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La tesi dell'ippocampo

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L’adolescenza di Damien è soffocata dalla depressione del padre e dal collasso della famiglia, che lo ostacolano nella sua ricerca di un posto nel mondo. Per sfuggire all’incapacità di creare rapporti sinceri e di costruirsi un’identità solida, il ragazzo decide di annullarsi, svuotarsi di personalità indossando maschere, cambiando identità e luoghi, costruendo e spezzando legami. Unico obiettivo, individuare e soddisfare i bisogni di persone sconosciute e poi sparire tra le alghe come il solitario ippocampo.
Il metodo funziona finché Damien non si identifica con il figlio di una coppia di anziani. Il ragazzo allora sente risvegliarsi le proprie radici e capisce di non poter più fuggire.

 

Arriva sempre, per ognuno, il momento di fare i conti con le
scelte fatte. Arriva sempre l’attimo in cui si è costretti
a immettersi in un incrocio, in cui bisogna scendere a patti con le
segnaletiche e capire, infine, se tornare indietro per una
strada sbagliata, proseguire e trovarne una alternativa o rimanere
fermi a contemplare il paesaggio.
L’egocentrismo di ognuno si concretizza nell’esigenza di
sentire fermo anche il resto del mondo nel momento esatto in
cui ci blocchiamo noi.
«Ho bisogno di affrontare ciò che ho fatto, ciò che ho scelto!
Ho bisogno di fermarmi!» dichiara l’uomo. E nel momento
in cui questo Adamo urla, gli uccelli devono interrompere il
proprio volo, il vento deve smettere di soffiare, anche l’acqua
è obbligata a non bagnare più niente. Come se fosse possibile
provocare l’immobilità delle sue molecole. Il discorso di un
despota megalomane o di un imitatore di Dio, più che di un
essere umano.Continua a leggere
Continua a leggere

