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La sottile arte della procrastinazione

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Consegna prevista Agosto 2020

Antonio ha una vita normale, ma piena: allena una squadra di calcio (non proprio vincente), è vicino alla pensione, ha un lavoro di prestigio, una casetta con giardino alla periferia di Parigi, una gatta, una moglie, due figli e tanti amici. Basta un solo episodio a sconvolgergli la vita: a quell’età, si può ancora reagire alle avversità che l’esistenza ti para davanti? Sì ha ancora la forza per ricominciare, oppure l’unica cosa che resta da fare è guardare la propria vita scivolare via, lasciandosi travolgere dagli eventi?

Perché ho scritto questo libro?

Il libro ho cominciato a scriverlo per metabolizzare la morte di mio zio, che trova il suo alter ego in Antonio, il protagonista del romanzo. Pur partendo quindi dalla sua storia, piano piano però Antonio ha acquisito anche caratteristiche proprie della mia persona, diventando così un tramite per esprimere e raccontare alcune cose di me che, altrimenti, non avrei mai avuto possibilità di raccontare e di far emergere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Non sono ancora le sette e lui è già sveglio. Sebbene sia domenica ed abbia la giornata libera, è abituato ormai a svegliarsi di buon ora la mattina.
Maria si agita di fianco a lui, ancora immersa nel suo profondo sonno. Anche lei ha la giornata libera e non si sveglierà prima di tre, forse quattro ore.
Ancora disteso, Antonio scosta da un lato il leggero lenzuolo di cotone che gli copre le gambe e si alza dal letto.
La sua camicia preferita, a maniche lunghe di jeans di Yves Saint Laurent, acquistata negli anni Settanta e conservata impeccabilmente, lo aspetta adagiata con cura su una gruccia appesa alla maniglia di un’anta dell’armadio. Antonio la indossa sopra gli slip, sbottonata, con le maniche già arrotolate, come ogni mattina.
La camera da letto è stata ricavata da una specie di lucernaio che affaccia sul soggiorno, per cui è costretto a scendere le scale per raggiungere gli altri ambienti della casa.Continua a leggere
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Il soggiorno e la cucina sono separati dall’ingresso, un’anticamera arredata con un malandato appendiabiti, un piccolo tavolino di legno ingombro di quotidiani e riviste di enigmistica che dà l’impressione che stia quasi per cedere sotto il loro peso e due divani disposti in modo da formare una elle, che la gatta Babette considera la sua personale stanza padronale. Poi, passando sotto un abbozzo di arco in muratura si accede alla cucina, che Antonio chiama le court de tennis, il campo di tennis, dato che questa è divisa in due parti uguali da una penisola in marmo (che funge da tavolo) che gli ricorda la rete che divide le due parti del campo.
Antonio aggira la rete e si avvicina ai fornelli per prepararsi un buon caffè, un rituale che ogni mattina sancisce il suo definitivo passaggio dal mondo di Morfeo alla vita quotidiana. Fa appena in tempo a posizionare la macchinetta sul fuoco che Babette fa il suo ingresso in cucina e, ancora sonnecchiante, senza convenevoli, va a piazzarsi davanti alla porta che dà accesso al balcone sul retro. Con un sorriso Antonio lascia cadere il cucchiaino nel barattolo del caffè e si avvicina alla porta per permettere alla gatta di uscire a consumare la sua colazione, visto che le scodelle con i croccantini e con l’acqua si trovano sul balcone. Come ringraziamento Babette muove pigramente le zampette anteriori, poi sguscia fuori, scomparendo dalla sua vista. È una pantomima che si ripete ogni mattina e che puntualmente gli strappa un sorriso carico d’affetto. Nel frattempo la macchinetta comincia a rantolare come un tisico e l’aroma inconfondibile del caffè pervade l’ambiente, investendo le narici di Antonio, che istintivamente ha cominciato ad inspirare. Quando il liquido nero raggiunge quasi la sommità dell’apparecchio, Antonio spegne il fornello e riempie un piccolo bicchierino di vetro, se lo porta alla bocca e si inumidisce le labbra, sfregandole tra loro per apprezzare a pieno il sapore del caffe che, da quando è adolescente, beve rigorosamente amaro. In pochi sorsi Antonio vuota il bicchierino, si dirige all’ingresso e apre la porta, trovandosi così in veranda: è il posto che preferisce della casa, soprattutto a quell’ora, il suo piccolo pezzetto di serenità. La veranda è costituita interamente da vetrate che affacciano sul vialetto che da lì conduce al piccolo cancelletto in ferro battuto e alla strada. Su entrambi i lati del vialetto vi è il giardino che da anni Antonio cerca di trasformare in un piccolo orto, il suo orgoglio. Peccato però che l’orto non ricambi i suoi sentimenti, o forse è solo che il suo pollice verde si è scolorito con l’incedere del tempo, fatto sta che tutto il quartiere conosce la storia del suo invidiabile raccolto annuale: tre pomodori, uno rosso, uno verde e uno giallo!
