio argentato, ricurvo come una falce.
Il drago li annusò di nuovo, risucchiando con un rumore di fornace l’aria nelle froge; poi, lentamente sollevò la testa, e le linee del lungo collo si stagliarono contro la notte. Un cupo gorgoglio risuonò dal fondo della gola, come la nota più bassa di un ruggito. I due ovali di oro fuso si levarono in alto, verso la luna oscurata dalle nuvole.
In quel momento il disco pallido emerse dalla coltre nera, e accadde qualcosa di meraviglioso e terrificante; per tutta la vita Lars non avrebbe saputo trovare altre parole per descriverlo.
Il drago apparve loro in tutta la sua agghiacciante figura. Solo la punta della lunga coda rimaneva nascosta dietro la gigantesca mole. Il dorso e le quattro lunghe zampe affusolate ricordavano le forme agili di un gatto, ma c’era qualcosa nel modo in cui il lungo collo oscillava che sembrava imitare le movenze dei rettili e dei grandi uccelli rapaci. Tutto questo Lars poté percepirlo in un solo istante, perché subito dopo accadde qualcosa che per poco non gli fece perdere la presa e rotolare giù dal tetto.
Forse fu per volontà del drago o per un effetto provocato dalla luce della luna: alla base del collo di serpente era comparso un cerchio di luce argentata, da cui si diramò una linea luminosa che percorse il corpo del mostro fino alla spalla, dove illuminò un secondo cerchio da cui a loro volta si propagarono altre linee, che si diressero come del metallo liquido versato in uno stampo verso il dorso e le zampe, attivando altri cerchi fino a ricoprire tutto il corpo della gigantesca creatura di anelli luminosi.
Il drago incurvò il dorso, rivelando altri due arti sottili, simili alle zampe ripiegate delle mantidi, all’altezza delle spalle. I due arti iniziarono a sollevarsi lentamente, dispiegandosi verso il cielo.
I cerchi argentati cominciarono a splendere più intensamente.
Ci fu uno sfavillio, e dagli arti sottili sul dorso del drago iniziarono a fuoriuscire quelli che ad una prima occhiata sembrarono dei grandi nastri luminosi: alcuni di quei nastri salirono ondeggiando verso il cielo, mentre altri fluttuarono in tutte le direzioni, come se un potere invisibile li stesse disponendo come le piume sull’ala di un uccello. In pochi istanti parve che sopra il palazzo fosse sbocciato un immenso fiore luminoso, i cui petali oscillavano dolcemente verso la luna. I cerchi sul corpo del drago brillavano al punto da ferire gli occhi.
Il drago dispiegò le sue ali di luce, impalpabili come la trama di un tessuto di seta, e fu a quel punto che iniziò a sollevarsi.
Il corpo gigantesco si innalzò verso l’alto, rimanendo sospeso sopra al tetto per un tempo che a Lars parve infinito. Poi, silenzioso come un vascello su uno specchio d’acqua, il drago si mosse, o per meglio dire scivolò sull’aria, spalancando le grandi ali luminose.
Lars lo guardò nuotare silenzioso nel vento oltre la cima degli alberi, finché le sue ali non divennero solo un lontano bagliore sospeso sopra la valle. A quel punto la sua luce si affievolì del tutto, facendolo scomparire.
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo ancora lui e Leo rimasero immobili sul tetto. Ad un certo punto gli sembrò di udire il cigolio di una finestra che si apriva, ma la cosa gli parve senza importanza finché una mano non lo afferrò per la caviglia.
«Miseriaccia! Volete decidervi a tornare dentro?»
Era la voce di Duncann.
Ancora imbambolato Lars scrollò Leo per la spalla; anche lui sembrava essersi appena risvegliato da un sogno.
«Venite con me.» Ordinò Duncann illuminando le tegole circostanti con una lanterna.
«Siamo espulsi?» Biascicò Leo guardandosi intorno.
«Chiudi la bocca, Vasseldorf.»
Duncann li guidò verso la finestra che si trovava poco sotto di loro.
Lars vi si intrufolò agilmente dentro e si guardò intorno. Non era per niente nervoso, anzi si sentiva invaso da una calma innaturale: dopotutto era appena sopravvissuto ad un drago, che altro poteva spaventarlo per quella notte?
La stanza era solo un piccolo locale polveroso, troppo angusto persino per chiamarla soffitta. Una botola spalancata sul pavimento mostrava le scale che portavano di sotto.
Duncann poggiò la lanterna sul pavimento, piegandosi sulle ginocchia per riprendere fiato. Lars e Leo si scambiarono un occhiata; poi Leo iniziò a ridacchiare. Lars stava per chiedergli cosa ci trovasse di divertente, quando anche a lui venne da ridere in modo irrefrenabile. Tutti e due continuarono a sbellicarsi fino a lasciarsi scivolare a terra, reggendosi la pancia con le mani. La cosa più buffa era che anche Duncann stava ridacchiando.
