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L'albero nomade

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Mamo è uno studente di Architettura annoiato da una vita statica e ripetitiva a cui non può e non vuole rinunciare. L’unica persona in grado di alleviare il suo male di vivere è Gulli, la sorella adottiva di cui ha perso le tracce ormai da anni. Quando però lei ritorna, Mamo deve rivelarle una notizia riguardo alle sue origini che rischia di allontanarli nuovamente e di condurli verso un tragico epilogo. In un disperato tentativo di riavvicinarsi a lei, Mamo si rivolge a un analista e gli racconta ciò che è successo la settimana prima che Gulli tentasse di farla finita. Il ragazzo comincia così a scrivere un romanzo ambientato a Torino e in un altrove indenito, in bilico tra realtà e immaginazione, che lo porterà alla ricerca di se stesso e del suo rapporto con Gulli. Questo “libro nel libro” parla di un amore giovane e imperfetto che può trovare la sua pienezza soltanto nel cambiamento. Mamo e Gulli infatti sono magneticamente attratti l’uno dall’altra, ma per sfuggire al grigiore e alla banalità di un’esistenza ordinaria e scontata dovranno perdersi e ritrovarsi, diventando a fasi alterne alberi e nomadi.

CAPITOLO 1

Lunedì

Ti racconterò cosa accadde durante quella maledettissima settimana, perché spero che l’analisi di quei giorni possa aiutarmi a sistemare le cose. Riorganizzarle. Semplificarle. Ordinarle nel tempo e nello spazio in vista di un cambiamento, di cui, non mi vergogno ad ammetterlo, ho un bisogno tremendo.

Tutto ebbe inizio un lunedì di dicembre, un giorno come tanti a ben pensarci, anche se quella mattina il sole splendeva intenso e il cielo aveva assunto una tonalità di azzurro decisamente insolita per il cupo inverno torinese. Le nuvole erano state spazzate via dal vento durante la notte e i raggi solari si riflettevano sui vetri dei palazzi tagliando i drappi di fumo che uscivano lenti dai comignoli. L’abituale cappa inquinante si era dissolta e le montagne sullo sfondo, che apparivano quasi sempre sospese come Buddha in levitazione, sembravano aver ritrovato l’atavica funzione di presidio. La grande guglia della Mole Antonelliana incombeva su ogni altro edificio, anche su quello dell’università, che giaceva prostrato a terra come un bruco, in attesa che la frenesia giornaliera degli studenti prendesse timidamente vita sulle sue scalinate.

«Adesso basta! Se non ti laurei entro luglio io non tiro più fuori una lira! Vai a lavorare!»

Così, quella mattina, mia madre squarciò la tela dei miei pensieri. E dato che sono qui per farteli conoscere, i miei pensieri, comincerò col presentarti i miei genitori, le persone che più di tutte hanno influenzato la mia visione del mondo da venticinque anni a questa parte.

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La donna che sta stringendo la caffettiera in cucina è la professoressa Mariella Roccelli, una bella signora magra e nerboruta, con una fisicità che ben si abbina alla personalità irrequieta e all’indole stacanovista, caratteristiche che ha ereditato da una famiglia di laboriosi operai torinesi. Ex sessantottina ed ex contestatrice di una società che negli anni ha imparato ad accettare formalmente, mostrandosi gentile con chi conosce poco, cioè con tutti a parte me e papà. Nei nostri confronti nutre una sorta di affetto bipolare, che tende a sconfinare nell’irrazionalità. Una sua frase ricorrente è: «Come faccio ad avere un figlio/marito come te?!». E ce la ripete continuamente, con accezioni a volte positive, più spesso negative.

Il signore in vestaglia che sta cercando di sintonizzare la TV in sala è l’ingegner Sandro Aramei, un sessantenne caduto troppo presto nell’inghippo della nullafacenza dopo una gloriosa carriera alla FCE Automotive. Da quando è stato costretto al pensionamento anticipato passa la maggior parte delle sue giornate davanti al televisore e, quando qualcuno osa domandargli perché non si dedichi ad attività più produttive, lui risponde: «Bello, ho trentacinque anni di onorato servizio, io». Quando sono io a chiederglielo aggiunge: «Ragazzo, prima di parlare, arriva dove sono arrivato io». L’io del maschio alfa è sempre presente in lui, anche se la parvenza da bonaccione e il carattere mansueto lo rendono simpatico ai più.

Spero tu riesca a immaginare insieme due persone così agli antipodi che, ti assicuro, nonostante le loro differenze, sono felicemente sposate da più di un quarto di secolo. E per quanto ne so, non si sono neppure mai fatti le corna. Ora penserai che sono un ingenuo, che i matrimoni dopo qualche anno si trascinano per inerzia e i tradimenti sono più comuni dei furti di asciugamani negli hotel, e potrei anche darti ragione considerando la mia attuale visione delle cose.

