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L'arsenale delle porte strette

L'arsenale delle porte strette
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Consegna prevista Gennaio 2022
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Per qualche mese ho pensato che questo testo potesse intitolarsi Qualcosa che non c’era stato, ma quando sono stato invitato a interrogarmi sulle fin troppe occorrenze della parola “porta” (e di tutte le sue varianti), mi è tornato in mente il titolo di un giornale di poesia: Le porte.

Un giornale di poesia che non ha niente a che fare con il mio testo, solo il titolo, ma la nota finale che ho riletto, mi ha fatto riflettere su tutto quello che, solo in parte voluto, scelto o desiderato c’era finito dentro. Perché è vero, anche se forse in modo inconsapevole, questa è una storia di ordinarie vicende private, spesso occultate dietro una porta. E di quando Bernardo Pieraccini ricorda (o immagina) eventi passati e tenta di aprirle quelle porte. Siamo anche noi sulla porta, e per entrare e passare, la porta è sempre stretta, scrive Scalia, e il titolo in copertina, L’arsenale delle porte strette, evocato qualche giorno prima del Natale 2020, mi è parso quindi più appropriato.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché… insomma, sì dai, scrivo perché mi fa sentire più vivo. È una storia inventata, ma i luoghi sono quelli di Viareggio, Torre del Lago e Milano.

I personaggi sono diventati diversi da come li avevo immaginati all’inizio e in questa storia si raccontano tre giorni della vita di un uomo e il suo desiderio di prendere una scorciatoia per chiudere per sempre le sue pendenze; ma certe porte, rimaste chiuse per anni, si può solo tentare di aprirle con le parole,

ANTEPRIMA NON EDITATA

SULLA SOGLIA

Con le belle giornate da giugno, sulla soglia di casa le ragazze allineavano le sedie per la sera. Gli operai più giovani dei cantieri rientrati dal lavoro, dopo mangiato le avrebbero portate sulla spiaggia selvaggia di levante, tra i camucioli dall’odore pungente, che in quella di ponente dei signori, c’era sempre troppa luce e troppa gente intorno. Non l’aveva sentita rientrare… dove era stata tutta la sera, alla mattina la madre identica alla figlia, invidiando l’odore che rimaneva per giorni sui vestiti.

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Per chi ci vive al mare, l’estate inizia presto, insieme alla fioritura degli oleandri sulle strade, quando rispuntano sulla soglia di casa i piscialletto; Fanno periferia, diceva togliendo quelle selvagge chiazze gialle di colore per provare col rosso, ma la casa ora è vuota e sul muro dell’orto come in un giardino andaluso, senz’acqua i fiori dei suoi gerani sono seccati.

Non è agevole scrivere, con il caldo di un’estate in scadenza, ce ne vuole di tempo per censire con parole conformi alle regole un arsenale confuso di storie di persone. Ora aspetto l’autunno, forse l’inverno, e non ha ancora senso credere che s’appassisca il mare.

GIOVEDÌ, 24 MAGGIO 2018

Il palazzo rivestito di travertino di fronte alla vecchia casa non ha mantenuto le promesse iniziali e dopo solo una quarantina d’anni, con buona pace dell’architetto che li ha progettati, i nuovi uffici postali hanno finito per assomigliare agli stessi malandati magazzini che avevano rimpiazzato.

Finalmente si sono decisi, borbottò mia madre, quando iniziarono ad abbatterli, contenta che smantellassero il pattumaio davanti casa, dove ogni giorno dei camion si fermavano per scaricare carbone o caricare i quintali di carta pressata e ferraglia dal magazzino del Gamboni accanto alle Lambruschini. Non devi MAI entrarci in quel posto, mi ripeteva ostinata, quand’ero un ragazzino, minacciando ritorsioni o malattie mortali se fossi entrato ancora in quella topaia piena di sporcizia, con la paura che facessi amicizia con i vagabondi mezzi ubriachi che giravano in quei paraggi.