«Beh, che mi venga un colpo.» Disse il Maestro alla fine, asciugandosi gli occhi. «Che mi venga un colpo… ma sangue di demone, che ci facevate voi due lassù?»
«Io… io…» Lars tentò di riprendere fiato. «Io ero andato a riprendere Leo.»
«E io…» Leo si asciugò le lacrime. «Io ero andato a riprendere lui.»
Mostrò la mano destra, che fino a quel momento aveva continuato a tenere chiusa a pugno: fra le dita serrate faceva capolino la testa arruffata di un passerotto. Gli occhietti neri dall’aria stralunata saettavano qua e là.
«Stava battendo con il becco sul vetro.» Disse Leo. «Ho pensato che avesse un messaggio da riferire… ce l’aveva in effetti, ma non sono riuscito a capirci nulla.»
Aprì la mano e il passerotto planò sul pavimento, iniziando a cinguettare a tutta velocità.
«L’ho di cinque. Io e allora altri come crolla visto. Dorme, sveglia insieme ma prima del me insieme nuovo si, e grigio il cielo insieme.»
Per alcuni istanti regnò un silenzio stupefatto, interrotto soltanto dallo zampettare del passerotto.
Poi Duncann scoppiò di nuovo a ridere. «Beh, Vasseldorf, sei fortunato che non siamo a lezione. Tutto qui quello che sei riuscito a tirargli fuori?»
«Non ho avuto tempo di fargli dire nient’altro.» Ribatté Leo indignato. «Credevo che stesse cercando di dire qualcosa di importante e ho cercato di prenderlo. In quattro e quattr’otto mi sono ritrovato a inseguirlo su per il tetto. Stavo cercando di scendere quando è arrivato il drago.»
«Già, l’abbiamo sentito tutti.» Disse Duncann rabbuiandosi di colpo. «Questi stramaledetti passeri non valgono nulla come sentinelle. Sì, parlo proprio di te e dei tuoi amici, palletta di piume.» Ribatté allo sguardo oltraggiato del passerotto. «Con i corvi l’avremmo saputo subito che un drago si stava avvicinando alla scuola.»
«Ma non dicevate di avere i vostri trucchi per tenere i draghi alla larga?» Lo pungolò Lars, sentendosi particolarmente intrepido dato il pericolo appena scampato.
«Ma certo che li abbiamo.» Lo rimbeccò Duncann di rimando. «Solo che non prevedono due apprendisti a spasso sul tetto. Tutte le balestre da questa parte della montagna erano puntate su di voi, e io stesso ero pronto ad attivare le difese del palazzo. Solo che se lo avessimo fatto con voi due lì, a quest’ora probabilmente sareste ridotti a due mucchietti di cenere. Voi ragazzini potete considerarvi nati con la camicia, ve lo dico io.»
«E ora… ora saremo espulsi?» Domandò Lars, fermandosi a riflettere sulle conseguenze nefaste della loro piccola avventura.
«Bevete un sorso di questo, per cominciare.» Disse Duncann traendo dal gilè la sua vecchia fiaschetta d’argento.
«Espulsi? Beh, no diamine.» Disse dopo essersi concesso a sua volta una lunga sorsata. «Una passeggiata sul tetto prevede al massimo una bella punizione. Ma dato che siete appena scampati ad una morte orribile, direi che può bastare così non siete d’accordo?»
«Sì, direi di sì.» Si affrettò a concordare Lars.
Tanto più che a lui toccava già una settimana di turni di guardia alle uova, e la riteneva già una punizione più che sufficiente.
«E allora tornatevene a dormire.» Disse Duncann facendo sparire la fiaschetta nel gilè. «In silenzio, se non è chiedere troppo. Per non so quale miracolo, nessuno delle altre teste vuote si è svegliato, e preferirei che la cosa restasse così.»
«E con il passerotto che ci faccio?» Domandò Leo.
In quel preciso momento il pennuto volò via dalla finestra aperta.
«Beh, eccoti la risposta giovane Vasseldorf.» Ghignò Duncann. «Comunque, mettitelo in testa: i discorsi dei passeri non significano un fico secco, tranne che per i passeri. Ricordatelo, la prossima volta che ti verrà in mente di inseguirne uno su per i tetti.»
Ci fu un gran trambusto lungo la scala e la faccia di Muc Munn si affacciò dalla botola. «Allora, stanno bene…? Oh, eccovi qui. Allora, state bene?»
«Sì Maestro, tutto bene.» Disse Lars.
«Stanno benone, Tunno.» Disse Duncann.
