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L'aroma della delicatezza

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Consegna prevista Luglio 2020

Gabriele, diciassette anni, è insofferente alla normalità. Va alla ricerca di autenticità e ha la capacità di leggere l’interiorità altrui. È cauto con le ragazze, attribuisce loro un colore e un profumo. Non è un estimatore delle troppe parole.
Quando incontra Camilla, capisce di volerla conoscere. Ma c’è qualcosa che all’inizio non può sapere e che deve affrontare: il suo silenzio, la sciarpa che le copre la gola e le protegge la voce.
Grazie all’intuito di un professore e alla figlia di quest’ultimo, i due ragazzi hanno modo di capire se ciò che provano è affetto, avversione, amicizia o amore; se si possa dare una definizione concreta alle emozioni; se esista un modo per parlarsi senza parole.
In un delinearsi di emozioni, in un crescendo di profondità, dove la sensibilità si rivela l’arma più potente e il gesto più semplice acquista uno spessore insospettabile, L’aroma della delicatezza è il viaggio introspettivo di due ragazzi che cercano l’abbraccio e la comprensione del mondo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto L’aroma della delicatezza a diciassette anni. Mi interrogavo spesso sull’importanza delle parole. Per me era difficile entrare in contatto con gli altri: mi chiedevo se ciò che dicevo fosse giusto o sbagliato, mi rimproveravo una frase o persino singole parole. Ero soddisfatta solo di quelle che scrivevo. Così ho creato personaggi, e una storia, che mi permettessero di oltrepassare questo scoglio: per riflettere sul linguaggio, avevo bisogno di qualcuno che non parlasse affatto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

L’aroma della delicatezza

“Non è scontato sentirsi pieni di parole.”

Parte prima: quando, chi, come, dove, perché.