Non dovevo andarci, ma nel buco rimasto, crebbero in fretta pilastri di cemento armato e a lavori finiti il traffico dei furgoni postali carichi di pacchi che entravano a tutte le ore nei sotterranei di fronte a casa, le fece rimpiangere perfino quei poveracci che si portavano dietro luridi sacchi pieni di ferro o di rame per tirar su qualche lira, subito spesa per il fumo e qualche bicchiere di vino.

Senza i nobili natali di un architetto famoso, anche le case vicine costruite senza criterio nel dopoguerra, invogliano alla stessa tristezza incolore, come i nomi sui campanelli di ottone ossidato e le bollette ingiallite dal sole sotto le porte di negozi che hanno cambiato pelle diverse volte e ormai chiusi da anni. È una zona centrale, ma non è mai stato un

quartiere elegante, nemmeno oggi, con i suoi smorti edifici, abitati solo da vecchi, ora che sono scomparsi i bambini che nelle sere d’estate giocavano sulle strade deserte di macchine. Forse solo i sessantenni che ci hanno vissuto, provano ancora qualche briciolo di nostalgia, ricordando la sede dei boy scout, gli spalti di fronte al campo di calcetto e dalla parte opposta, i locali per l’ora di dottrina che si affacciavano sul campo da tennis.

Per arrivare fin lì, ho fatto un giro lungo, passando da via Cesare Battisti, ma sono pentito perché il giovedì è giorno di mercato e le strade sono piene di gente che non vorrei incontrare.

Oggi ho fatto un giro più lungo del solito, per rivedere di fronte al Centrale, l’angolo dove c’era il bar Parma, che frequentavo con gli amici. Dove la sera, vecchi operai e marinai in disarmo giocavano a carte bevendo un ponche, le basse case viareggine della strada pedonale che da via Cavallotti attraversa tutto l’isolato e arriva fino a via Matteotti, con i piccoli giardini senza sole circondati da alti palazzi. Quella dove d’estate si trasferiva la Stefania, e poi ancora la casa delle sorelle Pellegrini, con i vasi di gerani non ancora fioriti dietro le inferriate della finestra. E ho ricordato le gare a chi sarebbe riuscito per primo a mettere le mani tra le gambe a una di loro, anche se la candidata naturale di quelle prodezze sarebbe stata la più giovane delle tre, la Gloria dalle cosce accoglienti che avevano fatto sognare Martino, il più grande, il più alto e il più esperto in fatto di donne (diceva di se stesso quando parlava con noi). La Gloria, in excelsis Deo, così la chiamava, Martino se la sognò però solo la notte, quando prima di prendere sonno, si masturbava pensando ai suoi seni come fossero i grossi e succosi meloni arancioni che maturano d’estate.

Poi, ancora, le Lambruschini, le scuole elementari dove, come soldatini aspettavamo il suono della campanella, fuori dall’aula, in fila nel corridoio con le mattonelle di graniglia colorata, la divisa nera, la cravatta blu con l’elastico e, dalla terza classe, con le dita sempre sporche d’inchiostro. Pronti a uscire dietro all’inflessibile Gambardella, l’ottocentesco maestro calabrese con baffi, cravatta, vestito sempre di scuro e un eccesso di salivazione, che ci guidò dalla seconda alla quinta. Quando, nei pomeriggi a casa sua in via Regia, ci preparava per l’esame, dopo la prima mezz’ora, la moglie gli portava il caffè balbettante su un vassoio d’argento e il bicchiere dell’acqua che gli serviva per pulirsi da quella bavetta bianca che gli si formava agli angoli della bocca mentre s’infervorava con le poesie del Carducci o del Pascoli.

