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L'aroma della delicatezza

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Gabriele è un ragazzo di diciassette anni, insofferente alla normalità. In solitudine osserva il mondo che lo circonda, ma quando incontra Camilla capisce di aver trovato qualcuno di autentico e decide di voler entrare a far parte della sua vita. Non sa, però, che per farlo dovrà affrontare il silenzio dietro cui la ragazza si nasconde. Tra gesti semplici, carezze immaginate e parole non dette, insieme proveranno a capire se esiste un modo per comunicare anche senza parlare; se è possibile dare un nome alle emozioni, per comprendere cos’è che li lega. In un crescendo di sentimenti contrastanti, i due ragazzi cercheranno la comprensione di un mondo in cui faticano a trovare il loro posto.

Quando la circostanza cambia

Gabriele non era cieco, era accecato; vedeva persino troppo, non riuscendo mai a chiudere gli occhi per lasciar perdere il mondo e guardarsi dentro. Le poche conoscenze e le troppe illusioni ormai da tempo gli avevano fatto decidere che solo in una seconda vita sarebbe diventato qualcuno di importante. Tuttavia, doveva ancora capire cosa farsene della prima.

Non possedeva una grande autostima e non conosceva la spavalderia neppure per nome; nella maggior parte dei casi preferiva aspettare che qualcun altro lo sorpassasse per studiare meglio la situazione e, di conseguenza, ideare un piano d’azione. Su di lui si dicevano tante cose e spesso si finiva per parlare di quell’invidiabile intuito critico che lo caratterizzava e dei suoi capelli, così folti e spettinati. Così come non riesce a controllare quei ciuffi, si pensava, allo stesso modo è incapace di domare se stesso. Gabriele, però, fingeva di non conoscere il parere degli altri, forse perché sapeva di possedere i mezzi per trasformare in determinazione la sua apparente indolenza.

Non credeva, né tantomeno cercava di essere originale e proprio per questo, probabilmente, lo era.

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Proseguendo nella sua ontologia negativa, Gabriele non apparteneva a quel genere di persone che esternano il loro entusiasmo nei confronti delle novità, qualunque esse siano. Di solito, quando veniva chiamato a confrontarsi con qualcosa di non ordinario, adottava un atteggiamento di difesa e distacco, argomentando le sue decisioni remissive con parole che non convincevano davvero nemmeno lui. Proporgli una qualche iniziativa equivaleva in buona misura a terrorizzarlo: si ritraeva nel guscio delle sue giovani incertezze e lì dentro ricordava a se stesso di non essere pronto, capace, adatto, a prescindere. Molti minimizzavano il tutto, liquidando la sua ritrosia come una semplice questione caratteriale, sebbene l’opinione generale sconsigli di ridurre un individuo soltanto all’immagine che dà di sé. Esistono infatti alcuni aspetti di una personalità che difficilmente vengono espressi attraverso l’atteggiamento, e a volte neppure con le parole.

Tuttavia, nonostante la sua attitudine, Gabriele non si sottrasse a prescindere a quel lavoro di gruppo proposto dalla sua scuola, anche se, dopo aver compreso che sarebbe stato necessario apparire disponibile, cooperando e socializzando con degli sconosciuti, se ne pentì. Gli avevano detto che in breve tempo i ragazzi con cui avrebbe lavorato non sarebbero più stati estranei, ma nuovi amici. Quando Gabriele aveva provato a protestare, le sue richieste erano rimaste inascoltate. Così, durante il secondo quadrimestre della terza superiore, un lunedì si ritrovò nell’impaccio di dover trascinare i suoi diciassette anni di vita solitaria in un’accozzaglia di nomi da imparare e visi da riconoscere, in mezzo a spaventosi aggregati di coetanei, quando invece sarebbe stato più comodo restare ai margini della quotidianità.

Pur avvertendo un senso di disagio, Gabriele non era solito esternare i propri sentimenti, ed era per questo che spesso risultava indecifrabile agli occhi degli altri. Alcuni lo definivano anonimo e privo di personalità; tuttavia, c’era anche chi sosteneva il contrario, dicendo che sarebbe bastato poco o niente per farlo emozionare. In realtà era un ragazzo tranquillo: aveva un rapporto normale con i propri genitori, nessun fratello con cui litigare e, sebbene non fosse dotato di un frizzante spirito d’iniziativa, non amava lasciare le cose a metà. Preferendo muoversi in una dimensione più spirituale, dai contorni onirici, ricca di pensieri e riflessioni, manteneva le distanze dalle questioni pratiche e ciò che più gli importava era non essere mai l’artefice di qualcosa.

