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La versione di Giuda

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Il magistrato ateniese Dionisios e la sua giovane figlia Damaris, in Giudea perché incaricati di indagare su una misteriosa congiura, scoprono un turbolento Paese ossessionato dalla fedeltà a un dio padre-padrone e raccolgono contrastanti testimonianze su Gesù, un santo guaritore giustiziato anni prima e proclamato risorto da una piccola setta. Solo al termine del viaggio, i due greci apprenderanno da Giuda, l’amico più intimo, i motivi e le circostanze che hanno portato Gesù alla morte: una storia di violenza, amore, conflitto e sacrificio.
La versione di Giuda è un viaggio alla fonte della nostra civiltà europea, il crogiolo globalizzante delle tre culture, ebraica, greco-ellenistica e romana, in cui si è manifestato il mistero di Gesù, nell’illusione letteraria di coglierne un possibile significato storico e spirituale attraverso le emozioni e le speranze dei contemporanei.

UNA FATALE COINCIDENZA

1. In cui un giudice, per rispettare la legge, commette un’ingiustizia

Schiamazzavano davanti al tempio di Ares. Dionisios, in piedi tra le colonne dell’atrio del tribunale, sogguardò infastidito gli sfaccendati radunati intorno al solito sofista venditore di nuvole. Quel luogo, l’Areios Pagos, li attirava a falangi.

Il suo umore nuvoloso fu scosso da un lampo di contrarietà quando scorse sua figlia tra quei perdigiorno. Era Damaris, senza dubbio: seppur doverosamente velata, la riconobbe per il portamento eretto e il modo di tenere la mano sul fianco, il braccio ad angolo: la sua posa abituale quando ascoltava un discorso. Non c’era verso che se ne stesse in casa!

Devo dirle due parole, mormorò tra sé ma la voce gracchiante del cancelliere lo distolse dai suoi propositi: «Eccellente, siamo pronti».

Sbuffando, infilò nello scranno stretto e scomodo il corpo massiccio che dopo la cinquantina cedeva alla pinguedine; sistemò il chitone e si rassegnò ad ascoltare la lettura del verbale dell’udienza appena conclusa: una penosa vicenda che gli rodeva il fegato.

«Ahem!» il cancelliere si schiarì la voce e cominciò a leggere srotolando il papiro: «Oggi, in Athênai, dodicesimo giorno di Hekatombaion, nel secondo anno della duecentosettesima olimpiade, nono dell’imperator Tiberius Claudius Caesar Augustus Germanicus, sotto l’arcontato di Menofonte, davanti all’eccellente Dionisios giudice del tribunale dell’Areios Pagos, Metone di Metoniade conferma la sua accusa, resa regolarmente pubblica nell’Agorà, verso Poliarcos figlio di Policite, di aver causato la morte con violenza, volontariamente e consapevolmente, della moglie Teope, figlia del suddetto Metone, e di averne nascosto il corpo, privando la defunta dei riti funebri prescritti, con grave offesa agli dei e pericolo di empietà per la città, e chiama come testimoni la schiava Etra di proprietà della suddetta Teope e suo nipote Cimonide, figlio di Cimone. Poliarcos dichiara l’accusa infondata e temeraria e chiama come testimone il medico Piteas…».

Dionisios scrutò accigliato, a uno a uno, le parti in causa e i testimoni che assistevano alla lettura in piedi a pochi passi da lui e risentì nella mente le loro deposizioni.

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L’accusatore Metone, un vecchio dignitoso nella sua angoscia: «Cinque giorni fa, mentre stavo desinando, arrivò in lacrime la vecchia Etra, la nutrice di mia figlia Teope, e mi raccontò che la notte prima era stata svegliata dai rumori di un violento litigio tra i coniugi. Non era certo una novità ma quella volta le urla di dolore di Teope, i colpi, le grida inumane del marito la indussero a entrare nella stanza da cui provenivano.

«Vi arrivò proprio mentre Poliarcos, urlando la sua furia assassina, con un fortissimo pugno abbatteva Teope sul pavimento, dove restava immobile.

«Etra si precipitò in soccorso della sua padrona ma ne fu subito rudemente allontanata dall’autore della violenza, che la buttò fuori intimandole di non osare avvicinarsi se non voleva fare la fine di quella maledetta – così chiamò sua moglie, la povera Teope.

«Da quel momento, Etra non ha più rivisto Teope perché fu richiusa nel magazzino.

«Il mattino seguente, però, poté accorgersi dell’arrivo del medico Piteas e, dopo il suo commiato, dei preparativi per una frettolosa partenza. Solo la sera fu liberata e, resasi conto dell’assenza dei due coniugi, riuscì a scappare da quella casa sciagurata per venire ad avvertirmi di quanto vi era avvenuto.

