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Le chiavi di Platone

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1963, Roma, Lungotevere. Un barbone, chiamato Platone, viene trovato ucciso. L’amico di avventure, Edoardo detto Sigaro, decide di indagare sull’omicidio. Platone gli ha lasciato in eredità due chiavi e una specie di indovinello che dovrebbe svelare segreti indicibili e il perché della sua morte.
Durante le ricerche, l’uomo si troverà dinnanzi a misteri e personaggi bizzarri, avrà l’occasione di vivere la freschezza di un nuovo amore e conoscerà strani compagni di avventura, in un viaggio esistenziale che è insieme ricerca della verità e bisogno di redenzione.

 

29 MARZO 1963,
ROMA, LUNGOTEVERE
Trovato dentro un sacco a pelo il corpo di un barbone con
gli occhi ancora sbarrati dall’orrore di una morte crudele. A
fargli compagnia, almeno una dozzina di scorpioni che avevano
danzato sul suo corpo prima della festa fatale.
Nome del barbone: Antonio Servadio, da tutti conosciuto
come Platone.Continua a leggere
Continua a leggere


A scoprire l’omicidio, l’amico e compagno di sventure Edoardo
Sciaccaluga, detto Sigaro. La polizia aveva indagato con
poca convinzione nell’ambiente dei barboni romani, poi aveva
seguito la strada del delitto maniacale, ma dopo un mese di
indagini il caso era stato chiuso e sepolto.
Sigaro, per riconoscenza verso il suo amico più caro, era
l’unico a non essersi dato per vinto e aveva deciso da un giorno
all’altro di tornare alla vita mondana e riprendere il nome di
Edoardo Sciaccaluga.

