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Lampedusa solo andata

LAMPEDUSA SOLO ANDATA
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Consegna prevista Maggio 2022
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L’inferno è acqua per Moise e i suoi compagni: devono attraversare il canale di Sicilia a bordo di un gommone, stretti l’uno con l’altro, senza spazio vitale per muoversi neanche per soddisfare i loro bisogni fisiologici.
L’inferno è fuoco per Carlo: vuole fermare a tutti i costi l’avanzata dell’orda barbarica che sta invadendo la nostra nazione, è determinato a farlo e proverà a spingere quei dannati agli inferi.
Lampedusa li vede protagonisti di un momento decisivo, per la loro vita e per quella di innumerevoli altre persone che affollano la banchina del porto. Due cammini opposti, dal sud al nord e viceversa, due diverse speranze, e un unica tappa: Lampedusa.
Nel mezzo l’indagine del commissario Terenzi che, partendo dal ritrovamento di un cadavere sfigurato in decomposizione e da un coltellino, riuscirà a ricostruire i fatti arrivando così ad ammirare da vicino l’isola dei conigli.

Perché ho scritto questo libro?

Il pensiero delle migliaia di vittime “sepolte” nel canale di Sicilia, ha fatto nascere in me il bisogno di raccontarne la storia attraverso le vicende immaginarie di due personaggi opposti. Simboli della spinta al miglioramento dell’immigrato e del sentimento di ostracismo, diffuso nella nostra nazione. Nella speranza che questa storia possa fare riflettere.

Mar Mediterraneo

Innumerevoli volte

Da innumerevoli anni

Credevo che l’inferno fosse fuoco, invece è acqua. Acqua che circonda; si muove continuamente, arriva in faccia. Acqua salata che brucia le labbra. L’inferno è puzza e sudore, è spruzzi di vomito che arrivano da tutti i lati, di gente che il mare non lo ha mai visto, e adesso deve affidargli la propria vita. L’inferno è questa enorme quantità d’acqua che si prende gioco di tutti noi, che ci culla sulle sue onde, ma non con tenerezza, lo fa con violenza come a volersi scrollare di dosso questa massa misera e puzzolenta di gente impaurita che gli si è aggrappata sulla schiena. L’inferno è lo scafista che ci guarda male e non risponde alle domande, ma urla ordini, insieme al suo complice armato di pistola.

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E’ inferno questo sole che picchia duro e riflette i suoi raggi, dall’acqua dritto agli occhi, ed è meglio tenerli chiusi per non farli bruciare. Così cerchi di dormire e allontanarti un momento da questi inferi; a nessuno nemmeno un istante è concesso perché le voci, i lamenti dei bambini e delle madri, dei vecchi e degli uomini squassati dal movimento dei liquidi interni in simbiosi con quello del mare non lo concedono. L’inferno è sentire il bisogno di urinare, ti opponi allo stimolo fino a quando non resisti più e cerchi di arrivare al bordo dello scafo e vergognandoti la fai lì, a sbalzo, sul parapetto e ti accorgi che qualcuno facendosi tenere da un compagno di viaggio, tenta anche di defecare seduto su quel parapetto. L’inferno è comprendere in un istante, mentre il barcone ha fermato i motori: i due gommoni che ci trasciniamo dietro dalla partenza,

non sono scialuppe di salvataggio, ma il mezzo col quale continuerà il nostro tragico viaggio. Salire su quei gommoni è come mettere il piede dentro una fossa e sperare non venga riempita di terra. Ma non tutti ce la fanno al primo tentativo. Qualcuno cade in acqua e si aggrappa disperatamente, riuscendo a salire aiutato da un compagno di sventura.

L’inferno è questo gommone con cento persone pigiate l’una sull’altra, specchio di quell’altro che ci naviga accanto. Legati con una corda verso un triste destino.

Trasportato dalla corrente, l’inferno naviga verso una meta che non si vede, non s’intuisce, mentre gli occhi bruciati dalla salsedine scrutano disperatamente un orizzonte avido di speranza.

1

Le otto di sera, Carlo torna a casa. Fuori minaccia pioggia, è tutta la giornata che tenta di farlo, si sentono tuoni, ma non scende nemmeno una goccia d’acqua. Negli ultimi giorni, è successo abbastanza spesso facendolo tremendamente infuriare. “Se il tempo non ha le palle per prendere un cazzo di decisione, che la smetta di dettare legge e lasci il campo a qualcuno più in gamba di lui.” Fa subito una doccia, la prima cosa da fare tornando da quel posto di merda. Non riesce a sopportare la sensazione di sporcizia che il contatto ravvicinato con i parassiti che la abitano gli provoca. E’ stato padre Francesco a incastrarlo, ma è convinto gli tornerà utile. L’ha conosciuto per caso, mentre si aggirava attorno a quello schifo di campo con lo scopo di osservare da vicino il “nemico.” Il prete uscendo dal cancelletto, è apparso improvvisamente sulla strada, semigirato, senza guardare dove andava, parlando con qualcuno che stava all’interno della casa e ha travolto in pieno Carlo. Le carte che il sacerdote teneva in mano, sparpagliate in terra e lui, chissà per quale cazzo di motivo, lo aveva aiutato a raccoglierle. Don

Francesco mortificato per l’accaduto si era scusato mille volte e per farsi perdonare lo aveva invitato a prendere un caffè dentro il campo nemico. Lui in mezzo a quella gentaglia? Neanche morto! Poi ci aveva ripensato “così vedrò dall’interno dove stanno questi cani.”

