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La tomba di Borgon

La tomba di Borgon
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Consegna prevista Marzo 2022

Dietro le possenti mura della fortezza di Garok, Shetnar, il Signore dei Dèlethen, sta ricostruendo le sue oscure armate mentre il suo sguardo, come veleno, si diffonde lentamente nei Colli d’Argento, corrompendo l’animo del popolo dei nani.
Il tempo della pace è ancora lontano, un eroe di guerre passate, come destato da quella minaccia, ritorna nelle sue terre, e la sua ascia dovrà nuovamente essere impugnata per riportare l’ordine nel regno dei nani.
La forza e il coraggio di Tengor, il Lupo Grigio, non saranno però da sole sufficienti. In questo viaggio troverà nuovi alleati e scoprirà il vero valore di un nuovo compagno davvero inaspettato: Saila, un’abile guerriera tanto affascinante quanto inesorabile con il suo arco e con la sua spada.
Ma saranno l’amore, l’arguzia e il sacrificio sufficienti per riaccendere le fiamme nei cuori del popolo dei nani ed abbattere le possenti mura di Garok?
Una grande battaglia che solo le Fiamme Nere potranno deciderne le sorti.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere per me è da sempre cercare di far conoscere e condividere il mio mondo con gli altri, di donare un biglietto di sola andata nella mia anima e nella mia fantasia a chiunque sia alla ricerca di avventura, curiosità e di valori che forse nel mondo reale sono sempre più dimenticati. Un viaggio in un mondo dove potersi rifugiare da una realtà sempre più frenetica, opprimente e piena di contraddizioni, dove poter vivere avventure straordinarie e in cui i valori siano i veri protagonisti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Un viandante dal sud

La sera era ormai calata, e lungo la via che portava verso il confine tra le Lande Verdi, la terra degli elfi, e i Colli d’Argento, il regno dei nani, un dolce silenzio di pace la candida luce delle stelle, che nel cielo cominciavano ad accendersi l’una dopo l’altra.

Anche le due lune mostravano tutto il loro fascino attraversando lentamente il firmamento e specchiandosi nelle calme acque del Lago Ralduan.

In lontananza si potevano già scorgere le alte vette del confine nord, la catena montuosa di Tundar, che segnava il vero e proprio confine tra i due regni.

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Il percorso era ben illuminato e costeggiava le scintillanti acque del lago, e più ci si spingeva verso nord, più la boscaglia si diradava fino a divenire una verde distesa, dove migliaia di boccioli sopiti attendevano il nuovo giorno.

Di tanto in tanto, rigogliosi cespugli di “stelle notturne” tingevano di bianco il fosco sentiero, mentre risplendenti lucciole aggraziate volteggiavano silenziosamente, trasformando la via in un magico sogno, accompagnato dal dolce rumore delle acque del Ralduan che incessantemente ondeggiavano, baciando le sue rive fatte di ciottoli e sabbia.

Dolci frinii e gracidii accompagnavano il cammino deciso di un uomo che, nonostante il calar della notte, proseguiva verso il passo di Biul, mentre gli occhi curiosi di rapaci notturni lo seguivano attentamente.

Il silenzio era rotto solo dal suo camminare con piede pesante di stivali, e dal rumore di metallo che di tanto in tanto tintinnava, in un costante e leggero strofinarsi di piccoli anelli e utensili.

La figura pareva quella di un uomo, di un piccolo uomo, sulle cui spalle portava uno zaino e qualcosa avvolto in una stola di pelle. In vita portava legato un elmo, che di tanto in tanto rintoccava contro alcuni arnesi inseriti negli occhielli della cinta.

Il nano (dalle dimensioni potremmo sicuramente chiamarlo così) procedeva lungo la via, spedito e sicuro, come se la voglia di raggiungere la sua meta gli desse ancor più vigore. La foresta era ormai alle sue spalle.

