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La scuola è tanta roba

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“Insegnare è… del tutto inutile!” mi disse un collega che stimavo, ironicamente. Eppure la scuola è essenziale nella vita di tutti, nel bene e nel male. La scuola è tanta roba! è il mio racconto ironico e caleidoscopico sulla scuola di oggi, un diario in cui ci sono insegnanti e studenti, con gli aspetti didattici e quelli umani di entrambe le categorie. È una scuola in cui i docenti devono sopperire con la fantasia alla mancanza di mezzi moderni, un po’ come Sherazade, per competere con attività decisamente più stimolanti, diventando musicanti, incantatori di serpenti o pifferai magici. Se questo libro vi farà amare un po’ di più un mondo che viene sempre più spesso disprezzato a priori, se vi farà riflettere sui meriti, le funzioni, le necessità e anche i difetti della scuola, se infine vi farà sorridere, allora sarà… tanta roba!

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere un libro sulla scuola di questi tempi richiede sicuramente una buona dose di coraggio, forse un po’ di sangue freddo, anche per chi ne fa parte da molti lustri. Notizie di abusi, di violenze, subite o inflitte da parte di insegnanti e da parte di allievi, non rendono certo facile parlare di questo fondamentale mondo. Perché, allora, scrivere un libro sulla scuola?
Perché credo invece di poter presentare un quadro diverso, docenti, alunni, genitori, famiglie che arrivano da tutte le realtà sociali, culturali e geografiche; è inevitabilmente una realtà spesso ricca, dove quotidianamente non mancano le sorprese; è quasi un teatro con tanti personaggi, molte comparse e tante comparsate.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PREMESSA

In Italia parlare e sparare sulla scuola è uno sport nazionale, tanto che verrebbe subito in mente di chiedere che venga inserito tra le discipline olimpiche.

È certo che come per tanti altri argomenti si esprime soprattutto chi non sa, chi non ricorda di esserci mai stato o, in buona fede, chi c’è stato troppo poco perché quel luogo o quella fase della vita abbia lasciato qualche traccia nella  sua  personale crescita.

Chissà perché non viene mai richiesto il parere di chi ha trascorso momenti belli, formativi, di chi è rimasto legato al luogo e alle persone per tanti e troppi motivi. Ma questi individui non sono abituati a urlare quello che pensano come fanno molti e, al contrario, hanno un tono di voce troppo pacato per essere ascoltati. Ragionano e sono caratterizzati anche da sentimenti.

Dunque, questi individui non fanno audience e per giunta non hanno proseliti, seguaci…Followers? […]

Se c’è un ambito dove prevalgono i luoghi comuni più triti e magari, in certi casi, immeritati, questo è sicuramente il mondo scolastico. Gli insegnanti lavorano poco e per giunta male; per quello che fanno sono pagati anche troppo (del resto lavorano solo al mattino e hanno troppe vacanze: chi ha mai visto dei privilegiati come loro); i ragazzi sono dei buoni a nulla, sono tutti maleducati e violenti e, comunque, non fanno niente e non sono preparati. In sostanza, la scuola fa schifo ed è del tutto inutile.

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Serve a chi ce la farebbe anche da solo in piena autonomia,   e alle eccellenze che esportiamo come unico prodotto nazionale. Ormai, le eccellenze, non si coltivano come negli altri stati, nascono come piante rare, come la ginestra ai piedi del Vesuvio o come il croco nel deserto, rimangono stoicamente in vita, senz’acqua, senza stimoli, nonostante tutto, e diventano un po’ come  animali in via di estinzione.

Esiste ed è veramente ingente la fuga di cervelli italiani, a dircelo sono le statistiche: sono più gli Italiani (spesso giovani ed eccellenti) che escono dal nostro paese che gli stranieri che entrano: ma anche lì, la presenza di quei talenti, non fa cambiare opinione: erano bravi loro, nessuno li ha mai preparati […].

Chi sono gli insegnanti? Chi è un buon docente?

E ancora, quesito più difficile: come sono gli alunni? Come sono i ragazzi che vanno a scuola?

Tutte domande alle quali è difficile dare una risposta, se non altro univoca e unilaterale.

[…]

Ben lontana dal dirimere vexatae questiones o sciogliere nodi gordiani , mi limito a presentare le mie osservazioni, con qualche momento di buonumore, spero.