Infine, arrivato di fronte alla casa dove mia madre ha vissuto per una sessantina d’anni, con le scritte sui muri, cancellate e riscritte più volte (Potere operaio, Fiorellino ti amo, poi Moretti in galera e infine quella che è rimasta più a lungo, un commovente Non mi lasciare topina), non ho resistito al richiamo del vecchio campanello e di uno sbiadito cognome

che forse solo io riesco ancora a leggere.

***

Lo avevamo sfinito per avere anche noi un campanello, e un giorno di marzo, forse di aprile, finalmente mio padre ci accontentò.

Lei avrebbe voluto uno di quelli d’ottone da tenere lucido con il Sidol. Come quelli della vecchia maestra, che abitava con il marito e due gatte siamesi nella casa accanto alla nostra, o della Stellina, l’infelice modista che aveva una bella vetrina con cappelli che clienti poco avvezzi al nostro quartiere venivano a vedere e più raramente a comprare per un matrimonio o una cresima, ma sul portone di abete scurito dal sole del palazzo a due piani dove abitavamo, non ce n’era di posto, e al più poteva starci, in verticale, solo un minuscolo e volgare pulsante.

La nostra era ormai l’unica casa di quel tratto di strada rimasta senza campanello e mio padre andò allora in via Fratti, quand’ancora il Bertacca era la più bella mesticheria di Viareggio piena di misteriosi e profumati cassettini di legno (il negozio si è spostato, non troppo lontano, ma la persona dietro il banco è rimasta la stessa, con un camice blu e la stessa conoscenza di chiodi e vernici); andò dal Bertacca e comprò un campanello di plastica bianca, che una domenica mattina avvitò sul portone.

Quel giorno ce la mise tutta per non svegliarci, ma nei nostri sessanta metri quadrati scarsi, più l’orto con la casetta in fondo, come residenza estiva, non era una cosa facile. Una domenica mattina di marzo, o forse di aprile, lo intravidi andare verso il bagno e tornare in camera per vestirsi.

La luce del giorno che iniziava a filtrare dalla persiana di sala non gli impedì di urtare contro mobili e sedie e bestemmiare sottovoce per il dolore. Che ci faceva in mutande a quell’ora, di domenica poi, pensai. Forse stavo solo sognando e incurante mi girai verso il muro e ripresi a dormire. Si era svegliato presto, come faceva nei giorni feriali, per prendere le misure esatte e fare dei segni vicino al soffitto con il moncherino della grossa matita rossa da falegname che usava per tutti i suoi lavori e teneva sempre a portata di mano dietro l’orecchio. E solo più tardi, quando le persiane e le avvolgibili delle case d’intorno cominciarono ad aprirsi, e la domenica iniziò anche per la maestra e i suoi siamesi, fissò il cavo sul muro con i chiodini, tolse la corrente, collegò i fili elettrici, diede una mano di calcina e, visto che c’era, fece pulire da mia madre il globo bianco di vetro che illuminava l’ingresso. Il cavo quasi non si vedeva, sembrava tutto perfetto, ma quando la suoneria cromata sopra la porta emise un suono sgraziato di gabbiano affamato o ferito, che non si addiceva al campanello che mia madre avrebbe voluto, lei si lamentò

dicendogli che poteva perlomeno prenderne uno con un suono diverso e che quella misera scatolina di plastica bianca era il campanello più brutto del mondo. Gli disse che non cambiava mai, che ci pensava la notte prima di addormentarsi e che decideva senza chiedere niente a nessuno. Ciabattante per casa, scuotendo la testa e minacciando chissà quali ripicche che non avrebbe mai attuato, ormai rassegnata ai gusti di un operaio ignorante e presuntuoso. Anche stavolta, come di fronte al colore che si era inventato per l’imbiancatura primaverile e alle mattonelle per il bagno. Ma ormai era fatta e anche noi, diventammo uguali agli altri, o perlomeno simili.

