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Le avventure di un'Assistente Sociale di Montagna

Le avventure di un'Assistente Sociale di Montagna
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Consegna prevista Gennaio 2022
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Veronica, giovane assistente sociale al suo primo incarico di lavoro viene spedita in due piccoli paesi dell’Appennino centrale. Le sua crescita personale e professionale si intreccerà e verrà arricchita dalle vicende politiche dell’Italia del 1992, anni di riforme sociali nell’ambito della psichiatria, delle tossicodipendenze e della tutela dei minori, ma anche di Tangentopoli e dell’assassinio di Falcone e Borsellino.
Un romanzo di formazione in costante divenire, sia per quanto riguarda la sua sfera affettiva nel buon uso che fa dell’ ironia e dell’ autoironia, sia per ciò che concerne la sua crescita umana come donna e professionista. Uno stile narrativo vivace e scorrevole, leggero sia nei momenti dialogici, sia quando – pur descrivendo alcuni passaggi i critici della sua storia – li racconta con tonalità leggere e sufficiente distacco.
Il romanzo nasce dalla necessità e dal gioco di raccontare a sua figlia le origini della sua professione, ma allo stesso tempo va molto oltre.

Perché ho scritto questo libro?

Ho pensato, in un primo tempo, di scrivere questa storia per mia figlia, per lasciarle un ricordo di me. Poi, via via che scrivevo, questo romanzetto si è trasformato in qualcosa di diverso, di vero. Non un’autobiografia, si tratta davvero di un romanzo, ma i vissuti sono miei, concentrati nello spazio del racconto. Ho scritto questo libro per ricordare a me stessa e raccontare ai miei figli la forza di andare avanti nonostante le difficoltà e la fatica di crescere e di cambiare a tutte le età.

ANTEPRIMA NON EDITATA

10 Aprile 1992

“Licantropia-Asse I DSM IV Delirio di trasformazione zooantropica”

“Ma che cazzo, mi hanno fatto uno scherzo! Eppure questa è una cartella clinica e c’è la firma dello psichiatra. Accidenti a loro, sanno che sono qui da sola…” Presi il telefono e chiamai il Dipartimento di Salute Mentale , cercai Giorgio che aveva firmato la diagnosi e che avevo conosciuto solo qualche giorno prima.

“Pronto Giorgio? Sono Veronica, la nuova assistente sociale”

“ Oh certo, si mi ricordo di te. Buongiorno, come va?”
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“Scusa se ti disturbo, sono qui a Serravalle e sto leggendo le cartelle cliniche degli utenti prima di andare a fare le visite domiciliari. Su quella di Rino Boncompagni hai scritto licantropia, mi prendi in giro?”

Seguì una risata fragorosa- “No, no, non è uno scherzo, la licantropia è davvero tra i disturbi catalogati nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, abbreviato DSM, ossia Diagnostic and Statistic Manual of mental disorders. Ne avrai sentito parlare…-io non risposi, mi sentivo un tantino ignorante- si tratta di una classificazione basata solo sulla sintomatologia- riprese Giorgio- e nel caso di Rino si tratta di una forma di psicosi di cui ti parlerò meglio quando ci vedremo. Tu comunque non devi preoccuparti, Rino è l’omino più buono del mondo, e puoi andare tranquillamente a parlarci a casa sua ”- la voce era calda e rassicurante, quello di cui avevo bisogno. Tra le novantatré cartelle che si trovavano nello schedario del Servizio Sociale, la maggior parte contenevano una relazione della Psichiatria. La voce ”ex Op” indicava gli ex degenti dell’ospedale psichiatrico che, con la riforma Basaglia, erano stati dimessi per tornare a casa, assistiti appunto dal servizio sociale. Qualcuno di loro era rimasto in manicomio anche per 30/40 anni, era letteralmente cresciuto ed invecchiato lì, e alla dimissione era tornato in case vuote, i genitori spesso erano già morti ed i fratelli, se c’erano, si erano trasferiti altrove, abbandonando quelle dure campagne per cercare una vita migliore. Dopo anni vissuti in un’ istituzione con regole ferree e completa assenza di libertà, come era appunto il manicomio, questi poveri cristi erano stati catapultati in luoghi abbandonati, che non riconoscevano, per lo più isolati dalla comunità. Non so come avessero potuto organizzare all’inizio il loro rientro, io ero arrivata in una seconda fase. Ognuno di loro aveva un’assistente domiciliare che si recava a casa per aiutarli nelle pulizie, per la preparazione dei pasti e per somministrare in parte i farmaci prescritti. Quel piccolo comune di montagna aveva un territorio piuttosto vasto, tante piccole frazioni e case sparse. Le strade non erano tutte facilmente percorribili con la vecchia Fiat 128, auto di rappresentanza che il Comune mi aveva fornito per effettuare le visite domiciliari. Non c’era il navigatore allora ed io non avevo neppure il cellulare, prima di partire dovevo prendere bene le informazioni dal vigile urbano, su come raggiungere i luoghi dove dovevo andare, alcune volte chiedevo alle persone che incontravo per strada, quando incontravo qualcuno in quei luoghi desolati. Oggi mi verrebbe un attacco di panico a spostarmi così senza cellulare, ma allora eravamo diversi, eravamo abituati a sopportare l’ansia , a risolvere i problemi al momento.