17 MAGGIO 1963
Tornare a questo mondo mi fa male al cuore. Se non fosse
stato per lui non lo avrei mai fatto, questo è sicuro.
Eccomi di nuovo nella mia abitazione. Un odore di aria
stantia mi accoglie senza entusiasmo, polvere ovunque,
ragnatele al soffitto e la sensazione di non averci mai vissuto.
Apro le finestre e dal quarto piano del mio appartamento mi
appare la Roma di sempre: tegole rosse, cupole e guglie che si
perdono all’orizzonte fino a toccare la luna e nell’aria
il profumo di bucato dei panni stesi al vento, l’odore del pane appena
sfornato, i pianti dei bimbi e le cantilene di madri premurose.
Solo alla vista di questo spettacolo che si ripete ogni giorno,
finalmente mi rendo conto di aver abbandonato la mia vita ai
piedi del mondo, l’odore di bruciato dei fuochi notturni,
l’aria intrisa dei vapori del Tevere, la puzza di vino mescolato a
quello dei miei compagni barboni.
Ritornare a fare una doccia in un bagno tutto mio, rivedere
le foto di quando ero bambino, fumare un sigaro alla finestra,
guardarsi allo specchio, farsi la barba: tutti gesti che sembrano
normali, quasi stupidi, ma io mi concentro su ogni movimento,
ogni goccia che scorre sul mio corpo, ogni piccolo
spazio del viso che torna liscio dopo mesi di barba malcurata.
Mi piacevo più con la barba, questo devo ammetterlo, ma
trovarmi di nuovo nella mia casa da Edoardo Sciaccaluga, con
l’aspetto di Sigaro, mi avrebbe fatto sentire fuori posto, quasi
un traditore.
Qualcuno sta suonando alla mia porta. Chi sarà mai? Forse
qualche vicino che ha sentito rumori dopo anni di silen-
zio. Per fortuna nel palazzo non conosco nessuno. Questo
appartamento l’ho ereditato da uno zio materno, che ho visto
pochissime volte, assieme a un bel gruzzolo di lire e a una
Seicento grigia, e ci ho vissuto solo per pochi giorni, senza
vedere anima viva, se non qualche gatto che veniva alla finestra
a chiedere i pochi avanzi delle mie cene frugali.
«C’è qualcuno?» domanda una voce di donna, vedendo che
non apro.
«Buonasera, cosa desidera?» rispondo un po’ seccato.
«Mi scusi se l’ho disturbata, ero solo preoccupata che fosse
successo qualcosa. Come saprà questa casa è stata vuota per
molto tempo, il padrone dicono sia sparito, ma forse sono solo
chiacchiere.»
«Il padrone sono io. Ero stato trasferito dall’esercito in
un’altra città, ma adesso sono tornato, mi scusi se non le apro,
ma stavo facendo la doccia, comunque grazie del suo interessamento,
stia bene e buona giornata.»
Speriamo che questa scocciatrice non venga più a disturbare,
tornare alla vita mondana va bene, ma con le mie regole, i
miei tempi e senza che nessuno si curi di me, invisibile tra gli
invisibili.
***
E ora da dove comincio? Intanto devo sistemare tutti i miei
affari burocratici. Quando ho deciso di diventare un barbone,
ho lasciato in consegna tutta la mia vita, bollette, documenti,
tasse, conto bancario, i libri di storia, la collezione di sigari, i
miei dischi di jazz, la Seicento grigia, una bicicletta da corsa
e un vecchio baule con tutti i ricordi più cari, all’unica persona
di cui mi fido. Si tratta della donna che mi ha fatto da
tata quando ero piccolo e che poi si è presa cura di mia madre
con l’amore di una figlia e il piglio sicuro di una sorella
maggiore. Suono alla sua porta e Teresa mi guarda incredula,
gira gli occhi da un’altra parte per farmi capire che è offesa,
poi mi rimprovera per il mio abbigliamento trasandato, infine
mi abbraccia con le lacrime agli occhi, come nel vedere un
figliol prodigo. Ha più di ottant’anni, ma è ancora lucida e forte
come la ricordavo.
«Sono stata molto preoccupata, pensavo proprio di non
rivederti mai più!» mi dice dopo che si è asciugata le lacrime.
Cerco di spiegarle il motivo del mio strano comportamento,
ma lei m’interrompe.
«Non ti chiedo di raccontarmi dove sei stato e cosa hai fatto,
adesso mi basta sapere che sei qui. Voglio solo vivere il
tempo che mi resta sapendo che stai bene e sei felice.»
Le sue parole mi fanno sentire in colpa, ma al tempo stesso
mi fanno capire che, in qualunque parte del mondo mi troverò,
ci sarà sempre qualcuno che mi penserà e mi vorrà bene.
Teresa, ne ero sicuro, ha seguito tutte le mie pratiche con
pignoleria maniacale, molto meglio di un commercialista, e
ha conservato le mie cose perfettamente, riservando loro non
un angolo della cantina o del ripostiglio, ma le stanze
più importanti della sua abitazione.
La visita prosegue con uno dei suoi immancabili manicaretti
che mi riportano indietro nel tempo, quando la domenica si
pranzava tutti insieme e poi si usciva a passeggiare nel centro
di Roma, a mangiare un gelato con la panna.
È quasi sera quando Teresa mi lascia andar via. Con la pancia
piena e la mente leggera, m’incammino verso casa,
immerso nei miei pensieri.
***
La prima notte in un vero letto dopo due anni è stata
completamente insonne e molte volte sono stato preso
dalla decisione di tornare alla mia vita da barbone.
Per fortuna la luce che all’alba è filtrata dai vetri