La notte divenne ancor più fitta, quando finalmente imboccò il sentiero tra le pareti del Tundar, una stretta via che attraversa le fiancate delle giogaie ricoperte di pini, castagni e verdi prati.

Il suo cammino proseguiva sempre lesto e deciso.

Verso metà della notte, il confine era ormai oltrepassato e anche il paesaggio cambiò repentinamente: da pareti verdi, dolci e ricolme di vegetazione, a grigi e scoscesi versanti di roccia, brulli e aridi, e più si addentrava nel valico, più la vegetazione diveniva sporadica e rinsecchita.

Anche l’aria e i profumi erano cambiati totalmente: l’aroma dei fiori e dell’erba rigogliosa era già ricordo, mentre l’odore aspro della terra e della roccia era forte e intenso.

Persino la temperatura era già differente, diventata più fresca e pungente.

Il nano si arrestò per un istante, e dopo aver rovistato nel proprio zaino, estrasse un folto manto grigio: una pelle di lupo molto ben conciata, che subito indossò legandola al collo con un legaccio di cuoio, rifinito con borchie d’orate.

Proseguì il suo cammino, addentrandosi sempre più in quel sentiero, fino a raggiungere uno spiazzo da cui era possibile vedere l’entroterra.

“Finalmente di nuovo a casa!” esclamò con la sua voce profonda e rauca, sotto la folta barba nera intrecciata ai tre vertici con piccole cordicciole annodate.

Dopo aver inspirato fortemente e riempito i propri polmoni di quell’aria di casa, riprese il suo cammino verso Direk, la prima importante città del sud dei Colli d’Argento.

Dall’alto poteva ben vedere la via che cominciava a ridiscendere ripida, per poi proseguire nella vallata attraverso diversi villaggi, prima di raggiungere la città-porto affacciata verso l’Oceano

Alboreo.

Ma il cammino tra le rocce di Tundar sarebbe stato ancora lungo.

Improvvisamente, poco distante da lui, il nano notò alcuni strani movimenti in un piccolo avvallamento alla sua sinistra. Arrestò per un istante il suo passo, ma tutt’intorno regnava solo silenzio.

Ricominciò quindi il suo cammino, fino a quando, fiutando l’aria, sentì chiaramente l’odore acre di un falò a qualche centinaio di passi da dove si trovava.

Il suo proseguire divenne più circospetto, più cauto e, lasciando il sentiero, si avvicinò lentamente al piccolo accampamento. Affacciatosi da dietro delle rocce, scrutò attentamente la piccola valle: intorno a una pira stavano cinque esseri rannicchiati e coricati, coperti da pelli scure, mentre altri due stavano seduti proprio dinnanzi alla fiamma, parlottando con un filo di voce.

Il nano si arrestò, e si nascose dietro un gruppetto di cespugli, mantenendo il suo sguardo attento verso la piana.

Poco distante dal falò, qualcosa si avvicinava di soppiatto, strisciando lentamente fino a raggiungere una distanza di una ventina di passi.

Fu in quel momento che il nano afferrò una roccia poco distante e la scagliò in direzione dei movimenti. Immediatamente le due guardie, volto lo sguardo verso quella direzione, afferrarono le loro asce, ma oltre al rumore della pietra ruzzolata ci fu solo silenzio.

Una di loro prese una torcia e, dopo averla appiccata, si diresse lentamente verso il punto di impatto della pietra.

Avanzò sempre di più, fino a raggiungere il sasso; allora si chinò e, dopo averlo esaminato, disse a bassa voce al compagno: “C’è qualcosa che non va. Pietre così non si staccano dalla montagna, e di certo non piovono dal cielo… La frattura è assai vecchia e non può giungere in questa piana in altro modo se non lanciata…” e subito volse lo sguardo tutt’intorno.

Si girò da un lato, poi dall’altro, ma niente. Poi, si volse

nuovamente verso l’accampamento, e proprio in quel preciso momento, dietro le sue spalle, si alzò da terra un essere ben più alto di lui, e un leggero sibilo raggiunse le orecchie delle sentinelle.

