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La vita in sé

La verità è che non c’era nessun sacrilegio. Nessun colpo di scena. La gente si fermava e si perdeva semplicemente perché nel farlo ci trovava una qualche bellezza. Gelida bellezza, catartica bellezza. Le persone s’innamorano più facilmente dei ricordi che stanno perdendo, dei castelli in rovina, delle similitudini. Chiunque, prima o poi, s’innamora di una similitudine che non capisce.
Data di pubblicazione 15/02/2018

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Martin e Alice sono due ragazzi in fuga. Lui testimone di un tentato omicidio, lei estenuata dall’opprimente vita in un istituto per ciechi. Decidono di nascondersi a Celeste, una città sommersa e incastrata tra due mari in cui, per natura, è facile nascondersi e scomparire. A Celeste tutto è l’opposto di tutto: gli umani possono respirare sott’acqua e quasi ogni oggetto non risponde alla gravità.
Rifugiatisi in un hotel, i due giovani cercano un modo per escogitare il rientro sulla terraferma e per ricreare la propria esistenza tra inquietanti misteri e sensi di colpa logoranti, in una società incomprensibile che sembra divorare ogni devianza. È così che un microcosmo fatato diventa in poco tempo una distopia, un recipiente vuoto di sogni…

LA RAGAZZA DEI FIORI

Per anni ho avuto un sogno ricorrente: un uomo camminava dalla spiaggia all’oceano e ci sprofondava dentro, senza scomporsi, senza rallentare, senza bagnarsi. Passo dopo passo come se andasse all’inferno, come se andasse al lavoro, come se fosse spaventato dall’idea di paralizzarsi, di congelarsi all’aria aperta e tra gli impegni umani. Camminava come se nulla fosse e come se fosse nulla, lui, toccava il fondo, si fossilizzava, rinasceva identico. Un’immagine alquanto bizzarra e forse inquietante, ma mi fidavo ciecamente dei sogni, di quello che vedevo quando non vedevo. Dato che già avevo visto tutto.

«Non siamo fatti per guardarci dall’alto verso il basso» usavo dire. «Anzi, a dire il vero non siamo neppure fatti per guardarci.» Verne chiamava “suprema tranquillità” quella che non soggiace ai despoti. Quella che non si vede. A trenta piedi sotto il livello del mare (così dice!) il potere si estingue. Ci si può credere, ci si può non credere. Difficile stabilire se la felicità resista soltanto per ventimila leghe e soprattutto se essa coincida davvero con la tranquillità di essere liberi. Così mi limitavo a leggere, leggere e pensare, leggere e qualche volta disegnare o dipingere. Dalla finestra del mio appartamento in miniatura si sentivano luci sparse e case sbiadite, si vedevano treni rumorosi e bambini festanti. Non credevo che i sogni potessero nascondersi in quello che mi circondava: i palazzi, gli aerei, le strade, i treni, era una quotidianità piuttosto spenta. Qualche volta un paio di raggi di sole s’incontravano e per brevi momenti si scambiavano due parole. Qualche volta ne ero felice. Sistemavo il treppiede davanti alla finestra e disegnavo controluce. Trovavo poetico il fatto di essere abbagliato da qualcosa d’immenso che non potevo che respingere. Poi i raggi andavano via, oltre le tende, silenziosi, e tornavo a leggere. Non importava cosa: classici, poesie, dizionari di lingue straniere, libri di ricette. Non sopportavo soltanto i volumi enormi (sì, intendo proprio te, Tolstoj) o le trilogie e le serie troppo lunghe (sì, intendo proprio te, Tolkien), semplicemente perché non riuscivo a divorarli abbastanza in fretta e ciò mi generava un’ansia terribile. Ansia che colmavo completando libri più brevi e trasportando ogni sentimento su tela. Nulla di cui vergognarsi. Credo.

Continua a leggere

Vivevo solo. Non mi sentivo più solo. Avevo parecchi amici e qualcuno di essi si ricordava pure come mi chiamavo. Avevo anche una buona famiglia, lontana, lontanissima, quasi non ricordavo nemmeno dove fosse, ma buona. Decente, o almeno, non eccessivamente terribile, escludendo i miei genitori. Erano proprietari di un hotel a tre stelle dall’altra parte del Regno Unito e avevo bruciato qualsiasi ponte possibile tra me e loro. Mia sorella, che non sentivo più da anni, aveva lasciato la scuola e li aiutava come receptionist. Io, ben distante dalla mia città natale, m’impegnavo in qualche attività, come piccole consegne o brevi periodi da commesso, giusto quello che mi bastava per ottenere una quotidianità serena (seppur lungi dall’essere tranquilla o suprema) e per portare avanti la mia passione artistica. Passione o missione, non avevo ancora capito la differenza. A ventisei anni suonati uno può anche permetterselo.

Mi piacevano i paesaggi, rapidi e istantanei, un po’ alla de Vlaminck e un po’ alla Van Gogh, in eterno movimento e mai sazi della luce che li accarezza. Panorami cupi ma colmi di vita veloce, e il mio scopo era immagazzinare quella stessa vita e trasformarla in arte, la mia piccola arte che, più che talento o passione, chiamavo fantasia. La piccola e isolata Whitford, paesino rurale con un mulino a vento, quattromila abitanti e qualche pecora, offriva diversi scorci suggestivi. Nulla di trascendentale, si capisce, ma mi piaceva l’aria che respiravo: pura e in qualche modo leggera. D’inquinamento c’era solo il rumore, che aumentò a dismisura quando Whitford si vide piombare accanto un severo ospite, un vero impiccione per chi di vigneti e raccolti aveva sempre vissuto. Un aeroporto militare, o qualcosa di simile. Sorse lì, a braccetto con la periferia, dove due collinette creavano una dolce U, che dolce, ormai, non lo era più con tutto quel rumore di caccia azzurri presenti e passati che partivano e atterravano, partivano e atterravano, partivano e a volte atterravano. Tanti ragazzi, còlti dall’entusiasmo, erano andati a iscriversi all’aeronautica, facendo da pendolari da casa alla Capitale ogni giorno. Mi dicevano, sui treni affollati e spesso in ritardo: «Vieni anche tu, per la patria, per l’onore, poi ci si diverte! Non sai che emozione, non sai che sogno volare nel cielo, dev’essere la massima aspirazione umana: elevarsi alle stelle e fluttuare, decidere il proprio destino, distruggere il muro del suono, trafiggere le nuvole e, per di più, difendere il proprio tetto. Lassù non c’è nulla e sei più vicino alle stelle». Pensavo sempre a Verne, al fatto che forse il mondo oceanico non era così tanto diverso da quello aereo: anche lassù non c’è influenza se non il vento, così come laggiù non c’è potere più grande dei flutti o dei coralli. Pensavo sempre a Verne ma scuotevo la testa e rispondevo «Non fa per me», non senza ostentare un sorriso malinconico. «È fantastico, ma non fa per me. Non avrei la costanza, la forza, la dedizione sufficiente per un privilegio così grande.» Che ci facessi sui treni, in mezzo a militari e studenti pendolari, non lo sapevo nemmeno io.