Il primo impatto ha deluso le sue attese. Immaginava sporcizia dappertutto e disordine e puzza di cibi e sudore. Invece l’interno del centro d’accoglienza per extracomunitari ha una grande dignità e pulizia. “Perché è un posto di preti” dice fra se “ma se li lasci soli nel loro mondo questi ridiventano cani puzzolenti.”

Una prima stanza con tre tavoli, attorno ai quali stanno seduti degli uomini, sicuramente arabi o africani. In tutto non più di sei o sette persone. Da una seconda stanza attigua vengono voci di bambini. “Dove stanno le donne?” pensa “Non se ne vedono in giro né si sentono parlare. Saranno segregate da qualche parte secondo le usanze barbare di questa…gentaglia.” Fatica persino a definirli persone. Padre Francesco l’ha invitato a sedersi a un tavolo accanto a due uomini di mezza età, ha chiesto ad un ragazzo bianco, probabilmente un volontario, di preparare un caffè. Carlo esita un istante. Sedersi accanto a tali individui è l’ultima cosa che vorrebbe fare, ma una voce interiore continua a suggerirgli che il tutto avrà sviluppi positivi. Chiude per un istante gli occhi, sorride rivolto ai due uomini, un sorriso evidentemente forzato, privo di empatia, si siede dove il sacerdote gli ha indicato. Pur vestendo normalissimi abiti civili, padre Francesco trasuda ecclesialità da tutti i pori. Capello corto pettinato all’indietro, occhiali quadrati con montatura metallica, ben rasato, mani perfettamente pulite e curate “Chissà perché i preti hanno tutti le mani immacolate, senza pellicine sollevate o unghie morsicate” pensa Carlo sentendosi un po’ sacrilego.

-“Questa è davvero un’isola di pace” dice il prete presentando il centro a Carlo, “Abbiamo pochi ospiti, in tutto cinque famiglie. Questo ci permette di tenere l’ambiente curato. Godiamo dei finanziamenti della fondazione Guidi, un benefattore: degno

figlio di Dio, e dell’aiuto di qualche volontario. Il centro è piccolo perciò cerchiamo di tenere famiglie provenienti da una stessa area geografica, per ora tre di queste sono Sudanesi e due Egiziane. Tutte in fuga dai loro paesi per motivi politici.”

Maledicendo il caro sig. Guidi, benemerito figlio di puttana, Carlo ascolta il discorso di padre Francesco mentre qualcosa d’indefinito si fa strada nella sua mente, più una sensazione che una vera e propria idea, anzi una vibrazione interiore, qualcosa a livello embrionale, come i piccoli movimenti del cuore in presenza di una donna di cui in futuro ci si innamorerà. Nel suo caso non sarebbe stato amore, ma al contrario il bisogno chiaro di dare sfogo al suo sentimento d’odio. In questo momento il destino gioca d’anticipo, innesta un piccolo microscopico seme di rivalsa rabbiosa nella mente di Carlo.

-“Naturalmente cerchiamo di aiutarli a inserirsi nella società” continua il prete. “Le donne riescono a trovare lavoro nelle agenzie di pulizia, gli uomini in cantieri edili o nei lavori agricoli occasionali, ma diventa tutto sempre più difficile, con la disoccupazione che c’è nel paese.”

Carlo annuisce, si limita ad appoggiare i discorsi del prete il quale regala parole come se fosse pioggia in un pomeriggio tropicale.

-“Provengono tutti dal campo di prima accoglienza di Lampedusa. Hanno attraversato il deserto in condizioni spaventose e viaggiato per giorni e notti in quei piccoli instabili barconi nel canale di Sicilia, con il rischio di morire affogati. Un viaggio incredibile lontano anni luce dalla misericordia del signore. Loro sono riusciti a rimanere vivi, al contrario di molti altri che sono morti asfissiati in stive microscopiche o uccisi dagli stessi uomini che li stavano portando in salvo, o peggio finiti in mare e annegati.”

-“In qualche maniera bisogna pur morire.” Carlo si morsica il labbro immediatamente sperando di non avere fatto trapelare il

suo disprezzo, padre Francesco non sembra accorgersi della cattiveria che c’è in quell’affermazione, anzi tiene a precisare:

-“Questa è una santa verità, ma la differenza la fanno i vivi, i familiari che li hanno amati e desiderano vedere i loro cari un’ultima volta prima di affidarli al redentore. Fa male conoscere la sofferenza che tuo figlio o tua moglie o tuo fratello ha patito prima di lasciare per l’eternità questa vita terrena.”

