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La scuola è qualcuno che ti aspetta - Insegnare a leggere e a scrivere a un bambino con autismo

La scuola è qualcuno che ti aspetta
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Consegna prevista Settembre 2022

“Maestra, a lui la scuola ha fatto proprio bene”.
Un’incredibile avventura scolastica racchiusa nelle parole semplici e spontanee di una compagna di classe di Ale, un bambino con autismo, che sembrava avere poche “chance” di imparare.

Una comunità di persone, che si mobilitano nel desiderio di accoglierlo e di accompagnarlo in un tratto di cammino insieme.
Un’insegnante di sostegno convinta che il bambino imparerà a leggere…

Il desiderio di raccontare una grande esperienza umana e professionale nella speranza che possa servire ad altri bambini.

Perché ho scritto questo libro?

Desidero raccontare questa incredibile avventura umana e professionale nella speranza che possa essere di aiuto per quei bambini con gravi disabilità dello sviluppo, che sembrano avere poche chance di imparare. Questa esperienza può offrire degli spunti utili per proporre un percorso scolastico positivo e per raggiungere gli obiettivi didattici di base. Inoltre costituisce un profondo messaggio di speranza: anche dai bambini più gravi è possibile aspettarsi il meglio e coltivarlo nel tempo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PREMESSA 

Le storie si comprendono pienamente solo alla fine. Ora che sono giunta al termine della scuola primaria e che Ale è sbocciato nella sua bella umanità ed è riuscito anche ad imparare molte cose, tra cui leggere e scrivere, usare il computer e iniziare a relazionarsi con i compagni e con le altre persone, sono certa della bontà dell’esperienza vissuta.  

Desidero raccontare questa incredibile avventura umana e professionale nella speranza che possa essere di aiuto per quei bambini con gravi disabilità dello sviluppo, che sembrano avere poche chance di imparare. Questa esperienza può offrire degli spunti utili per proporre un percorso scolastico positivo e per raggiungere gli obiettivi didattici di base. Inoltre costituisce un profondo messaggio di speranza: anche dai bambini più gravi è possibile aspettarsi il meglio e coltivarlo nel tempo attraverso la competenza, la tenacia, la pazienza e l’affetto. Essi possono fiorire e portare il loro luminoso contributo nel mondo, dotati come sono di una sensibilità unica e della capacità di mobilitare le nostre energie migliori.  

Ogni bambino è diverso, è un mondo, un universo, tuttavia, anche nell’ambito dell’insegnamento è molto importante condividere il proprio percorso di lavoro per approfondire quelle costanti che ci permettono l’incontro con l’altro in una relazione educativa e didattica. Per un insegnante è necessario poter conoscere le esperienze altrui per trarne idee, spunti, suggerimenti, metodi che, adattati, rielaborati, e integrati con altri, possano contribuire alla preparazione di un progetto educativo e didattico confezionato “su misura” dell’alunno, unico e irripetibile, che si ha in carico. 
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Penso che alcune idee di fondo, che emergono da questa esperienza, possano essere utili non solo agli insegnanti ma anche ai genitori e a tutte quelle persone che svolgono un compito educativo nei confronti dei bambini che hanno delle disabilità. 

Ho redatto la maggior parte delle pagine al termine della prima classe primaria, di cui ho parlato in maniera più approfondita. Mi sono soffermata soprattutto sul percorso svolto nell’ambito dell’insegnamento della lettura e della scrittura e dell’integrazione scolastica. 

Poi ho aggiunto una breve panoramica sugli anni successivi per dare un quadro sintetico e complessivo di questa bella esperienza professionale e umana. 

 

Questo testo si presenta in una forma narrativa e didattica, per contemperare differenti esigenze comunicative. E’ un libro narrativo perché vuole raccontare un’esperienza di vita, un percorso umano e professionale, è un testo di didattica perché vuole comunicare i passi concreti che lo hanno reso possibile. Dal racconto perciò si possono ricavare molti suggerimenti pratici e numerose indicazioni operative per l’attività didattica e per l’integrazione scolastica degli alunni con autismo e con capacità intellettive gravemente compromesse. 