Probabilmente mi piaceva viaggiare senza una meta precisa. Il tu-tun dei vagoni mi rilassava, era un’insolita ninnananna. Tu-tun, tu-tun. Tu-tu-tuuun quando il treno prendeva qualche sasso, tum… tum… quando iniziava a frenare, e che odio quello scricchiolio dei freni. Qualcuno poi mi fece notare che i treni non facevano più “tu-tun” da circa un centinaio d’anni. Eppure quel suono mi rappacificava lo stesso. Non volevo mai scendere. Non solo dai treni. Spesso non prendevo iniziative proprio per non creare una nuova partenza e, conseguentemente, una nuova fine. Non ero mai pronto a cadere, né a progettare un modo per volare più a lungo. Non avevo ali e per quanto m’impegnassi a essere me stesso non lo ero mai completamente. La gentilezza sfociava in timore di La ragazza dei fiori non essere compreso, il timore in dubbi, i dubbi in paralisi, la paralisi in monotonia, la monotonia in sarcasmo, e quella sarcastica poltiglia finale non arginava comunque il fatto che troppo spesso mi sentivo troppo diverso da tutti gli altri. Tutti chi? Gli altri. Diverso come? Diverso e basta. Quella fisima era la mia condanna.

Finché non cambiò tutto.

Quella perfetta normalità senza capo né coda si evolse quando, un bel giorno (o almeno, decente), mi capitò d’innamorarmi di una ragazza che neanche conoscevo. Era una di quelle idee che nasce senza un perché, come se fosse una passione scartata da qualche mondo ultraterreno, precipitata dallo spazio e atterrata casualmente nel mio sventurato cervello. Senza un motivo ordinario né spiegabile. Ecco, lei era un po’ di più di un’idea, era una ragazza solare e splendidamente sincera a cui non avevo mai rivolto una parola. Bel problema, eppure il non conoscere la sua voce conferiva alla situazione un non so che di piacevole, come se potessi inventare ogni sua singola corda vocale. La chiamavo “ragazza dei fiori” perché la prima volta che la vidi, o meglio, la prima volta che mi accorsi di lei, era rannicchiata in un giardino a sistemare delle viole. Fu una visione folgorante e la sua immagine entrò nella mia testa come una freccia di ossidiana scoccata contro un muro di paglia, anche se io stesso non ero certo che fossero viole, e forse non erano nemmeno fiori, ma che importava: mi sentivo tanto come Charlie Brown e un po’ lo invidiavo, perché almeno lui era sicuro di quei capelli rossi.

Ma chi dorme non piglia pesci, da cosa nasce cosa e tanti altri proverbi simili, così mi rivolsi a qualche amico. Loro, sfottendomi, mi consigliavano: «Sii te stesso, sii spontaneo, sii qualcuno di figo, sii…» sii, sii, sì, ma quando “ero” ero solo, diventavo solo, e non capivo se ero faro o zattera alla deriva. Vedendomi bloccato al primo piano dell’incertezza continuavano a dirmi: «Se ti senti insicuro lasciati aiutare, sii normale e non te stesso, che te stesso è noia, uniformati tra le certezze, normalizzati un po’». Presi l’abitudine di rispondere che la certezza spesso è un peso, perché si levita con la fantasia, non coi cereali del lunedì mattina. Loro però continuavano: «Che vuoi che sia, tu hai talento, sei un pittore geniale, che fortuna, che buona sorte! Il talento è per pochi. Diventerai famoso, perché disegni cose complicate che non capisco, ma sono complicate, e onestamente non le capisco ma sono belle, profonde, che aspetti a diventare famoso? Hai l’arte, a che ti serve una ragazza che nemmeno conosci?».

«A nulla, ma…»

«E allora! Piuttosto diventa famoso, contatta qualcuno, tipo l’X Factor dei quadri o quello dei sociopatici, chiama un avvocato o un PR, oppure diventa un avvocato o un PR. Su, fabbrica un disegnino romantico e commerciabile, trova un aggancio e fallo fruttare, vinci un concorso o il cuore di qualcuna, e per qualcuna intendo la figlia di un critico. Famoso. Che c’è di difficile nel vendersi? Buttati!»

«Ma dove, in un pozzo?»

Mi guardavano sempre male, così dovevo specificare: «No, tranquillo, ah ah ah» (risata falsa, s’intende). «Sono solo sarcastico, ho capito: mi butterò. Nella mischia.»

Cestinai i proverbi e decisi di lasciar perdere trame e La ragazza dei fiori La vita in sé 21

strategie raffinate per il semplice scopo di agganciare una povera sconosciuta. Chi fa da sé fa per tre. Così provai a cercarla per tutta la città, più volte e invano. Come se Whitford fosse una metropoli! Passavo in continuazione davanti a quella che ritenevo fosse casa sua. Non la incontrai mai e la frustrazione mi sommerse completamente. Così, di punto in bianco, decisi di dimenticarla. Nel timore di non riuscirci andai a comprarmi un cane. Non che fosse il metodo più maturo per risolvere un simile problema, ma perché no.