L’intento, tuttavia, non è quello di fornire un quadro idilliaco, unilaterale, che oscura le mancanze degli stessi docenti…

Sono decisamente più incline a giustificare le mancanze degli alunni, che in classe riprendo per l’importanza dell’educazione  più che per la mancanza di  contenuti,  e cerco soprattutto di stimolarli a far sì che nella loro vita ci sia posto per ideali, valori e passioni.

Ma non posso non vedere e tollerare le mie mancanze e, allo stesso modo, quelle dei miei colleghi.

Però non mi chiamo Catone, né il Censore né l’Uticense.                  

                                        

CAPITOLO PRIMO

                                   

Per fare l’insegnante non ci vogliono caratteristiche particolari e sinceramente potrebbero farlo tutti…. O quasi.

A patto che:

  • Uno abbia una visione a 360°.
  • Sia disposto a mettersi continuamente in discussione.
  • Vada perennemente in crisi col suo cilicio d’ordinanza in relazione a comportamenti, voti orali e scritti attribuiti, i quali sono stati sinceramente ponderati, ma che poi, a posteriori, sembrano eccessivi o inferiori rispetto alla prestazione.
  • Si senta in colpa per eventuali note di demerito, sacrosante, ma poi ritenute comunque il più delle volte eccessive per dichiarato buonismo e volontà di assoluzione degli alunni, a prescindere da qualsiasi considerazione aprioristica.
  • Abbia tanta pazienza, ma sappia perderla nella giusta occasione, sapendo mantenere il controllo nelle azioni e nel tono di voce.
  • Possibilmente non perda la pazienza troppe volte, perché altrimenti “can che abbaia non morde”.
  • Abbia presenza non solo di spirito nella prontezza delle sue risposte, ma anche sensibilità e spirito di osservazione.
  • Tenga ben presente che ognuno ha i suoi tempi e i ritmi: ognuno è se stesso, per fortuna.
  • Sappia essere intellettualmente onesto.
  • Sia disposto a vedere i cambiamenti negli alunni, premiandoli, soprattutto quelli che realmente si impegnano.
  • Sia il più oggettivo possibile nelle singole valutazioni delle varie verifiche sia scritte che orali, ma sappia poi dare una valutazione finale che tiene conto di tutta una serie di sfumature tanto che un voto non sarà mai quello dell’altro, pur essendo lo stesso numero.
  • Sappia creare gruppo, motivare, fare squadra, dando entusiasmo nell’accostarsi alle varie discipline.
  • Abbia una buona dose di autoironia e non si prenda troppo sul serio. Diversamente chiamasi “vecchio babbione” o “vecchia trombona”, data l’età media piuttosto avanzata del maggior numero dei docenti.

Morale: tutti, ma proprio tutti, docenti compresi, Dirigente incluso, a

scuola devono imparare gli uni dagli altri.

Detto questo, compreso questo, e poco altro ancora, realizzato questo semplice obiettivo, il lavoro di docente lo possono fare proprio tutti!

Del resto uno sceglie questa professione per l’alto numero di ferie. Ma comunque, per svolgere questa professione in primis è necessario superare certe prove, oggi certamente diverse da quelle di ieri, ma ugualmente impegnative.

 

                             

CAPITOLO SESTO

 

Inutile sottolineare che, pur con tutti i loro errori, amo la freschezza degli studenti.

La loro saggezza, la loro capacità di sorprendere continuamente con la loro forza, con un’intelligenza diversa, resa tale dai new media, dagli spunti che hanno, dagli stimoli continui che sono capaci di rendere geniali i più duttili tra di loro e fanno implodere quelli più deboli, mi sorprende sempre.

Eppure è  evidente che è poco indicativa la classica distinzione tra chi va bene a scuola e chi non ha risultati brillanti, con un curriculum faticoso e altalenante.

Anche quelli che non riportano risultati positivi sanno stupire, nella scuola come nella vita. Dico questo perché ho la fortuna di sentire e vedere, a distanza di anni, molti di loro cosa fanno, come sono diventati, cosa pensano.

E lì capisco che quello che hai dato, se mai hai contribuito in qualcosa nella loro formazione, ti viene restituito con gli interessi, perché con molti alcuni c’è amicizia, affetto, sintonia, e c’è il bisogno di sentirsi, di vedersi. Lo scambio allora è alla pari, tanto che spesso quella più immatura sono io.

Ad esempio fai notare ai tuoi alunni ironicamente che ormai nessuno di loro riuscirebbe a superare le selezioni del Grande Fratello per aver oltrepassato di molto l’asticella del limite dell’ignoranza più subumana.

