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Le Colline di Porpora - Prima parte

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Consegna prevista Luglio 2022
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I cavalieri che tornano a casa dalle guerre, soffrono di quel male che colpisce solo chi vede molta morte durante le battaglie. Essi hanno paura dei rumori improvvisi, e soffrono il ricordo e i sogni dei momenti in battaglia. Molti di loro, dopo una vita di orrori, tornavano volentieri in battaglia solo per poter trovare una fine degna al loro terrore, agendo nel modo in cui erano stati addestrati una vita intera. Aliester è così, è un giovane mago molto promettente, al soldo dell’inquisizione del regno, alle dipendenze dirette dell’alto inquisitore. Come altri è un sopravvissuto, come quelli che alla fine di una battaglia non trovi in piedi pronti per il prossimo scontro, ma invece sono stanchi, impauriti, coperti di sangue e completamente smarriti. Sono persone che proveranno ad attaccare anche te prima di rendersi conto che siete lì per dargli una mano. Il racconto di Aliester segna l’inizio di una ricerca tra due anime smarrite, condannate ad inseguirsi oltre il tempo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho una mente molto iperattiva e mi piace accontentarla, ho scritto questo libro perché voglio raccontarne la storia, perché voglio dare una vita ai miei personaggi e perché (da bravo Dungeon Master) mi piace far vivere le mie storie ad altra gente, presentando quel mix di generi di cui mi piace scrivere e che vorrei vedere di più tra gli scaffali delle librerie.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dalle Cronache dell’Osservatore

La piccola imbarcazione solcava il fiume ormai da due giorni, e la fitta coltre di nebbia non accennava a diradarsi.

Sembravano essere intrappolati in una morsa di tenebra grigia.

A ogni giro di clessidra, un uomo dell’equipaggio scoccava verso il nulla una freccia infuocata e ne seguiva con gli occhi il tragitto sperando di vederla fermarsi sulla terraferma, ma non appena essa toccava l’acqua si sentiva un sibilo che in quel silenzio pareva quasi assordante, e allora l’unica cosa che rimaneva da fare era girare di nuovo la clessidra e ripetere l’operazione.

“splash” Saettò un’altra freccia entrando nelle scure acque del fiume calmo.

Dopo l’ennesima freccia, un uomo con un pesante mantello col cappuccio uscì dalla cabina del capitano e, piantando saldamente i piedi sul ponte, urlò qualcosa riguardante l’ora dell’arrivo.

Si trattava dell’Alto Inquisitore, il nuovo reggente presso la fortezza-prigione dell’isola verso cui erano diretti, un tipo alto e corpulento con i capelli neri e il viso severo.

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Si diceva che ai suoi ordini fossero state accese tante di quelle pire che l’odore del fumo dei roghi lo seguisse ovunque andasse.

L’Alto Inquisitore, il volto serio e distante, si diresse con un passo pesante che rimbombava per tutto il ponte verso l’arciere, gli tolse di mano l’arco, accese sulla brace una freccia e la scoccò penetrando la fitta cortina nebbiosa.

L’apprendista osservò il volo del dardo infiammato dal parapetto contro cui era appoggiato; la luce si perse nella bruma, scoppiettando miseramente attraverso l’aria ovattata. Lo osservò con una certa pacatezza, una tranquillità d’animo apparente che lo contraddistingueva, dentro di sé, una parte di lui si chiedeva cosa ci facesse in quella parte di mondo, l’altra parte era incuriosita, vagava da un pensiero all’altro, tra un’idea e un sospetto. Guardò l’acqua sotto di lui, rotta dal moto del battello osservava il suo viso specchiato dalle acque scure.


Quel viaggio aveva avuto inizio circa tre mesi prima. L’apprendista, era stato scelto da un gruppo ristretto di studiosi della capitale per accompagnare nei suoi spostamenti l’Alto Inquisitore, dal quale avrebbe fatto affidamento sulle sue conoscenze. Era una specie di premio per la sua ottima carriera accademica.

Certo, la cosa era piuttosto insolita, ma, come avrebbe scoperto in seguito, anche quel viaggio lo sarebbe diventato.