Ad alcuni questo duplice registro potrà sembrare strano ma è proprio lavorando come insegnante di sostegno che ho imparato a dover superare alcuni schemi mentali per cercare nuove soluzioni, più adatte ad accompagnare i “miei” alunni per le loro strade uniche e originali. 

P.S. il mio pc scrive automaticamente, e quasi “di sua iniziativa”, artistici invece di autistici, mi scuso se qualche errore dovesse rimanere qua e là.  

Forse il mio computer “involontariamente e a sua insaputa” esprime una verità su questi bambini. 

UN PUNTO DI PARTENZA 

Prima che iniziasse l’anno scolastico ho partecipato alla giornata introduttiva al percorso di arteterapia. Qui ci hanno chiesto di realizzare un dipinto per presentare il bambino che avremmo seguito da lì a poco. Chi non l’aveva ancora conosciuto poteva raffigurare l’idea che si era fatta di lui. 

un punto di partenza 

Questo è il “quadro” fatto da me, nei dieci minuti a disposizione. Un bambino sconosciuto, perciò nero, un’incognita, con un cuore rosso, una certezza. Come nel celebre dipinto l’Icaro di Matisse, a cui mi sono molto lontanamente ispirata. Un bambino che ha bisogno di essere voluto bene, di essere felice, di riuscire, di essere riconosciuto “in gamba” per qualcosa. Come me. Come tutti.  

Ciò che ci accomuna è il nostro cuore, la nostra sete di felicità, di amare e essere amati, di vivere e scoprire il bello e il buono della vita, anche se drammatica. Ognuno ha in se’ la sua strada che occorre scoprire e riconoscere attraverso l’impatto con la realtà, che ci svela i nostri doni, i nostri talenti e i nostri limiti. 

 Questo è stato il mio punto di partenza per pensare ad Ale, quando ancora non l’avevo incontrato e poi anche dopo lungo il cammino. 

SETTEMBRE COLLOQUIO CON I GENITORI E CONOSCENZA DEL BAMBINO 

…Chi fa l’insegnante di sostegno è aiutato/costretto a riconoscere che nulla è scontato o meccanico, che dietro ogni semplice azione sono coinvolti mille fattori e abilità concatenate, che ogni gesto anche minimo, in realtà è un prodigio di possibilità e capacità fisiche, mentali, emotive.  

Per un bambino con difficoltà anche solo salire le scale, trovare la propria classe, entrare e rimanerci, senza scappare via alla prima occasione, sono azioni complesse e sorprendenti, che potrebbero anche non esserci. Sono piccole/grandi azioni quotidiane, frutto di molte fatiche, dimenticate subito dalla memoria, appena la gioia della conquista prende il loro posto.  

In un certo senso anche l’insegnante di sostegno è chiamato a ripercorrere le stesse fatiche dell’alunno che segue, il suo stesso disagio, la sua incapacità di fare come gli altri nello stesso tempo, il suo desiderio e la difficoltà di integrarsi. Per esempio l’insegnante di classe impiega circa tre mesi per sentir leggere le prime parole dai propri alunni, l’insegnante di sostegno può dover aspettare tre lunghi anni (come è stato con Ale) o non riuscirci affatto. Quando l’insegnante di classe dice: ”Prendete il quaderno di matematica”, quasi per “magia”, circa ventiquattro bambini prendono il quaderno, più o meno velocemente. Quando l’insegnante di sostegno dice: “Prendi il quaderno di matematica” a volte l’alunno non riesce a prenderlo perché fa fatica ad usare bene le mani, o non sa distinguere un libro da un quaderno, o non sa quale sia il quaderno di matematica e perciò occorre indicargli il colore o mettere un simbolo sulla copertina, oppure l’alunno non vuole proprio prenderlo e fa finta di niente, tira calci alla cartella o la abbandona in giro. Allora l’insegnante di sostegno, di volta in volta, deve trovare le strategie adatte, perché l’alunno possa realizzare anche lui quell’azione, raggiungere la meta e conquistarla.  