Indifferente alle sue lamentele, poi mi disse di scrivere il nome. Come fanno tutti quelli che hanno appreso l’arte di subire e resistere sulla propria pelle, pensai, osservandolo mentre mi passava il minuscolo e immacolato cartoncino da infilare dentro il campanello. Lo presi e lo guardai con attenzione rigirandolo tra le mani, aspettando il momento sacro e immancabile in cui si sarebbe messo in contemplazione. Faceva sempre così: quando finiva un lavoro, si fumava una Nazionale dietro l’altra e rimaneva soddisfatto per un paio di ore davanti al suo capolavoro.

Poi ripeté la richiesta con i chiodini ancora in bocca per fissare meglio il suo cavo, e infastidito da un ordine che non ammetteva incertezze, non riuscivo a capire come facesse a non mangiarseli.

Mi disse che con un apis dovevo scriverci G. Pieraccini, che dovevo farlo controllare a mia madre e, se non c’erano errori, di scriverci sopra con la biro. Come se non fossi già stato seduto a un banco di scuola più di quanto lui avesse mai fatto. Infastidito dal suo ordine, incerto se correggerlo – Con un apis?, si dice Con il lapis – e comunque orgoglioso di lui e del suo lavoro. Massiccio come l’armadio di camera, in piedi sullo scaleo, con la barba lunga della domenica che mostrava fin troppo bene la sua età e la tuta blu sporca di vernice che si metteva per andare in darsena, sempre così sicuro nei lavori di casa, che faceva di continuo senza mai spendere una lira per elettricisti, falegnami o muratori. E a lavori finiti, soddisfatto, mi disse che da quel giorno avrei dovuto chiuderlo sempre il portone, senza rendersi conto che il campanello era in alto, ancora troppo in alto, perlomeno per me.

Mi aveva portato sulle spalle per farmi vedere com’era diverso il mondo da quell’altezza ed era ancora il mio eroe preferito: piaceri provvisori che durano poco, ma non lo sapevo ancora e sarebbe stato un eroe ancora per qualche anno.

Scrivilo tu il nome, ma non si legge più niente, solo il tratto infantile fatto con una delle mie prime biro blu su un cartoncino ora ingiallito dal sole.

Ho suonato il campanello che nonostante gli anni funziona ancora,

brutto e dal suono sgraziato ma funzionante, sapendo che nessuno avrebbe risposto.

Dal piano di sopra sento però provenire i rumori di qualcuno che si sta affacciando. È la signora Loretta, o qualcuno dei Giurati che vuole controllare chi sta suonando. La nostra casa al pian terreno è disabitata da mesi. Frequentata solo da gatti. D’estate stavano al sole tutto il giorno e di notte venivano a prendere il fresco in mezzo ai vasi appesi al muro, come in un giardino andaluso. Erano capeggiati da un robusto tigrato, cieco da un occhio, che avevo chiamato Buricchio e cercato di addomesticare guadagnandomi un graffio sulla mano e lui diversi calci andati a vuoto che lo avevano fatto scappare e saltare veloce sui vasi e sul tetto, da dove mi aveva osservato con il suo unico occhio, orgoglioso della sua libertà. Un tigrato che nonostante il nome che avevo trovato per lui, non voleva la mia amicizia.

Ora che non ci sono più le ronde notturne di mia madre, richiamati dalla luna, dal fresco della notte e dagli amori stagionali, i figli dei figli di quei gatti avrebbero potuto scorrazzare indisturbati tra i suoi vasi.

Sei tu Bernardo, mi chiede la signora Loretta, quando, con le chiavi in mano, sono già pronto ad aprire il portone. Aspettami che vengo sul terrazzo e mi racconti come sta la mamma, mi dice.

Non si sono mai intese, ma la vecchiaia ha reso sopportabili antipatie covate per anni.