«Che vi è venuto in mente di andarvene a zonzo per il tetto?» Esclamò Muc Munn. «Potevate rimanere uccisi. Tutte le balestre da questo lato della montagna erano puntate su di voi…»
«Ah, no!» Lo interruppe Duncann. «Scusa tanto, ma se devo ascoltare la stessa storia due volte preferisco tornarmene a letto. Ci pensi tu a riaccompagnare a letto questi due spazzacamini?»
« Ma certo, ma certo. Voi due con me, prego. E spiegatemi per bene che cosa è successo.»
Raccontarono tutto a Muc Munn mentre lo seguivano per i corridoi bui del palazzo. Lars non si era ancora reso conto di quanto quel posto fosse grande, pieno di scale e di porte che sembravano dover condurre in mille direzioni diverse.
«Siete stati fortunati, in molti sensi.» Disse Muc Munn quando infine arrivarono alla porta del loro dormitorio. «Lo spettacolo di un drago che dispiega le ali è una cosa che non si dimentica. Quello è il vero, autentico potere dei Leys. Ora andate a letto, e non azzardatevi mai più a fare una cosa del genere.»
I loro compagni stavano ancora dormendo, ignari di quanto era appena accaduto sopra di loro. Anche se sapevano che non sarebbero mai riusciti a riaddormentarsi, Lars e Leo si infilarono ugualmente in silenzio sotto le coperte.
Quando l’alba iniziò a entrare lentamente dalla finestra Lars stava ancora fissando le travi sul soffitto. Era accaduto, finalmente. Il suo primo drago in carne ed ossa. Tanto vicino che avrebbe potuto toccarlo.

Tratto dal capitolo 11 de “La Scuola dei Domadraghi – Il segreto di Druna”

Lars si svegliò con un peso sullo stomaco. Aprì gli occhi, intontito dal sonno, mettendo a fuoco la grossa lepre che gli stava seduta sulla pancia.
«Dai… levati…» Borbottò.
Ma la lepre non voleva saperne di muoversi.
Lars sbuffò e prese il cilindro che portava al collare. Svitò il coperchio ed estrasse il messaggio, decifrandolo alla luce della lanterna.

Gli apprendisti Lars Vandoren, Kamal Otkin e Obb De Meer sono attesi davanti al Laboratorio di Artigianato. Copritevi bene.
Maestro Gradax Nadraxis Exedris Six.

A quel punto la lepre si decise a scendere dal letto e trotterellò fuori dalla camerata.
Lars gettò da parte le coperte e svegliò Kamal e Obb. Il primo chiarore dell’alba stava scivolando silenzioso attraverso la finestra. Si vestirono in silenzio, invidiando gli altri compagni che ancora potevano dormire, e scesero nella Sala Grande. Trovarono Jardeen e le altre due ragazze del loro gruppo che stavano già facendo colazione sbadigliando.
«’giorno…» Borbottò Jard facendogli posto.
«Mnnuorno…» Mugugnò Lars.
Terminata la colazione si avvolsero ben stretti nei mantelli della scuola e uscirono, diretti al Laboratorio.
Lars non fu sorpreso di trovare il Maestro Gradax affaccendato intorno al Grifone, ma il resto del gruppo rimase affascinato alla vista della macchina volante.
«Una radiosa mattinata a voi.» Li salutò il Maestro. Oltre al mantello, che gli lasciava scoperte le ali, indossava una lunga sciarpa marrone e un berretto di lana grigia che si intonava perfettamente al colore della sua pelle. «Il Grifone può portare solo quattro persone alla volta, quindi faremo due viaggi. Non preoccupatevi per i bagagli, ci penseranno gli Ugroletti.»
Lars prese rapidamente posto su uno dei lati della slitta volante, mentre Kamal e Jardeen si avvicinarono al mezzo con molta più diffidenza.
«Tenetevi forte.» Suggerì loro Lars con un mezzo sorriso.
«Voialtri aspettate qui.» Disse Gradax prendendo posto alla guida. «Tornerò subito a prendervi.»
Trasse dal mantello una sfera esplosiva, la accese e la gettò sotto la slitta.
Ci fu il solito botto e il Grifone si trovò proiettato in alto, sollevando tanto scompiglio tra gli apprendisti rimasti a terra quanto fra quelli che si trovavano a bordo.
Il Grifone puntò verso nord, così velocemente che il vento li investì come una doccia fredda, spazzando via gli ultimi avanzi di sonno. In pochi istanti superarono il monte Gabol, dove Lars fece in tempo a intravedere alcuni Ugroletti armati di lance che sorvegliavano il braciere con le uova, e proseguirono oltre, verso le montagne più lontane.
Di lì a poco atterrarono bruscamente su di un prato punteggiato di cespugli. Mentre si liberava dalla fune di sicurezza, Lars notò le tre Fate che erano lì ad attenderli; una di esse era…
“Ciao, Gambefrolle.” Rea gli volò davanti e gli diede una pacca sul naso.