La grande fatica posta in essere, però, aiuta poi ad apprezzare di più ogni traguardo, ogni piccolo progresso o inizio di progresso, che è sentito anche un po’ come proprio, perché è stato così fortemente voluto, cercato, atteso, “sudato”.  

PRIME PAGINE PRIME ATTIVITA’ PRIMI GIOCHI 

…Avevo partecipato da poco ad un incontro per genitori sui talenti dei propri figli. Voleva essere un’occasione di aiuto a guardarli così come sono, con positività, come un dono e un bene. La psicoterapeuta aveva detto, tra le altre cose, che come uno è, non è prima di tutto un problema da risolvere, ma un punto di partenza.  

Occorre essere creativi, e se qualcosa non funziona bisogna avere il coraggio di cambiare, parole, gesti… provando e riprovando. Così prendendo spunto da questo seminario ho deciso di assecondare la passione di Ale per il movimento e i cavalli, per fargli interiorizzare meglio il lavoro sulle vocali.  

Andavamo in cortile muniti di grandi gessi da strada che avevo comprato. Sull’asfalto disegnavo grandi vocali in stampatello, poi tenendoci per mano facevamo i cavalli, nitrendo e galoppando da una vocale all’altra. “Cerchiamo la U”, per esempio. Stavamo fermi un attimo per guardarci intorno e trovare la U. Poi partivamo al galoppo verso la U, gridando forte “cloppete cloppete”, “UUU”. Arrivati sulla vocale-meta gridavamo ad alta voce la lettera che stavamo calpestando e la osservavamo di nuovo gridando. E via subito sceglievamo di raggiungere un’altra vocale. “Andiamo sulla E. Cloppete, cloppete. EEEEEEEEE!” 

A metà ottobre Ale aveva imparato a riconoscere con sicurezza tutte le vocali. Quando ne aveva voglia le leggeva, le prendeva dalla scatola, le riconosceva intorno a sé, passeggiando per strada. 

Dopo un po’ di tempo Ale, incuriosito dai gessi, ha anche incominciato a voler tracciare da solo, sull’asfalto, dei grandi segni e a volte è riuscito anche a disegnare delle grandi lettere. O, I, U gli venivano proprio bene. Un successo! 

Ale si è appassionato così tanto a questa attività che a volte riuscivo a vincere la sua resistenza e a farlo lavorare in classe promettendogli che dopo saremmo andati a scrivere le lettere con i gessi. Per superare il suo costante rifiuto e la sua opposizione spesso ho utilizzato come premio per il suo impegno le attività scolastiche stesse, a cui si era appassionato nel frattempo. Un giorno una persona mi ha detto che questo modo di fare, secondo lei, non era del tutto corretto, perché in realtà il premio da me proposto a volte consisteva in un altro lavoro e perciò forse si poteva considerare quasi un inganno. Dopo averci riflettuto su un po’ di tempo mi sono detta: ma, di fatto, cosa c’è di più bello che poter svolgere un’attività che piace molto? Se poi si tratta di poter leggere o di scrivere e il bambino è contento, e chiede lui di poterlo fare, non è il massimo? Percepivo che la strada da percorrere fosse quella di seguire la realtà concreta dei fatti piuttosto che delle teorie e dei ragionamenti astratti. 

Sempre in cortile, per migliorare la pronuncia e la respirazione, gli proponevo di giocare con le bolle di sapone. Ale era affascinato e le guardava incantato finché le vedeva svanire oppure si divertiva a farle scoppiare inseguendole. Così nel frattempo, miglioravano anche i tempi di attenzione e di aggancio con la realtà. Pian piano gli ho insegnato a fare le bolle da solo senza rovesciare subito tutto il tubetto per terra. Qui ho scoperto, di nuovo, che quando Ale riusciva a fare bene qualcosa da solo era molto contento! Questa non è stata una scoperta da poco. Ora sapevo che convincerlo a fare le cose era una dura lotta ma alla fine anche lui era soddisfatto. 

