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L'amico italiano

L'amico italiano
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Consegna prevista Giugno 2021
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Giorgio, chef stellato alle soglie di un matrimonio verso cui non si sente pronto, decide di aprire una parentesi nella “comfort zone” della propria vita per andare a combattere come volontario a fianco dei curdi, contro i fanatici jihadisti i cui attentati stanno macchiando di sangue l’Europa. Una scelta estrema, per dare un senso alla sua vita o per sfogare quella rabbia che talvolta sente affiorare, che lo porterà a separarsi anche dal suo amico del cuore e mentore Ugo, del tutto incapace di condividere lo slancio ideale dell’amico da cui ora lo divide anche l’infatuazione per una ragazza. Giorgio si ritroverà così suo malgrado a seguire le orme dell’eroe di famiglia, un nonno antifascista caduto nella guerra civile spagnola del ’36, unendosi ad un popolo che pare dimenticato dalle mappe geografiche e che persegue una idea di società moderna agli antipodi di qualunque oscurantismo.
Quando però Giorgio si renderà conto del vero volto della guerra, sarà tardi…

Perché ho scritto questo libro?

La storia che ho scritto, pur totalmente inventata, parla di ideali e sentimenti e trae spunto da una vicenda vera: la decisione di un giovane combattente italiano, Lorenzo Orsetti, che ha lasciato l’Italia per seguire il suo ideale di libertà sposando la causa curda minacciata dalle milizie del presunto stato islamico, anche a costo di rimetterci la vita. Quando ho saputo che esistevano persone capaci di tale coerenza, di tale coraggio, mi sono domandato se avesse combattuto anche per me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

XX

Giorgio si alzò da letto di buon umore, finalmente un sonno ristoratore lo aveva ricaricato in ogni cellula, il contatto che aveva cercato con i combattenti curdi era stato trovato, e questo se da una parte lo stabilizzava, dall’altra gli infondeva una sottile inquietudine che per ora teneva bene a bada: d’ora in avanti, sarebbe stato difficile tornare indietro. Al momento, però, doveva solo starsene tranquillo e aspettare che il misterioso interlocutore, dall’accento indefinibile, si rifacesse vivo. Tempo aggiunto ad altro tempo. C’era da attendere le prossime istruzioni che sicuramente avrebbero riguardato il piano di viaggio in Medio Oriente, e poi non restava che seguirle alla lettera come un bravo soldato, per cui si mise l’anima in pace e si concentrò sull’impegno che aveva preso con Ugo per quel giorno, un’altra buona causa lo attendeva. E gli faceva doppiamente piacere poiché, avendo annullato gli impegni di lavoro, ridotti quelli sentimentali, altrimenti non gli sarebbe restato un granché da fare quel sabato. Per un antico retaggio comunitario, senso di colpa religioso o dettame di coscienza trasversale ai nati in forma umana, gli sembrava uno spreco non mettere un po’ di tempo a disposizione degli altri.