L’ombra era ormai pronta a sferrare un violento colpo, ma dietro la roccia il viandante scattò velocemente urlando: “Attento alle tue spalle! E voi altri, svegliatevi! State per essere assaliti dai Dergos!”

Subito il nano si voltò e, illuminato dalla sua torcia, vide chiaramente l’essere: una creatura dalla pelle lucida e ricoperta di squame, molto simile a quella di una lucertola, e con gli occhi rossi come rubini, ormai prossimo a sferrare il suo micidiale colpo di mazza sul malcapitato.

Il suo compagno, dopo aver dato l’allarme al resto della brigata accampata, raggiunse lesto l’avventore che avanzava minaccioso verso il nano, che nel frattempo era franato a terra all’indietro, dopo essere inciampato in una radice.

Ma in men che non si dica, un’ascia, maneggiata da un’abile mano, raggiunse il rettile colpendolo mortalmente al centro del petto, proprio mentre la sua mazza stava per colpire il nano che si trovava ancora a terra.

D’improvviso, dietro al Dergos che cadeva a terra esanime, comparvero dalle tenebre altri tre esseri, e poco dietro ancora altri cinque, ma l’ascia luccicante sibilava come il vento e, una a una, tutte le creature finirono a terra tramortiti sotto i violenti e micidiali colpi del guerriero.

Il resto della brigata, armato e pronto per la battaglia, raggiunse il viandante e, insieme a lui, avanzò tra le pietre e i crepacci verso altre figure che nel frattempo, dalle pareti scoscese della montagna, erano giunte vicino ai compagni. Ma la forza dei guerrieri era notevole, anche grazie a quel nano che, con grande maestria e forza, guidava la difesa del campo.

Dopo pochi minuti, una decina di creature giacevano a terra, mentre altre tre, realizzando di trovarsi ormai sopraffatte dalla furia dei nani, cercarono la fuga risalendo la parete, per poter

raggiungere qualche pertugio tra le rocce dove trovare rifugio.

Il guerriero era ormai pronto a rincorrere gli esseri in ritirata, quando uno dei soldati si accostò a lui e, con voce profonda e rauca, esclamò: “Grazie amico, il tuo intervento è stato davvero provvidenziale, ma ora lascia che i miei uomini li finiscano! Quelle insulse lucertole brulicano su queste montagne come formiche, ma prima o poi finiranno! Ogni sera le nostre brigate vengono prese d’assalto da queste viscide creature, ma alla fine siamo sempre noi ad avere la meglio. Prima o poi, li elimineremo tutti!”

“Dergos! Stupide creature! Non hanno più né un capo, né un dio a cui poggiarsi, e pensano di poter conquistare il nostro regno? Avranno quello che si meritano!” esclamò il guerriero con gran fermezza e orgoglio.

“Hai proprio ragione, amico. Il nostro regno sa bene come vendicare il dolore che i loro eserciti ci hanno causato! Vieni, siedi con noi e riscaldati. Dopo quello che hai fatto, invitarti tra noi è il minimo che posso fare!” rispose il capitano della brigata facendo cenno di ospitalità al nano, mentre quattro guerrieri inseguivano velocemente le ombre tra le rocce.

“Mi chiamo Galfan, e sono il capitano delle truppe naniche di confine del sud. Da quando Agàth e suo figlio sono sati sconfitti, gli Uomini Lucertola si sono abbarbicati sulle nostre montagne… È solo questione di tempo e saranno liberate completamente. Sciocchi rettili! Hanno osato calpestare le nostre terre, saccheggiare le nostre case e causare molte ferite al nostro popolo!” esclamò, gettando alcuni pezzi di legno sul fuoco, mentre zampilli scintillanti e fumo si proiettarono verso l’alto.