Al vecchio canile un piccolo husky siberiano mi si dimostrò subito abbastanza amichevole, o almeno fu l’unico quadrupede a non cercare di uccidermi. Era totalmente bianco e con gli occhi eterocromatici, uno marrone e l’altro azzurro. Il proprietario del posto mi spiegò che si chiamava Noish, e che era stato abbandonato malnutrito ai bordi di un’autostrada. Non domandai altro e tornai a casa col mio docile batuffolo di cotone. Il nome, inizialmente, mi parve sciocco e insolito, ma col tempo divenne ancora più sciocco e insolito e per questo anche dolce e tenero da pronunciare.

«Noish! Torna qui!»

«Noish! A cuccia!»

«Noish! Non mangiarmi il divano!»

«Noish! Quello è il mio piede.»

In poco tempo divenne un fidato compagno di vita e realizzai che mi ascoltava più di ogni altro essere vivente che avessi mai incrociato. Era così sveglio e mansueto che neanche aveva bisogno del guinzaglio. Era british pure quando abbaiava. Quando dipingevo si metteva seduto davanti al treppiede, come se fosse un serio giudice pronto a bocciare la creatività del suo padrone. Invece che mostrare voti richiedeva cibo, e probabilmente mi aspettava solo per quello, ma mi divertiva pensare che la mia piccola arte gli piacesse quasi quanto la sua ciotola piena. Mi domandavo cosa potesse vedere di splendido tra tutti quei colori, dato che la sua vista gli donava solo poche sfumature. «Forse è bravo a cogliere il senso, il significato dell’opera senza le tonalità principali. Forse i colori sono solo un accessorio che rende la realtà più divertente. Forse è l’esatto contrario. Forse ha solo fame.»

Col tempo realizzai un’ampia collezione di paesaggi. Alcuni li scartavo dopo pochi giorni, altri continuavo ad apprezzarli e, con mia grande sorpresa, trovai pure il coraggio di mostrarli qua e là, durante feste di paese o esposizioni locali. Quelle quattro o cinque persone che mi facevano i complimenti mi rallegravano per (almeno) le successive quattro o cinque settimane. Mi piaceva condividere una parte di me stesso che non era me stesso, e ovviamente la gioia più grande era notare che qualche sconosciuto la sapeva apprezzare meglio di quanto io ne fossi capace. L’arte fungeva da specchio e mostrava le linee più apprezzabili dimenticandosi del resto, come un mezzo di trasporto confortevole che potevo utilizzare per far viaggiare la mia piccola anima timida, troppo spesso rinchiusa in un corpo di apparenze libere e insopprimibili.

«Chiamala magia, variopinta magia, chiamala niente: per me è tutto.»

Vedevo nell’innocenza e nell’immaginazione una sorta di salvezza globale, e il mio dipingere era proprio fantasiosa innocenza e pura e semplice felicità. Un’innocenza alquanto pervasiva, perché mi occupava la mente per tutto il giorno, anche al lavoro. Realizzavo piccoli schizzi a matita tra una mansione e l’altra, e di certo ciò non aumentava la mia (già di per sé) discutibile diligenza. Molto spesso, infatti, tutta questa mole di dirompente fantasia si squagliava davanti ai doveri e alle responsabilità. Certo, ero pieno di spunti creativi, ma venivo quasi sempre eclissato da un menefreghismo di autodifesa che poteva essere confuso per strafottenza. A volte era davvero strafottenza.

Odiavo le date da rispettare, i compiti precisi, le festività, le formalità. Aborrivo i piani e per questo motivo non ne avevo più nessuno, anche se la mia stessa monotonia era una data da rispettare, un compito preciso, una festività, una formalità tra tanti circoli viziosi e, come ogni ruota che si rispetti, la mia vita surgelata tornava presto nell’esatto punto in cui la lasciavo. Ossia cercando la ragazza dei fiori.

Un giorno d’inizio autunno mi ritrovai a pedalare per le strade di campagna. Consegnavo pane per conto di un simpatico fornaio che aveva intravisto in me le caratteristiche del perfetto facchino a domicilio. Sono soddisfazioni.

«Sei perfetto, ragazzo!»

«Sicuro che sia farina, quella?»

Noish correva al mio fianco. La luce del sole era tenue e la bicicletta sfrecciava rumorosamente sulle prime foglie secche, sobbalzando di tanto in tanto sulle rocce e sui dossi della polverosa e sconnessa stradina che portava dal centro alla periferia. Il cielo era azzurro, nuvoloso ma azzurro. Una successione precisissima di pali della corrente, alti, minacciosi, camminavano all’infinito e affiancavano il volo delle cinciarelle, che prima si posavano sui rami secchi e poi si rincorrevano tra le foglie. Tra le righe di un’aria piuttosto fresca e vigorosa si sentivano delle note dolciastre, che provenivano proprio dal cestino della mia bicicletta. Già, facevo le consegne in bici. Old-fashioned style.

«Ci sarebbe una consegna fuori città. So che è un po’ lontano, ma si tratta di divulgare la nostra specialità, il pane a fette all’arancia e cannella. Ti giuro, è davvero buono. Ti va di portare anche questo?»

«Mah, sa, ci impiegherei un bel…»

«Bravissimo, dai, buon lavoro.»

Ecco, l’arancia e la cannella, un delizioso intruglio che profumava di trenta minuti buttati. Almeno potevo adocchiare qualche vivace panorama di campagna facendo finta che fosse parte del lavoro. Pensavo sempre al dipinto successivo: ogni sguardo era un’occasione da sfruttare. Con colpevole ritardo giunsi all’indirizzo che (zelantemente) avevo annotato su un foglietto. Scesi dalla bici e cercai di capire dove fosse l’ingresso. Noish, abbastanza provato dopo la scampagnata, abbaiò volgendo il muso verso un orto: da lì due donne ci notarono e chiacchierando s’avvicinarono a passi rilassati. Presi in mano il sacchetto profumato e per poco non mi cadde a terra, siccome improvvisamente tutti i chiarori e i colori della campagna si fecero più forti, quasi inguardabili, quando mi accorsi che una di quelle due persone era la ragazza dei fiori che da così tanto tempo speravo di rivedere.

«Ciao!» esclamò, con l’amica che ci fissava sorridente. Anche la ragazza dei fiori sorrideva, però poco, davvero poco, come se volesse crittografare a forza una serenità veemente.