Non riuscirebbe nessuno di loro a scrivere ” L’ondra”, come è stato fatto in passato, durante una di queste meritevoli trasmissioni, come loro,

sempre attenti agli errori degli altri, hanno prontamente notato.

Inoltre è sicuro che nessuno di loro collocherebbe in uno dei tanti quizzoni in prima serata Hitler, dovendo scegliere tra quattro inverosimili date (tranne una: una sola) nel 1979!

“In compenso, Prof., si potrebbe scrivere “l’aureato”, come colui che ha l’aureola e l’aura dell’intelligenza e preparazione (ammesso che sia così, ma facciamoglielo credere); anche se viene incoronato sempre con “l’alloro poetico della sapienza”.

Mitici!

La capacità di vedere oltre e con occhi diversi non è solo degli artisti.

Anche loro sono degli artisti. Nello scritto soprattutto, ci sono del momenti unici e irripetibili.

Se l’alunno ha il terrore della pagina bianca, spesso il docente ha il “dolore” di leggere le perle scritte su quel sottile, ma “colpevole” candido materiale, pieno di fantastiche e irrinunciabili performances.

 

                                  CAPITOLO OTTAVO

È impagabile vedere i giovani, stare con loro, ma soprattutto sentirli parlare tra di loro, sentirli tentare di far loro, nelle situazioni scolastiche, quel linguaggio formale, che è stato stabilito da chi poi?

In passato, da imprescindibili modelli letterari, poi da un’unificazione tentata e mai realizzata, e in ultimo dalla televisione, dal buon cuore e dalla passione di educatori come il maestro Manzi, in programmi come “Non è mai troppo tardi”, volendo diventare un po’ più Italiani e cercando di imparare un po’ meglio l’italiano.

È indubbio che le loro perle fanno sorridere, a volte ammutolire, sconvolgere chi tenta di ricostruire la logica delle parole in libertà, senza implicazioni futuristiche.

Del resto poi le occasioni per gli strafalcioni sono infinite, perché è l’ambiente scolastico che offre spunti continui per scivolare sulle classiche bucce di banana.

Ma nella realtà delle loro intenzioni c’è da una parte creatività e, dall’altra, la volontà di inventare un linguaggio, un codice nuovo, condiviso dai più giovani, dove sia per l’uso dei new media, sia per la loro stessa fantasia partoriscono modi di dire e neologismi.

Dal classico “raga”, “bella man o “bella a zio” che può essere inteso tra l’incrocio  del saluto italiano con un pizzico di slang americano, proveniente dai vecchi quartieri di Harlem, si va al “vai fra” con l’aggiunta dell’incitamento.

Che pressa!” misura il peso dell’assillo, di ciò che dà l’angoscia, mentre si dice  “una stizza” o “una paglia” per indicare una sigaretta.

Lo “sbalconato” è quello fuori come un balcone e la ragazza giovane, che non desiderava diventare mamma, è stata semplicemente “incicognata”.

Uno giusto o che fa una cosa giusta “ci sta dentro una cifra”, è indubbio.

Al contrario uno che proprio non è portato, se prima era lo sfigato, nerd, che poi è stato riabilitato (guarda nel mondo dell’Informatica i nerd quanta strada hanno fatto: non era un nerd Bill Gates? O Steve Jobs? E un regista come Steven Spielberg? E comunque gli occhiali da nerd ora sono di gran moda, è indubbio!) adesso è “storto”.

C’è in alcuni casi nei modi di dire, diversità a livello regionale: “far sega a scuola” si dice a Roma; “bigiare” a Milano e “marinare” esiste ancora, ma è un caduto in prescrizione mentre è entrato il termine  “balzare” o “brixare” un po’ ovunque, per intendere anche “saltare un appuntamento”. Per lo stesso significato si è diffuso l’inglesismo “skippare” la pubblicità.

Cezionale” non val la pena di spiegarlo, ma di segnarne piuttosto la brevità.

Mi ha paccato” uno che mi ha dato la  classica sola, alla romana.

Eskereeee!”, ma facciamolo!

Il povero “limone “ è quello che si circonda di cozze; il “rimastino”, chi

non balla alle feste, l’avanzo del bollito, insomma ed è ancora più denigratorio essere un “rimastone” in quanto è peggiorato dall’età: l’essere rimasto lì come un cocomero a più di quarant’anni.

Certo che se uno ha “presabenanza” quindi si prende bene per il suo stile, ci sa fare, avrà successo nella vita, con gli altri, farà carriera. Ci sta!