Partirono dal molo della città costiera di Railmark. L’enorme porto del regno, famoso per le sue fortezze lungo la costa. Era illuminato da un sole battente e vivido, colmo di navi e merci. Gli operai dei moli e le varie altre genti si muovevano come formiche fra una nave e l’altra, chi trasportando attrezzi e chi le merci per le navi stesse. Il debole vento faceva sventolare le bandiere colorate come foglie verdi sui rami. La lunga fila di navi della marina militare spiccava sulle più piccole con la loro immensa mole, dove le fiancate armate di cannoni lucidi brillavano nella luce del giorno. I suoni e gli odori erano quelli tipici di ogni porto, ma vi era l’odore del legno bagnato e della salsedine che coronava il resto come se quello fosse uno degli spettacoli più belli da cui trarre piacere. I colori accesi e brillanti sotto il sole diedero ai presenti, prima e durante l’imbarco, l’impressione di star per lasciare un porto sicuro, pieno del sentore di casa.

Navigare era estenuante, in meno di due mesi, i giorni divennero altro che lunghe notti, con la luna e le stelle come unica guida a illuminare la via verso il lontano porto della colonia. Il mare rimase calmo e piatto per molto del viaggio, le poche onde che precedevano la prua del vascello si rompevano contro la chiglia con grazia, il vento fu abbastanza per spingerli, ma mai per portarli fuori rotta. L’equipaggio fu grato di quel tempo, e ringraziarono il loro dio ogni giorno passato a lavorare alle corde.

Le notti passarono silenziose, finché non si sentì l’urlo della vedetta: “Terra!” arrivò la voce da sopra l’albero maestro, e squarciò il silenzio in cui il vascello era perennemente avvolto. Tutti corsero sul ponte per osservare la loro destinazione, dapprima, un groviglio di luci fioche in lontananza, a mala pena visibili, poi a mano a mano che ci si avvicinava esse mostravano sempre più il loro vero aspetto: nient’altro che un’accozzaglia di fatiscenti case a più piani, costruzioni sgangherate erette disordinatamente lungo una strada come se fossero state buttate lì a caso da un gigante.

Non fecero in tempo a sbarcare che cominciò a piovere forte. L’apprendista, con la sacca da viaggio contenente i suoi effetti personali sulle spalle, lottava contro la pioggia. Le stelle guida dei naviganti erano scomparse come d’incanto, coperte da neri nuvoloni temporaleschi, erano l’unica mappa utile per arrivare a quel luogo.

Una volta entrati nella locanda, i membri dell’equipaggio iniziarono a festeggiare l’arrivo bevendo e giocando con la legna nel grosso camino, ordinando da mangiare e tirando fuori i dadi.

Passò qualche giorno prima che una piccola carovana, nonostante la pioggia battente, potesse essere formata, partire dall’agglomerato di case e inoltrarsi nella rada foresta che si estendeva subito oltre la colonia, dove le macchie d’alberi si alternavano ad ampie zone erbose; i larghi tronchi segati alla base erano un triste ricordo della vegetazione lussureggiante di un tempo.

Di tanto in tanto la lampada di una delle guardie illuminava un carro senza ruote, abbandonato lungo la strada. Era tutta colpa degli animali selvatici, spiegò uno dei contadini al seguito della prima parte del viaggio della carovana: quella zona prima era infestata dai lupi e da altre bestie di dimensioni mostruose. L’apprendista ascoltò annoiato i racconti dei contadini, sapendoli esagerazioni, in realtà si chiese che ora fosse; sapeva che erano partiti di mattina, ma forse, a pensarci bene, non era sicuro nemmeno di quello.

Bivaccarono nel centro di una macchia di alberi. Le guardie e i contadini legarono delle corde ai rami più forti creando una sorta di rete su cui poter appoggiare delle pelli, e così in qualche modo furono al riparo dalla pioggia. Quando riuscirono ad accendere un fuoco tutti vi si radunarono intorno, chi poteva, poggiando la schiena a un albero; tra questi l’Alto Inquisitore, che per la prima volta sembrava abbandonarsi allo star seduto, come fosse un uomo comune dopo un giorno di lavoro, era perso nella contemplazione delle fiamme, mentre ascoltava i racconti delle guardie sulle battaglie del passato contro la vecchia nazione confinante, ormai divenuta la provincia a sud dell’impero. L’apprendista ascoltò osservando un punto distante lontano dalle fiamme, era l’unico che non guardava il fuoco.