«Quello è il pane?» mi domandò, aggrottando teneramente le sopracciglia.

«Oh, certo, sì, fette a pane alle… uhm, carancia e cannella! Arancia volevo dire!» Imbarazzato, le porsi il sacchetto sperando che la gravità non continuasse ad aumentare. Lei lo prese, mi scrutò qualche secondo, come se stesse cercando qualcosa, e aggiunse: «Ma ci conosciamo?».

Bella domanda. «Be’, forse, cioè, qualche volta faccio qualche giro in bici, forse qualche… volta, cioè, qualche volta sono passato di qui e qualche volta in estate ci siamo visti, non mi ricordo bene. Forse. Però anche tu mi… ricordi qualcuno, in effetti!»

«Probabile, spesso sono qua fuori a lavorare.»

«In giardino?»

«Sì, aiuto i miei zii con le piante e la serra. Se mai ti servissero fiori o verdure, passa da noi! L’azienda la trovi anche nelle guide telefoniche, è la Fior-di-loto dei Kendrell, anche se non… anche se per ora non abbiamo fiori di loto» e questa volta ridacchiò davvero, coprendosi la bocca col palmo della mano. «Perdonami, immagino di non essere una brava pubblicitaria.»

Fu lì che capii come funzionava il marketing. Metti una ragazza carina davanti agli occhi di un manipolo di uomini, falle dire qualsiasi sciocchezza, ottieni profitto. In quel caso il manipolo ero io, e lei, al contrario di quanto pensasse, era un’ottima pubblicitaria.

«No no, anzi, me lo ricorderò di sicuro!» risposi, non senza ostentare uno sciagurato sorrisetto da quattro soldi.

Ci congedammo rapidamente. Tornai in sella e pedalai molto più lentamente rispetto all’andata. La pigra palla di cotone sembrava ringraziare. Quella sera, giunto a casa, mi buttai a letto sotterrando la testa sotto il cuscino e stringendo i lati di esso verso le orecchie, come un qualsiasi bambino che fa di tutto per non sentire il rumore dei tuoni o dei propri genitori che litigano, escludendosi dal mondo in un ammasso di piume caldo, leggerissimo e in qualche modo impermeabile. Non avrei davvero disdegnato di ritornare bambino per scoppiare a piagnucolare nel modo più infantile possibile, siccome ancora una volta non avevo trovato in me stesso una pseudo-forza interiore per andare oltre a una qualunque conversazione da perfetti sconosciuti. Che si poteva fare di più? Non la conoscevo, lei non mi conosceva. Forse era andata molto meglio di quanto pensassi, e se avessi allungato la discussione sarei caduto in inutili e noiosi farfugli. Eppure mi sentivo piccolo. Non riuscivo a capire se la realtà fosse tutta nella mia testa o tutta nei miei occhi. In entrambi i casi mi appariva come una grande bugia sbiadita.

«Più che sbagliare a sognare, caro il mio Noish, ho sempre sognato in modo sbagliato. M’innamoro della gente sbagliata, m’innamoro di tutti, indistintamente.» Il soffitto mi sembrava così alto…

«Non ci riesco, è matematico, e la mia stramaledetta routine riaffiora. Inesorabile, invincibile, invisibile. Gli aerei, i treni, il vento dalla finestra. Non credo che i miei sogni possano nascondersi in quello che vedo.»

Woof!

«Noish, è inutile che fai il saccente, così peggiori solo le cose. Non ce n’è bisogno, dai.»

Woof!

Aspettare una nuova consegna? Fingere di comprare dei fiori? Non sapevo come avvicinarmi al mio piccolo, immenso desiderio. Già, ma quale desiderio?

In quel momento echeggiò nel mio cervello una frase del tutto indifesa e banale. Apparentemente. Perché quella ragazza ti piace così tanto?

Non ricordavo nemmeno chi me lo avesse chiesto. Forse nessuno, forse un amico. Esiste una spiegazione? Quella domanda frullò nel mio cervello come una foglia impazzita e indomabile, agitata da una brezza senza origine. Perché? Perché è una ragazza solare. È bella. Carina. Credo. Secondo me. Probabilmente. Il perché? Vedi, ecco, non so come spiegartelo…

Il volto del mio interlocutore immaginario si dipinse di un ghigno sinistro e fu come se tutte luci del mondo si spegnessero per sempre. Perché mi piaceva? Era una banalità, una semplice cotta giovanile ingigantita dal mio ego. Una stupida e insulsa banalità che profumava di arancia, perché niente era quello che mi dava e… Già, ma lei mi piace, l’adoro. Ero angosciato. Mi sentivo così miserabile a non riuscire a definire l’amore e i suoi confini. Che autorità ho io per definire “amore” una robaccia simile? Soprattutto dopo tutto quello che ho combinato. Sarebbe puro egoismo. E io sono un puro egoista! Noel me l’avrebbe ricordato, se non gli avessi rovinato la vita. La stanza si fece ancora più buia, quasi nera, così confortevole che volli uscire. Scesi in strada e salii sulla mia macchina. Noish mi seguì e si accucciò sul marciapiede. Per distrarmi accesi la radio. Sprofondai nel sedile. Un giro in auto, tra le strade spente e vacue di Whitford, mi avrebbe rilassato.

Tuttavia, invece che spingere sulla frizione, rimasi inerte con le mani appoggiate al volante e cominciai a parlare a me stesso: La verità è che sei frustrato. Ammettilo. Che fai lì impalato, eh? Mio padre aveva ragione. Frustrato dalla monotonia, dall’essere parzialmente solo, dal condividere poco e nulla. Frustrato dalle tue scelte, dalla tua fuga vigliacca e da tutto il male che hai fatto germogliare. Non m’importa dei perché. Non spiegare, non risolvere, non lottare per una posizione: è comodo, è amaro. E cosa intravedo in una ragazza? I fiori, la bellezza, il piacere. Non vedo nulla se non i miei sogni, che definire tali è già uno splendido eufemismo. I treni, le case, gli aerei… che perdita di tempo. La ragazza dei fiori. In effetti non m’importa di lei, non m’importa quasi nulla, anzi, nulla se non i suoi fianchi e la sua bocca e i suoi occhi, se prossimi ai miei, luccicherebbero di più. Scuri ma luminosi. Scuri. Li ho sempre preferiti scuri, così da dovermi sforzare di più per trovare la pupilla e capire meglio quando si allarga, come si allarga e perché si allarga in quel tiepido oceano bruno.