Il cortile della scuola era un luogo di gioco, di relazione, di scuola, di norme da seguire o di divieti: non battere contro lo sportello del gas, e nemmeno contro il cancello se no esce il barista e ci sgrida, non urlare, non tirare le scarpe ovunque, non scappare via, non sbattere le porte…  

Nei primi mesi, non era facile neanche stare in cortile e dovevamo “chiuderci fuori”, bloccando le porte che dal corridoio fanno accedere al cortile. Appena arrivati, infatti, Ale voleva già andare da un’altra parte. Quindi il primo obiettivo era quello di restarci almeno un po’ di tempo, da me prestabilito. Anche perché una volta andati via Ale avrebbe voluto subito tornare indietro, per poi allontanarsi di nuovo immediatamente, in una altalena infinita e disorientante per tutti. Allo scadere del tempo dovevamo bussare nei vetri perché qualche segreteria ci aprisse e potessimo rientrare. 

Il cortile è stato anche luogo di scoperte, di osservazioni naturalistiche e di ascolti. Qui mi sono accorta che Ale non era un bambino assente, ma anzi era forse troppo attento a tutto e non sapeva selezionare gli stimoli che riceveva, in una giostra vorticosa di forti sensazioni. Era un’occasione perché la realtà ci raggiungeva anche lì. Giocare con le ombre, osservare le foglie che cadono, raccoglierle insieme e poi contarle, correrci dentro e ascoltare il rumore che fanno, abbracciare il tronco dell’albero e sentire le rughe della corteccia, salutare la gente che passa e ascoltare cosa ti dice, ascoltare i rumori dell’ambiente e riconoscerli: un camion, un’ambulanza, un elicottero, un cane. Colpire con la palla le pozzanghere piene di pioggia e ridere insieme e vedere l’effetto che fa. Tutto era scoperta, relazione, vita. E tutto era accompagnato, come una melodia, da parole semplici, spontanee, vere, chiarificatrici di ciò che accade, portatrici di senso. Ale interagiva a piccoli frammenti, che raccoglievo rinforzandoli. Quando non partecipava affatto offrivo io in anticipo il dialogo e la relazione che stavo attendendo fiduciosa e che forse un bel giorno sarebbero sbocciati. 

IL GIOCO DEI CARTELLI 

Poiché Ale aveva uno stile cognitivo visivo e non amava particolarmente scrivere, a causa di una marcata disprassia, da subito mi sono convinta, che imparare a leggere potesse diventare la sua carta vincente, per poter scoprire di essere bravo e per apprezzare la scuola.  

Leggere, poi, non è un fatto puramente meccanico, una tecnica da apprendere, ma è la strada per impadronirsi di parole con cui esprimersi, per conoscere meglio se stessi e la realtà, per prenderne coscienza, per illuminare il proprio vissuto interiore e dargli voce. E’ potersi riconoscere nell’esperienza altrui e scoprirvi conforto, coraggio, suggerimenti, idee per la propria vita. 

Bisognava però trovare un metodo di insegnamento / apprendimento adatto a lui, che fosse accessibile alle sue capacità. Dovevo trovare un modo per intercettare la sua enorme distraibilità, la sua limitata capacità di attenzione, la sua indisponibilità a collaborare, il suo essere ipercinetico, la sua mancanza di autostima. 

Durante le mie letture sull’autismo mi ero imbattuta in alcune testimonianze di genitori e studiosi, che consigliavano di utilizzare il metodo globale con i bambini autistici al posto di quello tradizionale fonologico sillabico. Anche al corso di aggiornamento uno dei professori aveva asserito all’incirca la stessa cosa, e cioè che la sillaba è qualcosa di astratto, di non significativo, nel senso che non è portatrice di significato, e perciò il suo utilizzo, in un metodo di lettura, presuppone una capacità di astrazione molto elevata, ed è perciò poco adatto ai bambini che hanno un ritardo cognitivo di un certo peso. 

