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La traiettoria della redenzione

La traiettoria della redenzione

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Novembre 2021
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Si raccontano tante storie sul Far West, tra fuorilegge, risse al saloon e cavalcate verso l’orizzonte. Però quelle sono storie: solo il Far West conosce davvero gli avvenimenti e le persone invischiate. Come la leggenda di PocaLuce Miller, il bandito a capo dei Perdidos con gli occhi sempre coperti da una benda, o quella di Condanna, la bounty killer che non incassa mai le taglie. La leggenda del loro scontro, un duello destinato a scavare nella fragilità delle nostre certezze.
Rinascita, dolore, amori seccati al sole e il desiderio di sfidare l’ultima pallottola, destinata alla nostra traiettoria della redenzione: il Far West racconta di un tempo che fu il nostro, un tempo che fingiamo di non conoscere.
O per dirla come PocaLuce Miller: “Non c’è benda che ripari dai ricordi.”

Perché ho scritto questo libro?

Lasciarsi trasportare dalle storie è necessario per affrontare con più consapevolezza quell’altra grande storia, la nostra.
La traiettoria della redenzione nasce con l’intento di seminare dubbi lungo il perimetro delle nostre certezze; ho reso la voce del Far West tutt’altro che innocua, una voce che sfida chi legge a torcere i propri “!” in “?”.
Raccontare la leggenda di questi personaggi e dei loro percorsi è parlare di noi, delle scelte importanti che compiamo sovrappensiero nel quotidiano.

  1. Alla luce del sole

Il Reverendo Arthur George Nequey,

il Pastore Bronson,

lo Stregone Tawookie Dahù Indomabile,

il Primo Uomo della Comunità dei Primi Uomini,

il Predicatore McFarland,

lo Sciamano Kalilak,

il Sacerdote Robbins.

Ebbene, che cosa mai li accomuna? Un bel niente, eccetto la frase che conclude i loro soliloqui: «Andate in pace, fratelli e sorelle! Che Iddio – o chi per esso – vi protegga dall’alcool, dal peccato e da quell’incubo notturno che è PocaLuce Miller.»

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Alla lista mancano i tutori della legge. Non li ho dimenticati per cattiveria, è che sono dannatamente noiosi. In confronto a loro perfino quella lagna di Geena Lacrimosa risulta uno spasso. Giocano a fare i portatori dell’ordine, ma alla funzione della domenica non tolgono il cappello, si mettono a tossire o a fare gli starnuti per evitare il segno di pace. Non immischiatevi nelle loro faccende, statemi a sentire, ma se proprio volete domandare qualche consiglio di sopravvivenza allora preparatevi a ricevere occhiate sprezzanti e due regole:

«Evitate di viaggiare, anche di giorno. Se siete costretti, ricordate di depositare da noi gli oggetti di valore.[1]»

«Tenete sempre in casa un’arma carica, per eliminare voi e la vostra famiglia. Se i Perdidos di PocaLuce Miller attaccano la città, è il modo migliore per andarsene.»

E questo è quanto.

Come avrete già intuito, se mi prendo la briga di raccontare le sue gesta è perché ho scoperto cosucce parecchio interessanti, grattando la pelle secca delle dicerie. PocaLuce Miller non è né il fuorilegge sadico quale appare alla luce del sole, né l’incubo informe che rende più gelide le notti. PocaLuce è altro, è il pericolo incarnato, è un nome da pronunciare sottovoce. Sottovoce, e alla luce del giorno.

Per dirla come quei buontemponi di Goldpot: “Rivolta una banca e avrai un prete, rivolta un prete e avrai il whisky, rivolta il whisky e avrai sventura.”

Indovinate cosa avrete, una volta rivoltata la sventura?

Sssh! Mi raccomando, sottovoce…

Dunque, osservate questa scena: le montagne allungano le ombre sulla prateria e il sole, quasi a fine turno, sta programmando la serata. A guastare la quiete del picco di Saramago, l’ultimo covo dei Perdidos, dei puntini nervosi: se guardate meglio, distinguerete sette uomini.