2021-05-04

Aggiornamento

Questo l'articolo comparso stamattina sul Tirreno:
2021-05-05

Il tirreno

Al "Giardino degli Elefanti" "L'arsenale delle porte strette"
2021-05-05

Aggiornamento

La diretta sarà disponibile sulle pagine https://www.facebook.com/giardinelefanti https://www.facebook.com/PaoloRossi5508 Attraverso la chat sarà possibile fare domande all’autore.
2021-05-05

Evento

Per tutti quelli che hanno dubbi sul libro, su come funziona la cosa e su cos'è ilcrowdfundig di bookabook collegatevi su facebook https://www.facebook.com/PaoloRossi5508 o https://www.facebook.com/giardinelefanti e ponete le questioni...
2021-05-05

Evento

on line Incontro on line di presentazione del testo

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    “L’Arsenale delle Porte Strette” è una raccolta di pensieri che si fanno ricordi, e poi storie. Il libro chiede al lettore di riempire i buchi di una scrittura volutamente spezzata, che non vuole dire tutto. La storia c’è, ma non è in primo piano. Anzi. Fa di tutto per scomparire. E con la storia scompare anche lo scrittore con la simbiosi lettore-scrittore che prende il sopravvento. Con questo libro, Paolo Rossi ci porta in cammino e ci parla di un mondo che conosce, e che alla fine anche noi conosceremo. É un mondo languido di vite quotidiane, di antieroismi, e di una certa malinconia che contraddistingue il paesaggio di Viareggio.

  2. (proprietario verificato)

    L’arsenale delle porte strette, emozione allo stato puro!
    Fin dalle prime pagine questo libro ti porta all’interno di un tempo e di un epoca lontana,
    ma addentrandosi più a fondo nella continuazione della sua storia, apriamo la porta di un mondo che non è poi così lontano da noi.
    All’interno ognuno, confrontandosi con il protagonista, può in qualche modo ritrovarsi e riflettere sulle esperienze vissute e decidere se
    aprire o tenere chiuse le porte dell’anima.
    Consigliatissimo!!!

  3. Il libro racconta la storia agrodolce di Bernardo Pieraccini, un uomo giunto all’età della pensione che è forzato dagli eventi a cambiare definitivamente il suo sguardo sul mondo. Ciò che ho apprezzato particolarmente è lo stile asciutto ed ironico, senza falsi drammatismi, con cui l’autore ci mette davanti ai dolori, ai dubbi e alle tensioni interiori che accompagnano il protagonista attraverso i momenti salienti della sua vita, fino al giorno in cui dovrà scegliere se sprangare o spalancare le porte a un cambiamento più intimo e profondo di quel che avrebbe mai immaginato…

  4. (proprietario verificato)

    Tre giorni della vita di un uomo alle prese con le “pendenze” irrisolte della vita: una povera famiglia uscita dal dopoguerra, un padre che forse non è il vero padre, una figlia e una malattia inaspettate e, infine, la scelta di un viaggio che dovrà servire a chiudere queste ferite.
    Quando ho iniziato a leggere le bozze mi sono sentito immerso in una storia che attraverso i pensieri e i ricordi del protagonista mi ha trasportato in una Viareggio di fine anni sessanta, che ben conosco… Il terzo giorno, dopo il viaggio per andare a …
    ma forse è meglio non dire tutto e lasciare al lettore il gusto della sorpesa…

  5. (proprietario verificato)

    Già il titolo: “L’arsenale delle porte strette” denota i contorni di una costruzione narrativa a più livelli
    temporali che si intersecano e si intrecciano sapientemente. Lo scopo è quello di cogliere e scoperchiare
    le asperità di una vita, quella del protagonista Bernardo, che non indulge ad alcuna omissione caritatevole
    circa le tante miserie umane conosciute, ma punta alla rappresentazione della crudezza dei rapporti umani,
    alle tante finzioni e omissioni volute, per sopravvivere.
    Nelle pagine più complesse le tante verità dell’autore si intrecciano con le menzogne del protagonista in
    modo che si fatica a distinguere le une dalle altre.
    Sin dalla prima pagina, a stemperare il dolore dell’esistenza riesce a salvarci solo la dolcezza della memoria,
    addensata sui tanti personaggi che popolano ambienti e contesti paesani, i luoghi amati dell’infanzia .
    Atmosfere rarefatte, rese più suggestive dal ricordo che tutte insieme, consentono di attenuare la
    durezza di una visione del mondo e delle cose che non fa sconti a nessuno, nemmeno a Bernardo che ne
    rappresenta un consapevole e autoironico simbolo.