«Etra vuole testimoniare che vide Teope e le sembrò più che verosimile che fosse morta avendo visto la forza del pugno che l’aveva schiantata e le sue sanguinose conseguenze. Inoltre dice di aver sentito chiaramente Poliarcos invocare la sua morte mentre la batteva. Infine, il fatto che Teope sia scomparsa conferma quel che dice e quanto io credo».

La vecchia Etra, dolorante nelle membra slogate dalla corda, la tortura prescritta per dare valore alla sua testimonianza, balbettò: «Ho visto Poliarcos colpire Teope con un forte pugno… ah!… Lei cadde a terra e non si mosse più… C’era sangue sotto la sua testa… ah! Per tutti gli dei santissimi, la mia ninfetta era come morta!».

L’elegante mercante Poliarcos, dalla barba profumata e dall’alito fetido, con supponenza aveva negato e minimizzato tutto: «Se proprio si ritiene di prendere sul serio questa assurda faccenda, ecco qua: quanto detto da Metone è del tutto falso e insignificante. La sera in questione io e mia moglie discutemmo come altre volte, come spesso avviene tra coniugi. Teope, quella sbadata, scivolò e cadde a terra ma si riprese immediatamente. La mattina dopo, dato che le doleva un poco la testa, chiamai Piteas, che le spalmò un unguento sulla fronte prescrivendole di cambiare aria. Così decisi di mandarla in campagna, nella mia casa di Erchia. Tutto qui. A quest’ora forse sarà in giardino a cogliere fiori».

L’altezzoso medico Piteas, disgustato per dover incrociare la sua parola con quella di una schiava: «Ehm, quella mattina, un servo di Poliarcos mi chiese di seguirlo alla casa del suo padrone, per visitare la moglie indisposta. Ehm, trovai la paziente stesa nel suo letto, assopita, ehm… la visitai e capii subito che si trattava di emicrania, perciò le applicai un unguento di mia fabbricazione, che già aveva dato ottimi risultati con la moglie di…».

Dionisios, che conosceva Metone come uomo probo e pio ed era convinto della fondatezza della sua accusa, aveva cercato di mettere in difficoltà Piteas e Poliarcos ma senza riuscirvi: quei due sembravano impersonare l’eterna invincibile alleanza tra denaro e sapere. A dare una svolta al dibattimento era stato l’altro testimone di Metone, il suo giovane nipote Cimone, che aveva rivelato con convinzione il possibile movente della brutalità di Poliarcos: «Incontrai Teope alla scorsa Targhelia. Mi disse che aveva paura non solo per le continue violenze che subiva dal marito ma soprattutto perché lui aveva minacciato apertamente di ucciderla. Lei era convinta che prima o poi lo avrebbe fatto poiché la odiava per via del figlio nato con una gamba deforme. Poliarcos aveva deciso di esporlo e da allora batteva la moglie senza motivo per punirla di aver partorito quell’infelice creatura».

Dionisios, notando il turbamento di Poliarcos alla rivelazione del suo tormento segreto, lo aveva messo alle strette, sperando che ammettesse la sua colpa: «Ti ricordo che hai giurato chiedendo agli dei di condurti alla rovina se avessi mentito; sta forse già succedendo?». Ma quello, pur in affanno, aveva mantenuto il controllo, tacendo. «Hai perso la lingua?» lo aveva incalzato Dionisios, «oppure non sai più guidarla dove vorresti e la tua stessa indole si ribella al tuo intelletto, svelando la vera natura dei tuoi atti?»

Tutto inutile. Che cosa si poteva fare in mancanza del corpo del reato? Che cosa valeva la testimonianza di una schiava di fronte a quella di uno stimato professionista? Nessun marito ad Athênai può essere biasimato né tanto meno condannato se discutendo con la moglie, la batte e le causa mal di testa o peggio. Nessun marito può essere criticato o indagato se decide di mandare la moglie indisposta in campagna durante l’estate. Nessun marito può essere accusato di omicidio volontario se la moglie, cadendo sotto i suoi colpi, si rompe la testa.

Forse Teope era morta, forse era viva o gravemente ferita o moribonda. In ogni caso era pur sempre la moglie di Poliarcos e la legge non permetteva a nessuno di sindacare la condotta di questo verso quella, né tanto meno di eseguire un’ispezione nelle sue proprietà.

Il cancelliere stava concludendo la lettura del verbale: «In assenza di prove circa l’oggetto, il motivo, i mezzi e i modi del reato contestato, l’eccellente Dionisios giudice dell’Areios Pagos, sulla base della legge della città, dichiara non fondata l’accusa; decide di non far comparire le parti davanti ai giudici popolari; ordina di archiviare la causa. Nulla osta a un eventuale cambio d’imputazione da presentare al Palladio o al Delfinio».