Oggi, qui, la mia immobilità è invece consapevole della sua
essenza circoscritta, svolge il ruolo di paciere nella disputa
tra la mia parte migliore e la mia parte peggiore, sedute a
tavolino davanti a uno di quegli enormi libri contabili per tirare
le somme di un’esistenza vissuta a metà.
Mi è particolarmente difficile elaborare questa confessione,
mi tremano le mani, i piedi e le corde del cuore, sento che
qualsiasi movimento o rumore improvviso potrebbe accendere
l’interruttore di una profonda vibrazione e condannarmi a
un Parkinson precoce. Eppure questa incessante palpitazio-
ne mi conforta, mi dà coscienza della realtà, nonostante sia
ancora la stessa, silenziosa realtà.
Mi guardo intorno per cercare almeno una piccola traccia
di lei, ma non ce ne sono, né sul mio corpo, né nella cucina
dove sono seduto ad aspettarla, né dentro di me. Se mi guardassi
da fuori noterei gli occhi, quelli sì che sono i suoi, o almeno
i suoi di una volta.
Mia madre. Chissà quanto a lungo ha desiderato che qualcuno
la chiamasse nuovamente “mamma”. Chissà da quanto
tempo io ho nascosto il bisogno di chiamarla nuovamente
“mamma”. Non è mai stata una di quelle che abituano il figlio
a mangiare composto a tavola, non mi ha mai obbligato a finire
le verdure per poter mangiare il dolce e non ha mai permesso
che dormissi nel letto con lei, né deciso che fosse opportuno
rimboccarmi le coperte. Forse è per questo che ancora
oggi sono incapace di svegliarmi nella stessa posizione in cui
sono andato a dormire. Aveva l’abitudine di appoggiarsi allo
stipite della porta della mia camera e di guardarmi, in balìa
della sua insonnia cronica. Il ricordo più vivido che ho della
mia infanzia è quello del bagliore dei suoi occhi azzurri, così
indagatori, illuminati dalla luce alle sue spalle. Nonostante
dormissi, dopo qualche minuto sentivo la sua presenza. Da
qualche parte, in qualche scena di un sogno, incastonati nel
volto di qualcuno o sospesi nel buio, mi comparivano i suoi
occhi, che davano al mio cervello l’impulso di svegliarmi. E
me la ritrovavo lì, sempre nella stessa posizione, a fissarmi,
come se ci fossimo dati un appuntamento. Era quasi un incontro
notturno fisso, era una di quelle situazioni inspiegabili, una
di quelle coincidenze che fanno credere a un ritmo nascosto nel
mondo, come quando qualcuno muore nello stesso
istante in cui, da un’altra parte, un neonato fa capolino dalla
vagina della vita.
Era una luce blu, diretta, che mi colpiva alla testa, quella che
mi riportava alla coscienza. Nessun rumore, nessun bisbiglio,
solo la presenza di quel bagliore. Quando ero più piccolo, la
reazione spontanea era quella di mettermi a sedere, fissarla
anche io con lo sguardo assonnato per qualche secondo, mandarle
un bacio a distanza e rimettermi a dormire. Con il passare del
tempo, però, cominciai a fingere. Quegli occhi così
azzurri che mi scrutavano a un certo punto divennero inquietanti,
mi davano la sensazione di un’interrogazione continua,
a cui la mia vergogna reagiva coprendomi con le coperte bianche
del pudore. Le poche volte in cui le lanciavo uno sguardo,
quello che lei faceva era fissarmi per qualche secondo e, dopo
avermi sorriso, sparire. La sua scomparsa, forse, era il segno
premonitore di quella di cui sarei stato io protagonista.
La destrutturazione che ho imposto alla mia vita mi ha regalato
tredici anni senza la presenza di mia madre; ora la sto
ricercando in ogni parola che scrivo e in ogni immagine che
mi costruisco nella testa. Sto cercando una spinta per ripartire
da un coito primordiale, sto frugando tra gli utensili di un
sarto, di un chirurgo, ago e filo per riattaccare i brandelli del
mio cordone ombelicale. C’è un silenzio irreale fuori, come se
stessi recitando davanti a una platea vuota.
Tutte queste visioni appaiono contorte, complicate, ed è
tragico, perché la mia vita che ora appare incoerente è partita
dalla semplicità, dalla superficialità con cui ho chiuso i
rapporti con lei e mio padre. Semplicità? Non posso pensarlo sul
serio, nonostante quel giorno una porta chiusa e una partenza
affrettata mi siano apparse davvero soltanto così, semplici.
Così come semplice mi apparve concretizzare l’importanza
che avrei voluto dalla mia vita, quella pienezza di senso che
decisi non appena varcata la soglia del mondo.
Non saprei nemmeno che tipo di racconto proporre a mia
madre per non apparire il mostro che ho creato e di cui infine
sono consapevole, per avere qualche tipo di giustificazione
anche solo lontanamente accettabile per salvarmi e ottenere
finalmente la redenzione.
Mi è incomprensibile lo scatto che avviene nella mente
di un uomo quando, a un certo punto, sente l’esigenza estenuante
di trovare riscatto alle proprie azioni, e ancor meno
mi è possibile capire quale sia la ragione per cui si sceglie una
persona specifica che abbia il compito di redimere. Eppure,
sebbene incomprensibile, è proprio quello con cui sto avendo a
che fare in questo momento, dall’attimo in cui ho deciso
di rivedere la donna che ha contribuito alla nascita di questa
mia mente ripiegata, di questo mio io rimpianto.
Tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di redenzione, e questa
non può esserci senza il giudice imparziale che è l’altro.