Spalancai gli occhi. O anche toccare quei fianchi colorati di viole. Inchiodarla al muro e divorarla e non essere mai sazio. Berla in un sorso. È quello che mi consigliano tutti, è quello che vogliono tutti, è quello che voglio anch’io. Il mio palmo sui suoi battiti caldi: li sento, li penso, e che pace. Tu-tun, tu-tun. Tu-tu-tuuun quando accelera, tum… tum… quando inizia ad assopirsi, e che odio quel rallentamento delle emozioni. Mangiarla, risalire la corrente, affondarla e affondare i denti in quel suo cuore di… e poi… e poi ecco, sì, e anche… perché… sì, un grido? A quanto pare era bella tanto quanto un grido, come quello che si sentì tra i vetri della macchina e il rumore della radio. Abbassai il finestrino con pacata lentezza e lasciai che il vento della sera mi sfiorasse. Davanti al condominio c’era un enorme campo di grano e l’urlo proveniva proprio da laggiù. Esitai, guardandomi attorno con sufficienza. Poi uscii dal forte per donare uno sguardo più approfondito al campo di grano. Ogni filo toccava l’altro, piegandosi per la brezza, per poi tornare alla posizione iniziale e ripetere il dolce movimento.

Una spiga, toccandosi, si prostrava a un’altra spiga che, toccandosi, si prostrava a un’altra spiga. L’ennesimo grido sembrava danzare con loro. Una voce femminile. Più in là. Aprii un varco tra le onde di grano e tentai di proseguire. Non vedevo quasi nulla: era una specie di labirinto nero senza entrata né uscita. Seguivo la voce, che risonante s’alzava scacciando qualche pipistrello. Si avvicinava. Altre grida, nuovi sibili di voci più distaccate. Rallentai i passi: il grano era quasi finito. Continuava a ondeggiare. Come una giostra, avanti e indietro.

Sbirciai tra le onde. Uno spazio circolare, vuoto e piano. Tre uomini, una ragazza impaurita. La ragazza. La ragazza! La voce. Urlava. Quella ragazza. La gravità si fece nuovamente altissima. Sognavo? No, o forse non abbastanza. Avevo nuovamente ritrovato la ragazza dei fiori.

«E tu chi sei? Ci seguivi, ci pedinavi!» sbraitava un tale. Gli altri due osservavano da poco più dietro.

«Sono qui per caso, io sono qui per caso, lo giuro» si difendeva la ragazza dei fiori.

«Forse non sai» disse l’uomo, avvicinandosi «che non c’è molto da blaterare.» Inerme, fissavo la scena trattenendo il fiato.

«Lo giuro, non seguivo voi, non voi, ero qui per incontrare un… io non… aiuto!»

L’uomo estrasse rapidamente una pistola dalla tasca e la puntò sulla fronte della ragazza dei fiori: «Non fare movimenti improvvisi o scelte azzardate. Sarebbe un peccato. Noi dobbiamo concludere un affare di tanti anni fa e non vogliamo essere distratti. Ha smesso di pagarci e lì abita suo figlio. Se non lo capisce con le buone…».

La ragazza dei fiori, senza perdere la calma, indietreggiò di qualche passo. Io? Be’, io sostavo congelato e la guardavo intensamente. Era bellissima, anche tra tutto quel grano e tutto quel terrore senza significato. Volevo farglielo notare. I suoi occhi castani brillavano al buio come diamanti sotto il sole, come Parigi sotto la neve.

«Non importa. Ormai sai troppo.»

L’uomo armato applicò un silenziatore alla pistola e abbassò la mira, per poi risistemare subito il dito sul grilletto. Cominciai a tremare e, proprio quando l’uomo stava rialzando l’arma, ebbi una goffa reazione involontaria che mi fece inciampare rumorosamente tra le spighe. L’uomo, che stava per fare fuoco, ne fu distratto e in un attimo tutte e tre le figure misteriose mi individuarono. Paralizzato, me ne stavo accucciato senza sapere dove correre. Negli occhi di quegli uomini non c’era odio, non c’era nulla. Erano sguardi vuoti di mondi lontani, sguardi allucinati ma risoluti, sguardi morti o forse così convinti di essere vivi da spegnersi da soli. Sfruttando l’interminabile momento di confusione, non potei far altro che darmela a gambe da qualche parte. Mi alzai di scatto e mi buttai di nuovo nel grano, non senza rivolgere un’altra occhiata alla ragazza dei fiori. L’adoravo come prima e come prima non sapevo perché. Come prima non ero un eroe e come prima non lo sarei mai diventato. L’abbandonai in una palude di panico con la flebile ed egoistica speranza di averle involontariamente salvato la vita, correndo a perdifiato tra strade immaginarie murate da spighe. In poco tempo mi smarrii. Mi stavano inseguendo. Ero un testimone, certo che mi stavano inseguendo. Corsi a testa bassa finché quello sterminato campo non finì per dar spazio all’aia di una lugubre villa di campagna abbandonata. Cercai rifugio al suo interno. Il fiato era corto e i pensieri brevi e sparpagliati. Non avevo nemmeno avuto il tempo materiale per ricostruire l’accaduto. La ragazza dei fiori? Che ci faceva lì, perché la minacciavano? Ancora ansimavo.

Sentendo rumori dall’esterno, mi intrufolai in qualche stanza buia e trovai una scala che portava in una cantina. Silenziosamente e a passi ragionati scesi nel buio. Sopra di me legno scricchiolante e passi ripetuti. Sempre più vicini. Sempre più rapidi. Ero già pronto ad arrendermi, quando un sonoro e inconfondibile Woof mi accolse tra le tenebre rimbombando per tutto l’edificio. Una palla di pelo scodinzolante mi aveva scoperto. «Noish!» sussurrai con voce tremolante «Noish-Noish-Noish-Noish, che diavolo ci fai qui? Come hai fatto a seguirmi da casa?» Non ricordavo di aver preso un husky da tartufi, anche perché non esistono husky da tartufi (o sì?), eppure il piccolo Noish eccelleva straordinariamente nell’inseguire odori e suoni.