La mattina di quel lunedì, appena sveglio, si raggomitolò su se stesso nel tentativo di placare una fitta allo stomaco che, a poco a poco, si trasformò in un malessere trascurabile ma costante e fastidioso; come se fosse lì, sempre presente, a ricordargli la sua inadeguatezza. Subito i suoi pensieri corsero alle incombenze che avrebbe dovuto affrontare. Durante il progetto – che si sarebbe svolto nel corso di tre settimane, presso la sala congressi dell’università, non distante dalla sua scuola – tutti gli studenti avrebbero partecipato a diversi incontri e conferenze, con il compito finale di lavorare, divisi in gruppi, alla stesura di un saggio. Gli elaborati migliori sarebbero stati pubblicati sul sito della scuola e segnalati dal giornale locale. “Un’ottima opportunità per avvicinarsi al mondo universitario e cimentarsi nella produzione scritta di questa tipologia testuale” avevano fatto notare i professori. A Gabriele non importava quasi niente di quella circostanza, se non il momento in cui tutto sarebbe finito.

Camminò lungo il bordo del marciapiede fino a quando non raggiunse la banchina dell’autobus. Si fermava sempre al solito posto, tra quella panchina scrostata con le iniziali di chissà quali amori passati e il distributore di sigarette. Restò lì ad aspettare il bus, con le braccia conserte e lo sguardo calato sul porfido. Una volta arrivato, salì quasi senza accorgersene. Erano tutti gesti che Gabriele compiva sovrappensiero; ogni giorno si sistemava su un sedile che non era mai lo stesso, ma che rispondeva di volta in volta alle sue esigenze quotidiane: ripassare la lezione, dormicchiare ancora per una manciata di minuti, o guardare fuori e pensare.

Dopo un paio di fermate salì anche Alessio, il suo compagno di scuola, classe, banco e vita; uno dei pochi che, conoscendo bene Gabriele, sapeva cogliere le sfumature dei suoi sentimenti, come sa fare un pittore di fronte alla sua tela.

«Cos’hai? Sei cupo come il cielo nuvoloso di oggi» gli chiese Alessio, inarcando il sopracciglio destro, come faceva di solito per tentare di strappargli un sorriso che, normalmente, otteneva sempre.

«Sono solo dispiaciuto.»

«Per chi?»

«Per chi dovrà lavorare con me.»

Anche se Gabriele non si sarebbe definito schivo o insofferente, tendeva a osservare le cose attraverso una prospettiva personale che lo portava a sentirsi distante dagli altri. La sua autostima non era delle più convinte, ma apprezzava la propria mentalità acuta e il sottilissimo senso dell’umorismo che solo pochi riuscivano a cogliere. Erano più le volte in cui si mostrava gentile rispetto a quelle in cui ostentava un’aria sciolta che non gli apparteneva. Amava tutto ciò che riguardava la cultura e in particolare la storia, leggeva e si informava, e queste passioni avevano forse nutrito ancor di più quello spiccato talento naturale di cui era dotato: sapeva scrutare dentro le persone, cogliendone la sostanza prima e fondamentale. Gli bastava uno sguardo per delineare con inquietante precisione il profilo psicologico di un perfetto sconosciuto. Tuttavia, con il genere femminile adottava un comportamento molto più cauto; ritenendo le ragazze entità delicate e misteriose, si limitava ad attribuire a ognuna di esse un colore e un profumo.

Spesso si divertiva a fingersi più impacciato di quel che gli altri già pensassero, pur sapendo usare bene le parole. Credeva che fungessero da semplice contorno alle sensazioni, non da primo piatto; un utile accompagnamento, nient’altro che una nota esplicativa o un’eco di una risposta.

La visione degli studenti già accalcati davanti all’università fu uno schiaffo che Gabriele tentò di ammortizzare non senza una certa fatica. Seguì Alessio mentre si dirigeva verso i compagni di classe che, nell’attesa di chi ancora doveva arrivare, ridevano, sbadigliavano o si raccontavano episodi che trovavano divertenti.