«Ciao, Rea.» Lars gli sorrise, felice di vederla sana e salva. Era difficile avercela ancora con lei, dopo tutto quello che avevano passato insieme.
“Indovina? Mi hanno ripreso tra i copiloti.” Disse la Fata con orgoglio. “Tu da’ retta a me e quel draghetto lo facciamo diventare il tuo cucciolo.”
«Fantastico.» Disse Lars. «Lei è la mia amica. Si chiama Jardeen.»
«Pia… piacere…» Balbettò Jard mentre cercava di reggersi sulle gambe tremanti. Quanto a Kamal, dopo il volo era diventato di un sospetto colore verdognolo, e sembrava sul punto di rovesciare la colazione dietro un cespuglio.
«Aspettate qui.» Disse Gradax. «Vado a prendere gli altri.»
Esplosione e poi wham, il Grifone sfrecciò oltre l’orizzonte.
“Ci divertiremo alla grande!” Disse Rea mettendosi a piroettare a testa in giù per l’eccitazione. “A voi del primo gruppo tocca Ragnar. È il più feroce di tutti.”
«Che fortuna…»
“Non fartela sotto, Gambrefrolle. Ci penseremo noi a renderlo docile come un agnellino.”
In pochi minuti il Grifone fu di ritorno; dopo aver concesso agli ultimi arrivati il tempo di riprendersi, e a Kamal di vomitare dietro un cespuglio, Gradax li guidò lungo un sentiero, preceduto dalle tre Fate.
«Ci troviamo piuttosto vicini alle tane dei draghi.» Disse usando la lunga coda per indicare le montagne disposte intorno a loro. «Il posto dove siamo diretti è chiamata la Radura del Giullare. È lì che Lucor Demirados si recava per studiare i draghi. In effetti, molti di quelli che ancora vivono in queste zone sono diretti discendenti del suo drago, Taubor il Senzartigli.»
«Com’è possibile?» Domandò Tara Vannaghin dal fondo della fila. «Il drago di Demirados era un Aspide Alato. La Maestra Ollis ha detto che non ci sono altri esemplari di quella specie su queste montagne.»
«Ottima osservazione, madama Vannaghin.» Disse Gradax. «In effetti gli Aspidi Alati sono una specie di drago molto rara, che vive solo nelle lande dell’est. I draghi possono riprodursi anche tra specie diverse, ma il pargoletto apparterrà sempre a quella della madre. Per questo tutti i discendenti di Taubor sono Grifi o Zagroni dal Ventre Basso, le due specie più comuni su queste montagne.»
Si inoltrarono in un fitto bosco di abeti. Gli alberi crescevano alti e diritti, disposti su file ordinate come le colonne di un tempio.
«Gli alberi che vedete sono stati tutti piantati dai Maestri di Erbologia della scuola; i più vecchi hanno oltre cento anni. Naturalmente i Maestri hanno usato alcuni dei loro trucchi per farli crescere più velocemente. Demirados scoprì che i draghi non amano gli spazi troppo aperti quando si trovano a terra. Per questo fece piantare gli alberi intorno alla radura.»
In quella un ruggito riecheggiò attraversò il bosco, paralizzando gli Apprendisti come per effetto di un incantesimo.
«Ah, bene.» Disse Gradax con un guizzo compiaciuto della coda. «La cara Rosabella è già all’opera. Affrettiamo il passo, avrete l’occasione di vederla in azione.»
Oltre gli ultimi alberi si riusciva a distinguere la radura illuminata dal sole. Una figura enorme si agitava sull’erba, ruggendo contro una figura molto più piccola che gli stava di fronte; ai ruggiti furiosi si alternavano dei suoni sbuffanti e degli scricchiolii di corde che si tendevano.
«Lui è Ragnar.» Disse Gradax quando finalmente sbucarono dagli alberi. «Si agita sempre un po’ quando viene legato.»
L’intera classe ammutolì.
«È… è…» Boccheggiò Jardeen non trovando le parole.
«Già…» Concordò Lars.
La prima cosa che pensò fu che alla luce del giorno un drago riusciva a sembrare persino più grande: il corpo gigantesco era trattenuto a terra da dozzine di corde spesse quanto un braccio, e gli artigli laceravano furibondi il terreno nel tentativo di liberarsi. Almeno dieci Fate si libravano intorno alla grossa testa allungata, le cui mascelle erano imbrigliate da numerosi giri di corda. Gli occhi del drago ribollivano come calderoni di oro liquido, fissi sulla Maestra Rosabella che lo fronteggiava, pochi passi oltre la portata della bocca mostruosa.
“Ragnar è fatto così.” Disse Rea con tenerezza. “Bisogna solo fargli capire chi comanda.”