“E allora perché licantropia?” insistetti, visto che la sua spiegazione non aveva chiarito nulla.

“perché nelle notti di luna piena -riprese Giorgio con pazienza-Rino crede di trasformarsi in un lupo. Ma non fa male a nessuno. Adesso con la terapia è piuttosto compensato, non manifesta comportamenti pericolosi per sé o per gli altri, e l’assistente domiciliare fa un buon lavoro!”

“No, continuo a non capire. Cos’ha a che fare questo Rino con i licantropi? Non ho mai sentito una diagnosi così… esiste davvero una malattia che si chiama “licantropia”?”

“Allora, diciamo che il nostro Rino è molto sensibile alle fasi lunari, o forse crede solo di esserlo. Nelle notti di luna piena diviene irrequieto, smania, sente l’impulso irresistibile di spogliarsi completamente e, indipendentemente dalla temperatura esterna, vuole in tutti i modi uscire di casa e correre nel bosco a perdifiato”

“Oh Madonna!”

“Ma a differenza di quello che vediamo nei film lui non sbrana nessuno, non diventa violento contro le persone, non sente il bisogno di cacciare a mani nude ed inoltre non gli spuntano peli e zanne. Si tratta in sostanza di un delirio di trasformazione, lui crede di trasformarsi in un animale e quindi si comporta di conseguenza”

“Quindi crede di trasformarsi in un lupo? E sei sicuro che non faccia male a nessuno?”

“Viene trattato con farmaci antipsicotici e, come ti dicevo, questi funzionano. Se farai delle ricerche in proposito potrai trovare anche casi di serial Killer che desideravano cibarsi di carne umana ma non è questo il caso, ti assicuro, puoi stare tranquilla. Si tratta davvero di un uomo mite.”

“Chi ci assicura che prenda i farmaci regolarmente?”

“Senti, anche quando non prendeva farmaci non ha mai fatto male a nessuno, non è violento. Comunque i farmaci glieli somministra Adelina, l’assistente domiciliare. Puoi andare a trovarlo a casa sua quando c’è lei, così sei sicura che non ti mangia” e si rimise a ridere.

“Molto divertente” risposi sconsolata ”ma voglio vederlo scritto su un libro”

“Il manuale di igiene mentale lo dovresti tenere in ufficio.”

“Ma dove lo tengo che ho tre uffici, nei tre diversi comuni dove lavoro, e mi sembra di non averne neanche uno! Sono sempre stanze in prestito, di qualcun altro, la stanza usata anche dall’oculista, dal pediatra ed è andata bene che non c’è il lettino del ginecologo…sarebbe imbarazzante se qualcuno sbagliasse giorno di ricevimento! Ma io conto poco, non ho bisogno di un ufficio solo mio, sono solo una precaria !”

“Già, hai ragione! E lassù sei da sola…Venerdì, quando sei qui per la vostra riunione del Servizio Sociale, passa dal mio ambulatorio così ne discutiamo meglio. Ah, poi c’è una situazione nuova di cui vorrei parlarti.”

“Bene, intanto domani inizio con le visite domiciliari così potrò conoscere alcuni utenti. Pensavo di cominciare con quelli che abitano in paese e Rino sta proprio qui vicino. Ho visto che l’assistente domiciliare è a casa sua verso le 8,30 e avevo già pensato di andare a quell’ora anch’io, così mi presenta lei a Rino. Non mi sembra corretto andare a casa sua senza che mi conosca. Potrebbe scambiarmi per un Testimone di Geova e non farmi entrare!”

Giorgio non smetteva di ridere ma sentivo che aveva capito bene il mio imbarazzo.