della camera mi ha fatto tornare alle mie buone intenzioni.
Guardo fuori e sulla terrazza del palazzo di lato, dove
il giorno prima sventolavano i lenzuoli bianchi, vedo
un anziano signore che dipinge una tela sul cavalletto
da pittore. È concentrato sul suo quadro, invisibile
ai miei occhi, e fuma un sigaro.
Quello sì, riesco a vederlo, è un sigaro di ottima marca, da
intenditore.
Apro la finestra e mi gusto il profumo di quel toscano.
Sto quasi per dargli il buongiorno, quando una donna con
una gonna a fiori e lo sguardo languido appare dietro di lui, si
guarda intorno e poi gli copre gli occhi con le mani.
«Anna» sento sussurrare. I baci e gli abbracci seguenti
posso solo immaginarli da dietro gli scuretti della mia finestra.
***
Ho fatto colazione e voglio iniziare a pensare al programma
della prima giornata di indagini. La cosa più importante da
fare mi sembra sia scoprire qualcosa di più sulla vita di
Antonio. Di lui so appena che si chiamava Servadio, che abitava
a Ostia, vicino al mare, e che lavorava in un ministero. Prima
meta sarà quindi il Lido di Ostia. Lì potrò finalmente camminare
sul bagnasciuga a piedi scalzi, una delle poche cose che
riesce a calmarmi, a farmi riflettere quando gli eventi
scalpitano e non so che direzione prendere. Parcheggio la Seicento
sul lungomare Cristoforo Colombo e mi dirigo verso un bar
affacciato sulla spiaggia. È stato appena aperto e un uomo con
il grembiule bianco sta ancora finendo di sistemare il locale.
Chiedo un aperitivo, che alle tre del pomeriggio sembra una
richiesta strana, e mi vedo servire uno Strega.
«Devo dire che Sylvia Koshina è davvero bella, ma uno Strega
come aperitivo non le sembra un po’ azzardato?» gli dico
col sorriso sulle labbra. Il barman mi guarda imbarazzato.
«Pensavo si fosse confuso e volesse dire digestivo, sa alle
tre del pomeriggio, e poi io sono di Benevento e lo Strega lo
darei anche a colazione!» aggiunge, sorridendo timidamente.
Lo guardo divertito, trangugio lo Strega tutto d’un fiato e
mi accendo un sigaro, sperando così di assumere l’aspetto e
l’atteggiamento di un vero detective e di accattivarmi le sue
simpatie. Il barman riprende il bicchiere vuoto e mi domanda
se sono un rappresentante.
«Sì, di Cynar» rispondo un po’ stizzito. «Ma lo fornisco solo
ai privati assieme a due cassette di carciofi.»
Il barman per qualche secondo non sa se credere alla storia
o mandarmi a quel paese. Lo anticipo dicendo che stavo
scherzando e che in realtà sono venuto da Roma a trovare un
amico, ma ho perso l’indirizzo e non so come fare a rintracciarlo
(l’inizio come detective è di una banalità mostruosa).
«Come si chiama il suo amico?» mi domanda un po’ sospettoso.
«Lei non è mica delle finanze, per caso?»
«Niente di tutto questo, devo solo restituirgli una cosa che
si è dimenticato a casa mia.» Ormai il barman non mi crede
più, comunque non vuol sembrare scortese.
«Si chiama Antonio, Antonio Servadio, e lavora al Ministero.»
«Ah, adesso ho capito, lei è della polizia, poteva dirmelo
subito senza fare tutti questi giri di parole. Anche mio cognato è
della polizia, è nella squadra mobile di Benevento e si chiama
Calogero Salvatore, lo conosce per caso?»
«Prima per favore mi dica se conosce Antonio Servadio e sa
dove abita, poi vediamo se riusciamo a ottenere il trasferimento
di suo cognato» rispondo con tono sicuro, da poliziotto.
«Antonio Servadio io lo conoscevo, ho detto lo conoscevo,
e ci siamo intesi, e so pure dove abitava e glielo scrivo
su questo foglio, anche se lei è della polizia e dovrebbe
conoscere l’indirizzo. Comunque sia, ci tengo a precisare che
mio cognato non vuole alcun trasferimento, lui a Benevento
ci sta come un papa.»
La piccola palazzina dove abitava Antonio è di color giallo
chiaro e un cancello di ferro battuto corre lungo tutto il suo
perimetro. Dall’aspetto sembra che ci abitino famiglie della
media borghesia. Mi avvicino ai campanelli e leggo: “Taranto,
Chiaramonti, Casu, Cavallini, Giuliani e Roncacci”. Nes-
sun Servadio, il barman deve avermi dato una sola o forse la
famiglia nel frattempo si è trasferita.
Sto pensando a cosa fare, quando spunta da dietro un uomo
con i capelli brizzolati, gli occhiali da vista e lo sguardo un po’
truce.
«Ha bisogno di qualcosa, signore?» mi domanda quasi minaccioso.
«Cercavo una famiglia, ma devono avermi dato l’indirizzo
sbagliato, perché non la trovo tra i cognomi scritti sui campanelli.»
«Succede, che famiglia cercava?» dice con tono leggermente
più rilassato. Dentro la mia mente scatta l’impulso di dire
una bugia, ma le parole che escono sono quelle giuste.
Il signore mi guarda fisso e nota i cambiamenti di colore del
mio viso e anche lui non si fida come il barman e mi risponde
solo di suonare al campanello dove è scritto “Cavallini”: «Lì
sapranno dirle qualcosa» conclude.
Poi il torvo occhialuto mi saluta con disprezzo, apre la porta
del cancello, me la richiude in faccia ed entra nella palazzina.
Gente strana, penso, e molto diffidente, eppure di solito a
Ostia le persone sono molto allegre e ospitali.
