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Le colpe della stirpe. Ciclo dei Daeva Parte Prima

Le colpe della stirpe. Ciclo dei Daeva Parte Prima
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Consegna prevista Febbraio 2022
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Ci siamo preparati per quattrocento anni a questo giorno, e non abbiamo resistito che pochi minuti.
«È finita», ho pensato allora. «Non abbiamo fatto niente per fermarli.»

Europa, quinto secolo dalla distruzione di Roma e dall’inizio della guerra con i Daeva.
La tregua conquistata dopo una dura lotta, che ha visto tutti i regni umani coalizzarsi contro le
creature provenienti da un altro mondo, è nuovamente a rischio. Sembra infatti che dopo anni di silenzio, gli angeli abbiano deciso di muovere un nuovo attacco da Gerusalemme, in direzione dei popoli sopravvissuti al conflitto: l’Impero di Ratisbona che guida l’Europa continentale, la Repubblica di Venetia che domina il Mediterraneo, il Regno d’Egitto che confina con la terra militarizzata di Canaan.
Le notizie sul ritorno dei Daeva circolano in maniera ufficiosa, soltanto attraverso voci di popolo e di soldati. Le creature, con l’aiuto degli uomini che ne bramano i segreti, tramano in maniera sotterranea per riprendersi il mondo.

Perché ho scritto questo libro?

Quando Tolkien mi ha fatto venire al mondo, mi ha donato il gusto per il world building, con le sue mappe e i suoi stendardi. Quando Lovecraft mi ha allattato, mi ha passato il terrore per le potenze oscure del cosmo. Quando Martin mi ha svezzato, mi ha insegnato a disegnare genealogie intricate e ideare complotti. Le cotte di gioventù per gli anime mi hanno fornito esempi di realtà alternative.

Unico modo per unire tutto questo, un’ucronia fantasy ambientata tra Europa, Italia e Mediterraneo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

C’era un tempo in cui sulle mura di Gerico gli arcieri rimanevano sempre in piedi, notte e giorno, con le frecce incoccate e gli archi tesi in direzione di Gerusalemme. I cavalieri correvano senza sosta nella pianura davanti alla Città Nera, con la lancia in resta, fin quando i cavalli non erano stremati e gli uomini bisognosi di riposo.

Quando abbiamo deciso che vigilare non era più necessario?
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Le fiamme sono dappertutto, ululano sopra i tetti e le mura. Corro lungo i parapetti, preda di un terrore senza precedenti.

Al-kaile ha ripreso il comando, penso confusamente.

Supero i cancelli caduti, mantenendomi al livello superiore delle fortificazioni. Imbocco uno stretto passaggio che, scavalcando la strada principale, conduce fino al cuore della città. Non provo nemmeno a estrarre la spada: ci siamo preparati per quattrocento anni a questo giorno e non abbiamo resistito che pochi minuti.

Devo raggiungere la mágdal, la torre centrale di Gerico, dove le staffette si stanno riunendo per iniziare la cavalcata verso nord e portare l’allarme alla seconda linea di difesa, la città-fortezza di Meghiddo. Con loro, forse riuscirò a sopravvivere. Sono un’ufficiale di guardia, sono stata addestrata fino allo sfinimento per questa ritirata. Posso farcela. Mi slancio verso il punto di incontro.

I nemici sono apparsi a Roma, nessuno sa precisamente quando, all’incirca cinque secoli fa.

Prima vi erano i Romulei, e il loro impero decaduto. Non li sconfissero la fame, i popoli confinanti o la mollezza. Non li sconfisse nemmeno la codardia dei loro ultimi imperatori. Ciò che mandò in pezzi il loro mondo fu l’arrivo improvviso di Al-kaile e delle sue legioni. Quando li videro per la prima volta, i nostri antenati li chiamarono angeli, perché non erano uomini e rassomigliavano ai loro dèi.

I filosofi dicono che li spingeva la fame, un appetito insaziabile di materia. Raccontano che Roma, capitale del mondo, fu distrutta durante il disastro; e raccontano che per un anno intero anche il sole scomparì. Allora i popoli umani iniziarono a stringere patti segreti, sotto quei cieli neri e silenziosi, e diedero il via alla resistenza. Vi furono la Battaglia della Polvere, il Norico, l’assedio di Tebe, le ottantasette battaglie… Non saprei dire cosa accadde di preciso. Ma dopo un conflitto lungo un secolo, che noi chiamiamo Holokàuston, li rinchiudemmo qui, a Gerusalemme, sorvegliati a vista.