Il cancelliere tacque compiaciuto aspettandosi l’apprezzamento del giudice per l’ottima e tempestiva stesura del verbale.

Dionisios si riscosse, gli rivolse uno sguardo assente e lo deluse limitandosi a grugnire la sua approvazione; alzò la mano a trattenere l’uditorio e con voce grave disse: «Ancora una parola. Ciascuno di voi sa qual è la verità a proposito di Teope e tale conoscenza avrà conseguenze sui vostri destini e su quelli di altri. Vi esorto a prevenirle con atti di espiazione verso gli dei e con un rinnovato rispetto delle leggi della città. Infatti chi dei mortali, non temendo niente, potrebbe essere giusto?».

Di più non poteva fare. Dionisios rispose con secchi cenni del capo ai saluti bisbigliati frettolosamente da quell’infelice frammento di umanità prima di sparire nella luminosità del sole, e provò compassione per tutti e soprattutto per se stesso.

Si svincolò dallo scranno. Non restava che celebrare il sacrificio e poi, finalmente, sarebbe andato a casa.

Entrò nell’edificio. La fresca penombra gli ristorò il corpo senza però sollevargli l’animo. Si lavò le mani nel bacile di pietra. Un inserviente gli porse un panno per asciugarsi, poi il velo per coprirsi il capo, quindi l’aspersorio. Dionisios lo intinse nel bacile e si accostò all’altare, dove un altro inserviente aveva già predisposto la vittima, un agnellino nero, a fianco dell’astuccio con il rotolo della sentenza.

La bestiola era quieta e immobile. Basterà la tua innocenza a dimostrare la nostra? pensò Dionisios fissandone i piccoli occhi inconsapevoli, che sembravano inseguire un ricordo lontano.

Agitò l’aspersorio facendo cadere gocce sull’astuccio e sull’agnello ma quello non si scompose dal suo riserbo.

Ti capisco, mormorò Dionisios tra sé. Agitò ancora l’aspersorio con più decisione ma la bestiola sembrò non accorgersi dell’acqua che le pioveva addosso. Dionisios rituffò l’aspersorio nel bacile e innaffiò di nuovo la vittima, che finalmente mosse il capo e scosse le orecchie, esprimendo così il suo consenso al sacrificio, con gran sollievo di tutti.

Gli inservienti tolsero l’astuccio dall’altare e con gesto esperto e veloce sgozzarono l’agnello, lo squartarono, gli tolsero le viscere e le gettarono nel tripode insieme ai lombi e a erbe aromatiche.

Dionisios guardò la piccola nube odorosa alzarsi fino all’apertura al culmine del tetto, verso l’altra dimensione, quella della verità; a braccia protese e mani aperte davanti a sé mormorò una preghiera a Dike e alle sue implacabili sorelle infernali: «Tu, Suprema Consolazione dei Giusti e voi, Benevole Signore, accettate questa offerta e benedite questo tribunale.

«Perdonatemi se ho commesso errori nel giudicare. È il mio ufficio e lo eseguo senza interesse o pregiudizio. Giudicate con misericordia le mie azioni e non vendicate su di me o la mia famiglia l’offesa che potrei avervi arrecato senza volerlo – per ignoranza, non per orgoglio. È così».

Nonostante si sforzasse di accompagnare la preghiera con sincera devozione, sentì vuote e inutili quelle parole che tante volte aveva pronunciato nella sua carriera. Per scacciare tale sensazione sacrilega si inchinò leggermente davanti all’altare e rimase lì, quasi aspettasse le parole giuste per chiarire una questione rimasta in sospeso, come il fumo del sacrificio che lentamente si disperdeva nell’aria, mentre gli inservienti pulivano l’altare e riponevano le pedane e i seggi utilizzati nell’udienza.

Risentì le ultime, accorate parole di Metone: «Come disse il saggio al colpevole: “Non temo che tu sfugga al castigo ma di non poter vedere io quel giorno!”. Se fosse oggi quel giorno, sarei certo di aver compiuto il mio dovere di padre verso la mia cara figlia e quello di cittadino timoroso degli dei verso la mia città. Tuttavia, se non basta la verità, qui e ora, a condannare un assassino, sopporterò i limiti della giustizia umana confidando in quella divina, che non si misura con i nostri anni.

«Ripeterò la verità: che Poliarcos ha ucciso con intenzione l’innocente Teope, fino alla fine dei miei giorni, che spero giunga presto».