1. Quando la circostanza cambia

Gabriele non era cieco, era accecato. Vedeva persino troppo e non riusciva mai a chiudere gli occhi per lasciar perdere il mondo e guardarsi all’interno. Aveva poche conoscenze, troppe illusioni e aveva ormai deciso da tempo che, in una seconda vita, sarebbe stato qualcuno di importante. Tuttavia, doveva ancora capire cosa farsene della prima.
Non possedeva una grande autostima, non conosceva la spavalderia neppure per nome e nella maggior parte dei casi preferiva aspettare che qualcun altro lo sorpassasse per studiare meglio la situazione e ideare di conseguenza un piano d’azione. Di lui dicevano tante cose: spesso saltava fuori quell’invidiabile intuito critico che lo caratterizzava, e i suoi capelli. Folti, troppo folti, spettinati. “Così come non riesce a controllare quei ciuffi”, si pensava, “allo stesso modo è incapace di domare sé stesso”. Ma Gabriele fingeva di non conoscere il parere degli altri, probabilmente perché sapeva di avere i mezzi per trasformare in determinazione la sua apparente inconsapevolezza.Continua a leggere
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Non credeva e non cercava di essere originale e proprio per questo, probabilmente, lo era.
Proseguendo la sua ontologia negativa, Gabriele non apparteneva a quel genere di persone che esternano il loro entusiasmo nei confronti delle novità, qualunque esse siano. Di norma, quando veniva chiamato a confrontarsi con qualcosa di non ordinario, adottava un atteggiamento di incertezza e distacco e argomentava le sue decisioni rinunciatarie con parole che non convincevano per davvero nemmeno lui. Proporgli una qualche iniziativa equivaleva in buona misura a terrorizzarlo: si ritraeva nel guscio delle sue giovani incertezze e lì dentro ricordava a sé stesso di non essere pronto. Non era pronto, capace, adatto, a prescindere. Molti ridimensionavano il tutto e liquidavano la sua ritrosia a una stereotipica questione di carattere, nonostante sia opinione generale la tesi secondo cui non è consigliabile ridurre un individuo esclusivamente all’immagine che dà di sé. Esistono particolarità che a volte non si riescono ad estrinsecare dal comune modo di approcciarsi; a volte non serve nemmeno parlare.
Gabriele non si sottrasse a prescindere da quel lavoro di gruppo proposto dalla sua scuola: avrebbe preferito poterlo fare solo dopo aver compreso che era necessario apparire disponibili, cooperare e socializzare con sconosciuti. Gli dicevano che in breve tempo i ragazzi con cui avrebbe lavorato non sarebbero più stati estranei, ma nuovi amici. Lui non ascoltò e non fu ascoltato. Così un lunedì del secondo quadrimestre della terza superiore, si ritrovò nell’impaccio di trascinare i suoi diciassette anni di vita prevalentemente solitaria in un’accozzaglia di nomi da imparare e visi da riconoscere, lui e i suoi compagni di classe, lui e una quarantina di altri studenti. Estranei, si diceva, spaventosi aggregati di coetanei. Sarebbe stato così comodo restare ai margini della quotidianità.
Nonostante questo senso di disagio, Gabriele non esternava alcun tipo di sofferenza. C’era chi sosteneva che si emozionasse con niente; chi invece lo definiva anonimo e privo di personalità. In linea generale lo si sarebbe definito un ragazzo tranquillo: un rapporto lineare con i genitori, nessun fratello con cui litigare, e sebbene non fosse dotato di un frizzante spirito d’iniziativa, amava concludere qualcosa. Sempre che l’artefice originario non fosse lui. Si manteneva socialmente lontano da questioni pratiche, preferendo di gran lunga muoversi in una dimensione più spirituale, dai contorni onirici, ricca di pensiero e riflessione.
La mattina, appena sveglio, si raggomitolò su sé stesso nel tentativo di placare una fitta allo stomaco, che poi si trasformò in un malessere trascurabile ma costante, fastidioso e per certi versi mortificante, sempre lì presente a ricordargli la sua inadeguatezza. Immediatamente i suoi pensieri corsero alle incombenze che avrebbe dovuto affrontare. Il progetto si sarebbe svolto nel corso di tre settimane, presso la sala congressi dell’università, non distante dalla sua scuola. Avrebbero partecipato a diversi incontri e conferenze; lo scopo era quello di lavorare alla stesura di un articolo sui temi trattati da pubblicare sul giornale locale. A Gabriele non importava quasi niente di quella circostanza, se non il momento in cui tutto sarebbe finito.
Camminò lungo il bordo del marciapiede fino alla stazione. Si fermava sempre al solito posto, tra quella panchina scrostata con le iniziali di chissà quali amori passati e il distributore di sigarette, con le braccia conserte e lo sguardo calato sul porfido. Saliva sulla corriera e si sistemava su un sedile che non era mai lo stesso, ma che rispondeva giornalmente a quelle che erano le sue esigenze primarie: ripassare per le lezioni, dormire ancora una manciata di minuti, o guardare semplicemente fuori e pensare.
Dopo un paio di fermate arrivò Alessio, il suo compagno di scuola, classe, banco e vita, uno dei pochi che conosceva bene Gabriele e che coglieva le sfumature dei suoi sentimenti come un pittore di fronte alla sua tela.
«Oggi è un giorno nuvoloso. Ti senti come il cielo?» chiese Alessio inarcando il sopracciglio, solo quello destro, come faceva sempre quando era alla ricerca di un sorriso altrui. Normalmente lo otteneva sempre.
«Mi sento solo dispiaciuto.»
«Per chi?»
«Per chi si troverà a lavorare con me.»
Gabriele non si sarebbe definito un ragazzo particolarmente schivo o insofferente; più semplicemente, tendeva a vedere le cose con la sua personalissima prospettiva. La sua autoconsapevolezza non era delle più convinte, ma apprezzava la propria mentalità acuta e il sottilissimo senso dell’umorismo che solo pochi percepivano. Erano più frequenti le volte che mostrava gentilezza rispetto a quelle in cui ostentava un’aria sciolta che non possedeva; amava la cultura e soprattutto la storia, leggeva, s’informava, ed era dotato di uno spiccato talento per scrutare interiormente le persone e coglierne la sostanza prima e fondamentale. Gli bastava uno sguardo, a volte, per delineare con inquietante precisione il profilo psicologico di un perfetto sconosciuto. Con il genere femminile adottava un comportamento molto più cauto: riteneva le ragazze un’entità delicata e misteriosa, attribuiva a ognuna di esse un colore e un profumo. Pensava che le parole fungessero da contorno alle sensazioni, non da primo piatto. Erano un utile accompagnamento, una melodia di sottofondo, una nota esplicativa, l’eco di una risposta.
Ciò non significava che non le sapesse usare bene, se lo desiderava. Altrimenti simulava di essere più impacciato di quel che gli altri già pensassero. Lo trovava vagamente divertente.