Mi decido a suonare il campanello sperando che non ci sia
nessuno e invece risponde la voce di una donna: «Chi è, il
postino?».
«No, signora, sono solo in cerca della famiglia Servadio»
rispondo. Qualche attimo di silenzio, sto lì con l’orecchio
attaccato al citofono, ma niente, faccio per andarmene,
quando sento la voce di un’altra donna che mi domanda chi sono e
perché cerco la famiglia Servadio.
«Sono un amico di Antonio, sto cercando la sua famiglia per
restituire una cosa che gli apparteneva.» Altri attimi di
silenzio, poi il cancello si apre e così il portone d’ingresso. Salgo
alcune rampe di scale, arrivo al secondo piano, quando sento
aprirsi una porta. Mi avvicino e vedo affacciata al di là della
catenella di protezione una signora con i capelli castani e gli
occhi verdi che mi guarda, cercando di capire che tipo sono.
17 maggio 1963 Le chiavi di Platone
«Cosa vuole da noi?» mi dice con un filo di voce.
Provo a tranquillizzarla: «Come dicevo al citofono, sto cercando
di trovare la famiglia di Antonio Servadio, un signore
qua sotto mi ha detto che lei potrebbe aiutarmi, ma se disturbo
non si faccia problemi, ci riuscirò in un altro modo».
Accanto alla testa della signora, appare il viso pallido ed
emaciato di una ragazza, è di sicuro l’altra voce udita al citofono.
«La famiglia di Antonio Servadio lei l’ha già trovata, eccola
qui tutta riunita, mia madre e io.»
Una cosa da restituire io la possiedo davvero. Antonio, in un
momento di leggero stordimento, mi aveva regalato un portasigari
d’argento, ma poi il mattino seguente, a mente sobria,
aveva confermato con parole gentili il suo dono inaspettato.
“Questo portasigari è appartenuto a un trisavolo che faceva
da maggiordomo a Vittorio Emanuele, il Re, ed è molto tempo
che volevo donarlo a qualcuno degno di portarlo nel taschino,
perciò tienilo con cura e non regalarlo mai a nessuno, un
giorno ti sarà utile.” Mi parve commosso nel dire quelle parole,
come se a lui l’avesse dato una persona molto cara o che il
ricordo lo facesse andare a un periodo della sua vita troppo
felice o troppo doloroso.
La moglie e la figlia non riconoscono il portasigari e nemmeno
la storia del trisavolo pare loro vera, ma sono sicure che
Antonio non me lo abbia regalato per caso.
«Nonostante possa vantarmi di essergli stato amico, credo
di non meritarmi questo cimelio, anche se non siete sicure
che sia un ricordo di famiglia.»
Entrambe insistono affinché lo tenga.
«D’altronde lei i sigari li fuma davvero, noi cosa potremmo
farne se non tenerlo in un portagioielli assieme a cento
cianfrusaglie di poco valore» dice la madre con un tono
di rassegnazione che mi turba l’animo.
«Sono quasi sicura però che lei non sia arrivato fin qui
soltanto per riportarci questo portasigari, che cosa vuol sapere
da noi, si faccia coraggio e tiri fuori il rospo» aggiunge la figlia
con un sorriso dolce, ma deciso, che mi ricorda tanto quello di
suo padre.
Racconto tutto, dove e come ho conosciuto Antonio, che
sono io ad aver scoperto il suo corpo, che non mi darò pace
finché non avrò trovato il suo assassino. Rimangono turbate
soprattutto dal racconto del ritrovamento del cadavere.
«A noi la polizia aveva dato una versione differente, sicuramente
meno raccapricciante» dice la moglie con le lacrime
agli occhi.
«Forse lo avranno fatto per risparmiarci altro dolore» aggiunge
la figlia, ma non sembra crederci nemmeno lei.
«Se ha deciso di investigare sulla morte di mio marito,» mi
dice alla fine la moglie «faccia molta attenzione, noi sappiamo
davvero poco della vicenda. Di sicuro Antonio era cosciente
di rischiare la vita altrimenti non sarebbe diventato un barbone
all’improvviso, facendo perdere le sue tracce al mondo
intero, e non mi avrebbe obbligato a mettere sui campanelli
il mio cognome da ragazza, anche se questo non le ha certo
impedito di trovarci.»
Le guardo con tenerezza, in realtà io non conosco i rischi
che corro e non me ne curo minimamente. Non tanto per incoscienza
o superficialità, piuttosto perché non ho nessuna
paura di morire.
Un’ultima domanda prima di congedarmi: «Per curiosità,
suo marito in quale ministero lavorava?».
«Al Ministero degli esteri» rispondono all’unisono.
Da questo viaggio a Lido di Ostia non ho ricavato quasi
niente. Ho capito soltanto che la vicenda è molto complicata,
più di quanto pensassi, e che cercare di coinvolgere le forze di
polizia, oltre che inutile, sarebbe persino pericoloso. Per tutti
questi motivi dovrò iniziare a essere molto prudente, soprattutto
per proteggere la famiglia di Antonio che lui ha cercato
di tenere fuori dalle sue vicende in ogni modo.
Adesso però voglio riprendere la Seicento e tornare a Roma.
C’è ancora molta luce e potrei farmi quella passeggiata lungo-
17 maggio 1963 Le chiavi di Platone
mare che avevo agognato, ma una nuvola d’acqua si sta avvicinando
minacciosa e mi spinge verso casa. Domani sarà una
giornata faticosa, mi dico senza sapere quel che farò, meglio
mangiare qualcosa e poi coricarmi. La mia speranza è riuscire