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Addirittura era stato lì lì per fare prima un salto al ristorante e vedere come se la cavavano dopo che si era licenziato in tronco. Scartò subito l’idea, la cosa sarebbe stata un po’ inverosimile e non voleva comunque essere tentato dal promettergli di riprendere il lavoro come chef una volta rientrato dalla missione, considerata l’insistenza con cui il proprietario lo cercava e la sua riluttanza a dire di no a ogni richiesta in genere. Meglio non ipotecare il futuro, tanto più in un teatro di guerra. Decise così che si sarebbe allora reso utile con Pietro Non Mi Guardare, chi meritava meglio di lui un po’ di attenzione? Persone messe peggio nel suo giro non ne conosceva, e poi c’era da approfondire con Ugo la questione Dorin. Se ne era forse davvero innamorato? Fosse stato così, anche se con molta fatica, gli avrebbe dato campo libero, in fondo lui tra poco sarebbe sparito dalla circolazione e non era giusto impedire all’amico di provarci, senza la sua ingombrante presenza. Perché a questo punto era scritto che lui stava per diventare un volontario combattente. Ma era ancora presto per immaginarsi tra le brigate curde. Tornò alle parole di Ugo, quel sabato per allietare il suo assistito Pietro, gli aveva proposto una cosa che a dire il vero gli era suonata un po’ assurda, non propriamente una di quelle cose che fanno i volontari quando visitano un vecchietto in un ospizio, tipo portare un dolcetto o una parola buona. Con uno dei suoi voli pindarici, Ugo aveva progettato di mettere in scena un viaggio in Brasile a suo uso e consumo di Pietro Non Mi Guardare, perché il suo assistito si era convinto di doverci andare davvero laggiù, da mesi non pensava ad altro e non parlava che di questo con chiunque gli capitasse sotto tiro. Ignorandone la posizione geografica, Pietro aveva chiesto più volte a Ugo quali treni facessero la tratta Italia-Brasile, la lunghezza del viaggio, e se a bordo fosse previsto un servizio di accompagnamento per persone con disabilità motoria. Ugo aveva tergiversato, non gli andava di deluderlo,  finché non gli era venuta quella idea. Stando a quel che diceva Ugo, se Pietro non avesse risolto quel desiderio che era ovviamente impossibile da realizzare, sarebbe morto con quell’idea, e questo non era il massimo per lui. Perché, sempre secondo le sue conoscenze misteriose, che traeva dalla lettura di libri antichi e preoccupanti abbandonati in qualche scaffale della biblioteca o dalla frequentazione sporadica di workshop con strani personaggi barbuti circondati da un alone di venerazione che di volta in volta frequentava, più per curiosità antropologica che altro, bene alla luce di questo sapere ormai quasi perso, l’ultimo pensiero che viene fatto in punto di morte da una persona ha una forte influenza sulla sua prossima vita, tanto da poter determinare le condizioni in cui quella stessa anima ritornerà sulla terra. E poiché Ugo era persuaso, non si sa per quale ragione, che il Brasile rappresentasse una meta del tutto inadatta per la prossima vita del suo amico Pietro, anche prefigurandolo in un corpo nuovo di zecca, si trattava di levargli dalla testa la fissa già in questa vita, nel poco tempo che gli restava da vivere. Era un po’ matto Ugo, certo, o forse la sapeva molto lunga. Per quanto ne sapeva Giorgio, cioè nulla dell’argomento, il suo amico parkour aveva centrato perfettamente la questione, come d’altronde aveva già dimostrato su innumerevoli argomenti prima di allora. Strampalata che fosse o meno l’idea, ad ogni buon conto, il fatto di far realizzare a Pietro un piccolo sogno, sarebbe stata comunque una buona azione da compiere quel sabato, e questo a Giorgio bastava per sentirsi in armonia con la disarmonia del mondo, come aveva letto su qualche libro del suo scrittore preferito.

Parcheggiò quindi la sua smart un po’distante dallo storico edificio che ospitava la casa di riposo, mentre nelle orecchie gli risuonò  ancora l’invito di Ugo:

“allora vieni anche tu in Brasile?”

Già, un amico con questi slanci, dove l’avrebbe più trovato? Al diavolo la questione con Dorin, loro due erano nati per questo genere di avventure non per litigare dietro a una gonna. Ecco ora Giorgio entra passi svelti nel lungo corridoio del ricovero per anziani dove Ugo presta servizio come volontario, una volta alla settimana. Lo sta già aspettando al baretto interno all’hospice. Giorgio adora i bar degli ospedali, delle scuole, delle caserme, frequenterebbe anche i caffè delle prigioni se ce ne fossero, anche quelli dove il caffè è pessimo e non ci torni più, però ci sono i tavolini e un giornale da sfogliare e commentare con qualche perdigiorno. Abolirebbe invece totalmente le macchinette del caffè che a suo dire tolgono socialità e lo riducono a un rito solitario e venefico per via delle microplastiche nei bicchierini. Appena aperta la porta a vetri, Giorgio avvertì subito l’odore che hanno i vecchi quando stanno soli tra loro per troppo tempo. Si accorse di avere tutti gli sguardi puntati, con una torsione del collo, gli anziani avventori ai tavolini si sono infatti girati verso di lui, verso quella faccia nuova, ogni visita da quelle parti è un evento che spezza la routine. Quasi tutti hanno la badante dell’est o del sudamerica. Ugo è l’unica persona seduta da solo, in un angolo, sembra un badante che è uscito dal giro. Senza girarci tanto intorno, gli spiega il suo piano, portare Pietro appena fuori in campagna, facendogli credere di essere arrivato in Brasile per riportarlo indietro in tempo per la cena.

..ma perché proprio in Brasile poi?”

“e che ne so, io? A te non capita di avere un sogno nel cassetto, lui ce l’ha ed è di vedere il Brasile una volta nella vita”

“ma il capanno dei cacciatori è solo a mezz’ora di auto capirà che lo stiamo prendendo in giro, altro che Brasile”

“ …ma lo sai che Pietro non esce da queste pareti da più di 20 anni, lui non sa niente del mondo, il suo grado di conoscenza è quello di un bambino di cinque anni che ora sogna il Brasile”

“…ma sei sicuro che funzionerà? Mi sembra un po’ tirata per i capelli”

abbi fiducia, amico, sarà una passeggiata in terra carioca. Andiamo al fiume, ci addentriamo un po’ dentro il bosco, fino al capanno abbandonato, quello che usavano i cacciatori, poi si torna indietro.”