Gabriele, senza curarsi di loro, si dedicò a tutt’altro, iniziando a farsi strada con lo sguardo tra quei volti sconosciuti che stavano poco distanti da lui. Si soffermò a osservare un ragazzo molto magro, vestito in modo maniacalmente semplice e curato, e lo studiò mentre rovistava nella tasca dei pantaloni per prendere un fazzoletto che poi lisciò tre volte prima di usare. D’improvviso il ragazzo alzò lo sguardo con le palpebre scosse da un fremito, e notando quel velocissimo guizzo degli occhi, simile a un tic nervoso, Gabriele ipotizzò un sintetico profilo psicologico: uno studente modello, maniaco della pulizia; un metro e ottanta di formule matematiche da sciorinare a memoria. Un tipo di ritratto che poteva apparire superficiale, ma che il più delle volte si rivelava del tutto corretto.

Per un po’ proseguì in questo modo, cercando di dimenticarsi del tempo che tardava a scorrere. Due ragazze, che si sussurravano chissà quale segreto, catturarono la sua attenzione. Indossavano braccialetti e orologi ai polsi, portavano i capelli nella stessa identica maniera, in parte raccolti dietro la nuca, e il loro viso, sporcato da un trucco troppo pesante, era contornato da orecchini pendenti: il tipo di ragazze che lasciano dietro di sé l’aroma dell’ultimo profumo comprato. La malizia s’inerpicava in loro come edera su un muretto di pietra.

Erano tutti così maledettamente simili tra di loro da sembrare appartenenti a categorie standard, facili da inscatolare in un cofanetto di pregiudizi. Nessuno brillava di luce propria, tutti erano dipendenti da schemi di bellezza intrisi di luoghi comuni e dicerie. D’istinto, Gabriele capì che lì in mezzo non avrebbe trovato nessuno di autentico. Sospirò e diede un calcio a un sassolino che stava sfidando la punta della sua scarpa. Lo vide ruzzolare verso le ragazze e, con ilarità, attese le loro occhiatine seccate, che non tardarono ad arrivare. In risposta, elargì un sorriso.

Alle nove in punto fecero l’appello: tutti presenti.

«Bene, adesso potete entrare. Mi raccomando, però, aspettate il professore senza fare confusione. Potete approfittare dell’attesa per conoscere il compagno che vi troverete accanto. Non siate timidi, potrebbe essere un’ottima occasione per arricchire il vostro bagaglio personale.»

Gli studenti di una stessa classe dovevano sedersi intervallati con gli altri, così Alessio e Gabriele furono costretti a separarsi. Quest’ultimo si sistemò nell’ultima sedia di una fila centrale, in modo da ritrovarsi con un solo posto vicino da occupare e un discreto numero di persone dietro le quali nascondersi. In occasioni così formali preferiva evitare gli sguardi diretti perché gli sarebbe dispiaciuto se qualcuno avesse letto nei suoi occhi una noia colpevole ma innegabile; anche se, in questi casi, nessuno prestava mai particolare attenzione a ciò che il professore di turno diceva parlando dei più svariati argomenti, dalle risorse idriche presenti sul pianeta al corretto consumo dei carboidrati.

Gabriele, appoggiando i gomiti sulle proprie gambe, si sporse in avanti, mettendosi in mezzo ad altri due studenti.

«Secondo me chi viene a parlare nelle scuole o nelle università è un po’ masochista. Cioè, sa già che a nessuno importerà niente di quello che dirà. Non è vero?» disse all’improvviso.

I ragazzi si girarono verso di lui senza capire; uno dei due inscenò un sorriso che ben riassumeva una duplice reazione di imbarazzo e diffidenza.

Gabriele annuì con garbo e tornò ad appoggiarsi allo schienale della sedia, continuando ad aspettare senza parlare più con nessuno.

Mentre osservava gli alunni delle altre classi continuare a distribuirsi per la sala, fu raggiunto da lembi di banali convenzionali e saluti imbevuti dalla superficialità della circostanza. Quell’affollato auditorium incominciò a sembrargli sempre più piccolo e traboccante di menti annoiate, ancora spente dalla scia mattutina lasciata dal sonno, e di occhi annebbiati per la stanchezza e adombrati da un senso comune di disinteresse.