«Zitto adesso, però, zitto. Zitto. Cuccia. Zitto. Capito?»

Woof!

«Zitto!»

Almeno eravamo in due. Scesi altre scale. Altri passi, forse i miei, forse quelli di Noish, e finimmo dinanzi a una successione di tetri corridoi completamente vuoti. Tastai il muro. Era legnoso, umido. Il pavimento sembrava pericolante. Altri passi umani, i miei no, no di sicuro: io ero immobile e accucciato. Avevo urtato qualcosa? No, no, erano passi, passi leggiadri ma traditi dal tempo e dal parquet lacerato. Ecco una silhouette da sopra le scale: mi avevano trovato. Strisciando, cercai di nascondermi nel buio. Nel farlo spinsi via una trave rotta e il suolo sotto di me venne a mancare. Volai rovinosamente e finii schiena a terra, sotterrato da legno marcio e terriccio maleodorante. Picchiai la testa per terra. Bianco abbagliante, qualche sirena. Sirene? Poi mi ripresi come se nulla fosse. Anzi, era come se la testa fosse più leggera.

«Shhh, fermati» disse l’uomo, dall’alto «Shhh, è tutto finito. La Lista penserà a tutto, la Lista ti toglierà di mezzo e pareggerà i peccati di tuo padre.» Ero a terra e non vedevo null’altro. Il nulla! Il cosmo senza stelle, un tunnel senza treni e senza luce. Fronte madida di sudore freddo, braccia allargate, fissavo un varco tra le crepe del soffitto. S’intravedeva il cielo, buio anch’esso, e ne ero incantato, incatenato al suolo da qualche forza che non vedevo. Tanti sostengono che il presente non si tocca, che il presente non ha anima. Si sfiora e basta, perché il presente è un attimo e poi scompare nel nulla: doveva essere proprio quel nulla a pesarmi così tanto, o così poco, perché mi ero perso, genuinamente perso. Volevo volare e non avevo ali. Con qualche rimasuglio di adrenalina mi scrollai di dosso i pezzi di legno e ripresi a correre nei cunicoli che avevo appena scoperto. Dovevo trovare un’uscita il prima possibile. La Lista m’inseguiva. La Lista?

«Sono un pessimo padrone, ammettilo» bisbigliai a Noish, che come se nulla fosse mi accompagnava saltellando con la lingua fuori.

«Non ti sei fatto male, vero, campione?» Corse in avanti e lo presi come un sì. Lo seguii con estrema cautela, agitando le mani per cercare le pareti. Il mio cuore batteva ancora veloce ma non esageratamente veloce, e ne ero quasi deluso, come se avessi desiderato esplodere in una reazione più sconsiderata o affannosa al fine di dimenticarmi delle paure: invece ero cosciente, terribilmente cosciente, e ciò mi arrecava un fastidio pungente all’altezza dello stomaco, come una spilla infilzata in una breccia piena di niente. Non avevo paura, non avevo fretta: avevo soltanto lo spasmodico ingenuo bisogno di calore umano, di una mano, di una parola che donasse gravità, che mi facesse ricongiungere con la terra, con la realtà. Il peso che sentivo non era quello della vita. Si notava la differenza e la galleria si faceva sempre più stretta e più buia e più bassa, più angusta, soffocante e ancora più stretta, buia, bassa, angusta, soffocante, ogni passo sempre di più. Dovetti chinarmi e proseguire a carponi. Noish mi affiancò. Dopo una ventina di metri percepii una brezza indefinita provenire dal fondo del passaggio. Sperai che l’uscita fosse vicina. Mi mancava l’aria, mi mancava il calore, mi mancavano la pelle, le mani, una mano e una… mano? Trovai un’altra sagoma davanti alla mia, inerte.

«C’è qualcuno?» bisbigliai.

Nessuna risposta. Sentivo respiri distinti davanti a me. Sospiri profondi ma rapidi. Umani. Molto più dei miei. Mi strofinai gli occhi come se avessi appena visto qualcosa d’inaspettato, quando in realtà non avevo proprio visto nulla. Le tenebre avvolgevano tutto. Alzai un braccio per farmi notare. Come se fossi stato allo specchio, anche l’ombra fece lo stesso. I due palmi quasi combaciavano. Alzai anche l’altro braccio e per farlo dovetti inginocchiarmi. Toccavo quasi il soffitto. Avvicinai le ginocchia alle sue: tremavano. Mollai uno dei due palmi per provare a toccare il volto. Affondai le dita in lunghi capelli ondulati che giungevano fin sotto alle spalle: erano un oceano di notte. Nuotai e appoggiai la fronte a quella dell’ombra. Lei reagì respirando ancora più forte, delicatamente forte, e mi attaccai a lei e l’abbracciai perché non sapevo cos’altro fare. Quel respiro era reale, tiepido, autentico come nient’altro al mondo. L’abbracciai tra gli occhi, tra le sopracciglia, appena sotto la fronte. Non sapevo cosa stesse accadendo, né chi fosse chi, ma in qualche modo sgraziato e precipitoso anch’io divenni ombra e fui immensamente felice perché era sempre stato un mio desiderio, sostare immobile davanti a una persona che non mi vedeva. Io non guardavo allo stesso modo, perché non si poteva e perché non ce n’era bisogno.

«Chi sei?» mormorai, ansando.

«Io mi… mi chiamo Alice. Sto andando a Celeste.»

Esiste invero una bellezza primordiale nell’essere presenti con qualche senso in meno, presenti senza curarsi dell’esperienza sottratta, presenti per esserlo davvero, uno di fronte all’altro, senza alibi né pregiudizi. L’unico contatto è quello autentico, una mano incrociata con un’altra, incognita ma reale. Il momento in cui siamo più vivi è proprio quando ci accorgiamo che vedersi è una formalità non necessaria, che basta il cervello, o il vento e la pelle, che basta non riconoscersi per sapere tutto dell’uno e dell’altro.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Grandissimo Nicola, sono molto contento per il riscontro che stai avendo, te lo meriti in tutto e per tutto, sono sicuro che con questo nuovo libro ci sorprenderai ancora una volta di più, continua così campione! ?