Il drago forzò le corde che gli serravano le fauci, riuscendo a schiuderle abbastanza da lasciare intravedere la collezione di lame affilate all’interno.
Gli anelli energetici sul suo corpo formavano una linea di cerchi incandescenti dal muso alla coda. L’aria davanti alle fauci parve incrinarsi come uno specchio rotto e una nuvola di fiamme esplose d’un tratto verso Rosabella.
In meno di un battito di ciglia lei sollevò il suo braccio metallico, come se intendesse afferrare al volo le fiamme: la nuvola incandescente si infranse contro uno scudo invisibile, come se una campana di cristallo si fosse materializzata intorno a Rosabella per proteggerla. Le fiamme le ruggirono intorno, senza sfiorarla. Il suo braccio metallico mandava bagliori, rivelando il potere dei cristalli celati al suo interno.
«Fantastico…» Disse Lars.
“Tecnologia dei Goblin.” Disse Rea. “Rozza, ma efficiente.”
La nuvola di fuoco si dissolse in una vampata che fece tremare l’aria; Rosabella sfiorò un congegno sul braccio meccanico e un getto di fiamme azzurre scaturì dal suo polso, facendo ritrarre il drago. Come un mastino richiamato all’ordine dal padrone la gigantesca belva si accucciò a terra, sbuffando e grattando il terreno con gli unghioni mentre i gli anelli roventi sul suo corpo si affievolivano fino a tornare quasi invisibili.
«Un’ottima prova, Maestra.» Si congratulò il Maestro Gradax.
Tutti gli apprendisti si unirono con entusiasmo al suo applauso.
«Grazie, grazie.» Tagliò corto Rosabella mentre le Fate riprendevano a volare lentamente intorno al drago. La loro luce sembrava possedere un effetto calmante, tanto che in pochi attimi Ragnar smise di tentare di liberarsi dalla corde.
Lars si accorse che oltre alle Fate c’erano anche numerosi Ugroletti sparsi per la radura: indossavano lunghe tuniche simili a quelle che il Maestro Muc Munn indossava durante le lezioni di Erbologia, solo che queste erano di colore rosso e sembravano fatte di un materiale coriaceo e scintillante che ricordava la corazza di un insetto. I loro volti erano coperti da maschere dello stesso materiale e tra gli spessi guanti impugnavano dei lunghi bastoni.
«Vi lascio nelle abili mani della vostra insegnante.» Disse Gradax congedandosi. «Ci vedremo in questi giorni.»
«Avanti, avanti.» Disse Rosabella radunandoli. «Non perdiamo tempo. Disponetevi davanti al drago. È importante stabilire un contatto fin dal primo istante.»
A piccoli passi nervosi gli apprendisti si disposero in linea. La testa del drago era grande quanto una carrozza e mentre li annusava, sospettoso, sembrava volerli risucchiare con le sue grandi narici nere.
«Non abbiate paura, il potere delle Fate lo terrà a bada. Solo, non fate movimenti bruschi.»
Un cigolio fece voltare loro la testa: un Ugroletto completamente avvolto nella sua tunica da insetto spingeva verso di loro una carretta piena di tranci di carne cruda assediati da un nugolo di mosche ronzanti.
«Ognuno di voi prenda a turno un pezzo di carne e avanzi lentamente verso di lui. Avanti, senza paura.»
Lars tentò con tutte le sue forze di non fare movimenti bruschi quando venne il suo momento di offrire la carne a al drago: le fauci forzarono la corda che le stringeva, facendo scivolare fuori un metro di lingua bluastra e bavosa che si avvolse intorno alla carne come un tentacolo per poi portarsela alla bocca.
In tutto questo, Rea se ne stava comodamente seduta sulla spalla di Lars, canticchiando un allegro motivetto delle Fate.
«Molto bene. Ora vai avanti e non aver paura, toccagli il muso… così, con calma… continua ad accarezzarlo… deve abituarsi al vostro odore e al calore della vostra pelle… immagina che sia un grosso cucciolo…»
Ora che lo vedeva così da vicino, si rese conto che la cosa più straordinaria del “cucciolo” non erano i denti o gli artigli, ma i colori.
Il Grifo rosso non era affatto rosso: certo, quello era il colore predominante, ma pareva che ogni nota di luce e ombra, ogni colore esistente in natura avesse lasciato almeno una traccia sulla sua pelle. Ogni volta che il torace si alzava e abbassava, al ritmo del suo respiro, i colori sembravano mutare di intensità, come i riflessi di un lago increspato o il verde di un prato mosso dal vento. Le scaglie che ricoprivano il dorso ed i fianchi erano brillanti e luminose come quelle dei pesci, mentre quelle sul ventre e alla base del collo erano più scure, simili a quelle dei serpenti. Gli arti da cui si originavano le grandi ali luminose erano ripiegati sul dorso, come le vele di una nave ormeggiata.