Ascoltai anche io le loro parole.

“I migliori guerrieri che il campo di battaglia avesse mai visto si radunarono per l’assedio, la città di Formian avrebbe potuto resistere per anni, ma nessuno aveva voglia di farli morire di fame, i difensori andavano spazzati via ed in fretta.

In poco tempo ogni fortezza e ogni campo furono prese grazie all’avanzata imperterrita delle nostre armate, rimaneva solo la capitale. Ma nonostante questo non si arresero. Quindi ci demmo da fare per costringerli! Del resto, cosa è una guerra se non il tentativo di far arrendere prima l’altro.

La capitale delle terre di Leornia fu presa una notte, durante la mezzaluna, i bastioni erano accesi di luci e fiamme date più dai calderoni pieni di olio bollente e pece che dalle torce. Le macchine d’assedio vomitavano sulla città i loro bolidi infuocati, e dalle mura partivano raffiche di frecce verso gli assalitori.

I nostri uomini camminavano sotto le raffiche di frecce come fosse una pioggia estiva, le loro cotte di maglia in ferro benedetto, le ripudiavano, non si facevano penetrare.

Combattemmo contro i loro migliori, prima di mettere la città a ferro e fuoco, eppure, non stanchi, continuavano a lanciarci contro i loro giovani, i loro veterani e i loro condannati. Nulla potevano contro il santo esercito, venuto a debellare quelle terre dalla loro presenza, venuta a portare desolazione e sale su dove prima vi erano case e città, campi e pascoli. Nulla poterono contro la forza dell’unico dio”. La guardia carovaniera: un uomo di mezza età dall’aspetto eccentrico ma trasandato, sembrò perdersi in ricordi che di sicuro non erano suoi, ma frutto della sua immaginazione, si perse in dettagli così famosi da risultare quasi noiosi. Finché almeno non inizio a descrivere gli avvenimenti usando poesie popolari.

[Quadrelli e frecce nell’aria,

Come le foglie durante l’autunno.

Lenti sognavano i guerrieri,

mentre la ghiaia del fiume diventava rossa.

E mentre le luci, ricordavano più i fuochi,

La brace del mondo non si sarebbe spenta nemmeno quel giorno.]

Le guardie ascoltarono con attenzione, i loro visi dall’aspetto vissuto brillavano alla luce del fuoco con ombre che nascevano sotto gli occhi accesi dalle storie che sapevano di gloria, i loro capelli corti erano ancora bagnati, rilucendo di un nero piuttosto vivo.

L’apprendista ascoltò con disinteresse, ma non lo diede a vedere, aveva sentito quelle storie innumerevoli volte, e li come ogni volta giocava la sua parte, giocava all’essere uno di loro.

Fu svegliato qualche ora dopo da una guardia. Stava ancora piovendo e non vi era traccia del sole. Erano già tutti pronti per partire.

La carovana ripartì in direzione dell’interno della foresta che lentamente si faceva sempre più fitta, finché, dopo qualche ora di buio cammino a cavallo entrarono in una macchia d’erba dove quello che rimaneva di vecchie costruzioni in legno stonava con il resto della vegetazione. Una delle guardie, scesa da cavallo si avvicinò ad una delle costruzioni, da dentro si videro più luci di fiaccola accendersi, poi la guardia tornò fuori e fece cenno alla carovana d’avvicinarsi.

Erano arrivati ai vecchi campi medici, che al dire delle guardie, servirono per dedicare cure e fornire vettovaglie ai cacciatori durante la Grande Caccia per sterminare le belve feroci che infestavano questa foresta, nulla di più di mezza dozzina di case in realtà, allineate lungo un asse immaginario che finiva contro un mucchio di legno accatastato, probabilmente conservato all’epoca con intenzioni di costruire altre strutture.