Poi, volgendo lo sguardo verso il guerriero, chiese: “E tu, invece? Cosa porta un abile combattente come te su queste vie? Il sentiero da cui provenivi porta alle Lande Verdi. È strano vedere un nano provenire dal sud…”

“Anche per me è un vero piacere incontrarti. Mi chiamo Tengor, figlio di Tordag, e il mio cammino porta a Bronag, dove mi dirigo per incontrare Badarak, mio cugino!”

“Badarak? Parli del nostro Kraken? E tu saresti Tengor? Ho sentito molto parlare di te…” rispose il capitano stupito, osservando attentamente il viso del nano dinnanzi a lui.

In fondo, se fosse stata vera l’affermazione del viandante, si sarebbe trattato del cugino del Signore dei Colli d’Argento, dunque non di un nano qualunque. Ma prima di porgergli i propri servigi e riverenze, doveva essere sicuro di chi realmente si trovasse di fronte.

Certo, un nano con tali armi e armature non era facile incontrarlo di questi tempi, soprattutto in quelle terre di confine. Sul suo viso erano ben presenti i segni delle battaglie, ma mancava una cosa molto importante sulle sue vesti: lo stemma della sua casata, il Lupo Grigio. Ma non appena le fiamme del fuoco divennero più alte e divampanti, lo sguardo del capitano cadde sulla pelle che egli portava sopra le sue spalle: una magnifica pelle di lupo. E, subito dopo, sull’anello al dito, raffigurante proprio il canide tra le cui fauci stringeva un rubino. Non poteva essere che lui!

“Mio Signore, perdonatemi per non averla riconosciuta prima!” esclamò subito il capitano chinando il capo e facendo cenno verso i quattro soldati, che nel frattempo li stavano raggiungendo.

Tengor, sorridendo e tendendo il braccio verso di lui, esclamò con voce ferma e rassicurante: “Non occorrono saluti e ossequi, capitano. Io non sono né mio cugino e neppure uno dei signori delle Terre Bianche! Io non sono fatto per questo genere di cose… io non sono fatto per i palazzi e per il comando… Non occorrono convenevoli con me!”

Galfan, dopo la risposta di Tengor, alzò di nuovo lo sguardo e vide in quel nano qualcosa di molto differente rispetto a tutti i comandanti che aveva incontrato fino a quel momento: nel suo sguardo c’erano rispetto e forza, tenacia e coraggio.

Alla sua mente balzarono le storie che aveva sentito narrare nelle osterie e nei campi di addestramento, e quel viso, quel modo di parlare, rafforzavano ancor più quei racconti; ma non avrebbe

mai avuto il coraggio di chiedere se tutto ciò che era giunto alle sue orecchie fosse vero.

Fu in quel momento che i due più giovani militari del gruppo si avvicinarono a lui e, spinti più dalla curiosità che dal coraggio, esclamarono: “Tengor? Non ci credo! Ma davvero voi siete il Cancello della Valle del Destino? Siete colui che ha fermato l’esercito di Voldak prima che le Porte Nere venissero distrutte? Siete voi che avete distrutto i Guardiani di Graderon e gli Atraghàt?”

“Ragazzi, silenzio! Come vi permettete di rivolgervi così al cugino del nostro Kraken?” li rimproverò il capitano, ma non tanto per azzittirli, piuttosto speranzoso che lui desse loro una risposta.

Per i nani, il vero eroe per la liberazione delle Terre Bianche dalle Orde del Male era proprio Tengor, il cugino del Kraken; ma per oltre un anno non si avevano avuto più notizie del loro campione. Giungevano voci che fosse stato accolto dagli elfi, dopo che le Porte Nere erano state distrutte, anche per curare le numerose ferite subite durante la battaglia della Valle di Fuoco. Ma queste erano solo voci appunto, oltretutto giunte dalle Lande Verdi, le terre elfiche e, nonostante i rapporti con gli elfi fossero completamente cambiati rispetto al passato, erano pur sempre i racconti degli “orecchie a punta”.