  6. (proprietario verificato)

    Sono storie di vita incrinate, storie sbagliate quelle che animano le vicende de “L’arsenale delle porte strette” di Paolo Rossi. Sono sentieri accidentati tra occasioni perdute e recupero di un’umanità essenziale, le suggestioni care a Bernardo, protagonista assoluto del testo, eroe consapevole di un destino già scritto a cui non vuole sottrarsi.

    Sin dalle prime pagine la dimensione del tempo si dilata a recuperare e intrecciare le emozioni dei ricordi: i luoghi originari di suggestiva bellezza, i nomignoli dei compagni d’infanzia, i personaggi tipici di una Versilia anni 50, dove tutti si conoscono, i legami intimi e le relazioni tra pari rievocati nell’immediatezza dei toni colloquiali e coloriti dei contesti familiari di provincia. Eppure queste suggestioni per Bernardo assumono una dimensione di tregua necessaria, di serenità recuperata, di certezze ormai perdute ma rievocate perché necessarie a dargli il coraggio di vivere giorno per giorno. Lui ne ha bisogno come l’aria che si respira, pervadendo un po’ ovunque la trama della narrazione.

    Per la sua indole irriverente e libera, cresciuta in contesti familiari non agiati nell’incertezza e nel mistero sulla vera identità di suo padre e le scelte difficili e poco pronunciabili del padre formale, è arduo fare i conti con un’esistenza “normale” fatta di impegni, scadenze, affetti stabili e riconosciuti.

    La sua è una ricerca di senso all’interno dei rapporti, di schietta e autenticità, di fronte alla convenzionalità delle forme.

    Ma le rifiuterà tutte nel percorso della sua vita, in nome di una voglia di libertà insopprimibile e riconoscibilissima in innumerevoli passi della storia… dal colloquio con il medico che gli diagnosticherà una malattia incurabile, alla decisione di lasciare i suoi beni ad una figlia non sua, ma presunta tale che comunque è la personificazione di un amore autentico mai riconosciuto.

    Quella raccontata ne “L’arsenale delle porte strette” è un’umanità mediocre, circoscritta, limitata, tutta presa a raggiungere qualcosa che immancabilmente le sarà negato, allontanato, impedito. Eppure nell’accettazione di quello che rimane dei desideri, delle promesse dei sogni e traguardi sperati, sta forse il senso positivo di un’esistenza irriverente e anarchica che vale la pena di vivere.

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Paolo Rossi
Mi hanno chiesto di scrivere una breve nota di presentazione, ma non sono abituato a fare queste cose; ho scritto e aggiornato tante volte il mio curriculum, ma non amo mettermi troppo in mostra. Stavolta però mi tocca farlo e posso intanto dire che sono un ultra sessantenne di Viareggio che dopo aver fatto l’insegnante, ha lavorato per alcune multinazionali della consulenza, nella società di formazione dell’Olivetti e, per i successivi vent’anni, il consulente in giro per la Toscana.
Ho scritto alcuni volumi sulle gestioni associate di servizi pubblici (tra cui Alfabeti per la gestione associata dei servizi, Linee guida per la gestione associata dei servizi e Pionieri ed epigoni), nel 2004 Racconti della distanza e nel 2019 Compostela light.
In questo periodo sto scrivendo Camminanti copisti e pornostar e spero che possa essere divertente (scriverlo e magari anche leggerlo).
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