«Può bastare.» Disse Rosabella quando tutti loro ebbero servito al drago la loro parte di colazione. «Ora possiamo cominciare a fare sul serio.»
Aprì la cassa che era in attesa all’ombra di un albero, mostrando una raccolta di elmi e guanti con i palmi ricoperti di cristalli.
«Indossateli e non toglieteli fino alla fine delle lezione. Chi vuol essere il primo?»
“Noi!” Disse Rea alzando la mano. “Te la senti, Gambefrolle?”
Lars sentì su di sé gli sguardi di tutti e si sforzò di sembrare spavaldo. «Diamoci sotto.»
«Va bene, venite avanti voi due. Voialtri guardate bene.»
Nonostante cercasse di mostrarsi baldanzoso, Lars non si sentiva affatto tranquillo all’idea di arrampicarsi per primo su quel bestione.
«Ricorda di rilassare la mente.» Stava dicendo Rosabella. «La prima Sincronia con un drago è quella che conta. Come esperienza è abbastanza simile a quella con i Vagodraghi, solo molto più potente. Resta concentrato e non lasciarti trascinare via. Bevi questo.» Disse porgendogli una fiala. «È Lacrima di Sogno, naturalmente. Se Ragnar dovesse mettersi a sgroppare, mantieni la calma e metti in pratica quello che hai imparato sul Drago di Legno. Al resto penseranno le Fate. Rea, prendi posizione.»
“Signorsì!”
La Fata si alzò in volo e andò a posarsi con sicurezza sul collo del drago, che reagì con un leggero sussulto infastidito.
«A proposito.» bisbigliò Rosabella chinandosi su Lars «Ho sentito che è merito tuo se la Kadira ha graziato la piccoletta. Immagino di doverti ringraziare.»
«Non c’è di che…» Sussurrò Lars con un filo di voce.
«Allora svuota la fiala e sali su quel coso.»
Lars bevve la pozione e si afferrò esitante alla spalla di Ragnar. La pelle era solida e rugosa e riusciva a percepirne il calore persino sotto lo spessore del guanto. O forse era solo il nervosismo a dargli questa impressione. I fianchi del drago erano cosparsi di spine grandi come corna di bufalo; le afferrò, tirandosi su con grande prudenza.
«Così, molto bene. Non preoccuparti se lo senti agitarsi. Continua a salire.»
Quando arrivò in cima, fu come trovarsi sul tetto di una casa in grado di respirare.
«Ora distenditi sul dorso, alla base del collo. Così, bene.»
Il corpo del drago era caldo come un prato estivo. Lars si sentì sollevare al ritmo del suo respiro tranquillo.
«Perfetto. Ora tienti pronto a posare le mani ai lati del collo, sui due anelli energetici. Rea, sei pronta?»
“Pronta, capo.”
«Al mio via, Lars. Uno… due… tre… via!»
Lars posò i palmi delle mani ai lati del collo, avvertendo i cristalli attivarsi con un tremito.
Poi sentì una forza incredibile afferrarlo da dietro le spalle e spingerlo in avanti, mentre il mondo intero spariva in un lampo di colore rosso.
Si ritrovò completamente immerso in un fiume color porpora, spinto ad una velocità vertiginosa attraverso un tunnel. Non era una sensazione spiacevole, anzi era stranamente inebriante. Qualcuno stava battendo un gigantesco tamburo da qualche parte; avvertiva i suoi colpi lontani e ovattati attraverso le pareti del tunnel.
“È il cuore.” Capì Lars “Il cuore di Ragnar.”
Non avvertiva più il suo corpo, e la cosa non gli dispiaceva affatto.
Intuì che il fiume color porpora era il sangue del drago e che lui era tutt’uno con esso nella sua folle corsa attraverso il suo organismo. Poi ci fu un lampo, e Lars si rese conto di non trovarsi più nel reticolo di vene e arterie del drago; ora stava correndo attraverso i suoi muscoli, lungo le zampe potenti e gli artigli affilati e poi giù, lungo la coda, fino a farne guizzare l’estremità sottile come una frusta.
Un altro lampo e di colpo fu con i pensieri del drago: poteva avvertire la sua fame, appena placata da quell’offerta di carne di pecora, il fastidio per le corde che lo tenevano ancorato a terra e la piacevole sensazione che gli trasmettevano le minuscole Fate che gli volavano intorno.
Per un instante sentì che lui stesso era il drago: l’aria rovente nei suoi polmoni divenne fresca come una sorgente estiva, e pensò di usare i suoi artigli per liberarsi di quelle corde fastidiose e poi, perché no, andare a farsi una volatina da qualche parte. Poi si ricordò che lui non era Ragnar, il Grifo Rosso; lui era Lars, Lars Vandoren… giusto?