Perché nessuno può trovare mai un equo avvocato in se stesso.
Come d’altronde non è possibile trovare in se stessi una miriade
di altre cose.
Quello che ritengo il cambiamento della mia vita cominciò
poco dopo che a mio padre fu diagnosticata una malattia
comune a molti, ma per la quale ancora non sembra esistere una
cura. La lista infinita di nomi astrusi dei medicinali di solito
richiama subito lo scopo per il quale essi sono creati, azione,
reazione. Azione infiammatoria, reazione antinfiammatoria,
una risposta chimica costruita in laboratorio a una domanda
fisica posta dalla natura. Ma non era questo il caso di mio
padre. All’avvento dei miei quindici anni, l’età della
spensieratezza e della pesantezza cronica insieme, mio
padre fu etichettato con un adesivo che recitava “affetto da
disturbo di
depressione maggiore”.
Cominciammo allora un gioco dell’oca in scala naturale
tra svariati medici e psicologi, ognuno dei quali estraeva dal
mazzo delle proprie conoscenze innumerevoli sinonimi di
diagnosi che portavano a un unico, brutto risultato. E in chi
ha sempre vissuto nella semplicità, nella vitalità di una
felicità emarginata, mai al centro della comunità ma sempre
ritirato, i termini complicati e incomprensibili venivano gettati
naturalmente nell’oblio dai neuroni.
Tutte le teorie si tradussero in una modifica capillare delle
abitudini di mio padre, alla quale io assistevo da spettatore
inutile e incolume. Il prato davanti casa divenne il suo primo
rifugio: dalla mia camera potevo osservarlo impegnato nella
sua nuova attività principale, leggere. Avevo l’impressione
che da un giorno all’altro mio padre si fosse trasformato in
un simpatico ed enorme criceto a cui dovevo assicurare
divertimento e serenità. Lo vedevo spostare la sdraio perché il
sole non illuminasse direttamente il suo corpo, ma filtrasse
attraverso gli olmi e i salici del giardino, una luce forte quanto
bastasse per permettergli di leggere in tranquillità. Altre volte
notavo che cadeva improvvisamente in un sonno profondo
o che contemplava le nuvole per minuti infiniti, rimanendo
anche per ore indifferente ai bisogni fisiologici di mangiare o
bere. Nella mia innocenza, nella mia illusoria fede nel domani,
covavo la convinzione che qualcosa sarebbe cambiato da
un momento all’altro, non mi curavo né del futuro immediato
né di quello lontano: mio padre si sarebbe risvegliato da quel
coma del cuore.
Nessuno tra amici e parenti riusciva a trovare anche solo un
motivo che avesse potuto portare mio padre a quell’improvviso
cambiamento. Nei picchi di lucidità si confidava con me e
lo chiamava “il mio cambiamento d’anima”. Era convinto che
la sua anima fosse un essere materiale, scivolato in uno stato
di incoscienza, temeva che avesse perso i sensi sbattendo
la testa in qualche osso troppo duro del suo scheletro. Adesso
giaceva immobile, alimentata da una macchina spirituale, in un
letto di qualche ospedale infernale. E il suo corpo?
Era diventato un involucro vuoto. In qualche momento di
consapevolezza, a detta sua, riusciva a distinguere davanti a
sé qualcuno – specificando che non era Dio, no, Dio non poteva
volere questo per lui – il cui compito era cambiargli le
anime, sostituire quella che aveva sempre vissuto in lui con
altre danneggiate, ferite, deteriorate, ma soprattutto sempre
diverse. Ciò si verificava, sempre secondo lui, con la stessa
frequenza con cui un uomo si cambia i vestiti.
Fu una di queste anime che un giorno qualsiasi accompagnò mio
padre in giardino, lo invitò a legarsi una corda intorno al collo,
appendersi al ramo di uno dei nostri vecchi salici
e salire su uno sgabello, per poi lasciarsi penzolare con un
calcio. Sfortunatamente il salice era davvero tanto vecchio
e mio padre davvero non tanto abile con i nodi: il risultato,
uno schianto immediato. A terra, con accanto il ramo spezzato
quasi fosse un compagno d’armi abbattuto dallo stesso
nemico, mio padre aveva dato il la alla sinfonia che avrebbe
accompagnato i nostri giorni a venire. Gli unici risultati
furono un bernoccolo sulla fronte e il mignolo della mano sinistra
rotto, ma mio padre era destro, quindi poco male.
Il periodo che seguì questo incidente per me divenne quello d
egli “anni bui del salice”: la serie delle visite mediche aumentò
in modo esponenziale, e gli psicologi concludevano
sempre le loro sedute con una speranza. Ma questa si vanificava
nel momento in cui varcavamo la soglia di casa e l’anima
peggiore di quelle disponibili nel catalogo si impossessava di
quell’involucro che era diventato mio padre. Il fallimento del
suicidio risultò uno dei fattori che contribuirono all’accrescimento
della depressione, ormai incontrollabile.
“Sono talmente debole che non riesco nemmeno a uccidermi” era
la frase più ricorrente, che io e mia madre sentivamo a
ore imprecisate della giornata, oppure che origliavamo quando
mio padre si chiudeva in bagno e bisbigliava a se stesso.
L’annullamento che investì mio padre si riflesse su mia
madre, con un esito inverso. Il nuovo scopo della vita di mia
madre fu assistere il marito, ricoprirlo di manciate di ansia e
amore, di premure fuori luogo. Divenni lo spettatore esterno