  2. Tieni duro! Che i tuoi sogni possano essere finalmente realtà

  3. Grande Nicola! Contenta che tu possa essere una fonte di ispirazione

  4. Complimenti davvero! Sempre il solito grande Nicola. Grande fonte di ispirazione!

  5. Ti meriti questo riscontro pazzesco!

  6. Una mano per aiutare i giovani che vogliono emergere è sempre un gran piacere. Dai Nicola che questo piccolo sogno si realizzerà!

  7. Dalle vecchie storie sicuramente ho capito che questo libro deve essere nella mia libreria. Prendo appena possibile!

  8. fabiosarto

    L’anteprima non è niente male! Ma la ragazza dei fiori????

  9. Lo prendo alla presentazione!! A quando? Vamooooos Nic

  10. Anteprima pazzesca! fiera di averti come amico. con l’impegno che ci stai mettendo farai sicuramente strada!

  11. L’anteprima offre un interessante riflessione e penso che acquisterò l’opera completa.

  12. L’anteprima è davvero interessante, mi incuriosisce molto! Ci sono i presupposti per un bel lavoro.
    Leggerò volentieri il libro!

  13. Mi piacciono molto la semplicità e l’umiltà di Nicola, poi quando leggo trovo un fantastico e complicato profondo.

  14. giada.larosa434

    L’idea sembra molto originale! La sinossi mi ha incuriosita tantissimo. Non vedo l’ora di leggere il resto!

  15. mary_veronica

    Aspettiamo le novità per la presentazione ! la sinossi è interessantissima. manca poco alle prime 50 copie !

  16. Dopo Crius ho tante aspettative! Speriamo di leggerlo presto!!

  17. Bellissima l’anteprima, sono curioso di vedere il resto

  18. Dall’anteprima sembra un piccolo capolavoro. Attendo con ansia il risultato finale, forza Nicola!

  19. Sembra interessante dall’anteprima.

  20. Ho letto i precedenti libri e mi sono piaciuti tantissimo, e sono sicura che questo lavoro sarà ancora migliore!

  21. L’anteprima è una bomba! ? difficile trovare un autore così giovane che si fa valere. Divulgherò il libro appena arriverà !!!!!

  22. è nella lista della spesa! Continua così e ce la farai!

  23. Un nuovo e talentuoso scrittore che si mette in gioco. Condivido l’entusiasmo ed ho la certezza che raggiungerai il tuo obiettivo.

  24. (proprietario verificato)

    Che bello vedere l’ entusiasmo…spero che il traguardo venga raggiunto al più presto, così da poter leggere anche questo libro.

  25. lorenzo.lore96

    I Maff sempre i primi a commentare!! :DDD Nicola come ti ho detto appena ti vedo a febbraio lo prendo anch’io! in bocca al lupo

  26. robertot

    Marco credo che l’abbia già ordinato!! Ma quando finisce la campagna? Quando ci arriverà lo leggerò sicuramente!!!

  27. Sarebbe stato bello avere la spedizione anche qui in Germania, mi sa che mi toccherà accontantarmi di un Ebook. Progetto comunque al dir poco intrigante, spero che tu faccia una qualche presentazione nel periodo in cui sarò di nuovo in Italia!

  28. Rimasta particolarmente colpita dai tui precedenti libri, sicuramente hai le potenzialità per fare qualcosa di grandioso! ringraziamo bookabook per questa grande opportunità! in bocca al lupo Nik 🙂

  29. News sulla presentazione? Magari a Brescia questa volta? Forza Nicola!!!!

  30. stefanoces

    Sei quasi a un terzo! Forzaaaa
    Brandon Flowers filosofo di vita!

  31. nicoggg

    Dopo aver convinto mio fratello a prenderlo sono curioso di sapere qualcosa in più di questa strana storia 🙂

  32. Trama molto promettente, non vedo l’ora di leggerlo!

  33. alemark2

    Super! Come sempre tanta fantasia. Un misto tra fiaba e romanzo distopico, con immagini oniriche e sarcasmo a mille… Sott’acqua? Il pretesto è a dir poco interessante!

  34. (proprietario verificato)

    Ragazzi non scherziamo! SICuramente una delle opere più interessanti, intriganti e originali del 2017. Comprate, supportate e condividete che merita tantissimo, sia libro che autore!

  35. Matteo

    (proprietario verificato)

    Fiero di essere stato il primo a ordinare
    #sottoiponti

  36. Mi aveva proprio colpito la tua presentazione in biblioteca a salò! Le prime pagine pubblicate sembrano interessanti, ma non potresti mettere qualche altro aggiornamento? Secondo me non sono l’unica ancora indecisa

  37. Speriamo tu possa raggiungere il tuo traguardo molto presto! Sicuramente le carte in regola le hai, fortuna che c’è anche il formato E-Book, lo prendo appena possibile.
    Faccio il tifo per te assieme agli altri Erasmus dall’Olanda!

  38. Non vediamo l’ora di leggere tutta l’opera!!! Bravo Nicola!!!

  39. gianluca_bonny

    Ho letto qualcosa in anteprima, davvero assurdo! difficile stabilire un genere preciso. Forza Nicola!

  40. AmicI mi hanno parlato bene dei vecchi libri. Devo ancora prenotarlo ma il progetto mi piace e le prime bozze sono alquanto promettenti. Tienici aggiornati con le news Nicola!

  41. Poliedrico, versatile, brillante e innovativo. Il John Grisham del romanzo sentimentale metafisico.

  42. Conosco questo fanciullo da molti anni ormai, ma solo recentemente ho iniziato a leggere le sue opere, ha talento, spero che questo libro gli sappia rendere giustizia., non vedo l’ora di metterci le mani.
    Come si dice dalle mie parti “Ich drücke dir die Daumen” In Bocca al Lupo Ongaro!