Il nano, dopo un attimo di silenzio, guardò i visi ricolmi di curiosità dei due giovani e, dopo aver sorriso sotto la sua folta barba nera, esclamò: “Non preoccuparti, Galfan, sono lieto di poter soddisfare la loro curiosità. Sì, sono Tengor, ed è molto quello che potrei raccontarvi sulla mia avventura. Molti di quei fatti fanno parte della mia storia, dei miei ricordi e di coloro che in quei giorni erano al mio fianco. Sì, perché non è tutto mio il merito della nostra vittoria sul Male. Io e i miei compagni abbiamo affrontato creature che neppure immaginate! Abbiamo affrontato i figli di Dègath, il Dio del Male, suo figlio Voldak, il Drago Nero, e il suo esercito di esseri immondi e di demoni provenienti dagli inferi… e li abbiamo sconfitti grazie alla fiducia che ognuno di noi riponeva

nell’altro! In quei giorni il Male ha mostrato tutta la sua codardia e la sua arroganza, ma noi, grazie alla nostra caparbietà e forza, lo abbiamo ricacciato nelle viscere della terra, là da dove era giunto!” esclamò Tengor, stringendo l’impugnatura della sua ascia e picchiandola a terra pieno di orgoglio e forza.

“Davvero? Sarebbe stato bello essere lì e vedervi combattere!” esclamò uno dei due giovani.

2021-07-07

Aggiornamento

E per viaggiare insieme, ecco la mappa del regno dei Colli d'Argento ove si svolgono gli eventi del romanzo.
2021-06-14