della creazione di un’interdipendenza ostinata, un circuito
chiuso impenetrabile destinato ad autoalimentarsi. La mancanza
di vitalità dell’uno serviva a rifornire di senso l’esistenza
dell’altra, che a sua volta permetteva alle varie anime di
mio padre di impedire che quella crudele del giorno del salice
prendesse di nuovo possesso del corpo, anche solo per un secondo.
Mia madre si trasformò di punto in bianco in una sorta
di personal trainer, di quelli che, armati di fascetta per capelli
e pantaloncini in nylon, si alzano e incitano allo sforzo fisico,
al benessere e alla vita. Aveva pianificato per mio padre una
serie ininterrotta di impegni settimanali, con annessi abbonamenti
a stagioni teatrali e cinema. Uscivano presto la mattina, la moglie
costringeva il marito a correre lungo il fiume
nell’orario in cui solo turisti americani e gabbiani se ne
contendevano le sponde, a respirare aria pulita, ad abbracciare i
raggi di un sole che doveva dare a mio padre la serenità.
Era diventata improvvisamente la quintessenza della forza
femminile. Nei giorni in cui la malattia di mio padre si manifestava
nei suoi modi peggiori, tradotti in una snervante
immobilità, lei aveva la forza e la determinazione di caricarsi
addosso il suo corpo a peso morto, scendere così due rampe
di scale e lasciarlo in veranda, insistendo nel leggergli un
libro fin quando lui si degnava del movimento di un arto. Non
gli permetteva di stare da solo nemmeno quando andava in
bagno, si appostava dietro la porta, contando i minuti, e nel
caso ritardasse o le brevi visite-confessioni con il gabinetto e
il bidè durassero troppo – ma era raro che succedesse – interveniva
con la chiave di riserva prontamente duplicata.
Era come se la messa a fuoco degli occhi di mia madre si
fosse irreparabilmente danneggiata: tutto, intorno all’unico
elemento nitido che era mio padre, diventava un alone in cui
perdersi, un acquerello confuso in cui i suoni erano ovattati,
le cose perdevano le loro forme originarie e tutto confluiva
nell’unico punto di fuga che si concretizzava nella persona di
quell’uomo. Avevano creato un amalgama talmente duro che
tutto cominciò a vivere in funzione di quello.
Incluso me.
Avevo cominciato a prendere il colore della tappezzeria, a
sentirmi al pari dei mobili, utile all’occasione, dimenticato
quando inservibile.
“Sei tu l’uomo di casa adesso, è tuo padre che è diventato
bambino” mi ripeteva mia madre nei momenti in cui mi vedeva in difficoltà.
E io, che a quel tempo ritenevo importante
tutt’altro, non potevo fare a meno di pensare quanto fossi
sfigato: mi ero ritrovato ragazzo padre senza nemmeno aver fatto
sesso per la prima volta. Ma annuivo, sorridevo, la baciavo e la
lasciavo da sola nel suo mondo dai contorni indecisi e confusi.
Prima degli anni del salice, i tre elementi che costituivano
il nostro nucleo familiare erano indistinti, nessuno aveva un
ruolo, proprio per la necessaria compresenza e compartecipazione.
Io dipendevo da loro due solo dal punto di vista
economico, ma per il resto la mia naturale inclinazione alla
responsabilità mi aveva portato a occuparmi subito degli
affari domestici, diventando così un pari dei miei genitori,
mai qualcuno da proteggere, da coccolare o a cui insegnare.
All’improvviso questa condizione venne a mancare. Anzi,
sarebbe più esatto dire: ho subìto gradualmente un’inevitabile
emarginazione.
La mia capacità di voler bene alla vita, unita alla necessità
di creare un contrappeso a mio padre, mi ha permesso di
trovare la forza per rompere lo spesso legno della bara in cui
i miei genitori mi stavano seppellendo e, scavando in ogni direzione,
nuotando nella terra torbida, di respirare l’aria che
infine mi ha invaso i polmoni.
Quello che più mi turbò non fu l’improvviso mutamento
delle abitudini domestiche, non fu l’improvviso essere
scaraventato in un mondo che non conoscevo, ma la trasformazione
mostruosa del vuoto di mio padre. Un’involuzione drammatica,
se si pensa alla sua storia.
Ma ecco, un fruscio, un’ombra appena avvertita alla finestra della
cucina, e il battito cardiaco diventa una canzone
di batterie e di sonagli, di tamburi e ritmi tribali, il suono del
campanello come parte melodica. Le mani hanno cominciato
a sudare come se non avessi mai realmente sudato in tutta la
mia vita, la bocca si secca e il mio corpo trema. Di nuovo. Il
tremolio.
Mi avvicino alla porta con cautela, quasi mi aspettassi
l’improvviso salto dell’uomo nero nel buio, come se da un
momento all’altro un’esplosione potesse scaraventarmi sulle
piastrelle di quella cucina così nemica, e il boato potesse
assordarmi annebbiandomi la vista.
E invece no, davanti alla porta c’è solo la mia vicina settantenne, Linda.
«Tesoro, mi sono cadute le lenzuola sul tuo terrazzo… le
prendo e vado via, eh!»
«Vieni, entra, ho appena messo su il caffè.»
«Sì, sì, prendo una tazzina veloce e scappo di sopra! Adele
ha il toelettatore tra mezz’ora.»
«Fa’ con calma, io finisco di mettere a posto la cucina.»
Un sorso effettivamente veloce, accompagnato da un’altra
serie di informazioni distratte, un bacio sulla guancia, un
sorriso sdentato, e in casa ripiomba il silenzio.
Non so cosa mi aspettassi, non quello. Tutto è stato molto