Come vi ho detto, altrettanto sfocato è il ritratto che la gente fornisce di PocaLuce Miller: ma io sono qui apposta, no? Vi faccio un bel lavoro, vedete di non distrarvi:

Miller è sui 35-40 anni, pancia piatta da fuorilegge in fuga, senza barba. I capelli – neri, nerissimi, che sembrano immuni al passare delle stagioni – vengono rasati ogni mattina, «Così solo le idee che vogliono davvero sopravvivere si sforzano per rimanere nel cranio, le altre che si sperdano col vento.» O almeno così dice lui.

Ha una cicatrice a forma di O sull’avambraccio destro, ricordo di una lotta con due puma. Ci tengo a precisare: erano due, anche se la poesia lasciata nella cassaforte dopo la rapina a Richweed ha generato un’altra interpretazione per via dei versi:

Non c’è speranza se vivi in sottrazione

L’oro è mattanza, al soldo del padrone

Tre sono i puma fra te e la ribellione

Due sono bestie, il terzo è l’illusione.

Lo so, è una precisazione inutile, ma preferisco avere fin dal principio l’esclusiva sulle inesattezze.

Che altro c’è rimasto? Non è il più alto della banda, ma comunque deve chinarsi per entrare nel covo. Benji Suarez[2] invece potrebbe anche accennare un saltello e neppure così sfiorerebbe il soffitto. E questo spiega le battutacce di YellowBoy quando con la banda incrociano il cammino di giovani mandriane: «Sposane una, magari con mezzo metro di corna ti sentirai alto come noi, eh piccoletto?»

Sì, le risse si accendono più in fretta dei candelotti di James Dynamite, ma i colpi dati sono poco più che buffetti: i Perdidos sono una famiglia allargata, cinque dannati che hanno vissuto nella miseria di chi non ha uno scopo fino a incontrare lui, il fratello maggiore, “l’uomo-demone che ha corrotto il Far West nell’istante in cui Iddio, esausto da sei giorni di Creazione, s’è deciso a socchiudere l’occhio.”

Un’ultima cosa prima di tornare ai sette lassù: a volte nel racconto mi capiterà di usare verbi come vedere guardare osservare mirare scrutare, ma nel caso di PocaLuce Miller il concetto di vista va ben oltre il puro esercizio di aprire e chiudere le palpebre. La benda sugli occhi può trarre in inganno: ci vede benissimo, è che preferisce tenere a riposo il più possibile i suoi occhi bicolori, per – parole sue – «Ricalibrare i sensi fino a sentire il battito, la voce e la luce del Far West».

Vede tutto, davvero.

Volete un esempio?

Guardate lo spazio sterrato attorno al covo, accanto a una delle entrate. PocaLuce è in piedi, mani sui fianchi e benda sugli occhi, eppure quando dice «Lì» e «Là» i due compari inseparabili – James Dynamite e George Michael Jackson – iniziano a scavare proprio dove indicato, senza spostarsi di un passo. PocaLuce se ne accorgerebbe.

Eccoci quindi di fronte a quel magnifico panorama – non sono mica di parte! – che offre il picco di Saramago. Ci sarà tempo per descriverlo meglio, per ora immaginate di sovrastare praterie, deserti, fiumi e città. È più importante che ora vi presenti i protagonisti, non vi pare?

PocaLuce Miller è in piedi, dirige il lavoro.

James Dynamite e George Michael Jackson ritagliano rettangoli di terra, senza preoccuparsi di scavare troppo a fondo.

Benji Suarez è a due passi da PocaLuce, intento a ravvivare i suoi coltelli: di tanto in tanto guarda il fratello maggiore, gli domanda «Vero che ne lascerai un po’ anche a me?».

Lampo Jones se ne sta in disparte, all’interno del covo, disteso in diagonale tra la sua brandina e quella di Benji; ronfa, ma se venisse svegliato – chi è però tanto incauto da disturbarlo? – direbbe pressappoco: «Riposo i pugni.» Procurategli una rissa, qualche cranio da frantumare, e lo vedrete sorridere; ditegli che c’è da discutere strategie, da torturare uno sceriffo, e insomma, come dire: non è che non vuole, ma lo sbadiglio e i pugni che chiedono riposo…

Donald Nebraska, conosciuto dai più come YellowBoy, è seduto a gambe incrociate accanto al bottino. Il suo compito è suddividere le banconote in sei parti uguali: dopo ogni foglietto verde che aggiunge al proprio mucchio, esclama: «La mia armeria è sempre più vicina.» Il suo sogno è aprire un negozio dove terrà solo modelli di Yellow Boy, originali o assemblati da lui. Certo, ha sentito che nelle metropoli al di là delle terre selvagge vengono prodotti fucili più pratici e capienti, ma lui ha giurato fedeltà al suo primo fucile.