Aggiornamento

Capitolo I - Genesi Così tutto ebbe inizio: Inizialmente era solo Am-Gath, Tutto e Niente. Egli era ovunque, era il tutto ma allo stesso tempo era il nulla. Nella sua immensità, ma allo stesso tempo nella sua piccolezza, prese un brandello del suo Spirito e lo lanciò nell’universo e il suo Spirito si tramutò in luce, in fuoco e in potenza. E fu Amronk, colui che portava la Luce, colui che portava in se il Fuoco dello spirito, della vita. Ma da quella luce, tra le pieghe di quell’Universo, nacque in contempo Dègath, il portatore dell’Oscurità, il portatore dello Spirito delle tenebre. Amronk e Dègath, il Tutto e il Nulla, la Luce e l’Oscurità. I due, nonostante fossero agli antipodi, l’uno esisteva perché vi era l’altro, e l’altro non poteva esistere se non grazie all’uno. I due cominciarono a plasmare l’Universo a loro piacimento, l’uno accendendo spazi immensi dei cieli, l’altro a spegnerli e ad oscurarli subitaneamente. Amronk, nella sua primordiale saggezza e immensità decise allora di lasciare che suo fratello, Dègath trasformasse tutto in tenebra e oscurità per poi prendere una goccia delle sue lacrime e, soffiandola nel buio profondo dell’Universo, costellò l’immensità di piccoli puntini di luce, di fuoco puro e di energia. Dègath, vedendo l’immensità delle sue tenebre rispetto agli esigui brillii del fratello, lo lasciò fare. Continuando nella sua manifestazione di oscurità nel resto dell’Universo. Ma Amronk prese un’altra lacrima, e poi ancora una, e ancora, fino a cospargere quel manto cupo di miriadi di fiamme di luce. Ma ognuna di quelle luci, era fuoco vivo, era pura energia, era una goccia del suo Spirito e Am-Gath, vedendo che il figlio aveva deciso di donare con il suo sacrificio una parte della sua anima, sorrise e soffiò nell’immensità un alito di tenerezza, trasformando così quelle fiammelle di calore e di luce, in qualcosa di più grande, in qualcosa prezioso, di quello che da quel giorno fu chiamato Amore. Dègath, vedendo il Padre lieto dinnanzi a quelle inulti piccole fiammelle perse nell’immensità della sua Oscurità, cominciò a spegnere con rabbia e gelosia le creazioni del fratello ma Am-Gath, contrariato, lo fermò ammonendolo. Ma il Dio dell’Oscurità continuò ancora, colmo dell’insoddisfazione per la benevolenza data dal Padre verso il fratello, scagliandosi con ancor più ferocia dapprima verso quelle fiamme di vita per poi gettarsi con rabbia e cattiveria verso il fratello stesso, cercando così di inghiottirlo nelle sue tenebre. Vedendo ciò, Tutto-e-Niente, ancor più contrariato per ciò che il figlio cercava di fare, lo allontanò da tutto, pronto a distruggerlo e a consegnare il potere di tutto al Dio della Luce. Ma Amronk, nella sua benevolenza, si inginocchiò d’innanzi al Padre, e chiese pietà per il fratello, perché lui non voleva essere il Signore di quell’Universo, anche perché ciò che egli aveva creato, era magnifico solo se vi fosse tutt’intorno l’Oscurità di Dègath. Am-Gath accolse la preghiera del figlio, stipulando così tra essi il Patto degli Dei dove i poteri opposti dei due fratelli potevano sì distruggere l’un l’altro ma, se essi si fossero ancora scontrati, la pena sarebbe stata la distruzione di entrambi. Dopodiché bandì da quell’Universo il figlio maligno, portatore dell’Oscurità, delle tenebre, del Male e della Morte: Dègath venne così scacciato dal cospetto del fratello, relegandolo in un regno distante e bandito, da cui solo il suo Spirito poteva fuoriuscirne affinché potesse continuare a far da contraltare alla luce di Amronk che nel frattempo diveniva ancor più risplendente e potente. E così nacquero i due Signori del Tutto e del Nulla: Amronk, Dio della Luce e della Vita e Dègath, Dio dell’Oscurità e della Morte. Ad essi fu affidato immenso potere. Am-Gath, vedendo che finalmente in quell’Universo vi era armonia, si ritirò nella sua grandezza e immensità, lasciando ai propri figli il dominio di Tutto e Niente. Dopo la dipartita del Padre, Amronk si avvicinò alla fiamma più splendente nell’Universo e, cominciando a ruotare intorno ad essa il suo dito indice, la luce di quella stella cominciò a divenire sfavillante e il suo calore divenne ancor più forte e potente. E mentre la stella ruotava, si creò una sfera di energia che cominciò ad attrarre nel suo vortice alcune delle altre stelle che poco prima il fratello