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Le conseguenze del male

Le conseguenze del male
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Consegna prevista Ottobre 2021
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Dora vive da dieci anni negli Stati Uniti, ha abbandonato la figlia e fatto perdere ogni traccia per non dover affrontare un passato violento, ma le necessità della vita e la forza dei sentimenti la portano a New York. Dopo aver rischiato di uccidere un uomo per non essere violentata, viene aiutata da una comunità di donne nere e si confronta con una psicologa ed una scrittrice, visita Hart Island, il cimitero dei dimenticati, ed assiste ad una rappresentazione teatrale rivivendo l’episodio che l’ha segnata. Inizia la risalita, si riappropria del suo essere donna e la sua vita si interseca con la “storia”. Torna alle radici del male, Gaeta, la violenza, Aversa, il manicomio criminale, il cimitero acattolico all’Aventino a Roma, una corsa senza respiro che la porta dalla figlia per un attimo di perfezione. In una New York oscura ed in una Roma decadente le vicende spingono il racconto oltre il genere psicologico e si arricchiscono di motivi narrativi propri del noir e dell’avventura.

Perché ho scritto questo libro?

Questo racconto nasce nella Public Library a New York, tra libri e gente che pensa. Scrivere è un desiderio e mi chiedo quale sia il mio. Ci sono ultimi e dimenticati anche in occidente, sono dovunque, li guardiamo ma non li vediamo, parlano ma non udiamo le loro parole, lo so da sempre, migrazioni, privazioni, la guerra che passa come un uragano, la vita che riprende attraverso l’unica strada possibile, la carne e il sangue. Anche i perdenti hanno diritto ad un attimo di perfezione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ci sono parole del vocabolario inglese che descrivono perfettamente i concetti nella mia mente, to vanish, svanire, dileguarsi, come in nothing, sparire, arrivare ad essere un punto e poi dissolversi nel nulla. Nel nulla. Mi attraeva, mi attrae, provo a farlo ogni giorno, ogni notte, nego che possa esistere qualcosa oltre la sofferenza, oltre il mio corpo che mi costringe a sopravvivere, oltre me e la mia povera vita, provo ad immaginarlo ma non ci riesco, forse il nulla è il silenzio, mi isolo dal resto del mondo, lo desidero, lo chiamo e lui viene, ma quando chiudo gli occhi per morire ogni volta di fronte a me c’è una cascata di petali rosa.

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Sono arrivata negli Stati Uniti dieci anni fa con quest’unico zaino rosso che ho accanto, spostandomi spesso sulla costa dell’Ovest fino a che ho trovato un lavoro stabile a Balboa Park, il cuore pulsante del turismo di San Diego. Disegnavo fiori, brochure pubblicitarie per quell’immenso museo all’aria aperta. Al tramonto sedevo sulla sabbia calda delle spiagge sconfinate e guardavo il mare. Nelle sere di pioggia, restavo immobile di fronte al cielo plumbeo che rendeva incerto l’orizzonte e ascoltavo le gocce tambureggiare sull’impermeabile di gomma con il cappuccio calato sugli occhi per vincere la paura dei lampi di luce che rischiaravano l’avanzare della notte, preceduti in lontananza dai rombi ovattati dei tuoni. Guardavo ad ovest per lasciarmi alle spalle Roma, per non dover mai tornare indietro alla mia vita passata, neanche con lo sguardo, ma i ricordi mi seguivano implacabili per invadermi all’improvviso, alle spalle. Lottavo contro di essi con tenacia, li soffocavo macerandomi dentro per evitare ogni stimolo capace di riportarli in superficie. Non guardavo la televisione, non andavo al cinema e non leggevo giornali, mi concedevo solo la radio. Ascoltavo per ore lo slang incomprensibile degli speaker americani senza velleità di capire, mi piaceva il loro ritmo e l’intonazione, mi stordivano, come mantra mi trasportavano nel mondo liquido della rassegnazione e del coraggio sfinito dei perdenti. Sopravvivevo. Rispondevo a monosillabi a chi mi rivolgeva la parola, mi negavo ogni contatto umano, non avevo indirizzo né identità tranne una casella postale che il museo aveva posto come condizione per farmi lavorare, tutti i venerdì ritiravo una busta bianca che conteneva un assegno, pagavo l’affitto e compravo il cibo necessario fino alla settimana successiva. Una mattina trovai anche una busta gialla che conservai fino a che ebbi finito le commissioni di sempre, la soppesavo rigirandola tra le dita, la guardavo combattuta tra l’impulso di distruggerla e la curiosità di aprirla, seduta su una panchina di una piazza assolata mentre su un palco un cantante country cantava canzoni tristi invitando donne mature e ragazze a portare testimonianze contro la violenza in famiglia. L’aprii mentre una bambina piangeva abbracciata alla madre che arringava uno sparuto gruppo di persone mostrando loro lividi scuri sul volto. Mi chiedevano di colorare, solo di colorare. Il mio stomaco reagì timoroso intuendo il pericolo ma lessi di nuovo, di nuovo, e le poche parole scritte si trasformarono nell’inconsapevole speranza di un attimo di perfezione, il tempo limitato che il destino concede in genere ai vinti.