Questa è dunque la banda al completo.

Per quanto riguarda il settimo individuo – lo sceriffo di San Genesio de la Frontera, George McAnthony – lo trovate legato a un cactus, cinque passi alla sinistra di PocaLuce, a metà strada tra l’entrata del covo e lo scavo di James Dynamite.

Fra tutti è il meno loquace, ma c’è da capirlo, con un bavaglio pieno di terra che gli riempie la bocca e col continuo «Se urli ti taglio la gola» che quel mattacchione di Suarez scandisce a intermittenza mentre affila le lame.

Tempo un quarto d’ora – sì, le dita ombrose delle montagne graffiano la distesa sottostante sempre più in profondità – e Jackson urlicchia: «La buca è pronta!»

Gli occhi castani dello sceriffo, due palle che premono per fuggire dal volto, guardano a turno ognuno dei fuorilegge alla ricerca di una salvezza impossibile.

PocaLuce si avvicina, gli slega il bavaglio. «Destra o sinistra?»

Il rapito tossisce terra e saliva, non riesce a prendere fiato con regolarità.

«Decido io, allora. Destra, il panorama è migliore. Soprattutto in questo periodo: la primavera da quassù è ipnotica, non trovi? È uno scorpione che scodinzola alla luna. Ah, James, ci pensi tu?»

Dynamite fa sì con la testa, rientra nel covo per tornare poi alla buca di sinistra – quella che ha scavato – con tre sacchi.

I sacchi si svuotano, la buca si riempie di teste, braccia, gambe e altre membra sparpagliate.

PocaLuce accarezza la fronte dello sceriffo, asciuga il sudore. «Li hai mai allenati? I tuoi vice non sono riusciti a sparare neppure una volta.»

Chiede in prestito il coltello da caccia di Benji, preme con la punta sul mento dello sceriffo, scendendo lungo la trachea. L’ostaggio deglutisce, riesce a balbettare un «Pa-pa-pazzo.»

Benji ride, ricorda al fratello maggiore che un po’ di divertimento toccherà anche a lui, glielo ha promesso.

PocaLuce annuisce, senza voltarsi, dopodiché abbassa la benda.

Come dire: inizia lo spettacolo.

«Sbrighiamoci. Manca poco al tramonto e ci sono cose che bisogna fare alla luce del sole.»

PocaLuce osserva il luccichio della lama, poi lo sguardo risale a incontrare quello dello sceriffo. «Pazzo, dici? Pensi che sia divertente, che nessuno di noi vorrebbe trascorrere la notte altrove? Il fatto è che, mio caro e dolce sceriffucciolo, ci dev’essere pure qualcuno che si fa carico di certi lavori.»

Alza il coltello, lo affonda con entrambe le mani nella clavicola destra della vittima. Mezza lama sparisce; quando la ritrae una bolla di sangue scoppietta, inzuppandogli i polsi.

Lo sceriffo urla e piega la testa in avanti, Benji lo schiaffeggia per impedirgli di svenire. «Non t’azzardare!»

McAnthony ansima, dalla ferita il sangue continua a scendere lungo il braccio, gocce che aprono una via, rallentano, vengono coperte e superate da altre gocce.

«Sopporta, sopporta… non hai mai fatto altro, non è così? Hai sopportato una vita intera. Hai sopportato mentre la tua stella ti dava la forza per dire agli altri cosa fare, cosa è giusto e cosa sbagliato. Hai sopportato la miseria della tua gente, dico bene? Sai chi siamo. Sai anche che quest’uomo[3] ha scoperto la tua bravura, dice che sei un maestro di sopportazione. Hai sopportato chi ti pagava sottobanco per violentare le figlie del Reverendo, hai sopportato le lamentele delle famiglie quando tu e i tuoi vice rubavate i risparmi e gli stalloni più belli, hai sopportato i federali quando ti hanno dato la stella ricordandoti che “Ora puoi fare quello che vuoi, fino a nostro nuovo ordine.” Povero piccolo sceriffucciolo, quanto hai dovuto sopportare! E per cosa? Per sopportare la vista dei tuoi vice fatti a pezzi, per sopportare una morte che non sarà indolore.»