Può prendere talmente bene che può andare “a baccagliare” in discoteca, potendo fare la classica pesca a strascico: qualcosa di buono rimarrà sempre e comunque, sapendo scegliere e non venendo nemmeno condannato dai soliti ambientalisti.

Non “spannarmi”  sta per non annoiarmi, il sostituto del vecchio “non farmi venire il latte alle ginocchia”, detto poco elegantemente ad amici  o parenti.

Magari meno diffuso, almeno tra gli over, “cisti” per ci sta, oppure “fai cisti

intendendo fai da palo.

 

Allucinante: aggettivo che implica la volontà di rendere una realtà che è

piatta, ma come per magia diventa altro e così è  bestiale, mega, pazzesca.

C’è chi è in astinenza da sempre, o da poco, e quindi  è arrapato, ma anche

allupato.

Va da sé che dal “cazzo” sono stati coniati tanti neologismi come

 

cazzeggiare, scazzo, scazzato, cazziatone e tante altre forme diversamente

declinate.

E di nuovo per indicare quantità esorbitanti abbiamo una cifra, un casino,

 

una frega.

Un po’ desueto figo, ma va forte la paranoia.

Se qualcuno dei miei alunni mi chiamasse Professoressa, è evidente che non

mi girerei o troverei molto “stonato” l’appellativo e il personaggio che si

rivolge a me : prof. e dai subito l’idea e il ritmo giusto.

Sfigato va ancora, ma nerd è essere sul pezzo, soprattutto con gli occhiali

giusti da nerd che sa ostentare la sua originalità.

Anch’io ormai vengo conquistata da alcuni loro vocaboli come sgamare:

sorprendere qualcuno sul fatto, ma anche andarsene.

Ormai è internazionale ed è usato da giovani e non “scialla”, per darsi una

calmata, perché i giovani per definizione non vanno di fretta.

Ginniche sul rovinato andante, con cerniera abbassata, se è presente, ( infatti su questo si potrebbe aprire un capitolo infinito: le ginniche bassissime rasoterra, le stringhe slacciate che non danno il giusto posizionamento alla caviglia e al piede: podologi in ascolto: avrete tantissimo lavoro con i piedi dei teen-quarantenni, includendo anche l’uso e l’abuso delle classiche infradito Hawaianas estive, soprattutto quelle rasoterra, portate in qualsiasi  momento e in qualunque situazione); jeans dal cavallo basso, vita bassa, passo strascicato, mani in tasca: quando li porto al cinema, la classica Multisala, veramente ad una distanza irrisoria per chiunque, senti il dolore e il lamento di chi non è abituato a fare un passo.

E’ uno spostamento che potrebbe apparire più ad una transumanza di erbivori che ha lo stesso ritmo e la stessa velocità; stessa atmosfera e condizione se uno la mette sul culturale e li si porta a vedere una mostra o un qualche evento nelle varie città: l’urlo è  sempre lo stesso: “Vada più piano Prof, rimangono tutti indietro”.

Vero, il mio è il classico passo da bersagliere, anche quando sono in perlustrazione delle vetrine, ma il loro è realmente quello degli animali più lenti, i più autentici bradipi.

“Prof, ma si dopa lei per andare così forte!”

“E lo vengo a dire a te, che sostanze uso?”

TIPO è sicuramente la parola più impiegata (come un tempo era cioè), non soggetto, ma asse portante  del discorso di ogni alunno alla ricerca di maggiore chiarezza, una sorta di SOS linguistico oppure di volontà di fare chiarezza nel loro eloquio.

L’avesse conosciuta Marco Polo nel raccontare a distanza di tempo quello che non ha visto a  Rustichello da Pisa,  che per giunta poi scrive in francese, è evidente che il romanzo della sua vita sarebbe stato  semplificato di molto con minor dispendio di energie. […..]

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Paola Coggiola
Paola Coggiola insegna da 30 anni italiano e storia, o almeno crede di farlo, ancora con un po' di entusiasmo; ha una formazione classica, ma ha preferito scegliere una scuola dove, accanto ai più nuovi licei, sono presenti le specializzazioni tecniche, forse per coniugare quella che è sempre stata e potrebbe essere ancora in futuro la forza di questo paese: la cultura umanistica e quella tecnico-scientifica. Ama viaggiare, ma forse lo fa tutti i giorni, vedendo arrivare tra i suoi alunni le culture più disparate, ascoltandoli parlare e ritenendo che questo sia un arricchimento.
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