aveva spento ed oscurato avvolgendole in un gelo profondo. Il calore di quella stella su cui il Padre aveva alitato poco prima, era così potente da riuscire a scongelare il cuore di quei mondi più vicini e lentamente i ghiacci si sciolsero, tramutando quella sfera fino a poco prima di ghiaccio e morte, in una sfera di acqua, terra e vita. Il potere della stella era notevole, immenso, tanto che il suo enorme calore cominciò a divorare i pianeti più piccoli e vicini. Amronk così allungò la sua mano, cercando di contenere quella potenza, ma tutto l’Universo aveva necessità di essere governato e certo Egli non poteva restare per l’eternità in quel luogo. Così, scelse con gran cura la sfera in cui fuoco e ghiaccio potevano coesistere, in cui il caldo e il freddo erano l’uno contrapposto all’altro, proprio come la sua Luce e l’Oscurità del fratello e con l’indice della mano fece girare anch’esso, di modo che il vortice che il pianeta stesso generava riuscisse a contrastare il potere della incandescente. Poi, vedendo equilibrio tra essi, afferrò alcuni di quei pianeti ormai incandescenti e prossimi alla distruzione e, dopo aver fatto la medesima cosa posizionandoli a varie distanze dal pianeta prescelto, prese due di quelle sfere tra le più piccole e ormai prive di vita alcuna, e le posò proprio attorno ad esso, come monito del vero potere della sua stella ardente. E così la Terra, chiamata da allora Lilosan, fu creata e Amronk restò per tempo immemore a contemplare gioioso la sua creazione. Poi si voltò e decise che il suo sguardo non poteva essere volto per sempre solo su Lilosan e così, aprendo la sua mano destra, dalla falange di ciascun dito dalla sua mano, creò le sue compagne e i suoi figli: Eldath, la Dea della Natura, della Pace e della Tranquillità; Sherad Alabat, la Dea delle Natura selvaggia e delle creature animali; Senidia Graeled, il Dio della Potenza, della Terra e del Metallo; Calion, il Dio del Tempo, del Vento e delle Acque; Benhat, il Dio della Giustizia. Essi dovevano essere i protettori di quel nuovo Mondo, e ciascuno di essi avrebbe dato il proprio contributo per renderlo perfetto Ma Dègath, geloso e invidioso del fratello e di ciò che stava creando, non potendo di persona distruggere il fratello, dalla sua recondita prigione, mandò sul quel pianeta parte del suo oscuro Spirito malvagio, per distruggere ciò che Amronk aveva plasmato, e creò il primo Demone, il più potente, lo specchio del suo stesso creatore: il Kan-Haran, un essere fatto d’Ombra e Oscurità, nelle cui viscere era possibile vedere l’abisso infernale in cui il suo creatore era stato bandito, e la sua potenza era immensa, e cominciò a distruggere quel mondo che lentamente cominciava a riempirsi di vita, inghiottendo nelle tenebre tutto. Amronk, vedendo tutta quella malvagità, in un impeto d’ira, allungò la sua mano toccando uno dei tre satelliti di quel pianeta, tramutandolo in fiamme e fuoco e lo scagliò sulla Terra contro il Demone Oscuro: il Rad-Valan, un guerriero di vampe di fuoco. I due Spiriti cominciarono ad affrontarsi e le Fiamme e l’Oscurità brillavano e rabbuiavano quella Terra primordiale, e il primo scontro tra il Bene e il Male cominciava a consumarsi. I due Campioni si affrontavano, si colpivano, si ferivano e intorno a loro tutto veniva distrutto. Ma le due forze si equivalevano. Amronk allora allungò nuovamente la mano verso l’Universo e afferrò sei stelle nel suo pugno e, dopo avervi soffiato dentro, scagliò sulla terra le sfere incandescenti che, non appena ebbero toccato terra, si tramutarono in creature di luce ricolme di potere: Avenar Vandeus, Tedleghat, Ulan, Galvat, Sofira e Rivil, i sei Campioni. Essi erano potenti ma il potere del Kan-Haran era imponente e contro di esso non avrebbero potuto nulla, ma i cinque Dei misero al loro servizio i loro poteri, donando a ciascuno di essi armi di forza smisurata: Senidia Graeled e Calion unirono i loro poteri e cominciarono a forgiare, la Spada di Avenar Vandeus, la lancia di Tedleghat, il Martello di Galvat e l’ascia di Ulan; Alabat, forgiò un arco che donò a Sofira mentre Eldath dono a tutti loro il Potere della Preghiera grazie alla quale potessero rendere ancor più grandi le loro stesse capacità. Ma il potere del Demone era tale da riuscire a fronteggiare anche le armi da essi create. Fu allora che Benhat forgiò, con