veloce, in contrasto con l’attesa lacerante che sto vivendo
dall’inizio di questa giornata. Ho imparato, sì, con il tempo,
a essere meno impaziente, a maturare e a metabolizzare l’attesa,
come se giocassi con lei una partita di
guardiamoci-fissi-negli-occhi-e-vediamo-chi-ride-prima.
Era una sfida con
lei e con me stesso, e con quel moto che si alza dallo stomaco
e mi dà la spinta per fare qualcosa, qualcosa a caso, qualsiasi
cosa per non pensare e non aspettare.
Non era mia mamma quel fruscio, non era mia mamma
quell’ombra, ma erano mia mamma quel battito cardiaco e
quel sudore delle mani. Durante il tragitto verso la porta ho
immaginato di trovarmela davanti, non cambiata nemmeno
in una ruga, con la stessa identica energia che traspariva da
quegli occhi.
L’avrei abbracciata? L’avrei guardata? Forse mi avrebbe tirato
uno schiaffo e poi subito baciato. Avrei pianto, sicuro. Le
mie ghiandole lacrimali devono avere qualche difetto di fabbrica,
perché si attivano soltanto in assenza di emozioni o dolori e in
momenti importanti rimangono sigillate. Ma non so
perché, ne sono certo, in quel momento avrei pianto.
Da piccolo avevo una certezza, una di quelle che i bambini si
inventano per combattere il destino, per sfuggire alla matematica
e imprevedibile successione di eventi estranei ai
mondi possibili dell’immaginazione. Era un’arma segreta che
avevo capito di avere e che potevo usare per leggere in anticipo
il futuro. Se stavo attendendo qualcosa, provavo a immaginarmela:
se riuscivo, nella fantasia, a raffigurarmi elementi
concreti, tipo i dettagli di un oggetto o di una persona che do-
vevo incontrare o di un luogo che sognavo di visitare, allora
ero sicuro che quell’oggetto l’avrei avuto, che quella persona
l’avrei incontrata, che quel luogo l’avrei visitato. Se, al
contrario, accadeva che una patina opaca si posasse sull’immaginazione,
confondendo colori e situazioni, allora non sarebbe
accaduto nulla.
Col tempo decisi di non applicare più questa regola, quanto
era infantile ora che la razionalità stava condizionando la mia
crescita. Eppure, ogni tanto, riaffiorava in me nascosta, subdola,
la convinzione che potesse funzionare, come una fede
difficile da far sbiadire.
Mia madre è nitida, qui, davanti alla porta, riesco a immaginare
gli intrecci del cotone della sua camicia a fiori e le radici
dei suoi capelli. Non può andare diversamente, lei sta arrivando.
Era già scritto dal giorno in cui mi sono allontanato da
casa. Come forse era scritto, allo stesso modo, cosa avrei vissuto
di lì a poco, come forse era scritto nella vita di mio padre.
Lui è orfano, ma nessun incidente in nave come nei film. I
suoi genitori sono morti intorno ai cinquant’anni di cancro ai
polmoni per l’esposizione all’amianto. Nella città emiliana in
cui abitavano, la polvere era stata per anni lo scenario normale
della vita quotidiana. A quindici anni mio padre decise che
era arrivato il momento di cominciare a lavorare e si spostò a
Firenze: qui aveva trovato un buon posto come guardiano di
un museo. Da lui non ho preso la modestia, non ho ereditato i
capelli e nemmeno l’altezza, ma ho quella che era stata la sua
incredibile voglia di vivere.
Forse Dio, quando decide di far nascere qualcuno, gli regala
una batteria di amore per la vita, magari concretizzata in un
osso, chissà, o magari nella ghiandola pineale, che invece di
attivarsi per il flusso della memoria, diffonde un sebo invisibile,
incolore e inodore, che ricarica l’uomo di vitalità. Una
soltanto e piccolissima, perché si sa, Dio dona le sue armi per
metterci alla prova, dosi ridimensionate della capacità con
cui fare la scelta forse più importante: vivere o sopravvivere.
C’è chi è in grado di usare questa ricarica limitata per tutto
l’arco della vita, e può quindi rimanere in una stabile serenità
mediocre ma vitale, mentre c’è chi investe talmente tanto
nella propria felicità che esaurisce la dose, e nei suoi ultimi
giorni deve combattere contro la voglia di morire che compare al
mattino e sparisce solo quando chiude gli occhi, la sera,
per fare capolino a sprazzi nei sogni. Questo, dunque, è quello
che penso sia successo a mio padre.
Non pianse mai per essersi distaccato così precocemente
dall’infanzia, anzi, visse ogni giorno come una sfida con l’altro
sé in panciolle sull’amaca nel giardino dei suoi genitori.
Deciso a darsi un’esistenza, partì, con uno slancio che gli
permise di lasciare la protezione fittizia di quelle mura.
E fu questa stessa sensazione, questa stessa esplosione di necessità
che mi impose di chiudere una porta.
Ma può realmente essere distinto dagli altri rumori quello
di una porta sbattuta destinata a rimanere per sempre tale?
Ci sarà qualche elemento, uno scricchiolio del legno, un rumore
dei cardini, uno scatto anomalo della serratura o un
movimento della maniglia che possa consegnare un avvertimento,
un messaggio scritto di fretta per comunicare che, una
volta chiusa quella porta, ci si troverà davanti a una parete
sigillata, impossibile da superare? Se esiste, io non l’ho sentito.
C’è stato un momento esatto in cui il rumore di quella porta
si è trasformato in un fantasma, ma solo dopo troppe altre
occasioni in cui ho sbattuto, urlato, chiuso a chiave, spaccato.