Quel lunedì però una visione inaspettata attenuò il mio abituale cinismo. Stavo cercando di svegliarmi bevendo il solito caffè annacquato che aveva preparato mia madre, quando un movimento inconsueto fuori dalla finestra della cucina attirò la mia attenzione: due colombi si stavano sfidando in un duello all’ultimo becco su un ramo del vecchio faggio. O almeno questa fu la mia impressione appena vidi le due sagome piumate muoversi come marionette impigliate l’una nei fili dell’altra. E avrei certo continuato a osservare quello che sembrava un rudimentale rapporto di coppia se la professoressa non mi avesse incalzato con una serie di frasi fatte di cui ricordo soltanto alcune espressioni come: “olio di gomito”, “schiena di vetro”, “sudore della fronte”, “non siamo la banca d’Italia” e “chiudo i rubinetti”.

L’acqua del lavandino del bagno scorreva mentre un ragazzo riflesso allo specchio mi guardava con l’espressione sconsolata del tipico studente di Architettura dopo una notte in bianco trascorsa davanti al PC. Provai a chiedergli come avrebbe reagito il professore di composizione architettonica quando si sarebbe accorto che nella planimetria non c’erano i parcheggi. Ma non rispose. Troppi pensieri scomodi cominciavano ad affollare la mia mente di prima mattina, così decisi di liberarli con il suono monotono e costante del phon: tempia, clic, caldo. Devi sapere che questa bizzarra forma di meditazione mi permetteva di lasciar andare ogni cosa, come la voce acuta di mia madre che criticava imperterrita i miei modesti risultati universitari, il menefreghismo dei miei due compagni di gruppo che ronfavano ancora al piano di sopra e i messaggi fotocopia che Pol mi mandava ogni lunedì mattina: “Stasera prove alle 18:30! Puntuale!”. Pigiai l’interruttore del phon e il flusso di pensieri, che aveva trovato una sequenza di semafori verdi, incontrò uno stop. L’ora sul cellulare mi confermava che non sarei arrivato a lezione in orario e, istintivamente, provai una forte ammirazione per quei due colombi sull’albero, perché probabilmente non avevano la cognizione del tempo.

Sul tavolo della cucina c’erano due fette di torta e due caffè fumanti che mia madre aveva preparato per i miei soci di sventura e, fuori dalla finestra, la coppia di colombi-guerriglieri-innamorati stava continuando il rituale di corteggiamento.

Con il pretesto del ritardo, spinsi Beppe e Jessica verso il garage e imboccai la rampa rombando con la mia Mini Cooper rossa del ’67. Per quanto desiderassi sfrecciare a tutto gas lungo il viale, il mio piede affondò sul freno e l’auto si fermò proprio di fronte al primo albero della schiera che costeggiava la mia via di fuga. Abbassai il finestrino e buttai lo sguardo tra i rami curvi che ricordavano un dipinto di Piet Mondrian, nella speranza di ritrovare i due colombi che avevo visto poco prima. Sul sedile posteriore Beppe aveva ripreso a dormire con la bocca spalancata, appoggiato alla spalla di Jessi che canticchiava una vecchia canzone di De André, mentre i miei genitori mi salutavano dalla finestra della cucina. Fu allora che vidi un piccolo pallino nero nella vastità del cielo terso. Teneva il becco rivolto all’insù, come in attesa, e non potei fare a meno di immedesimarmi in lui.

Erano passati tre anni da quando Giulia se n’era andata.

***

Per ora, caro dottore, accontentati di sapere che Giulia era stata adottata dai miei genitori quando aveva sei anni.

Raccontarti qualcosa della sua vita non è semplice: i suoi atteggiamenti imprevedibili non sono propri delle persone comuni e la sua mente complessa è sempre stata per me piuttosto insondabile. Ogni tentativo di descrizione non corrisponderebbe alla realtà, pertanto preferisco evitare i giudizi di merito e raccontarti, come un cronista attento, ciò che accadde l’ultima volta che la incontrai, prima della sua partenza.

Quel pomeriggio, tre anni prima dell’inizio di questa storia, una fitta nebbia avvolgeva la città. Era una pigra domenica di fine dicembre e l’entusiasmo della mia voce al citofono si intonava perfettamente con quel periodo dell’anno: «Chi èèè?».

«Gulli» fece lei, con una nota particolarmente acida nella voce.

Nel caso non te l’avessi ancora detto, Gulli era il suo soprannome fin da bambina, proprio come il mio era Mamo.