  43. ulliart

    Viel Glück Nicola!! Lo comprerò quando ci vedremo alla presentazione, promesso! Ciaooo

  44. Speriamo che nella realizzazione di questo libro ci metta più impegno di quanto ce ne mette di solito nelle partite a COD

  45. Non vedo l’ora di avere tra le mani questo nuovo libro. Conosco l’autore e non mi ha mai deluso, trame sempre fantastiche che sono capaci di sorprendere il lettore ad ogni capitolo.
    VAI NICOLA E NON MOLLARE!

  46. (proprietario verificato)

    Ho ordinato la versione cartacea! penso proprio che sarà un bel libro come i tuoi gol a calcetto 😀

  47. speriamo in bene, appena riesco lo prendo !

  48. Valerio

    (proprietario verificato)

    Spero mi arrivi presto questo libro. Non vedo l’ora di leggerlo perché ho già letto gli altri libri dell’autore e mi sono piaciuti molto! Sono sicuro che questo non sarà da meno!

  49. Libro assolutamente nella wishlist… Sarebbe bello poterlo vedere anche anche nelle librerie, un giorno… Trama e concept sempre fantasiosi, chissà che piega prenderà la storia…! In Crius e Benedict i presupposti iniziali venivano ribaltati con colpi di scena imprevedibili, staremo a vedere!

  50. (proprietario verificato)

    Trama affascinante, sarà curioso scoprire come si evolverà.

  51. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di leggere questo nuovo libro di Nicola Ongaro, ho letto tutte le sue opere precedenti e ne sono rimasto piacevolmente colpito, ovviamente mi aspetto molto da questo nuovo lavoro, la trama promette bene, quindi sono sicuro che non deluderai le mie aspettative Nick!
    Non posso che essere orgoglioso di quello che è riuscito a fare fino ad ora questo mio coetaneo, si merita davvero che questa campagna abbia successo per l’impegno che ci mette sempre in tutte le cose che fa, e sono sicuro che sarà così, dategli fiducia mi raccomando!
    Come ho già fatto io d’altronde, essendo stato tra i primi 10 che hanno acquistato la versione cartacea (e per questo aspetto il mio riconoscimento ne, non mi sono dimenticato:D)

  52. (proprietario verificato)

    Ho già in casa i primi 3 titoli dell’autore e non vedo l’ora di provare la versione e-book del quarto libro. BGG

  53. Nicola Ongaro

    Grazie a tutti per i bellissimi commenti! Come anticipato su Facebook, presto ci saranno aggiornamenti (consultabili qui a lato dei commenti) e novità sulla promozione della campagna, compresa una nuova presentazione in biblioteca che sto cercando di organizzare. Stay tuuuuuuned! #LViS

  54. Grande Bookabook per aver scelto un libro così! in famiglia siamo già con due ebook ordinati 🙂 🙂

  55. Marco

    (proprietario verificato)

    Sono rimasto piacevolmente colpito dai due libri precedenti. Speriamo anche questo soddisfi le aspettative. Non c’è due senza tre…daga det Nick!! ?

  56. Simone

    (proprietario verificato)

    eBook preso! Aiutate tutti questo interessantissimo progetto!!

  57. (proprietario verificato)

    Io amo leggere. Leggere il libro di un ragazzino dell’età di mia figlia è stato strano, mi ha fatto piacere. Sei stato bravo Nicola! Ora sto aspettando di leggere addirittura il tuo quarto libro… E’ una sensazione speciale quella di leggere il libro di una persona che conosci, se poi l’autore è il figlio della tua migliore amica, questo ti rende orgogliosa. Sono orgogliosa di te Nicola. Cristina

  58. fabiana

    (proprietario verificato)

    l’anteprima è molto molto promettente e diversa dal solito, ho appena comprato l’e-book… spero di leggerlo presto!

  59. (proprietario verificato)

    Trame intricate e coinvolgenti, protagonisti di una sensibilità unica che rispecchia il loro autore. Vai Nicola, non vedo l’ora di leggere il tuo nuovo libro!

  60. (proprietario verificato)

    Accattivante già dal titolo, la trama lascia intravedere qualcosa di più interessante ancora rispetto ai precedenti libri di Nicola, speriamo di poterlo leggere presto!

  61. La trama è davvero molto interessante, l’anteprima mi invoglia sicuramente a sapere di più. Non vedo l’ora di scoprire il risultato finale!

  62. info40

    (proprietario verificato)

    Sono impaziente di leggere il nuovo libro di Nicola Ongaro. Riesce sempre a sorprendere.

  63. (proprietario verificato)

    Mi aspetto che i personaggi di questo nuovo libro siano appassionanti come quelli dei precedenti lavori

  64. Gianluca

    (proprietario verificato)

    Crius era mitico quindi ho alte aspettative anche su questo progetto, che sembra assai particolare! Speriamo che la campagna finisca in fretta!!

  65. Marco

    (proprietario verificato)

    preso l’ebook e sto facendo passaparola il più possibile per aiutare a completare la campagna….. Daje Nic! 😀

  66. (proprietario verificato)

    Sono l’autrice della fotografia e ringrazio tantissimo Nicola per aver considerato la mia persona e le mie fotografie per pubblicizzare il suo primo libro. Ritengo che questo libro sia una perla partorita dalla mente di un talento magnifico. Cosa state aspettando? Ordinate anche voi il libro di Nicola!

  67. Paolo

    (proprietario verificato)

    Già ordinato due copie cartacee e non vedo l’ora di leggerlo! Credo che questo lavoro, come i precedenti, mi appassionerà molto.

  68. Sono rimasto colpito dalla trama, per niente banale ma al contrario ricca di spunti e molto interessante.
    Sono curioso di vedere il risultato finale.

  69. Giorgio

    (proprietario verificato)

    Avendo letto i precedenti lavori (Crius e Benedict ) non ci si può che aspettare un qualcosa di davvero interessante e sopra le righe, almeno da quello che si può intuire dall’anteprima 🙂

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Nicola Ongaro
Nicola Ongaro, classe 1995, bresciano, attualmente studia Scienze
della Comunicazione all’Università di Bergamo. Da sempre appassionato
di scrittura creativa, cura un blog dove pubblica racconti brevi e riflessioni.
La vita in sé è il suo quarto romanzo.
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