Gentile Signora, ho avuto modo di osservare i suoi disegni sul sito del giardino botanico per cui lavora. Sono molto belli, i suoi colori vanno dritti al cuore. Sono un autore di fumetti e le propongo di colorare per me, le invio alcune bozze in modo che possa valutarle, se accetterà, come spero, ci metteremo d’accordo sul prezzo del suo lavoro e su come scambiarci le cose. Wayne Longer, c/o Forbidden Planet, 832 Boadway, New York, NY, 10003.

I disegni non erano male, era il testo che non andava, troppo stringato e avaro, ma avevo bisogno di soldi. Dissi sì, e in poco tempo il fumetto arrivò a un successo che non avrei mai potuto immaginare. Mancava il mio nome sulla copertina ma non mi importava, nessuno doveva sapere dov’ero. Poi le cose sono andate come dovevano andare, fino a stasera, a New York, all’angolo tra la dodicesima strada e la Broadway, the bean, il fagiolo, così si chiama il bar.

Lungo il perimetro del locale ci sono dei sedili di ferro con una targhetta che ammonisce, a uso dei soli clienti, ma mi siedo e nessuno mi invita ad andarmene. Il vento del mare ha pulito l’aria e l’odore della carne arrostita all’interno del bar si mescola con un profumo di pitosforo che arriva da chissà dove. Il rumore della città è incessante, così come il flusso della gente che mi passa davanti frettolosa, chiusa nei propri pensieri. Mi sento un oggetto, un arrugginito arredo urbano abbandonato su questa anonima panchina in attesa di essere dismesso in un campo di rottami e macerie, ma il sole del tramonto filtra nello stretto spazio che divide due grattacieli e mi inonda di luce.  Sui gradini di Union Square, un mangiafuoco prende sorsi di liquido da una bottiglia poggiata a terra e sputa lingue di alito incandescente che infiammano l’aria, si pulisce le labbra con una lercia salvietta legata alla cintura mentre una donna grassa con il seno in evidenza gira tra gruppetti di persone tendendo un cappello per raccogliere qualche banconota. Un vecchio barbone si avvicina con la mano tesa e mi si siede accanto. Indossa un cappotto liso che lascia scoperte le gambe nude devastate da un intrico di vene bluastre, puzza di marcio, solo gli occhi brillano di una luce vivida che si oppone alla sofferenza del volto. Mi sposto e stringo il mio cuore per impedire a quel dolore di aggiungersi al mio, ma l’idea della morte mi invade con tutta la forza dell’angoscia che ho dentro.  Non è passato un giorno senza pensare a Tea, ma domino la mente costringendola a volgersi altrove, costruisco una diga che argina il refluire dei ricordi, ma da quando sono arrivata a New York mi scopro indifesa. Ci sono sensazioni che vengono da lontano, da oltre il mare, da oltre il cielo, da un angolo di universo che ci unisce indissolubilmente e mi inseguono affiorando all’improvviso suscitate da un suono, un odore, uno sguardo. Può essere morta, perduta per sempre, ma dalla morte scaturisce la vita. Avverto l’odore del latte che sgorga dal mio seno e sento le sue labbra che succhiano avide dandomi un piacere che ogni volta mi ammutolisce. Seguo con gli occhi il clochard che si allontana barcollando, ingoio le lacrime e continuo a guardarmi intorno. Una bambina nera con i capelli ornati da perline colorate mi sorride dall’interno di una vetrina mentre aiuta due donne a risistemare i manichini. Vorrei sorriderle a mia volta, ma domino i sentimenti contrastanti che si affrontano nella mia mente e riprendo a sfogliare le bozze del fumetto che ho in grembo. L’ho scritto pochi mesi fa, la solitudine a cui mi sono condannata non riesce a rendermi estranea a me stessa.