Gabriele, seduto accanto a quella prescelta sedia vuota, attendeva ancora il suo compagno di lavoro. Sospirò per l’ennesima volta e poi fece finta di allacciarsi le scarpe, nonostante avesse l’abitudine di stringere i lacci con forza, come per timore che qualcosa potesse sciogliersi senza il suo consenso. Chinandosi verso il pavimento, provò a ricordare come ci si sente quando si è sott’acqua, con i rumori che giungono ovattati e distanti, e immaginò per un secondo di immergersi in un oceano. Chiuse gli occhi e, sognando di nuotare, sentì il flusso della corrente che gli accarezzava i capelli, facendo apparire le sue ciocche morbide e leggere, come perfette danzatrici accompagnate dall’acqua; ciocche che divennero alghe, pelle che divenne marea. Sentì il suo battito cardiaco più vicino e presente del solito, i suoi movimenti coordinati da uno slow-motion d’atmosfera, mentre tutto sembrava lentamente implodere. Si intrattenne con i riflessi azzurrini proiettati dai raggi del sole sul fondale chiaro, che si insinuavano tra le increspature della superficie; sfiorò i bordi seghettati delle conchiglie, e decise di prenderne una, levigata, da regalare alla prima persona meritevole, in grado di trasmettergli qualcosa, in mezzo a quell’oceano di individui fotocopia. La afferrò e chiuse il pugno destro, per poi, infine, riemergere.

Al suo ritorno, dopo aver inclinato la testa a destra, verso l’alto, si accorse di non essere più solo. Da una distanza non ben precisata giungeva, amplificata dal microfono, la voce di un professore, mentre un chiacchiericcio indistinto sporcava le pause di silenzio tra una frase e l’altra. Alcuni erano intenti a parlare, altri fingevano di ascoltare, ma nessuno era autenticamente lì presente. E come quando, passeggiando per una città tra odori acri e sconosciuti, capita di imbattersi in qualche segnale familiare che desta la nostra attenzione, così in mezzo a quel brusio Gabriele percepì all’improvviso qualcosa di diverso, un profumo e un colore nuovo da attribuire. In silenzio, prese posto accanto a lui una ragazza dagli occhi grandi, dolcemente azzurri, focalizzati con riservatezza e timore su ciò che la circondava, nel tentativo di discernere, tra tutte le azioni che avrebbe potuto mettere in atto, quelle fattibili da quelle improbabili, come se volesse subito eliminare gesti e parole che non avrebbe manifestato a nessuno. Nel giro di pochi istanti si era sistemata diverse volte gli occhiali dalla montatura scura sul naso. Gabriele notò subito le sue mani affusolate e docili che, con rapidi movimenti, spostavano in continuazione davanti alle spalle i capelli, lisci e sciolti, simili a nastri neri.

Quella ragazza era seta, introspezione, odore di pioggia fresca che imperla i fili d’erba; era blu come il mare da cui Gabriele era appena riemerso. Ed era senza dubbio una persona meritevole. Decise, quindi, che le avrebbe regalato la conchiglia, ma quando incrociò per caso i suoi occhi venne trafitto da un’ondata di ostilità. Non ottenendo alcuna risposta, il ragazzo si ritrovò a deglutire la propria irrazionale avventatezza. Ripose la conchiglia in tasca e si autoprogrammò con l’intenzione di ascoltare la voce meccanica di un qualcuno che percepiva lontano anni luce da lui.

Era più facile evincere l’argomento della conferenza dal titolo del PowerPoint – Linguaggio del corpo e comunicazione non verbale. Come relazionarsi con gli altri in modo efficace – che dalle parole dell’audace professore il quale, come impersonando un oratore dell’antichità, continuava a sbracciarsi dal leggio sistemato sul palco rialzato, scrutando la folla di gioventù che non lo degnava di troppa attenzione. Più il brusio aumentava, più l’intensità delle sue vacue parole risuonava gelidamente nella sala appassita; sì, perché lì dentro non stava nascendo niente, non stavano fiorendo idee, ma solo noia sommata a disinteresse e superficialità.

Gli insegnanti delle varie classi avevano firmato un tacito patto di sangue che stabiliva il loro affaccendarsi guardingo tra le file dei propri allievi. I loro gesti nervosi e concitati comunicavano un chiaro messaggio: non chiacchierate, prendete appunti, fate domande intelligenti e comportatevi in modo maturo. Tutta una serie di divieti che non sarebbero stati rispettati da nessuno, facendo aumentare uno dei maggiori timori di un docente: venir messo in imbarazzo dalle parole impertinenti dei suoi studenti. Nel caso di Gabriele non c’era di che preoccuparsi. Il suo fare riservato non destava alcun tipo di attenzione. Tra inconcludenti parole gettate al vento e una quantità esorbitante di frasi fatte, si limitò ad annerire i quadretti bianchi del suo quaderno, con una matita spezzata a metà che usava solo per occupazioni di poca importanza intellettuale.