“Bene, allora ci vediamo venerdì. Ciao e grazie”

“Ma figurati, sono a tua disposizione, ci mancherebbe. A venerdì, ciao”

Uff! sbuffai -ma questi il culo dalla sedia non lo schiodano? Quassù non vengono mai? Se si andasse insieme a fare la prima visita domiciliare non sarebbe meglio? Io vado lì e che gli dico, sono la nuova assistente sociale? Quante ne avranno viste in questi anni, quanto tempo restano qui le assistenti sociali? Qualche mese forse. Venerdì chiederò a Giorgio di venire con me – pensai -ma perché le cose da dire mi vengono sempre in mente dopo, quando è troppo tardi?”

Era una bella giornata di Aprile e la finestra lasciava entrare la luce che si rifletteva sui mobili chiari dell’ufficio. L’infermiera del distretto se n’era già andata ed io ero rimasta da sola nell’edificio. Respirai profondamente e mi misi di fronte alla finestra. Serravalle, eccola lì, era stato costruita in una piccola conca dove le case stavano addossate le une alle altre, quasi tutte in pietra grigia, stuccate, con le finestre piccole. E subito sopra, le colline aspre, con la vegetazione che diradava via via che si andava verso l’alto. Piccoli appezzamenti di terreno coltivato, più in basso, formavano delle macchie di colore diverso in mezzo ai pascoli. D’inverno la neve cadeva copiosa e spesso ci voleva del tempo per liberare le strade e ricollegare il paese al resto del mondo. Di che vivevano le persone che abitavano lì, che lavoro facevano, perché si ostinavano ad abitare in un posto così isolato?

Questo lo avrei capito solo in seguito, conoscendole.

Ora mi trovavo lì, da sola. Era il mio primo lavoro come assistente sociale e forse sarebbe stato meglio se avessi iniziato in un servizio dove lavoravano anche altri colleghi, ma mi era capitato questo, e ce l’avrei fatta, sicuro!

Per tornare avrei preso la corriera o postale, come si diceva lì. Infatti ci viaggiavano gli impiegati dell’ufficio postale, quattro in tutto, più i sacchi della posta. Quel giorno c’era un forte ed inebriante odore di tartufo proveniente da un pacchettino indirizzato alla mostra del tartufo di Aosta.

***

Ma come ero arrivata a lavorare fin lassù?

Perché avevo accettato quel posto così scomodo che nessuno voleva prendere?

Provenivo da una famiglia di artigiani, mio padre faceva il falegname e mia madre lavorava come sarta in casa. Io e mia sorella Elena avevamo potuto permetterci di frequentare l’Università, ma poi lei si era sposata perché aspettava un bambino, anzi due, due bellissimi gemelli. Non vivevamo nel lusso ma ce la cavavamo bene. Poi mio padre era morto improvvisamente.

Se n’era andato una notte, infarto, e noi ci eravamo ritrovate a liquidare tutto. Avevamo imparato poco del suo lavoro e non potevamo mandare avanti l’attività, pensavamo che ci sarebbe stato tempo, invece di tempo non ce n’era più. Avevamo lasciato solo un piccolo laboratorio nel garage di casa, chissà.

Quando era successo io ero rimasta attonita, poi incazzata nera con mio padre che ci aveva lasciate così, senza tempo per salutarci. Mi sembrava di non riuscire a battere gli occhi, il respiro rimaneva bloccato. Mia sorella invece, abituata ad andare avanti a denti stretti, senza ascoltare la propria sofferenza, aveva preso in mano la situazione, chiamato i clienti, restituiti i lavori non ancora fatti, riscosso i crediti, venduto il laboratorio.

Nostra madre, in genere così forte, si era lasciata travolgere completamente dal dolore. Abituata a vivere le emozioni con tutta la loro intensità non aveva mai imparato a mediare, quello era compito del babbo. Si amavano tanto loro due, e non era da credere, dopo 34 anni di matrimonio. Litigavano in continuazione, violentemente anche, ma si amavano. Erano complementari, così diversi. Un rapporto faticoso il loro a cui di tanto in tanto era necessario sottrarsi. Così il babbo spesso, quando tornava a casa dal lavoro, preferiva andare nel piccolo laboratorio sotto casa, per stare un po’ in pace oppure perché aveva ancora voglia di inventare qualcosa. Gli piaceva costruire giocattoli per i suoi nipotini, così come aveva fatto con me e mia sorella: la giostrina di legno che girava con il motore della lavatrice delle bambole, il presepe di figurine, il castello dei mostri e un’infinità di altri aggeggi per i quali i bambini sbavavano!