a dormire senza gli incubi della notte passata.
Arrivo a casa verso le nove di sera. Davanti al portone c’è
una signora che tira fuori dalla borsetta un mazzo di chiavi
gigantesco. Mi guarda sospettosa, ormai mi ci sono abituato,
infila la chiave nella porta trovandola al volo tra il mucchio di
quelle ferraglie.
«Deve entrare anche lei?» mi fa guardando le mie mani, per
capire se ho le chiavi o sono in visita a un inquilino. Riconosco
la sua voce, è quella della scocciatrice che ieri ha bussato alla
porta. Fin da piccolo ho sempre avuto una grande capacità di
riconoscere le voci. Mi ricordo che dalla mia finestra riuscivo
a capire dalle urla che si mischiavano chi c’era a giocare a
pallone nel campetto che si trovava a qualche decina di metri da
casa. Mentre sto vagando con i miei pensieri, la signora cerca
di estorcermi più informazioni possibili. Il trucco è quello di
darmi per prima una notizia per accattivarsi la mia simpatia.
«Ha visto chi è morto ieri l’altro nel palazzo accanto?»
Le rispondo che ci sono stato poco tempo a casa e non aggiungo
niente per non far andare oltre la conversazione. È
inutile, la signora prosegue a raccontare.
«Era una persona importante, lo conoscerà senz’altro, Luigi
Bartolini.»
Quando pronuncia quel nome, comincio a incuriosirmi.
Luigi Bartolini è l’autore di uno dei libri più commoventi che io
abbia mai letto e dal quale scaturì uno dei film più belli di
Zavattini e De Sica, ovvero Ladri di biciclette.
«Non mi dica che sta parlando di “quel” Luigi Bartolini?»
domando molto nervoso.
«Già proprio lui, che film meraviglioso, vero? Io il libro non
l’ho letto, ma il film me lo ricordo bene. C’ero andata con tutta
la famiglia, mio figlio più piccolo aveva la febbre, ma volle
venire lo stesso e poi c’era lo zio Renzo che era appassionato
d’arte e ci raccontò che un giorno lo aveva conosciuto
di persona Luigi Bartolini.»
La voce della donna comincia a farsi lontana, la sua logorrea
ha un effetto soporifero sulla mia mente e sto per congedarmi
quando sono risvegliato dalla fine del suo racconto.
«E mio zio Renzo dice che anche come incisore e pittore il
Bartolini avesse molto talento.»
«Un pittore? Già, è vero, mi ricordo anch’io che ha avuto
una carriera artistica parallela, ma, per curiosità, dove viveva
esattamente Bartolini?» domando a quel punto.
Un po’ scocciata che adesso sono io a chiedere informazioni,
mi dice che la sua terrazza dava proprio sulla finestra della
mia camera.
«Dovrebbe averlo visto qualche volta.»
Comprendo solo ora che lei ha capito chi sono.
«Già, l’ho visto stamani all’alba che dipingeva, poi è venuta
a trovarlo una donna.»
«Mi scusi, eh?» fa lei. «Le ho detto che è morto ieri l’altro
come ha potuto vederlo stamani, e quella donna sarà stata
Anita, la sua compagna, o la figlia Luciana.»
«Già forse sarà stato ieri l’altro» le dico per uscire da
quell’impiccio. Mi accorgo che lei vive al piano terra, forse è
la moglie dell’usciere, per cui la saluto velocemente per non
darle il tempo di fare altre domande. Salgo le scale, arrivo
al mio pianerottolo e apro la porta ancora pensoso. Di certo
non potevo dirle che ieri l’altro io non c’ero e che quella
donna lui l’ha chiamata Anna. Mi accendo un sigaro nervosamente.
Se ricordo bene, devo avere messo il libro di Bartolini nello
scaffale del soggiorno. Lo trovo subito, è un po’
ingiallito e mi rimanda subito alla mia giovinezza piena di
vita del dopoguerra. Lo apro con cura e inizio a leggere la
biografia dello scrittore-pittore. Nato a Cupramontana, nel
1892, importante incisore e pittore, nonché autore di numerose
raccolte di poesie e romanzi. Il romanzo più famoso,
prima di Ladri di biciclette, è Vita di Anna Stickler del 1943.
Anna Stickler, forse era lei che ho visto sulla terrazza ma
17 maggio 1963 Le chiavi di Platone
cosa dico, lei non esiste e lui è morto ieri l’altro, ha ragione
l’impicciona, come ho fatto a vederli stamani? Forse è stato
solo un incubo e poi non c’è scritto nemmeno che fumava il
sigaro, sarebbe stato un particolare importante da scrivere
in una biografia. La notte insonne deve avermi frastornato,
tutti questi cambiamenti, tutti questi pensieri.
Anche durante il mio periodo da barbone avevo degli incubi
così reali che facevo fatica a distaccarmene, ma questo li
supera tutti.
Apro la finestra della mia camera, è buio, e sulla terrazza
sventolano ancora i lenzuoli bianchi. È questa la realtà, dico
a me stesso per rassicurarmi, il profumo di sapone di Marsiglia
fa parte delle cose che esistono e che esisteranno per
sempre, come la pasta a mezzogiorno o le vacanze al mare.
Prima che arrivi la notte, giungono due donne a togliere i
panni. Da dietro una fila di lenzuoli spunta la cornice di un
quadro. Una delle donne si china a raccoglierlo sorpresa e lo
solleva mostrandolo all’altra. Per un attimo, tra la penombra,
riesco a vederlo anch’io, mi sembra che raffiguri un uomo che
fuma un sigaro affacciato alla finestra, ma forse sto sognando,
richiudo gli scuretti, mi distendo sul letto e finalmente
riesco a dormire.