l’aiuto di Senidia Graeled, con le sue stesse mani e con una goccia del suo sangue la Spada della Giustizia, un’arma in grado di sconfiggere persino uno degli Dei stessi. La spada fu così donata a Rivil, ed essa, gettandosi nella bocca del Demone, sacrificò la sua stessa vita per sconfiggerlo, scacciandolo nell’abisso del suo stesso creatore. L’Oscurità fu distrutta ma i frammenti del Demone si sparsero per tutta la terra e il Male si intrise nelle fondamenta della Terra stessa, poggiando il suo seme nelle creature che da quel giorno cominciarono a nascere. I cinque campioni sopravvissuti allo scontro, con la benedizione degli Dei, divennero i Protettori della Terra: Avenar Vandeus e Tedleghat nelle regioni comprendenti le Terre Bianche, le isole dell’Est e le Terre d’Occidente. Ulan e Sofira si trasferirono nella regione meridionale dell’intero globo mentre Galvat si spostò nelle Terre agli antipodi del regno di Avenar Vandeus e Tedleghat. Il Rad-Valan si ritirò nel cuore pulsante di lava e fuoco della terra in attesa che suo padre avesse nuovamente bisogno del suo potere mentre tutto, vegetazione, animali, esseri viventi cominciavano a nascere e crescere, popolando tutte le Terre sotto la guida giusta dei cinque Protettori. Ma il Male era sempre in agguato, sempre alla ricerca della distruzione del Bene e della Luce, e lo Spirito di Dègath raggiunse nuovamente Lilosan e, plasmando parte del suo Spirito malvagio, creò due esseri di enorme potere, due esseri rettiliformi a cui il loro Padre consegnò il governo del Regno dei morti, Voldak, il Drago nero, e del Regno degli Abissi, Gaadar, Il Drago blu. Il loro potere era enorme e i due esseri si avventarono contro Ulan e Sofira, riuscendo a sconfiggerli prima che i loro fratelli potessero intervenire. Quando i due Draghi del Male erano ormai prossimi ad affrontare anche Avenar Vandeus e Tedleghat, Amronk plasmò con due lacrime cadute dai suoi occhi ricolmi di dolore per la perdita dei due Elfi, due esseri tali da poter competere con i rettili malvagi, e così creò Badèg, il Drago rosso, Signore del Fuoco, e Shelorid, il Drago d’oro, Signore dei Cieli. Ma nessuno di loro poteva essere sconfitto se non dal proprio alter ego, e proprio questo fu il motivo per cui Dègath aveva scelto di creare i due esseri, proprio per avere la possibilità di sconfiggere dapprima le creazioni del fratello e, successivamente, il fratello stesso senza che venisse infranto il Patto degli Dei. E accanto ai suo Draghi maligni, Dègath schierò altri suoi figli, nati anch’essi dalla sua malvagità: Agàth, il Dio Serpente dell’inganno, Vesal, il Dio dell’odio, Tarath, il Dio del Dolore e Arakia, la Dea Ragno della Tortura. Ma grazie al potere dei due Draghi, dei due Campioni e con l’intervento dei figli di Amronk, il Male fu nuovamente sconfitto e scacciato lontano dalle Terre Bianche, in quelle terre bagnate dal sangue di Ulan e Sofira che da quel giorno divennero denominate Terre Morte a Sud. E fu così, ristabilita la pace, che gli anni trascorsero veloci, i secoli passarono l’uno dopo l’altro e le terre divennero nuovamente sempre più fertili ed abitate da numerosi popoli e regni liberi, di varie specie e morale, senza che alcuna divinità avesse più dovuto intervenire per ristabilire l’equilibrio, sempre sotto l’occhio vigile dei Campioni degli Dei, gli Elfi.

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Anthony Cristel
Nato il 3 gennaio 1979 a Como e cresciuto a San Fermo della Battaglia, piccola cittadina del nord Italia, il suo nome anagrafico è Antonio Marcello ma si presenta al mondo letterario con lo pseudonimo di Anthony Cristel, in onore dei maestri del fantasy anglosassone e dei suoi cari. Diplomato come perito tecnico, presenta una tesi su Dante Alighieri e l'importanza culturale della Divina Commedia come capostipite del fantasy moderno. Nel 2012, pubblica il primo capitolo della Saga de "La corona di sangue", il Libro Bianco. Nel 2015 presenta il secondo e conclusivo capitolo, "il Libro Nero". Dopo parecchie partecipazioni a fiere ed eventi letterari come il "Festival delle frontiere letterarie" e la "Settimana della cultura di Malnate", nonché a programmi radiofonici e televisivi locali, nel 2018 torna nuovamente sugli scaffali con l'ultimo e avvincente romanzo "Otto anime".
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