Entrarono nella stanza di Pietro che un infermiere aveva appena finito di sistemarlo sulla carrozzina, pronto per uscire. Faceva tenerezza a guardarlo, la carnagione bianchissima, quasi diafana, di chi il sole non lo vede se non attraverso i vetri. Sul viso ossuto, due occhi vivaci e un po’ sporgenti facevano capolino su una capoccione non misurato al resto del corpo. Pietro scruta i due visitatori attento. La sua figura è minuta, forse un metro difficile per Giorgio capirlo perché sta seduto, composto ma rivestito da abiti di qualche taglia di troppo. Giorgio ripassa mentalmente la parte che gli ha assegnato Ugo, stando attento a non fissare troppo a lungo Pietro che potrebbe indispettirsi in un lampo e mandare all’aria il piano.

“ciao Pietro, ecco Giorgio, il mio amico italo-brasiliano di cui ti ho parlato”.

Bom dia, Pietro” fa Giorgio “e così il tuo desiderio è visitare il mio paese…”

Pietro non lo dà a vedere, ma ha già ben accettato la presenza di Giorgio, poiché si esprime con un tono rilassato, mentre il cuoco fatica un po’ a non fissarne le anomalie.

sai caro da quando sono qui, ormai ventiquattro anni fa, dipendo dagli altri per tutto, non è bello, ci credi? Quando perdi la mamma, perdi tutto, ricordalo questo”

ma perché proprio il Brasile, signor Pietro” domanda Giorgio, lieto che si sia rivolto a lui con un caro che gli sembra un premio alla sua buona volontà.

“te l’ho detto, allora non mi ascolti, sveglia eh… l’Italia mi ha deluso, più chiaro di così?”

e Brasile sia! Allora, vamos!” interviene Ugo con un battito di mani.

Preceduto da Ugo e spinto da Giorgio che essendo più robusto manovra meglio la carrozzina tra salite e discese, i tre escono dal ricovero sotto gli sguardi attoniti dei clienti del baretto che si danno di gomito quando scorgono Pietro impettito sulla sua carrozzina, con la fierezza di un imperatore d’Egitto, scortato dai suoi schiavi. Una volta in strada il bagliore della luce del sole, il rumore del traffico, le auto che strombazzano tra moto rombanti e bici pirata, disorientano Pietro che conserva un ricordo della città molto diverso. Ma è solo un attimo, non bisogna fermarsi. La città, anzi il Brasile, lo aspetta.

andiamo con lo squalo?”

Così optarono per l’auto di Ugo perché sulla smart di Giorgio la carrozzina non ci sta, invece sulla vecchia Citroen scoperta di Ugo si viaggia belli comodi. Giorgio sente la gioia di essere al posto giusto, al momento giusto. Il regista cosmico oggi gli ha assegnato una parte in una fiction brasiliana, e lui farà di tutto per recitarla al meglio.

“beh, come ti sembra la città?”

“un pò tutti pazzi qua fuori, cosa è tutta questa fretta?” 

Ugo guida apposta lento, talvolta gli suonano dietro, non è una questione solo di prudenza: vuole far assaporare al passeggero la vita fuori dall’ospedale, come fosse una guida turistica gli illustra tutto ciò che l’urbanizzazione ha prodotto negli ultimi anni. Pietro fa domande, chiede spiegazioni, contesta e commenta. Intanto l’abitato si diluisce, i palazzi si diradano lasciando spazio alla campagna. Dalla provinciale che porta fuori città si dirigono lungo il fiume che costeggiano per un tratto. Accorgendosi della difficoltà che ha Pietro nell’adattarsi alla luce che gli batte forte in faccia, Giorgio gli fa indossare i suoi occhiali da sole, totalmente fuori misura sul suo volto scarno. Sorride quasi, Pietro Non Mi Guardare, ora che con lo sguardo abbraccia il panorama, sembra felice come se rivedesse il mondo che aveva lasciato una vita fa. Da quali pensieri, se di stupore o delusione o da lontani ricordi, sia attraversato la mente di Pietro, non si può supporre, o forse sta semplicemente godendosi il riflesso del sole sulle acque azzurrine del fiume che scorrono placide.

manca tanto?” domanda dopo qualche minuto Pietro, un po’ nervosetto.