05 ottobre 2019

Evento

A Roma, l'evento su Le chiavi di Platone, alla libreria Mondadori di via Piave 18.
01 dicembre 2018

Evento

1 dicembre 2018, Pistoia, Libreria Lo Spazio di Via dell'Ospizio, ore 17.30

Sarà a Pistoia, nei locali della libreria Lo Spazio di Via dell'Ospizio nell'omonima via pistoiese, la presentazione ufficiale del primo romanzo di Marco Tempestini, Le chiavi di Platone, bookabook, 2018.
Si tratta di un romanzo ambientato a Roma negli anni '60 che si può definire di genere giallo nella trama e negli accadimenti, ma che soprattutto parla di amore, amicizia, poesia, filosofia e arte, durante un viaggio di espiazione e di rinascita del protagonista che si inventerà detective senza mai riuscire a esserlo davvero.
30 marzo 2018

Buona Pasqua!

Oggi 30 Marzo mancano 50 giorni alla fine della campagna e 10 copie per arrivare al goal: non è una bella coincidenza? Jung sostiene che la coincidenze non sono casuali... Voi che ne pensate? BUONA PASQUA

Commenti

  1. Marco Tempestini

    (proprietario verificato)

    Una volta uscito ecco altri 8 commenti al mio libro

    Marco, spero tu stia già lavorando al prossimo… Sinceramente erano anni che non spegnevo la luce alle tre del mattino!!! Buona serata e grazie di cuore di avermi rinvigorito il fuoco della lettura!!
    Andrea Benvenuti

    Ciao Marco. Ieri ho finito di leggere il libro ed oggi è arrivata la copia dell’editore. Dei libri che ho letto avevo impiegato un giorno per “Il vecchio e il mare” e tre giorni per “la donna d’altri” di Talese. Insomma sei sul podio, in buona compagnia ! Prendilo come un bel complimento e mettiti sotto per il secondo libro. L’aspettiamo.
    Emanuele Savina

    Il libro l’ho finito di leggere a aspetto la prossima avventura di Sigaro che presto verrà coinvolto di nuovo da Santi per salvare qualcuno. e … sarà una caso impossibile in cui Platone, ma anche Socrate, Aristotele e magari Epicuro con la sua lettera sulla felicità, sapranno fornire indizi ed aiuti per risolvere il caso. Datti una mossa Tempestini! Sono qui che aspetto, e certo non sono sola!

    AnnaRita Merlini.

    “Essere felice è un dono che ancora non posso accettare.”
    Se siete alla ricerca di un libro misterioso da “assaporare” e scoprire pagina dopo pagina, parola dopo parola, “Le chiavi di Platone” di Marco Tempestini è quello che fa per voi.
    Innanzitutto ci tengo a ringraziare la casa editrice per questa bellissima opportunità e per il lavoro che fanno giorno dopo giorno per quelle persone che cercano di realizzare il proprio progetto.
    “Le chiavi di Platone” è un giallo ambientato a Roma nel 1963, anno in cui negli USA Kennedy rende illegali viaggi e transizioni finanziare e commerciali con Cuba, al Vaticano muore dopo cinque anni di pontificato Papa Giovanni XXIII, tra il Friuli e il Veneto ci fu il Disastro del Vajont e, verso la fine dell’anno, a Dallas, in Texas viene sparato e ucciso John Fitzgerald Kennedy che solo pochi mesi prima era stato in visita in Italia.
    “Le chiavi di Platone” è molto più di un romanzo giallo. È un insieme di storia, filosofia, poesia, insegnamenti e aneddoti del passato interessanti.
    Io non sono mai stata un’amante della storia, ma, leggendo questo libro, la mia mente è tornata alle superiori, alle lezioni di storia e quasi mi pento di non essere stata più attenta.
    Il protagonista del romanzo d’esordio di Marco Tempestini è Edoardo, che dopo un passato da barbone, si ritrova a riprendere in mano la sua vita e ad indagare sulla morte del suo amico Antonio detto Platone, barbone anch’esso.
    Platone ha organizzato per lui un viaggio pieno di segreti, omissioni, misteri.
    Durante questo viaggio, Edoardo viene affiancato da molti personaggi che, a loro modo, cercano di aiutarlo a scoprire il più grande dei misteri: come e perché è morto Platone. È una storia che ti tiene attaccata alle pagine, che ti spinge sempre di più a continuare la lettura senza fermarti mai e a voler sapere a tutti i costi il motivo della morte di Antonio.
    Il libro è suddiviso in cinque capitoli, alcuni lunghi e altri brevi, ai quali è stato assegnato un titolo che introduce l’argomento principale.
    Ho gradito tantissimo i vari riferimenti all’arte e alla poesia e, come ho detto prima, anche alla storia.
    Ho conosciuto Roma, una città a me sconosciuta, attraverso gli occhi di Edoardo e la penna di Marco e tutto ciò mi è piaciuto.
    Non sono solita leggere storie ambientate nel passato, e devo dire che questo libro è ambientato in un anno abbastanza lontano da quello della mia nascita, ma ho gradito tantissimo capire meglio e a fondo cosa storicamente e politicamente accadeva nel 1963.
    Concludo quindi, complimentandomi con l’autore per aver scritto una storia così misteriosa e al tempo stesso bellissima.
    Sono i libri come questo di Marco Tempestini che meritano davvero di essere letti.
    Martina , blogger libridescrittidalcuore

    Finito il libro ieri sera!
    Alla fine non sono rimasta delusa, avevo avuto l’intuizione giusta, quindi sei riuscito a far nascere il seme del dubbio. Per quello che conta il mio giudizio, lo trovo molto ben scritto, scorrevole, intelligente e completo storicamente.
    Sei stato molto bravo a collegare fatti e misfatti in un determinato periodo storico, che normalmente siamo portati ad identificare come singoli eventi …
    Complimenti davvero!
    A quando il prossimo?
    Molly