I miei erano andati al mare per il week-end e io ero in compagnia di svariate scatole di salatini e bottiglie di birra vuote, avanzi della festicciola che avevo organizzato la sera prima insieme agli altri della band. L’idea di riordinare casa ovviamente non mi aveva neppure sfiorato, considerato anche il fatto che mi ero totalmente scordato che Gulli sarebbe venuta a trovarmi.

Starai pensando di avere a che fare con uno stramaledetto figlio di papà e non posso certo biasimarti per questo, non li sopporto neanch’io quelli come me, così sicuri di cadere in piedi che neppure si alzano dal letto. Infatti avevo ancora il pigiama addosso quando aprii la porta.

Appena la vidi lì, sul pianerottolo, dritta come un fuso che sembrava avesse scritto in faccia “la so molto più lunga di te”, provai una voglia insensata di tirarle una testata. Invece, seguendo il cliché del torinese falso e cortese, la invitai gentilmente a entrare.

«Perché hai voluto vedermi?» mi chiese appena varcò la soglia di casa, lasciando la porta socchiusa alle sue spalle.

Ha deciso di giocare subito duro pensai.

«Per sapere se ti voglio ancora bene» risposi con un po’ di strafottenza.

Il suo sguardo che si aggirava curioso per la sala a quel punto si posò su di me.

«Se hai voluto bene a una persona gliene vuoi per tutta la vita. Me lo hai insegnato tu, ricordi?» fece lei con piglio da saputella.

«Sì, a meno che non ti dimentichi di volerle bene» ribattei saldo come una roccia, con una noncuranza costruita che non si aspettava. Eh sì, l’avevo colpita, ne ero sicuro, forse un po’ di striscio, ma intanto cominciava a sanguinare. Il mio proposito di dissuaderla dalla sua strampalata idea di fuga si stava facendo sempre più concreto, tanto che i suoi occhi cominciarono a brillare.

«Io non ti ho mai dimenticato…» mi rispose, questa volta guardandosi i piedi.

La tenerezza, come immagino tu abbia potuto intuire, non faceva parte di me e, per quanto ti possa sembrare crudele, continuai quella conversazione con ancora più spocchia.

«Davvero?» le domandai alzando appena il tono della voce. «E allora che fine hai fatto in queste settimane? Perché stai scappando, Gulli? Non pensi a mamma e papà? Di loro proprio non te ne frega niente?»

Frastornata da quella raffica di domande supponenti e pesanti come macigni, Gulli non riuscì più a nascondere la sua emotività e una lacrima le rigò la guancia. Per un istante mi passò per la mente l’idea di aver calcato un po’ troppo la mano, lo ammetto, ma cambiai opinione appena le sue mani si strinsero in due pugni e i suoi occhi da gatta si trasformarono in quelli di una tigre.

«Proprio tu parli!» ringhiò con la voce rotta. «Tu che non vuoi bene a nessuno!» Giulia parlava e piangeva contemporaneamente, le lacrime le bagnavano le labbra e le parole uscivano farfugliate ma decise. Nella sua lucida follia, tipica di chi cresce troppo in fretta, su una cosa aveva ragione: io non sapevo amare.

Non ti aspettavi che avessi questa consapevolezza di me, lo so. E a quanto pare neppure Gulli, perché quel giorno era ostinata a cercare una logica per la mia totale mancanza di empatia.

«Voler bene per tutta la vita, come dici tu, è facile per te che di amore ne hai sempre ricevuto!» Mi rovesciò addosso il suo sfogo con uno sguardo severo che non avevo nessuna voglia di sostenere, e poi affondò il colpo: «Tu hai la tua vita comoda, vivi con i tuoi, ma non sai perché lo fai! Loro ti amano, ti proteggono e tu…».

«Gulli, amano anche te allo stesso modo, lo sai…»

«Tu menti!» urlò «Menti a loro, a me e perfino a te stesso!»

«Non mi sembra» dissi, senza avere idea del perché.

«Niente è come sembra!» rispose secca.

E senza lasciarmi il tempo di controbattere, fece un passo avanti e mi baciò.

Fu come mordere una fragola ripiena di sale.

In quell’attimo sentii il suo intenso profumo di rosa e pensai che tutto sarebbe potuto accadere. Pensai al tutto, ma non riuscii a definirlo.

Gulli fece un passo indietro e, per la prima volta da quando era entrata, riuscii a guardarla dritta negli occhi, che subito sfumarono dietro le lacrime.

«Niente è come sembra» ripeté con una dolcezza che non sapevo le appartenesse. E, dopo qualche istante, che mi sembrò un’eternità, tirò la porta dietro di sé e si precipitò giù per le scale.