Tuttavia c’era qualcosa che, di tanto in tanto, catturava la sua attenzione. La ragazza seduta al suo fianco emanava una certa aura di genuinità che spesso richiamava il suo sguardo. Senza incrociare mai i suoi occhi, tra una virata di capo e l’altra, riuscì a studiarla a intermittenza, cercando di non sembrare troppo diretto – caratteristica che non gli apparteneva, ma che in quella circostanza rischiava di emergere dal suo essere composto. Non furono poche le volte in cui si ritrovò a dover deviare la direzione delle proprie lunghe e soppesate occhiate indagatrici, finendo così per osservare con simulato interesse i pannelli al neon del soffitto.

Gradualmente, la esplorò. Era delicata nell’aspetto e nei modi, candida e posata. Ma, soprattutto, silenziosissima. Non aveva provocato alcun tipo di rumore quando si era seduta e aveva iniziato a guardarsi in giro, senza però salutare qualche suo compagno; sembrava appartenere a un altro universo che l’aveva adagiata all’improvviso in una dimensione a lei sconosciuta.

Nonostante non avesse ancora rivolto la parola a nessuno, per qualche strana ragione, Gabriele decise che con lui l’avrebbe fatto. Ma, pur desiderando ardentemente parlare con qualcuno, capita spesso che, tutt’a un tratto, la nostra capacità espressiva si riduca al minimo e qualsiasi parola interessante che potrebbe essere pronunciata sembra svanire, sotterrata da macerie di modi di dire e saluti scontati.

Ciao. Come ti chiami?

Ciao, piacere. Noiosa la conferenza, eh?

Io sono Gabriele, e tu?

Ciao, lavoreremo insieme alla stesura del saggio.

Vuoi una conchiglia?

Per quanto Gabriele si sforzasse di trovare una frase d’approccio, non riusciva a venirne fuori. Fu colto da una sorta di impotenza che lo fece tremare d’irritazione: doveva ottenere qualcosa, anche solo una prima, provvisoria, conoscenza d’impatto.

Iniziò a studiare meglio i pochi oggetti che le appartenevano e che avrebbero potuto suggerirgli qualcosa in più su di lei. Aveva uno zaino grigio con due tasche; dalla più piccola facevano capolino i fili di un paio di auricolari, mentre da quella più spaziosa si intravedeva un sacchetto di carta stropicciato che conteneva probabilmente il suo pranzo. Vicino alla cerniera c’erano tre spille rotonde, una delle quali mostrava un simbolo appartenente forse a qualche associazione studentesca. Tra le altre cose, riuscì a scorgere anche dei libri e il collo di una borraccia.

In quell’istante la ragazza si abbassò verso lo zainetto, aprì la cerniera e, maneggiandolo con cura, prese un astuccio da cui estrasse una penna e una matita. Richiuse il tutto e lo depositò nell’esatta posizione in cui si trovava prima. Poi afferrò un diario con dei disegni sulla copertina e lo aprì circa a metà, strappò un foglietto e, prima di riporlo al suo posto, sfiorò qualcosa che Gabriele non riuscì a cogliere. Chiuse lo zaino e questa volta lo trascinò sotto la propria sedia. Incrociò le gambe e rimase per un po’ con la penna sospesa a mezz’aria, tra se stessa e il foglio. Gabriele la osservò mordicchiarsi il labbro inferiore mentre si apprestava a scrivere qualcosa. Infine, lei si appoggiò sul piano regolabile della sedia e, accostando la punta della penna alla carta, incominciò a tracciare delle sottili linee blu.

Cose che Gabriele non stava imparando:

come funziona il linguaggio del corpo;

come relazionarsi con gli altri;

come presentarsi in modo convincente;

come parlare con disinvoltura;

come sentirsi sempre se stesso.

Cose che Gabriele stava imparando:

La penna scivolò dalla mano della ragazza. Gabriele si precipitò a raccoglierla e, nell’atto di restituirla, cercò per la prima volta un contatto visivo.

«Ciao» le disse.