    Salve Marco, il tuo libro mi è piaciuto molto. È stata una lettura gradevole e interessante. Ho sempre pensato a Platone come a un filosofo dai contenuti “moderni” e non come a una cariatide del passato. Il fatto che tu abbia “utilizzato” i suoi “miti” in una storia moderna mi dà conferma di questo e conforto. Ho apprezzato molto anche gli “incontri” di Sigaro con i vari personaggi, che danno al libro un tocco di piacevole leggerezza. Devo dire che alcuni non li conoscevo proprio e sono stati una vera sorpresa. Grazie
    Emanuela Menichini

    Edoardo ha passato gli ultimi anni della sua vita come barbone, condividendo le difficoltà di quella condizione con altri diseredati, con i quali ha strinto forti legami, soprattutto con Antonio, detto Platone. Alla morte di quest’ultimo Edoardo decide di tornare al suo appartamento e alla sua esistenza “normale”. Sì, perché era diventato un senzatetto per scelta e non per necessità; nel corso della narrazione si scoprono i motivi che lo avevano spinto a lasciare la sua vita agiata, sia professionale che affettiva. Il nostro si improvvisa detective per fare luce sulla sorte dell’amico, una ricerca che lo porterà a incontri inaspettati, un nuovo amore, amicizie con figure dal passato ambiguo e viaggi sulle tracce dei pochi indizi che Platone gli ha lasciato in eredità: un portasigari d’argento e un biglietto con un indovinello dalla difficile soluzione.
    Il romanzo, ambientato a Roma nel 1963, negli anni del boom economico e della Dolce Vita, intreccia le vicende personali del protagonista agli eventi storici del periodo: la guerra fredda, la morte di Papa Giovanni XXIII e del presidente Kennedy.
    Marco Tempestini, al suo esordio come romanziere, dimostra una maturità letteraria notevole, tratteggia personaggi ben caratterizzati con i quali il lettore trova subito empatia e porta avanti la trama di questo thriller particolare fra colpi di scena e momenti più riflessivi. Una volta iniziata la lettura è difficile staccarsi dalle pagine di Le chiavi di Platone, fino alla fine.
    Un ottimo romanzo che consiglio.
    Roberto Bonfanti

  2. Anna Rivolta

    (proprietario verificato)

    Voci, profumi, immagini, percepiti a pelle, in una Roma sorniona che “come un’amante distratta, pensa al prossimo amore”. Sensazioni remote, di un passato dimenticato, balzano alla coscienza nella freschezza di un testo che arriva al cuore, regalando vive emozioni. Un libro da “vivere”. Una vita da “leggere”.

  3. Micol V.Osti

    (proprietario verificato)

    Stai cercando un romanzo che ti tenga talmente incollato alle sue pagine da farti maledire che non ci siano più ore in un giorno? Allora “LE CHIAVI DI PLATONE” di Marco Tempestini è il libro che fa per te. 😉
    Il ritmo rapido, il linguaggio così scorrevole da tenere la narrazione in continuo movimento, vi costringeranno a continuare a correre lungo le parole di questo talentuoso autore fino alla fine. Lo stile chiaro e rapido instilla un continuo sorgere d’immagini in azione. Le descrizioni degli ambienti che fungono da sfondi alla storia, la sagoma degna di un romanzo noir del protagonista -laconico, con il sigaro sempre tra le labbra-, il susseguirsi magistralmente architettato di misteri, portano alla necessità di rimanere appiccicati alle pagine fino a quando non sarà chiara la soluzione di questo fuorviante enigma.
    Faccio i miei più grandi complimenti a Marco Tempestini!😃

  4. (proprietario verificato)

    Un altro commento al mio libro da Renata Biserni che a casa nostra era considerata

    Ciao Marchino,
    oggi ho letto tutto il tuo romanzo, l’ho letto tutto d’un fiato, senza interruzione. Sono un po’ stordita. avrei molte cose da dirti ma non riesco a metterle in ordine perciò ti parlo così, a ruota libera. Il libro si fa leggere, ti prende e ti conduce, ti affascina dolcemente. La scrittura limpida, di cui già ti ho detto, può essere vista, a seconda dell’ottica da cui la si guarda, un pregio o un difetto. Cerco di spiegarmi meglio: un difetto perchè raccontare vicende così efferate e complesse in maniera così pacata e poetica può suonare inadeguato oppure proprio dal contrasto fra la pacatezza della scrittura e l’efferatezza dei fatti nasce l’originalità del libro. Qualcosa che si genera dalla tensione degli opposti. Ovviamente io sono una lettrice del tutto anomala, non riesco ad essere distaccata, nel bene e nel male. Leggendo non sono mai riuscita a distoglieremi dall’immagine di te che scrivevi (il problema è solo mio) alla storia del libro spesso si affiancava o si sovrapponeva la mia personale storia legata alla tua – con il culmine a un tema legato ai luoghi dove entrambi abbiamo vissuto. Poi Trastevere, la mia Trastevere – ci vivo da 40 anni – l’aria che qui si respira, anzi che si respirava, che tu hai descritto con sapienza, senza saperne davvero l’odore. Mario Schifano che abitava al di là del Tevere e che ho conosciuto bene e che era proprio bizzarro come lo descrivi (in casa aveva un lungo corridoio e lo percorreva in bicicletta, soprattutto quando aveva ospiti). l’Orto Botanico dove mio figlio è praticamente cresciuto. I detti romani, la filosofia, ma sopratutto la poesia. In certi momenti sembra quasi che il romanzo sia un pretesto per parlare di poesia (per me è la più alta forma d’arte). Dunque non posso e non so darti un giudizio sul libro posso solo condividere con te l’emozione (e l’orgoglio) che ho provato nel leggerlo. Ed esprimerti tutto il mio affetto.