L’impatto visivo degli studenti già accalcati nei pressi del palazzo dell’università fu uno schiaffo che Gabriele tentò di ammortizzare con una certa fatica. Seguendo Alessio, si diresse verso i loro compagni di classe e, nell’attesa di chi doveva ancora arrivare, qualcuno rise, qualcuno sbadigliò, qualcuno iniziò a raccontare un episodio che trovava divertente.
Gabriele invece si dedicò a tutt’altro, lui osservò: iniziò a farsi strada con lo sguardo tra quei volti sconosciuti delle altre classi, poco distanti dalla sua. Vide un ragazzo molto magro che teneva le mani nelle tasche, vestiva in modo semplice e morbosamente lineare. Gabriele lo notò prendere dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto e lisciarlo tre volte prima di usarlo. Da un guizzo dello sguardo più veloce di quanto sia socialmente ritenuto piacevole e troppo improvviso per non destare nervosismo, Gabriele ipotizzò un sintetico profilo psicologico. Maniaco della pulizia, studente modello, un metro e ottanta di formule matematiche da sciorinare a memoria. Un tipo di ritratto che poteva apparire eccessivo, ma che il più delle volte si rivelava meramente corretto. Proseguì in questo modo, per dimenticarsi del tempo.
Due ragazze che si sussurravano chissà quale segreto, i capelli portati nella stessa identica maniera, parzialmente raccolti dietro la nuca. Braccialetti e orologi ai polsi. Orecchini pendenti e trucco pesante. Quel tipo di ragazze che lasciano dietro di sé l’aroma dell’ultimo profumo comprato. La malizia s’inerpicava in loro come edera su un muretto di pietra.
Erano tutti maledettamente simili, ugualmente appartenenti a categorie standard facili da inscatolare in un cofanetto di pregiudizi. Nessuno che brillasse di luce propria, tutti dipendenti da schermi di bellezza intrisa di luoghi comuni e dicerie. Lo capì intuitivamente: impossibile trovare qualcuno di autentico. Sospirò e diede un calcio a un sassolino che gli stava sfidando la punta della scarpa. Lo vide ruzzolare verso le ragazze e attese con ilarità le loro occhiatine seccate, che lo raggiunsero pochi secondi dopo. In risposta, elargì un sorriso.

Alle nove in punto fecero l’appello, tutti presenti, bene, potete entrare, aspettate il professore, in silenzio però. Fate conoscenza con il compagno che vi troverete accanto, non siate timidi, è un’ottima occasione per arricchire il vostro bagaglio personale.
Alessio e Gabriele furono costretti a separarsi: gli studenti di una stessa classe dovettero sedersi intervallati con gli altri. Gabriele si sistemò appositamente nell’ultima sedia di una fila centrale, in modo tale da ritrovarsi con un solo posto vicino da poter essere occupato, e appositamente dietro per contare su un discreto numero di persone davanti. Non amava guardare negli occhi il suo diretto interlocutore, in occasioni così formali: gli dispiaceva nel caso in cui questo potesse leggere nei suoi occhi una noia colpevole e innegabile. Nella maggior parte dei casi, nessuno ascolta il professore che viene a parlare delle ultime risorse idriche presenti sul pianeta, della crescente digitalizzazione o del corretto consumo dei carboidrati.
Gabriele si sporse in avanti tra altri due studenti, appoggiando i gomiti sulle proprie gambe.
«Di solito chi va a parlare nelle scuole nasconde in sé un represso istinto omicida, oppure è solamente masochista. Insomma, sa come andrà a finire. Non credete?» disse senza preavviso.
I ragazzi si girarono senza capire; uno di loro inscenò un sorriso che ben riassumeva una duplice reazione di imbarazzo e diffidenza.
Gabriele annuì con garbo e tornò ad appoggiarsi sullo schienale della sedia. Aspettò senza parlare con nessuno.