Dalla conoscenza di alcune esperienze didattiche sui metodi globali ho preso gli spunti che mi sembravano più adeguati per Ale e ho messo a punto quello che lui stesso ha poi chiamato “il gioco dei cartelli”… 

IL GIOCO DELLE FIGURINE 

Da un gioco educativo della casa editrice Giunti e dal vecchio gioco televisivo “Paroliamo”, di cui ero appassionata in gioventù, ho preso le idee per mettere a punto il “gioco delle figurine”, che ho realizzato perché Ale potesse esercitarsi a “scrivere” componendo le lettere e appiccicandole, visto che la scrittura con la penna navigava ancora in alto mare. L’idea era questa: se Freinet1, per insegnare in modo significativo e motivante la letto-scrittura, aveva fatto utilizzare ai suoi alunni la composizione delle lettere per la stampa, noi potevamo servirci dello stesso principio ma con materiale più ordinario. 

In pratica si trattava di “scrivere” delle parole incollando grandi lettere con sfondo colorato sopra lettere in bianco e nero, che costituivano la “parola guida”.  

Si procedeva così: la parola colorata all’inizio era intera, veniva letta ad alta voce da me e poi tagliata di fronte ad Ale che osservava. Le singole lettere poi venivano sparse sul tavolo, in disordine. A questo punto Ale doveva ricomporre la parola cercando in ordine lettera per lettera, abbinandola a quella del quaderno e incollandola. Così, ovviando alla sua disprassia, Ale è riuscito subito a “scrivere”, incollando le lettere, in modo chiaro e comprensibile, da sinistra verso destra. Sul quaderno c’era sempre anche un disegno o un’immagine che ricordasse il significato della parola e lo aiutasse poi nella lettura.  

Questo lavoro aveva anche un grande vantaggio: Ale poteva farlo quasi in completa autonomia, con poco aiuto, mirato unicamente a farlo procedere con ordine da sinistra verso destra e ad impedire che non incollasse anche tutto il resto del materiale a portata di mano.  

Ale gradualmente ha incominciato a riconoscere le lettere, a saperle orientare correttamente e a nominarle. Nel tempo, si è appassionato molto a questa attività anche perché si divertiva molto ad incollare. Con un po’ di allenamento e aiuto è riuscito anche a tagliare da solo le lettere con le forbici. Anche per questo esercizio ho scelto le parole che più gli piacevano e che erano più interessanti per lui, così era più motivato a lavorarci su.  

 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Paola Castaldelli

    Ecco si parla di progetti belli, che portano bene con risultati concreti! Risultati che condividono empatia, fiducia, consapevolezza che il cambiamento esiste, anche laddove sembra che non ci sia possibilità. E invece la luce trionfa…sempre…occorre volerlo e impegnarsi!

  2. (proprietario verificato)

    Si tratta di un libro davvero completo, coniuga cornici più teoriche con ricchi spunti pratici. Emerge con forza l’umanità dei protagonisti, in primo luogo l’insegnante che si lascia coinvolgere interamente e – con ostinazione – arriva a grandi traguardi, per Ale, per se stessa, la famiglia, la classe tutta (bambini, colleghi, famiglie) e anche per tutti coloro che vivono realtà più o meno simili. Un libro che – senza negare fatiche e sconfitte – parla di speranza, costanza, impegno, ma anche creatività e capacità di tessere legami.

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Emilia Gibelli
Emilia Gibelli è originaria della Liguria di Ponente, dove si diploma all’Istituto Magistrale di Vallecrosia (IM). Si trasferisce a Torino e si laurea in Lettere Moderne. Frequenta un corso per bibliotecari e si dedica per qualche anno alla professione di bibliotecaria presso alcune facoltà universitarie di Torino.
Dopo due anni di formazione consegue il diploma di specializzazione polivalente nel sostegno e dal 1998 lavora con passione come insegnante di sostegno nella scuola primaria.
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