    Renata Biserni
    psico-terapeuta individuale e di gruppo

  5. Marco Tempestini

    (proprietario verificato)

    e siamo a sette:
    Ti odio te e il tuo libro! Mi hai tenuto sveglio fino all’una di notte pur di finire di leggerlo, non riuscivo a metterlo giù da quando l’ho preso ieri mattina… a quando il secondo round di Sigaro e compagnia… non vedo l’ora.
    ENRICO TESI

  6. Marco Tempestini

    (proprietario verificato)

    E’ arrivato il sesto commento:

    “In una Roma di oltre mezzo secolo fa, si dipana una storia fresca ed originale. Un bel film in bianco e nero, con “chicche” interessantissime. Da leggere senza ombra di dubbio”.
    MASSIMO MUNGAI

  7. Marco Tempestini

    (proprietario verificato)

    un quarto ed un quinto commento al mio libro e due grazie:

    L’ho fumato, stampato come una tesi e letto in un giorno. Non mi capita spesso che un testo scorra così velocemente. Mi è piaciuto tanto. Soprattutto il ritmo e le atmosfere, e tanto altro…
    ANNA LIA SCANNERINI

    Ho terminato di leggere il tuo ultimo libro. È veramente scritto bene. È uno di quei libri che ti prendono e che cerchi di leggere tutto d’un fiato. La storia interessante, ti porta a riflettere su molti argomenti, trattati o volutamente solo accennati. Il finale è semplicemente geniale. Molte pagine ti prendono e ti aprono scenari non previsti, altre in cui sembra non accadere nulla, aiutano la riflessione. Magistrale la descrizione dei personaggi e luoghi, che porta ad immergerti ancor di più nella storia. Marco, in questo tuo lavoro c’è gran parte dei tuoi interessi: la filosofia che hai studiato e che approfondisci costantemente, la poesia- da sempre la tua grande passione – (alcuni versi sono scritti con l”anima) il mistero che ti ha sempre intrigato ed infine la ricerca della verità. Complimenti per questo tuo romanzo-giallo. Credo che ti abbia richiesto molto tempo, forse anni, ma spero che riuscirai a donarci altre letture.
    FEDERICO BERNOCCHI

  8. Roberta Plebani

    (proprietario verificato)

    Avvincente ed intrigante, profondo ed introspettivo, queste le caratteristiche del romanzo di Marco Tempestini. Un libro così scorrevole da essere letto tutto d’un fiato, ma in grado, al contempo, di indurre alla riflessione sul passato che non può fare a meno di plasmare il presente come “Gli oggetti di poca importanza, riposti nei cassetti e dimenticati per anni, che diventano preziosi nelle occasioni importanti quando vogliamo mostrare o ritrovare un sentimento che le parole o i gesti non riescono a esprimere”

  9. Marco Tempestini

    (proprietario verificato)

    Alcuni lettori mi hanno mandato i loro commenti scritti al libro, vi riporto i primi due:

    Finito stanotte!!!!
    Davvero complimenti!!
    stile narrativo scorrevole e lineare, ambienti e sfondi ricreati benissimo, personaggi maggiori e “minori” ricchi di fascino, mi è piaciuto molto anche lo stile rilassato di certe parti nelle quali sembra non accada niente, seguiti da improvvise accellerate di eventi a sorpresa…
    fantastico il finale …grande
    STEFANO VESTRINI

    Ho letto il tuo libro quasi subito. Solo oggi scrivo pe ringraziarti e farti i complimenti, mi è piaciuto molto, scrivi davvero molto bene. Il libro scorre benissimo, si legge senza riprendere fiato, , l storia è ambientata bene, è bene articolata e , intrigante e interessante, con quelle inclusioni di personaggi importanti del momento. Complimenti ancora. A quando il secondo libro?
    LUCIANO GELLI

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Marco Tempestini
MARCO TEMPESTINI nasce a Pistoia nel 1962. Dopo la laurea in Filosofia, ha vissuto a Madrid e Firenze, per poi trasferirsi di nuovo nella sua città natale. Ha insegnato lingua italiana presso l’Istituto Italiano di Madrid e ha lavorato nel settore dell’educazione ambientale e in quello museale. Lavora attualmente nell’ufficio legale di un ente pubblico.
Le chiavi di Platone è il suo primo romanzo.
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