Così tutti i giorni la mamma se ne andava al cimitero, ed era la prima cosa che faceva nella giornata, si sedeva nella scaletta che serviva per raggiungere i loculi più alti e piangeva.

Il primo Natale senza il babbo io l’accompagnai al cimitero a mezzanotte, il cancello era sempre aperto allora, e fummo accolte dalle mille luci delle tombe. Chissà perché mi vennero in mente gli accendini ai concerti…ma lì c’era un silenzio irreale, non arrivava neppure il rumore delle auto sulla strada. Poi il suono delle campane che ci ridestò da una specie di trance. Era Natale, la festa della famiglia, e noi invece eravamo lì da sole, sperdute. Ci saremmo dovute abituare.

Dopo la morte di nostro padre io e mia sorella eravamo dovute andare a lavorare: un artigiano non lascia una gran pensione .

Mia sorella aveva trovato lavoro in una mensa scolastica con una cooperativa che la pagava ogni tanto, quando a sua volta l’Ente locale si ricordava di pagare la cooperativa, aveva però voluto continuare ad andare all’Università. Suo marito invece aveva appena iniziato ad insegnare ma si trattava solo di qualche supplenza.

Nel frattempo io ero riuscita a finire l’Università e passavo da un lavoretto ad un altro; baby-sitter, pulizie, ripetizioni ecc. e poi davo concorsi da assistente sociale. Un giorno, mentre aspettavo il mio turno per un colloquio in un concorso in Prefettura, una ragazza mi parlò di questo posto a Serravalle, lei lo aveva appena lasciato per venire a lavorare in un comune più vicino a casa sua. Si trattava di un lavoro a contratto in un paesino in cima ad una montagna. Così mi ero presentata alla Responsabile di quella Zona, che fra l’altro conoscevo già, avevo svolto un tirocinio in un ufficio del suo Distretto. Dopo un breve colloquio mi disse che per lei andavo bene, così mi presentò al Sindaco di Serravalle e dopo qualche giorno firmai un contratto co.co.co per un anno.

Facile, pensai.

Invece non era facile per niente.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Rosa Oliviero

    (proprietario verificato)

    Elisabetta complimenti molto bello, si legge benissimo tratti argomenti molto belli e i ricordi riafforano.
    Grazie !! A presto

  2. (proprietario verificato)

    Ho ricevuto la bozza e l’ho letta un po’ in diagonale, riservandomi una lettura piu’ approfondita a quando avro’ il libro cartaceo. Umanamente mi ha colpito molto la vicenda di Francesco. In generale io la definirei un’opera eclettica, che mi ricorda appunto l’eclettismo delle opere trascendentaliste americane, forse anche per l’ambientazione montana. Non solo un diario quindi, ma uno stile di raccontare dei fatti in fondo “scientifici”, attraverso le voci e gli occhi dei loro interpreti privilegiati, quelli che li vivono sulla propria pelle, spesso anche loro malgrado. Mi ha colpito anche la laconica conclusione: un film intenso, vissuto in ogni suo singola sfumatura, in cui la protagonista esce di scena troppo presto e che desira che nulla di quello che ha imparato e che potrebbe trasmettere vada perduto. Mi riservo un’analisi piu’ approfondita dopo la lettura del cartaceo.

  3. (proprietario verificato)

    Ecco: un ottimo nutrimento per le radici personali! Direttamente dalla Grande Madre!

    Avendo letto una prima stesura però mi sento di consigliarlo sia a chi lavora nel settore del sociale, per i riferimenti storici e le esperienze specifiche in cui potersi identificare, sia per chi non è affatto coinvolto in tale settore, per l’universalità di altre esperienze in cui potersi identificare 🙂

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Elisabetta Borghesi
Elisabetta Borghesi è una tranquilla signora di mezza età che vive in un piccolo paese in Toscana, terra di confine con Umbria, Marche ed Emilia Romagna. Ha svolto tanti e diversi lavori: bidella nelle scuole quando ancora erano riscaldate con stufe a legna, assistente sociale in piccoli paesi e città metropolitane, in diversi settori, carcere, SerT psichiatria e svariati altri contesti fino a cambiare completamente professionalità occupandosi di cultura, asilo nido, biblioteca e tanto altro. Attualmente è una guida ambientale per passione.
Elisabetta Borghesi on FacebookElisabetta Borghesi on Instagram
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