Ci fu un altro lampo e all’improvviso vide le stelle brillare sopra di lui. La luna scintillava nel cielo come una moneta d’argento appena lucidata. I Leys formavano un reticolo di luci nel cielo. Non aveva idea di come facesse a vederli, né di dove si trovasse, ma aveva la sensazione di non trovarsi più nella radura. Quando abbassò lo sguardo non vide i suoi piedi, ma due zampe artigliate coperte di squame posate su una superficie fatta di minuscole tegole di legno. Conosceva quel posto: era il tetto, il tetto della scuola.
Nascoste dietro un comignolo distinse due minuscole figure. Si abbassò per vederle meglio: una era Leo e l’altra… era lui. Stava guardando sé stesso la notte in cui era salito per aiutare Leo a scendere dal tetto della scuola.
Stava osservando i ricordi del drago, rivivendoli attraverso i suoi stessi occhi: ecco, quello era il momento in cui lui… cioè, il drago… aveva spalancato le ali. Le sentì fiorire sul suo dorso, avvertendo l’energia dei Leys scorrere come un fiume di energia attraverso il suo corpo, andando a tessere la trama luminosa delle sue ali. Ecco, ora si levava in volo, incurante delle due minuscole creature rannicchiate sul tetto. Non era per loro che aveva lasciato il suo rifugio sulle montagne. Aveva sentito un richiamo… era molto debole, e non riusciva a capire con chiarezza da dove provenisse… spiegò le sue ali contro la notte, sorvolando la foresta e la valle, fiutando l’aria e frugando l’ombra con gli occhi…
“Lars.”
Qualcuno lo stava chiamando?
“Lars. Apri gli occhi.”
Lars… lui era Lars… certo, si chiamava così…
Sbatté le palpebre. Era ancora disteso sul dorso del drago. Rea gli svolazzava intorno, agitandogli le braccia davanti agli occhi.
“Stai bene?”
«Sì… certo… quanto sono stato via?»
“Via? Sei svenuto appena hai toccato il drago, salame.”
«Non ti preoccupare.» Esclamò da terra Rosabella. «È normale lasciarsi sopraffare, le prime volte. E il primo approccio è sempre quello più traumatico.»
Lars cercò di ricordare quello che aveva visto, ma era come cercare di riacchiappare i frammenti di un sogno. Gli tornò in mente l’espressione che usava sempre sua madre quando era piccolo: “cercare di trattenere i fiocchi di neve stringendoli più forte…”
«Lui… era lui il drago sul tetto della scuola, l’altra notte…» Realizzò.
«Il nostro Ragnar? Può darsi.» Disse Rosabella, dando una pacca sul fianco del drago. «È sempre stato un girellone. Bene, può bastare per adesso. Chi vuol essere il prossimo?»
Lars capì cosa intendesse Rosabella per “approccio traumatico” quando posò i piedi a terra: era come se il suo corpo se ne fosse andato per una lunga vacanza e ora non ricordasse più bene come usarlo. Per un attimo si domandò perché non riuscisse più a spiegare le ali; poi si ricordò che non le aveva.
“Fa’ dei respiri profondi.” Disse Rea volandogli accanto. “Ora passa tutto.”
«Com’è stato, com’è stato?» Chiese ansiosa Jardeen.
«Strano…» Disse Lars lasciandosi cadere accanto a lei. «Cioè, fantastico… ad un certo punto mi sono sentito davvero un drago.»
«Non vedo l’ora di provare!»
Ma poco dopo il loro entusiasmo subì una brusca frenata.
Kamal se la cavò egregiamente e smontò dal drago solo leggermente confuso, domandando perché non riuscisse più a sputare fuoco. Dopo di lui toccò a Tara Vannaghin, ma non appena le sue mani toccarono il collo del drago lanciò un grido, accasciandosi priva di sensi. Ragnar proruppe in un ruggito, iniziando a dimenarsi furiosamente.
Le Fate gli si radunarono intorno, ponendogli le manine sul muso mentre la loro luce aumentava di intensità. Lars fu impressionato dal loro coraggio, e lo fu ancora di più quando Rosabella si arrampicò con l’agilità di un gatto sul dorso di Ragnar, afferrando Tara e strappandola via: si udì uno sfrigolio metallico quando i suoi guanti si staccarono dal collo del drago.
«Restate fermi. Va tutto bene.» Disse Rosabella mentre stendeva sull’erba il corpo esanime di Tara. Una Fata volò da lei reggendo con due mani una fialetta che Rosabella versò tra le labbra della ragazza. «Sta bene, sta bene. Ha solo bisogno di un momento per riprendersi.»
Pochi istanti dopo Tara riprese i sensi, ma dopo quell’episodio nessuno pareva particolarmente ansioso di essere il prossimo.