I letti erano marci e cadenti, ve ne erano un gran numero, lo studente pensò che doveva essere stata una gran caccia, enorme, una delle guardie continuò a descriverla come la madre di tutte le cacce, dove molti tornarono vittoriosi con centinaia di pelli, mentre le carcasse venivano lasciate a decomporre nelle foresta, così da spaventare (o da attirare) le altre bestie, Il suo racconto sembrò dipendere molto dal suo stato di ebrezza, la cosa stranamente non sembrò un problema per l’alto inquisitore che invece lo osservò con sempre lo stesso viso severo, tenendo ben dritta la schiena.

Tutti approfittarono della sosta per far asciugare i vestiti davanti al fuoco di un camino, mentre in quella notte eterna la pioggia continuava a cadere.

Con dei vestiti asciutti indosso, lo studente prese una torcia e si allontanò dal gruppo per dare un’occhiata intorno a sé, la pioggia però sembrò aumentare e dal tetto filtrava acqua copiosamente. Cosi posò poi la torcia al muro su di un sostegno ancora resistente e osservò fuori dalla finestra, non gli era mai capitato di vedere tanta pioggia, ma dopo un lampo che quasi lo spinse all’indietro dallo spavento, si rese conto che la pioggia non era l’unica cosa che aveva visto, la luce aveva illuminato per un attimo il bosco fuori dalla sua finestra, e lì, al contrario di quanto gli era stato detto, vide una fila di costruzioni, a perdita d’occhio, tutte in linea l’una con l’altra, fino a scomparire, come se venisse inghiottita dalla foresta, ma lo vide solo per il tempo del lampo che lo colse di sorpresa, e non se lo poté spiegare che il suo pensiero venne interrotto improvvisamente da una voce, la voce dell’inquisitore, che cupo gli ordinava di non allontanarsi tanto.

Riprese la torcia e si incamminò verso il fuoco, pensando che per essere un campo medico per qualche gran caccia, era inquietantemente grande.

Poche ore dopo, la carovana riprese il viaggio. Illuminata dalla luce delle torce, quella spettrale foschia sembrò quasi come essere parte degli alberi e del sottobosco, l’erba stessa, a volte spinosa, sembrava come appartenere ad un quadro lasciato per anni in una cantina umida, quasi come se fosse di un altro piano d’esistenza o regno mistico, dove ogni filo sembrava risplendere di una luce antica, ma povera nella forza di poterla strappare a quell’abbraccio di eterna tenebra.

Procedendo lungo la via, lentamente l’erba si fece più fitta, quasi come a volersi ribellare contro il loro cammino, i ciuffi iniziarono a comparire da tutte le parti, e di alberi, fino a quel momento gli assoluti padroni della foresta, ve ne erano sempre meno.

Il gruppo si stava avvicinando ad una valle spoglia d’alberi, sul limite della foresta.

Erano arrivati sul limite dei Campi lunghi, quello che si diceva essere il terreno della grande caccia di moltissimi anni prima, Il fascino di quei luoghi inondò l’animo dell’apprendista, che affacciatosi sulla valle, si fermò ad osservare con immenso stupore la foschia attraversata in lontananza da centinaia di piccoli globi luminescenti color viola, che velocemente attraversavano il cielo, planando qua e là lungo tutta la valle.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Daniel Bernacchia
Sono nato a Senigallia nel 1988, ma sono cresciuto in varie basi militari in giro per l’Europa dove ho imparato l’inglese come prima lingua. Fin da piccolo ho sempre dimostrato una forte curiosità verso il mondo naturale, le scienze e la scrittura. Mi sono sempre sentito un apolide, quindi ho cambiato spesso sia città che studi, passando anche un grande periodo all’estero per lavoro. Nel tempo libero mi piace scrivere poesie per dare un senso ai pensieri iperattivi, storie brevi e romanzi. Quando posso mi diverto a visitare le Marche e l’Abruzzo in moto, terre di cui sono perdutamente innamorato. Vivo seguendo lo spirito della descrizione che mio padre mi diede da piccolo “Daniel da senso alle cose inutili”, e da sempre cerco di fare onore a quelle parole.
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