Forse è al suo orto che pensa, o forse no, quando prende una sigaretta dal tavolo in veranda e, incurante della frescura mattutina di maggio, fa scorrere la porta sull’apposito binario e poggia i piedi nudi sulla ghiaia del vialetto.
Wissuow è un piccolo paesino residenziale, ma a quest’ora di domenica fa così fatica a carburare da dare l’impressione di essere abitato esclusivamente da clan di vampiri. In giro non c’è nessuno, o quasi, e se non fosse per i primi aerei che prendono il volo per le destinazioni più disparate sulle piste del vicinissimo aeroporto di Orly (Antonio non può averne la certezza assoluta, ma sarebbe pronto a scommettere che a quell’ora, anche i maestosi velivoli svolgono il loro compito pigramente) regnerebbe il più incontaminato silenzio. Antonio non ci fa nemmeno più caso: l’aeroporto è la sua seconda casa, gli aerei la sua seconda famiglia. Lavora ad Orly da oltre trent’anni come ispettore della sicurezza all’interno dei velivoli. Tutto quello che concerne gli aerei, dal carburante ai quotidiani della prima classe, passa sotto il suo controllo.
Antonio si guarda intorno. I gerani sul balcone di Ricardo, il suo vicino portoghese, sono animati da una straordinaria vitalità che raggiunge il suo apice in un’esplosione di colori. Alla sua sinistra, invece, la casa di Salvo, Salvatore, l’altro vicino, un ristoratore siciliano, è l’unica del quartiere già in pieno fermento, visto che tutta la famiglia da qui a poche ore sarà impegnata a gestire centinaia di parigini desiderosi di consumare uno squisito pranzo domenicale.
Sotto il portico della casa di fronte, oltre il rigoglioso giardino che somiglia ai Jardin Des Tuileries, la vecchia signora Van Houten è adagiata pensierosa sulla sua sedia a dondolo. Rivolge un cenno distratto ad Antonio all’altro lato della strada, poi ritorna repentinamente nella sua trance, con una concentrazione tale da dare l’impressione che da quei pensieri dipenda il destino del genere umano. L’anziana donna si è trasferita a Wissouw sei anni prima da Rotterdam insieme alla figlia che, a seguito di un burrascoso divorzio, ha preso i suoi due bambini, degli angioletti biondissimi ed educatissimi e si è rifugiata in Francia. Antonio non l’ha mai vista con un’espressione diversa da quella che ora è dipinta sul suo volto, attribuendo il suo stato all’incapacità, sebbene dopo più di un lustro, di adattarsi alla vita di quel paesino soffocato dall’ombra della grande capitale. Di fianco alla casa delle donne olandesi, una baracca fatiscente, che cozza con l’opulenza del loro giardino, ospita la casa, che funge anche da officina, di Pablo, l’aggiustatutto del quartiere, altro forestiero estirpato dalla sponda spagnola dei Pirenei e trapiantato in Francia.
Con questa mescolanza di etnie, idiomi, culture, Antonio ha sempre avuto l’impressione di abitare in una cittadina costruita ad arte per una campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani e non manca mai di ridere di gusto quando immagina tutti osservati dall’obiettivo di una macchina fotografica. La stessa Maria, sua moglie, è nata nell’Algeria francese, da madre spagnola e padre calabrese. Anche Antonio, se non si fosse capito, non è proprio un francese purosangue, bensì italiano.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Valerio Papadia
Sono nato a Napoli ormai 30 anni fa. Giornalista, mi occupo di cronaca per la pagina napoletana di Fanpage.it. Scrivere non è solo il mio lavoro, ma è vitale, non soltanto perché mi piace raccontare fatti e storie, ma anche e soprattutto perché mi serve per raccontare cose di me che altrimenti, per indole, rimarrebbero taciute. Insaziabile lettore da che ho memoria. Tennista mediocre.
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