***

Ho cominciato a tenere una sorta di diario in cui appunto quello che ti racconto durante i nostri incontri, caro dottore. A voce non riesco a dirti proprio tutto ciò che ho in mente, così riporto i miei pensieri in queste pagine.

Come avrai capito ho una certa repulsione per il dialogo vis à vis. E Torino non è certo una città che aiuta gli introversi. Tanto meno di notte, nel momento migliore per fare quel tipo di incontri che interessano a me.

Da quando Gulli aveva fatto perdere le sue tracce in quel nebbioso pomeriggio di dicembre, la mia principale ragione di vita era conoscere ragazze carine e simpatiche che non si facessero troppi problemi a venire a letto con me. Inutile dire che i miei intenti rimanevano, nella maggior parte dei casi, soltanto intenti.

In discoteca, come immagino tu sappia, è difficile approcciare: la musica ad alto volume copre le parole e bisogna muoversi con attenzione per non essere travolti o, più semplicemente, per non entrare in collisione con qualche tamarro che non desidera altro che trovare un pretesto per attaccar briga. Con un cocktail in mano poi è deleterio andare nella mischia, matematicamente qualcuno ti spinge, il bicchiere si rovescia e insieme al bicchiere ti svuoti di tutto l’entusiasmo che avevi a inizio serata.

In questa città ci sono delle regole non scritte da rispettare quando si esce la sera: essere in un gruppo di persone superiore a due; non dare confidenza a nessuno che non si conosca già; bere gin tonic. E per quanto ci piacesse fare gli anticonformisti, in fin dei conti sottostavamo a questi tre obblighi imposti dal costume locale.

Dopo aver rumoreggiato per un po’ con gli altri della band nella cantina di Pol, quel lunedì decidemmo di fare un giro ai Murazzi, un giusto compromesso tra discoteche ignoranti e caffè letterari.

Rock and roll, elettronica, latinoamericana… le ragazze ballavano tutte nello stesso modo, flettendo appena le gambe e battendo le mani in aria di tanto in tanto. Rimanevano ferme sempre nello stesso punto, come se intorno a loro non ci fosse nessuno. Ragazze scollate, in minigonna e tacchi alti; ragazze con anfibi e giacca a vento; ragazze alternative con dredd, piercing e tatuaggi in evidenza; ragazze radical chic; ragazze sobrie; ragazze tatuate in posti insoliti; ragazze acqua e sapone della porta accanto; ragazze truccate alla Moira Orfei; ragazze brune, bionde, grasse, magre, alte, basse; ragazze che bisbigliano; ragazze che sorridono e si allontanano appena provi ad avvicinarti per parlarci.

Perché non si parla a Torino. Si beve. E quella sera di alcol ne avevamo già ingurgitato parecchio, quei due o tre litri che ci vogliono per lasciare andare il freno inibitore del pudore. Ma il lunedì, in giro, c’è sempre poca gente. Così, dopo aver tergiversato a lungo, uscendo e rientrando nei locali, fumando decine di sigarette, decidemmo di ammazzare la serata dall’ambulante.

Eravamo tutti abbastanza sfiduciati sul fronte sentimentale, anche se nessuno aveva voglia di parlarne: Pol era appena uscito da una relazione travagliata, Tommi non frequentava più le sue solite trombamiche perché doveva preparare gli esami, almeno questa era la scusa che ci propinava, e Amedeo, per quel che ne sapevo io, non era mai stato con una donna, per cui era sfigato a prescindere.

Mentre addentavo il solito panino alla porchetta, osservai il bagliore della Luna specchiata nel fiume e pensai che ogni ragazza che avevo avuto fino ad allora era il riflesso di un’altra che non potevo avere. Avrei voluto condividere questo mio pensiero profondo con gli altri, come sto facendo ora con te, ma sapevo che in quella circostanza non gli avrebbero dato la giusta importanza, così lasciai l’ultimo morso sul tavolo e me ne tornai a casa.

10 Gennaio 2018
Seguendo il link trovate una bellissima intervista a Riccardo Levi sul Corriere di Chieri! https://bit.ly/2FoxwK3

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Riccardo Levi
Riccardo Levi nasce a Torino nel 1985. Dopo la maturità classica si laurea in Architettura al Politecnico e inizia a lavorare per alcuni importanti studi torinesi e internazionali. In parallelo alla professione di architetto, collabora con riviste di settore tra cui il Giornale dell’Architettura. Si forma letterariamente alla scuola Holden e da alcuni anni tiene corsi di scrittura creativa nella sua città. Attualmente lavora come giornalista per il quotidiano Torino CronacaQui e per il sito Bimportale. L’albero nomade è il suo primo romanzo.
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