“ecco qui siamo quasi al confine. Lo vedi questo fiume qui sulla nostra destra?” gli domanda Giorgio

bene, è il Rio Grande” proclama Ugo in tono trionfante.

anche io vorrei essere grande, tre metri, e guardare tutti dall’alto in basso. E sputare in testa a chi mi fa arrabbiare” dice Pietro ridendo alla sua stessa sparata.

Ugo lo invita a rilassarsi, a godere ancora la natura intorno, intanto che prendono una deviazione per i campi sotto un sole ancora pungente, rettangoli di terreno coltivati si alternano piccoli boschi di faggi, dai fusti sottili e biancastri che gettano di sotto un’ombra rinfrescante. Lungo il tragitto scorgono dei viados, in attesa dei clienti, con l’ombrellino per proteggersi da sole. Ammiccano all’equipaggio coi i loro sederoni messi in risalto da pantalocini attillati e sgargianti. Ugo rallenta e a passo d’uomo, mentre quelle  sporgendosi dentro l’auto  arrivano quasi a sfiorarli.

“…anche loro sono del Brasile? Cosa fanno qui?”

“…fanno la guardia agli spiriti della foresta, lo vedi come sono robuste?” 

Pietro annuisce. La strada è diventata intanto un sentiero sterrato, si fermano dopo poco e proseguono a piedi, verso uno spiazzo circondato da una ghiaia bianca che abbacina lo sguardo. Spingendo in due la carrozzina perché sulla ghiaietta fa fatica a procedere, giungono davanti a un capanno scassato, le assi di legno inchiodate in qualche modo. Giorgio a un cenno di Ugo si ferma a una decina di metri dal rifugio, e dopo pochi istanti, escono gli amichetti di Ugo, uno dietro l’altro, come se scendessero sul prato del Maracanà. Indossano la maglia del Brasile, uno porta sulle spalle una radio portatile che intona un pezzo di Toquino, gli altri due si passano il pallone ultra-leggero con tocchetti rapidi, fino a che il più grandicello, calcia fortissimo, in alto a campanile. La sfera si impenna e, forse per effetto di un colpo di  vento improvviso, prende a salire, come risucchiata in un vortice che la trasporta su, quasi a bucare il cielo. Poi il pallone non si vede più, qualche istante e bum! Dopo un istante, da un albero del boschetto un colombo color porpora sfreccia sopra le loro teste ancora volte all’insù ad aspettare invano il ritorno di quel pallone.

ecco Pietro, ora siamo proprio in Brasile…”

A questo punto entrano nella casetta di legno, una volta adibita a rifugio per i cacciatori di quaglie e di fagiani della zona. Le ruote della carrozzina scricchiolano fastidiosamente sull’impiantito ligneo che pare sprofondare da un momento all’altro. Su una sedia a dondolo c’è Dorin che sta fumando una pipa da indiana d’America. Giorgio stupito dalla messa in scena non si accorge che le ruote della carrozzina si sono incastrate in qualche fessura e Pietro ora pencola tutto da una parte. Dorin aspetta che Giorgio le sblocchi, tiri su Pietro per bene sullo schienale, poi non appena torna il silenzio, scandisce bene le parole, con la sua voce cantilenante.

“…lasciami indovinare, tu ti chiami Pietro e vieni da molto lontano. A nome di tutti gli spiriti della foresta ti do il benvenuto in Brasile.”

In quel mentre rientrano i bambini con una ghirlanda di fiori che mettono al collo di Pietro, danzandogli intorno. Lui accenna un sorriso, ma è solo un istante, non vuole dargli troppo confidenza e soprattutto, ci tiene a evitare che qualche moccioso lo fissi più dello stretto necessario. A un cenno di Ugo, Giorgio fa fare inversione a U alla carrozzina a rotelle.

beh, adesso possiamo tornare in istituto. Tra poco passa il carrello della cena. Ho fame”.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gianluca Donvito
Vorrei scrivere non sono nato e non morirò mai e di questo sono fermamente convinto. Tuttavia rivesto un corpo di 54 anni, che ha sempre vissuto e lavorato a Milano. Qui ho trovato una prima moglie meneghina doc e poi - insegnando italiano agli stranieri - una seconda moglie ugandese, da cui ho avuto meravigliosi figli multicolor che mi hanno fatto diventare un africano di seconda generazione. Di questa città così internazionale verso la quale sento affetto e gratitudine profondi, nonostante i cambiamenti e le nevrosi che la attraversano, apprezzo lo slancio, le tensioni sociali e la capacità di integrare molteplici anime, luminose o asuriche che siano.
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