Io non ne avevo mai visto uno, prima di questa notte. Per tutta la vita li ho immaginati impauriti, nascosti, impegnati a leccarsi le vecchie ferite come i cani. Le ambascerie che in questi anni l’Impero di Ratisbona ha mandato a parlamentare sono sempre tornate indietro con parole fiduciose, raccontando di bestie derelitte e senza scopo, sconfitte. Hanno detto che Al-kaile era rintanato nelle profondità antiche della città, e che soltanto il suo luogotenente Shemhazai aveva avuto il coraggio di farsi avanti, e di iniziare a parlare. Da un certo momento, poi, gli ambasciatori ci hanno ordinato di riferirci a loro con un’antica parola orientale, Daeva, come forma di rispetto, e che era venuto il momento di accettare la loro presenza, in cambio della conoscenza che ci avrebbero donato. Ci hanno detto che erano venuti per salvare il mondo dalla corruzione, non per distruggerlo.

Meno di un’ora fa sono calati su di noi all’improvviso e ogni difesa è andata in pezzi. Due anni fa gli ultimi messaggeri ci avevano rassicurato che Al-kaile aveva rinunciato a muovere il trono di Gerusalemme contro gli esseri umani. E noi, imbecilli, gli abbiamo creduto.

Per le strade il caos regna sovrano: alcune squadre marciano ancora verso il nemico, ma gran parte

dei soldati abbandona le armi e fugge nella direzione opposta. Non oso nemmeno chiedermi quanti dei miei compagni siano sopravvissuti.

Raggiungo il corridoio rialzato che taglia a metà i quartieri meridionali, e lo trovo deserto. Giro a sinistra e vedo la torre incombere su di me. Posso farcela.

Nessuno di noi è un eroe. Canaan ospita i reietti di tutto il mondo civilizzato. Criminali, disertori, disperati e soprattutto poveri, tantissimi poveri.

Quando nel mio villaggio di pescatori giunsero i soldati dell’Impero a cercare reclute per le linee di difesa di Gerusalemme, non ebbi dubbi: ero figlia di miserabili, soffrivo la fame ogni inverno, e non avevo mai messo piede fuori dalla mia isola. Allora viaggiai fino a qui, nella terra maledetta del mondo, dove trovai fratelli e sorelle con cui crescere all’ombra del nemico. Abbiamo riso, cantato, e ci siamo sussurrati le nostre paure più profonde alla luce del focolare.

Aumento il passo. Nessuno in Europa saprà mai cosa è successo, se non mandiamo l’allarme fino a Ratisbona, il centro del nostro mondo. Scendo le ultime scale che circondano la mágdal e conducono dritte alle scuderie.

All’improvviso mi circonda un rumore più forte degli altri: tra le pietre che rovinano a terra, le note acute del ferro spezzato. La cinta interna è caduta.

Al primo attacco, li ho visti solo per qualche istante: alti, visi bianchi e indecifrabili, corpi dalle forme umane e insieme bestiali; alcuni apparentemente nudi, altri ricoperti ciascuno di un diverso materiale lucente. Non saprei dire se si trattasse di armature o della loro stessa pelle, i dettagli sono confusi e si sovrappongono l’uno con l’altro. Ho visto le loro armi colossali colpire i bastioni e le dita artigliare le pietre.

Le nostre difese si sono dimostrate ridicole: le mura che per tanto tempo hanno diviso la normalità dalla follia, oggi testimoniano la nostra leggerezza: aver permesso al male di resistere, ignorato, corteggiato, sottovalutato fino alla paranoia. E c’è qualcos’altro che mi smuove, in profondità sotto un mare di paura: il senso di colpa, per aver creduto alle menzogne dei generali e per aver fallito nell’unico compito che mi sia mai stato richiesto.

Voltandomi per un istante in direzione della porta ovest, scorgo una figura sovrastare i tetti e le torri. Inizialmente penso a un’ombra, proiettata dalle fiamme sulle pareti di fumo grigio che riempiono il cielo. Poi vedo le dodici ali schiudersi e, anche da questa distanza, due minuscole vampe più brillanti del sole. Un rombo come di tuono si irradia nel cielo.

Il rumore non si esaurisce, anzi, cresce a dismisura mentre quegli occhi di fuoco si muovono a velocità impensabile, diritti proprio verso di me.

È finita. Crollo a terra, ora che non c’è più nulla a porsi tra me e l’arcangelo.

Quando mi rendo conto che sto per morire, ai limiti della coscienza mi si forma un’immagine: una spiaggia vuota, silenziosa, simile a quella dove sono cresciuta. L’orizzonte è oscurato da un’onda grande come una montagna, a cui è impossibile sfuggire, ma la spiaggia è calma e la sabbia fredda tra le dita; seduta di fronte al muro d’acqua che corre senza incontrare ostacoli, posso solo chiudere gli occhi, sedermi e stringere i pugni.

Non abbiamo fatto niente per fermarli

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giovanni Seltralia
Ho fatto il redattore, ma le riviste non mi volevano; ho fatto il musicista, ma sbagliavo le note; ho fatto il DJ, ma andavo fuori tempo; ho fatto il fonico, ma ci sentivo poco da un orecchio; ho fatto l'operatore video, ma mi tremava la mano. Allora ho fatto quello che fanno tutti i lettori depressi: ho iniziato a immaginare un mondo meno crudele.
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