22 febbraio 2019

Evento

Piccola Farmacia Letteraria
Il 22 febbraio alle ore 20 presso la Piccola Farmacia Letteraria. Vi aspetto!
18 gennaio 2019

Evento

Firenze - libreria TodoModo, 18 gennaio, ore 18.30

Presentazione presso la libreria TodoModo di Firenze, modera Laura Croce.
10 maggio 2018

Aggiornamento

La campagna è finita, giorni in anticipo. “La tesi dell’ippocampo” sarà pubblicato.
I grazie che vorrei dispensare non sembrerebbero mai abbastanza, i grazie ai miei amici, indispensabili in tutto, alla mia famiglia tutta, non meno indispensabile, ai miei colleghi, che poi colleghi non sono, e agli sconosciuti, la vera sorpresa.
Un grazie anche a chi non ha voluto sostenermi (e ce ne sono stati), perché il dubbio è ciò che ci tiene lontano dal mero istinto, regalandoci quell’umanità senza la quale non saremmo “esseri”.
Un grazie speciale a te, che hai reso tutto più bello.
Le fasi che verranno, come saprete dalla mail, saranno editing, impaginazione, e situazioni simili. Cercherò di tenervi aggiornati costantemente sulle novità.
Vi ringrazio ancora tutti e spero che la vostra attesa sarà ben ricompensata.
07 Marzo 2018
Cari lettori! É stato creato per voi un bellissimo video di presentazione del libro "La tesi dell'ippocampo" dell'autore Luca Starita! Lo potete trovare al seguente link: https://vimeo.com/258625617 Buona visione!

Commenti

  1. Gioie e dolori di un giovane uomo che lotta per inserirsi in una società che non gli appartiene. Passione, gioia, tristezza, nostalgia e amore si intrecciano in una narrazione coinvolgente, che fornisce un dettagliato ritratto di personaggi in perenne antitesi con le proprie emozioni. Un viaggio in varie regioni di un’Italia frammentata, che rivela con parsimonia le proprie sfaccettature più nascoste. Un libro in cui ogni lettore troverà una parte di se stesso raccontata con brutale chiarezza. Insomma, un libro da leggere tutto d’un fiato!

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Luca Starita
LUCA STARITA nasce a Napoli nel 1988. Dopo il liceo classico a Siena si laurea in Lettere a Bologna e vive ritagli di tempo anche a Roma e a Firenze, città in cui si stabilisce definitivamente. Per questo suo continuo viaggiare, le radici, i sogni, la definizione diventano temi fondanti della sua scrittura. La tesi dell’ippocampo è il suo romanzo d’esordio.
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