«Madama Fankinton, volete favorire?» Domandò Rosabella.
Jardeen si alzò, allacciandosi nervosamente l’elmo sotto il mento. Quando posò le mani sul collo del drago, questi sbarrò gli occhi di colpo; con uno strattone che fece gemere le corde si drizzò sulle zampe anteriori, levando il lungo collo verso il cielo. Un sordo brontolio scaturì dalla bocca serrata mentre gli artigli raspavano furiosamente sul terreno.
Lars balzò in piedi, ma Rea lo trattenne. “Aspetta. Lascia fare al suo copilota.”
La luce arancione della fata sul collo di Ragnar brillò più intensamente, raggiungendo il chiarore di una piccola stella. Il drago sbuffò e scrollò l’enorme testa, tormentando la terra con gli artigli. Poi, improvvisamente, si lasciò ricadere sull’erba, acquietandosi.
Quando Jardeen rimise piede a terra era sconvolta.
«La mia coda!» Disse gettandosi tra le braccia di Lars. «Dov’è finita la mia coda?»
«Molto bene.» Disse Rosabella una volta che anche Obb Demeer e Vanessa Tuck ebbero ultimato la loro prova. «Un ottimo risultato. Ricordo che una volta un apprendista cercò di spiccare il volo per due giorni, finché non si prese una bella botta al naso precipitando da un albero. Un buon lavoro, truppa.»
Lars non poté evitare di lanciare uno sguardo preoccupato a Tara, che sembrava ancora decisamente scossa.
«Per il momento può bastare. Seguitemi, vi mostrerò dove dormirete. Riprenderemo dopo pranzo.»
Gli apprendisti tirarono un sospiro di sollievo, ma invece che condurli fuori dalla radura Rosabella li guidò fino ad una gigantesca quercia che cresceva poco lontano. Era una pianta abbastanza alta da poter fare da muro portante per un castello, e sui suoi rami si sarebbe potuto tranquillamente costruire un intero villaggio.
«Ecco qui.» Disse Rosabella accarezzando il tronco millenario. «Casa, dolce casa.»
«Dovremmo dormire sui rami?» Domandò sgomento Kamal.
«Se proprio ci tieni, messer Otkin.» Disse Rosabella. «Prima però fai due passi indietro, ti spiace?»
Kamal indietreggiò, rivelando una botola nel terreno. Rosabella afferrò la maniglia e la spalancò.
«Seguitemi.» Disse prima di iniziare a calarsi lungo i gradini arrugginiti.
L’ambiente era illuminato da una luce intermittente che aumentava e calava di intensità. Si trattava anche in quel caso di cristalli, naturalmente, ma Lars non vide intorno lanterne o altre forme di energia che li alimentassero.
Giunti sul fondo si ritrovarono in un grotta dalle dimensioni piuttosto modeste. Il soffitto, le pareti, e persino il pavimento erano ricoperti interamente dalle radici della grande quercia, tanto che la grotta sembrava esserci stata scavata dentro.
Centinaia di insetti, simili a libellule, volavano in tutte le direzioni; ogni volta che sfioravano con le ali i cristalli incastonati fra le radici, questi si accendevano trasmettendo energia ai cristalli vicini. Il continuo viavai degli insetti manteneva un’illuminazione pressoché costante, anche se decisamente tetra e di intensità variabile.
«Non badate ai Frulloni.» Disse Rosabella. «Li usiamo per non dover sprecare olio per le lanterne. In realtà dovevano essere solo un esperimento, poi Muc Munn si è lasciato prendere la mano e si sono moltiplicati a dismisura. Visto che non riusciamo a mandarli via, tanto vale tenerli. Al ronzio ci si abitua in fretta.»
Su una delle pareti era stata scavata una dozzina di posti letto, piuttosto simili a dei loculi, anch’essi completamente invasi dalle radici.
«Lì è dove dormirete. Per i gabinetti, la porta in fondo.» Aggiunse indicando una porticina malmessa assediata dalle radici. «I vostri bagagli arriveranno dalla scuola entro stasera. Vi suggerisco di riposarvi un po’. Riprenderemo l’addestramento tra una mezz’ora.»
Lars e Jardeen si scambiarono un’occhiata.
«Casa, dolce casa.» Disse lei scacciando un Frullone che le si era posato sulla spalla.

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Nicolò Barchielli
Sono un Graphic Designer, nato a Firenze nel 1987. Da sempre appassionato di romanzi fantasy e di avventura, durante il liceo ho partecipato a un corso di scrittura creativa tenuto da Marco Vichi e da allora scrivere è divenuto il mio più grande (bi)sogno. “La Scuola dei Domadraghi” è il mio primo progetto editoriale, nella speranza che appassioni i lettori di tutte le età.
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