Lentamente le altre classi iniziarono a distribuirsi nella sala. Gabriele venne raggiunto da lembi di conversazioni convenzionali e saluti imbevuti dalla superficialità della circostanza. Vide gli altri ragazzi standard affollare quell’auditorium che sembrava sempre più piccolo e traboccante di menti annoiate, ancora spente dalla scia mattutina lasciata dal sonno. Gli occhi di molti erano annebbiati dalla stanchezza e adombrati da un senso comune di disinteresse.
Gabriele, accanto a quella prescelta sedia di nessuno, si trovava ancora senza un compagno con cui lavorare all’articolo. Sospirò per l’ennesima volta e finse di allacciarsi le scarpe, nonostante avesse l’abitudine di stringere i lacci con forza, come per timore che qualcosa potesse sciogliersi senza il suo consenso. Chinandosi verso il pavimento simulò di immergersi per un secondo in un oceano immaginario, e provò a ricordarsi come ci si sente quando si è sott’acqua e i rumori giungono ovattati e distanti. Il battito cardiaco è più vicino e presente del solito, i movimenti sono coordinati da uno slow-motion d’atmosfera. Tutto sembra implodere al rallentatore. Chiuse gli occhi e immaginò di nuotare. Sentì il flusso della corrente che gli accarezzava i capelli e faceva apparire le sue ciocche morbide e leggere, perfette danzatrici insieme all’acqua. Ciocche che divennero alghe, e pelle che divenne marea.
S’intrattenne con i riflessi azzurrini proiettati sul fondale chiaro dai raggi del sole che s’insinuavano tra le increspature della superficie; sfiorò i bordi seghettati delle conchiglie, e decise di prenderne una, levigata, da regalare alla prima persona meritevole che avesse incontrato in quella giornata. Chiuse il pugno destro e la afferrò, poi riemerse.
Al suo ritorno, dopo aver inclinato la testa alla sua destra, verso l’alto, si accorse di non essere più solo. Da una distanza non ben precisata giungeva la voce amplificata dal microfono di un professore, mentre un vociare indistinto sporcava le pause di silenzio tra una frase e l’altra. Molti erano intenti a parlare, altri fingevano di ascoltare, ma nessuno era autenticamente lì presente. Tra il rumore e la frenesia, Gabriele captò qualcosa di diverso. Come quando si visita una città nuova e tra odori sconosciuti e acri s’intuisce la familiarità di qualche segnale puramente casuale (sentire parlare la propria lingua, riconoscere l’aroma del proprio bagnoschiuma o la scia inconfondibile del cibo preferito), così per Gabriele c’erano un profumo e un colore nuovo da attribuire. Vicino a lui prese silenziosamente posto una ragazza dagli occhi grandi, dolcemente azzurri, focalizzati con riservatezza e timore su ciò che la circondava, nel tentativo di discernere il fattibile dall’improbabile, come se volesse subito eliminare azioni o parole che non avrebbe manifestato con nessuno. Nel giro di pochi istanti si era già sistemata diverse volte gli occhiali dalla montatura scura sul naso. I capelli erano nastri neri e lisci e sciolti, ma portati continuamente davanti alle spalle con movimenti rapidi delle mani, mani che Gabriele notò subito: affusolate, docili.
Quella ragazza era seta e introspezione. Odore di pioggia fresca, quella che imperla i fili d’erba. Era blu, blu come il mare dal quale Gabriele era appena riemerso. Ed era indubbiamente una persona meritevole.
Decise che le avrebbe regalato la conchiglia, ma quando incrociò per caso i suoi occhi venne trafitto da un’ondata di ostilità. Non ottenendo alcuna risposta, Gabriele si ritrovò a deglutire la propria irrazionale avventatezza. Ripose la conchiglia in tasca e si autoprogrammò nel tentativo di ascoltare ciò che qualcuno, lontano anni luce da lui, stava scandendo meccanicamente al microfono.

31 ottobre 2019

Aggiornamento

Siamo a metà!
In sole due settimane sono state già preordinate 100 copie sulle 200 necessarie per vedere realizzata la pubblicazione del mio libro!
Rinnovo un enorme GRAZIE a chi mi sta sostenendo in questa avventura e a chi lo farà. Sapere che ciò che ho scritto può arrivare e trasmettere qualcosa a chi mi legge è una delle sensazioni più belle ed emozionanti che potessi provare.
23 Ottobre 2019

Aggiornamento

In sole 24 ore è stato raggiunto il 20% dei preordini! Ringrazio davvero di cuore tutti coloro che hanno già preordinato il libro, che stanno leggendo il pdf, che mi stanno scrivendo bellissime parole... e grazie a chi vorrà credere in me e nel mio libro. L'aroma della delicatezza è un pezzo di me, e da ora anche vostro.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Per chi cercasse una lettura intima, sulle relazioni umane sempre così difficili e belle, questo è il libro giusto. Ci si affeziona facilmente ai personaggi e al ritmo della loro storia. Con l’aggiunta di un pizzico di filosofia e dell’ambiente intellettualmente vivo delle scuole superiori, il lettore non può rimanere in parte alla strana vicenda di Gabriele e Camilla, né esaurisce mai la curiosità, nemmeno alla fine.

  2. (proprietario verificato)

    Già leggendo l’anteprima trapela la vera delicatezza di questo libro, come suggerisce il titolo. È sofisticato e ricco di dettagli e descrizioni, che mi danno la possibilità di immedesimarmi nella storia ed essere accanto a Gabriele e seguirlo in tutti i suoi pensieri e azioni. È poetico e affascinante.

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Virginia Bernardis
Classe 1999, Virginia Bernardis è una giovane studentessa universitaria di Lettere proveniente da Udine, appassionata di scrittura e narrativa.
Scrivere è sempre stata la sua più grande passione; sin da bambina inventa trame, racconti e personaggi.
Negli anni ha collezionato decine di diari, dove ama annotare frasi di libri, canzoni o propri esperimenti letterari.
Il suo rapporto molto stretto con le parole l'ha avvicinata alla scrittura creativa. Sente il bisogno di riversare sulla carta le proprie emozioni e riflessioni: scrivere le permette di conoscersi e di cambiare dolcemente, indossando un altro vestito appeso nello stesso armadio di sempre.
Ha custodito tutto nel cassetto fino a questa estate, quando ha proposto a bookabook "L’aroma della delicatezza". Questa è la sua prima esperienza editoriale; il suo sogno è quello di sfiorare altre interiorità con i propri libri.
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