Dionisios si sentì ribollire il sangue. Il pensiero dell’ingiustizia sopportata e avvallata per rispettare la legge alimentò il senso d’impotenza e umiliazione che lo opprimeva da quando sua moglie Lisippa era morta, un mese prima. Quel vuoto nel cuore ingoiava tutte le sue convinzioni, i sentimenti e le idee, gli stessi pensieri.

Doveva fare uno sforzo quotidiano per credere che tutto avesse ancora un senso. Lo aveva, la sua sentenza? Lo aveva, l’oscuro male che aveva invaso e distrutto la sua amata consorte, immeritata prova per il suo animo buono e generoso? O forse le vicende del presente erano la punizione divina per il delitto di un antenato o per la colpa di un congiunto? Era lui il responsabile della morte di Lisippa? Nel suo ufficio di magistrato aveva sempre fatto il suo dovere. Era sufficiente? La legge era solo un meccanismo per amministrare i conflitti ma non serviva a eliminarli, anzi a volte sembrava quasi incoraggiarli, come se fossero il suo nutrimento indispensabile.

Tale è il destino dei mortali: incomprensibile, rifletté amareggiato, dando un tono interrogativo al suo pensiero, quasi volesse metterlo sotto accusa e costringersi a confessare la verità: che non credeva più in quello che faceva, che diceva, che pensava.

Prima di esprimere un’empietà in quel luogo sacro, ne uscì velocemente salutando con un cenno il cancelliere che stava archiviando il verbale e gli inservienti che rosolavano sul graticcio il resto dell’agnello.

Fuori, s’immerse volentieri nella luce del sole già alto nel cielo terso. Si schermò gli occhi per cercare la figlia e la vide subito nella piazza sgombra di gente: stava parlando con uno sconosciuto! Sdegnato, sollevò il chitone e scese i gradini del tribunale, quindi procedette spedito verso quella sconsiderata.

18 luglio 2018

Il Foglio

Su Il Foglio il giornalista Alessandro Litta Modignani recensisce il libro di Giorgio Tacconi La versione di Giuda.
25 Ottobre 2016
La campagna de "La versione di Giuda" sta proseguendo benissimo! Segnaliamo che l'autore presenterà il suo libro martedì 8 novembre dalle ore 19:00 alle ore 20:30, al Tempio d'Oro, Via delle Leghe, 23 Milano.
giudabanner

Commenti

  1. Giorgio Tacconi

    (proprietario verificato)

    Caro Giorgio, COMPLIMENTI! Il tuo libro mi è piaciuto tantissimo, ma così tanto che sto cercando modi e maniere per promuoverlo. La trama è interessante, i dialoghi sono scritti sapientemente, i personaggi ben caratterizzati. Trovo originale la tua versione delle parabole e dei miracoli ed il modo in cui tratteggi la figura di Gesù, di Giuda, dei primi seguaci e la crasi tra l’ebraismo, la volontà imperiale di Roma, la decadenza orgogliosa della Grecia e della sua teologia.
    Complimenti per la fedeltà storica e lo scrupolo filologico (dato che sono una puntigliosa sono andata a verificare un po’ di cose e non ho trovato un errore). Bellissimo il linguaggio, tanto fluido ed assaporabile: mi piacciono i libri in cui ogni tanto perdi di vista la trama per goderti solo il fluire delle parole. Ripeto, davvero bello e cercherò di farlo conoscere ad altri.
    Franca

  2. Giorgio Tacconi

    (proprietario verificato)

    Ho letto con un piacere grandissimo il libro, tutto d’un fiato, con emozione autentica.
    Ti ringrazio di averlo scritto (andava scritto!) e di avermelo segnalato.
    Lo sto consigliando e regalando come meritano le letture di qualità.
    Simona

  3. Ho apprezzato come l’autore abbia mantenuto la fedeltà storica, seppure rielaborandola completamente; mi è piaciuto molto il ritmo che ha mantenuto durante tutta la storia, ben cadenzato nella divisione data dai vari paragrafi, soprattutto a livello concettuale.
    Mi piace molto anche la sua scrittura: pulita, semplice e che si lascia leggere bene.
    Il tratteggio delle tre grandi culture è riuscito bene, un incontro bel delineato anche dai riscontri cronologici, politici e socio culturali, esattamente come viene affermato anche nella nota dell’autore.
    Dionisios è stato nettamente il mio personaggio preferito, ben caratterizzato, con un temperamento notevole e una saggezza che emerge dalle prime pagine.

    Sara Del Sordo

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Giorgio Tacconi
GIORGIO TACCONI vive a Milano, dove è nato nel 1956. Consulente editoriale e autore di testi tecnico-giuridici su temi ambientali, in narrativa ha pubblicato il romanzo Sottosopra. Cosa succede al cimitero? (2008) e l’antologia commentata La selva della seduttrice. Viaggio nel verde letterario (2011).
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