PocaLuce gli incide la fronte, spinge fino a sentire il cranio; Benji blocca la mandibola dello sceriffo impedendogli di gridare mentre PocaLuce, una mano sul coltello e l’altra a mantenere in trazione il cuoio capelluto, straaappa lo scalpo. Con la lama raschia i grumi di sangue per scoprirne il rosa pallido della carne, dopodiché lo getta insieme ai resti dei vice.

Suarez allenta la presa, lo sceriffo sente il sangue seccarsi in faccia, nelle narici, sulle labbra: lo shock e il dolore non gli permettono di maledire il torturatore. Detto tra noi: ha senso maledire un demone?

PocaLuce indietreggia di due passi, con l’indice si sostiene il mento mentre osserva la sua creazione che prende forma.

McAnthony prova a non piangere, senza successo: il cranio gli prude, il continuo pulsare in testa si fa sempre più forte. «Ba-bastardo, vedrai che…»

Il sangue in bocca lo costringe a tossire.

PocaLuce raccoglie un pugno di terriccio e lo passa sulla lama appiccicosa, rende il coltello a Benji.

«Vedrai che…?» Senza alzarsi, fissa l’uomo senza scalpo. «Taci, ora.» La benda gli ricopre di nuovo gli occhi. «Ti credi superiore, vero? Ti credi nel giusto? Dalla parte dei buoni? Ti credi necessario?» PocaLuce è adesso di fronte allo sceriffo e con le mani gli regge la testa che penzola in avanti. «Io sono necessario. Io sono il male. Non è la stella che porti a tenere a bada gli istinti della gente. Sono IO. IO sono la paura, ed è la paura che comanda. Ma non disperare,» e con la benda si avvicina tanto da sfiorare gli occhi di lui «siete ancora in molti a non capire.»

PocaLuce si dirige verso la fossa.

«Come ti dicevo, ti ho lasciato la visuale migliore. C’è una distesa di papaveri gialli, oltre il fiume. Bellissima, bellissima. A volte mi ci perdo, lì nel mezzo. Questa terra è una poesia in continuo divenire. È solo un consiglio, certo, però credo che morire guardando un campo di papaveri al tramonto sia meno doloroso.»

Benji è di tutt’altro avviso, e per rimarcare che sarà lui a finire lo sceriffo stringe la corda, ridacchiando quando sente le spine del cactus penetrare nella schiena. Lo sceriffo ha un sussulto; quello che gli manca, invece, è la forza di urlare.

«Braccia, teste… questa notte puma e coyote faranno baldoria, che ne pensi?» PocaLuce passeggia in circolo sopra le membra. «Perlomeno da cadavere sarai utile. Il Far West ci sorprende ogni giorno, a volte concede persino una seconda possibilità. Povero, povero sceriffucciolo… cos’è che hai detto? “Vedrai che?” Il problema» coi polpastrelli spolvera la benda «è che siete ciechi, ciechi, ma continuate a vedere troppo.»

Suarez aspetta la fine del discorso: si sente ispirato da quelle parole, tanto che prima di recidere la vittima da spalla a spalla per scuoiarla ha l’idea di recuperare il distintivo e conficcargli una punta nell’occhio sinistro, premendo fino a far collassare il bulbo.

Vi risparmio le azioni successive.

Con il calare delle tenebre, svanisce l’interesse di PocaLuce per lo sceriffo. Si ritira nel covo, in silenzio. È l’ora in cui il buio torna a ricordargli chi era: l’immagine che lo aspetta sotto la benda è quella ricorrente di lui bambino che a notte fonda si intrufola nella tenuta dove nascondono gli infetti, raggiunge il letto della madre e, senza preoccuparsi del vaiolo, le racconta cos’ha imparato a scuola, cercandole negli occhi quelle carezze che le mani amputate dal morbo non possono più dargli.

Non c’è benda che ripari dai ricordi.

[1]Questo consiglio è preso in considerazione solo se pronunciato da uno dei vice sceriffo: mentre di solito un vice è cresciuto nella città che rappresenta, lo sceriffo molto spesso è un ex fuorilegge costretto a scegliere tra la stella e la forca. «Di certo non le mani migliori cui affidare gli spiccioli risparmiati in una vita», è solito ripetere Everett, il pianista, quando si stanca di suonare e al bancone del saloon importuna gli avventori.