Ma lei non rispose. Forse abbozzò un sorriso di ringraziamento, un cenno fugace. E mentre Gabriele teneva la mano con il palmo disteso, lei protese la punta delle dita in modo da toccare soltanto la penna. In un istante, lui notò un cambiamento nello sguardo di lei; i suoi occhi si spalancarono, come se qualcosa nella mano o sul polso di Gabriele l’avesse terrorizzata. La vide ritrarsi di colpo, non sfiorando nient’altro.

«Comunque io sono Gabriele. E tu?»

Senza degnarlo di una risposta, la ragazza, con la sua penna che scorreva lenta ma continua, riprese a tracciare una strada di parole che però non sembravano voler trovare alcuna realizzazione concreta al di fuori del foglio. Gabriele continuò a spiarla, dilettandosi a leggere ciò che scriveva. Usava molte virgole e altrettanti punti, e rimase colpito quando realizzò che tutte quelle frasi non avevano alcuna attinenza con l’argomento della conferenza.

Scriveva perlopiù pensieri e aggettivi, accompagnati da piccoli disegni, come quel cerchio che a Gabriele sembrò il quadrante di un orologio. Quei dettagli, il tratto sottile della penna, il suo sguardo tutto dedito alla placida attività che stava svolgendo, lo incuriosivano. Quella ragazza, che sembrava composta solo da gesti della durata di un secondo, racchiudeva la sua essenza in un battito di ciglia, trasmettendogli una sensazione di quiete sovrannaturale; momenti di calma prima della tempesta definitiva. Era fascino e silenzio.

In segreto, riprese a contemplarla per l’intera durata della conferenza, e quando venne annunciata la pausa pranzo, si alzò per raggiungere Alessio.

Giunto in fondo alla sala, si voltò: lei era ancora là.

11 luglio 2020

Aggiornamento

Siamo agli sgoccioli!
È ora in corso l'ultima fase di revisione prima della stampa del testo definitivo. Manca solo la copertina poi L'aroma della delicatezza sarà pronto per tutti i lettori
16 novembre 2019

Aggiornamento

Verso il 90%!
Abbiamo superato l'80% e ora siamo ancora più vicini all'obiettivo! Ringrazio di cuore chi ha preordinato il libro e sta seguendo la campagna giorno dopo giorno. Ogni persona che legge l'anteprima o il pdf dell'intero romanzo, e viene coinvolta nella storia e si rispecchia nelle riflessioni, è entrata a far parte del mio sogno. Non potrei essere più grata di così... grazie a voi manca poco alla pubblicazione, incrociamo le dita!
31 ottobre 2019

Aggiornamento

Siamo a metà!
In sole due settimane sono state già preordinate 100 copie sulle 200 necessarie per vedere realizzata la pubblicazione del mio libro!
Rinnovo un enorme GRAZIE a chi mi sta sostenendo in questa avventura e a chi lo farà. Sapere che ciò che ho scritto può arrivare e trasmettere qualcosa a chi mi legge è una delle sensazioni più belle ed emozionanti che potessi provare.
23 Ottobre 2019

Aggiornamento

In sole 24 ore è stato raggiunto il 20% dei preordini! Ringrazio davvero di cuore tutti coloro che hanno già preordinato il libro, che stanno leggendo il pdf, che mi stanno scrivendo bellissime parole... e grazie a chi vorrà credere in me e nel mio libro. L'aroma della delicatezza è un pezzo di me, e da ora anche vostro.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Per chi cercasse una lettura intima, sulle relazioni umane sempre così difficili e belle, questo è il libro giusto. Ci si affeziona facilmente ai personaggi e al ritmo della loro storia. Con l’aggiunta di un pizzico di filosofia e dell’ambiente intellettualmente vivo delle scuole superiori, il lettore non può rimanere in parte alla strana vicenda di Gabriele e Camilla, né esaurisce mai la curiosità, nemmeno alla fine.

  2. (proprietario verificato)

    Già leggendo l’anteprima trapela la vera delicatezza di questo libro, come suggerisce il titolo. È sofisticato e ricco di dettagli e descrizioni, che mi danno la possibilità di immedesimarmi nella storia ed essere accanto a Gabriele e seguirlo in tutti i suoi pensieri e azioni. È poetico e affascinante.

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Virginia Bernardis
nasce nel 1999 in provincia di Udine. Dopo la maturità classica, prosegue la sua formazione presso la facoltà di Lettere alla Scuola Superiore dell’Università degli Studi di Udine. L’aroma della delicatezza è il suo primo romanzo.
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