Padre Francesco decide che si è fatto tardi, e si appresta a porre fine al loro primo incontro, Carlo si sente meglio. Ha resistito fino ad allora senza dire niente per paura di scoprirsi e perché continua a sentire la forte sensazione che quell’incontro determinerà una svolta nella sua vita. Non vuole compromettere il suo prossimo futuro. Sente che qualcosa d’importante sta avvenendo dentro di se e questo gli provoca un’emozione mai provata prima.

2

Moise camminava per le strade della sua città con le lacrime agli occhi. Una rabbia atroce gli mordeva le viscere. L’avevano distrutta, avevano massacrato i suoi figli, avevano raso al suolo i suoi palazzi, le sue scuole, perfino la moschea. Odiava la guerra. Odiava le armi e chi le costruiva, chi le vendeva e chi le comprava, se avesse avuto a fianco qualcuno di quei bastardi l’avrebbe strozzato con le sue mani. Il conflitto era durato appena un anno e mezzo ma era stato sufficiente a distruggere un paese e le sue speranze. In altri stati le guerre erano durate molto di più, doveva addirittura ritenersi fortunato!

L’uranio! Era stato l’uranio. Malediceva quella ricchezza che aveva fatto prosperare il suo paese per poi stritolarlo con le maglie terribili dell’avidità. Una sola fortuna si riconosceva in quel momento: il non avere nessuno al mondo di cui preoccuparsi. I suoi genitori prima dell’inizio della guerra, erano

morti: la madre di malaria, il padre per un incidente sul lavoro. Soprattutto non aveva figli. Troppe volte aveva visto durante quella guerra, bambini agonizzare e morire lentamente mentre le madri impotenti, gridando e piangendo cercavano di fermare con le mani il sangue che usciva instancabile da quei piccoli corpi.

Camminava spedito lungo il viale. Il caldo era insopportabile, malgrado fosse pomeriggio inoltrato. A quelle latitudini erano abituati al calore intenso ma Moise aveva l’impressione che il sole avesse perso definitivamente la pazienza e si stesse concentrando per bruciare con i suoi raggi tutta l’umanità che non era in grado di apprezzare il meraviglioso dono della vita. “Non meritiamo altro che morire in un inferno di fuoco” si disse. Parlava al plurale. Nei momenti di maggiore sconforto arrivava a pensare che tutti in qualche modo avessero una parte di responsabilità nel disastro avvenuto. Quelli che con troppa superficialità avevano appoggiato un certo tipo di politica e di politicanti, quelli che pur non appoggiandola non l’avevano contrastata a sufficienza e quelli che non avevano fatto abbastanza per convincere i primi della tragedia a cui stavano andando incontro. Lui si collocava fra questi ultimi e ciò bastava a farlo sentire in colpa.

Percorse il viale avvolto dalla sua rabbia e raggiunse la piazza, un tempo prosperosa, sensuale, circondata da sicomori, punto di ritrovo per tutta la città, luogo dove si svolgeva il mercato più bello che avesse mai visto, oggi squarciata dalle deflagrazioni, triturata dal passaggio dei carri armati, perforata dai colpi di mortaio. Dei sicomori rimanevano solo il ricordo annerito dal fumo dei mille incendi che ne avevano divorato i corpi. Ma la vita si rigenera dai corpi morti, dalle carcasse in putrefazione riemergeva risoluta. La piazza era ancora il luogo di ritrovo per quelli che erano alla ricerca di un’esistenza rinnovata o per chi come Moise deponeva le sue speranze di un futuro migliore in un qualche luogo distante il più possibile dalla città.

2021-07-31

Evento

facebook Cari amici, finalmente la nave di ResQ people saving people è pronta al varo. Un altra forza si aggiunge alle poche gia operative, nel tentativo di salvare vite umane nello sconfinato mar mediterraneo. Oggi pomeriggio alle 19,00 in diretta, sulla loro pagina facebook si potranno seguire le operazioni. Ho deciso di destinare parte del ricavato della vendita del libro a questa piccola ma grande onlus italiana.

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Giuseppe Panzeca
Ho fatto il musicista professionista per diciotto anni in un gruppo affermato di Word Music vivendo in Austria, Svizzera e successivamente a Roma.
Ho iniziato a scrivere subito dopo avere abbandonato la professione musicale, dapprima un racconto ispirato ad un viaggio in Messico da me realmente fatto, successivamente una storia legata alla mia terra, la Sicilia e alle sue tradizioni culinarie.
Questo terzo lavoro, integralmente frutto della mia fantasia, è ispirato ai fatti drammatici che accadono quasi quotidianamente nel canale di Sicilia.
Subisco il fascino della montagna e degli ambienti nordici. Delle scogliere sferzate dal vento, dei cieli grigi illuminati dal sole che si fa spazio fra tagli di nubi. Irlanda, Scozia, Bretagna, Islanda. Forse il prossimo racconto sarà ambientato lì.
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