[2]Sì, a breve vi indicherò tutti gli uomini sul picco, mettetevi comodi. Anzi, perché no?, rovesciate un prete: ai Perdidos non dispiacerebbe un goccio di whisky.

[3]PocaLuce indica George Michael Jackson, il quale strizza l’occhio verso lo sceriffo.

2021-03-18

Aggiornamento

NOTE SULLA STESURA DEL ROMANZO. Scrivere è fare a botte. La traiettoria della redenzione mi ha costretto a un estenuante combattimento con il linguaggio, nel tentativo di mettere alle corde la voce sgusciante del Far West. Sono consapevole – e lo ero anche prima di iniziare con la stesura del romanzo, ci mancherebbe – che sfidare il linguaggio è una impresa al limite della follia, che nella migliore delle possibilità posso tutt'al più strappare un pareggio ai punti. Non importa: era – è, sarà – mio dovere rimanere in piedi. Dovere, sì. Il dovere di ChiScrive risiede nel tacito patto con ChiLegge: “Abbandonati tra le pieghe di questo mondo, non troverai parole o immagini innocue.” Scrivere è roba da equilibristi. In ogni romanzo esiste un filo che unisce ChiScrive e ChiLegge; compito del romanzo è raggiungere ChiLegge percorrendo quel filo, unico modo per superare il precipizio dell'incomprensione. Sì, il filo in questione è fatto di parole, parole che ChiScrive utilizza per creare il mondo all'interno del romanzo. E qui sta la fatica: se ChiLegge reputa quelle parole approssimative, inesatte, superficiali, deboli o prive di conflitto, il filo si spezza, il romanzo precipita, lo sguardo di ChiLegge volge altrove. La voce del Far West ha voluto fin dalla prima pagina mostrare che se esiste davvero un equilibrio, beh, questo non è altro che la somma di infiniti squilibri. Una voce burbera, talvolta sbrigativa e inconcludente, ma essenziale per portarci al silenzio che merita una buona storia. Dico portarci perché la stesura del romanzo mi ha visto parte non sempre attiva: sono convinto che la leggenda di PocaLuce Miller e Condanna sia stata scritta attraverso me, non grazie a me. O meglio: è stata scritta per ChiLegge. Per quanto mi riguarda, questo romanzo ha smesso di “essere mio” dall'istante successivo al punto finale. I romanzi appartengono a chi li legge. Con La traiettoria della redenzione ho scritto la Ballata del caos, ma sta al lettore improvvisare il ritmo e i passi. Insomma: questo romanzo è pericoloso, quasi quanto te.

Commenti

  1. Michele Rampazzo

    (proprietario verificato)

    “Non c’è un favorito fra chi si prosciuga col silenzio e chi si annacqua di parole.”
    Questa è la sfida che promette La traiettoria della redenzione. PocaLuce e Condanna rappresentano molto più delle due facce del selvaggio West, che è allo stesso tempo narratore, con la sua voce e il suo stile (questo l’ho trovato geniale) ed espediente narrativo.
    L’autore dice che scrivere questo libro è stata una lotta con il linguaggio: credo che se la sia cavata egregiamente. La storia è coinvolgente, spassosa e drammatica nei punti giusti. Consigliato!

  2. (proprietario verificato)

    Questo libro mi ha trasportata in un mondo fuori dal tempo; la trama è avvincente, i personaggi spettacolari, il finale epico. Davvero un libro geniale!

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Luca Pegoraro
Scrivo, suono, viaggio, corro: solite cose.
Sono convinto che per sostenere in maniera attiva questo periodo di cambiamenti (climatici, politico-economici, lavorativi, di relazioni schermate) sia necessario rispolverare il nostro potere artistico, grattare la superficie delle parole fino a scoprirne significati che non ricordavamo e da lì dare il la a una nuova corrente letteraria.
Insomma, attraverso le parole (con “La traiettoria della redenzione”, sul mio profilo Instagram, con vari racconti e articoli pubblicati su riviste online...) cerco di entrare in contatto con te.
Luca Pegoraro on Instagram
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