Carved in stone, scolpiti nella roccia. Dopo una catastrofe che ha distrutto la terra, un’entità superiore ha plasmato nella pietra esseri alla ricerca di una nuova coscienza, e ad ogni progresso faticosamente fatto, un pezzo della loro dura corazza si sgretola lasciando posto a morbida carne. Una macchia scura sostituita da una pennellata di colore, una progressione che va dal nero assoluto della prima pagina al bianco immacolato dell’ultima, in un diminuendo di grigi che sfumano nell’arcobaleno, il viaggio della mente verso la coscienza di sé stessa. Fumetti senza testo. Ogni lettore potrà riempire le nuvolette vuote dando il proprio significato alla quarta dimensione, il tempo, scrivendo ognuno la propria storia.              Per anni ho insegnato a disegnare nelle scuole del mio paese usando solo matite e carboncini con il solo intento di fare da tramite tra i colori della vita e l’anima dei miei allievi. A San Diego ho disegnato per sopravvivere, per Wayne Longer ho colorato macerandomi nei rimpianti e nei rimorsi. Carved in stone è il frutto dell’istinto, con il mio nome sulla prima pagina ben in evidenza, un messaggio da trasmettere all’universo. Esisto ancora.

Si è fatta notte. La gente cammina più in fretta e gli autobus sono meno affollati. Due ragazzi si baciano e si dividono ognuno per la propria strada. Lei si volta mentre si allontana e lo chiama honey agitando la mano. Dall’altra parte della strada un tipo losco con il cappello da cowboy prende a schiaffi una donna in minigonna e tacchi a spillo. Lei sputa a terra e grida che lo odia. Non ho l’una né l’altra cosa, tutta la mia vita è passata osservando il tempo sfiorire. Un vecchio fa fatica a trattenere il suo cane. Non ho neanche quello, solo questi fogli colorati per i quali sono qui, di fronte all’ingresso di Forbidden Planet, il negozio di fumetti al cui indirizzo Wayne Longer ha sempre fatto riferimento. Sta chiudendo, non so se esserne felice. Sono uscita dal mio guscio irto di spine e mi sento indifesa. Qualcosa sta per accadere, altre volte ho avuto questa sensazione e ogni volta sono state lacrime amare. Forse è meglio che vada, chiudo gli occhi e cerco il silenzio che arriva fedele, ma non ho la visione di sempre. Il cuore si ferma e quando li riapro un uomo appare in fondo alla strada. Cammina alzandosi sulle punte come spesso accade alle persone basse. Elastico e compatto, con il piglio di chi sa dove andare, indossa un giubbotto di pelle e jeans su scarpe pesanti. Un palestrato che cura la propria immagine nei particolari. Avrà cinquant’anni, con la testa completamente calva e il volto liscio perfettamente rasato tranne che per una mosca bionda che orna il labbro inferiore e una filiforme stalattite di barba intrecciata che dal mento arriva fino al petto. Si ferma a salutare un inserviente che sta abbassando le serrande e clienti e commessi escono a stringergli la mano dandogli pacche sulle spalle. Ha una parola per tutti, ammicca furbo, dà di gomito mantenendo però le distanze. Una ragazza finge di svenire, gli chiede un autografo e poi una foto con un opuscolo ben in evidenza davanti a loro. Riconosco i colori della copertina da lontano. È il nostro fumetto. Wayne gonfia il petto, ho l’impulso di picchiarlo e poi fuggire lontano ma chiudo gli occhi e respiro più volte, devo mantenermi calma se voglio raggiungere il mio scopo. Ripongo i disegni nella cartella. Non sono per lui, per quel corpo costruito sulla sola apparenza del nulla. Non li merita, ma le ruote della vita hanno preso a girare e non è più possibile fermarle. Insieme a due ragazzi mi passa accanto entrando nel bar.  I nostri sguardi s’incrociano, mi nota, abbozza un sorriso ebete e, mentre il corpo gelato mi implora di fuggire, domino le mie paure ed entro anch’io nel bar a quest’ora ormai deserto. I camerieri spazzano il pavimento riordinando la sala, Wayne ed i suoi amici sono davanti al bancone. Mi avvicino con la mente in subbuglio e le viscere che mi implorano di uscire. Siamo vicini, ci tocchiamo e un odore di copertoni bruciati e fumo denso mi aggredisce le narici. Due clienti aprono la porta ma decidono di non entrare, come se all’interno ci fosse qualcosa che invita a passare oltre, eppure tutto è calmo e tranquillo. I detersivi delle pulizie di fine giornata non intaccano il buon odore di caffè che permea la sala ben illuminata e accogliente, i camerieri sorridono e gli amici di Wayne parlano sottovoce con buona educazione. Il ragazzo dietro il bancone mi chiede cosa desideri ma non rispondo, incuriosita dalle due donne che poco prima ho osservato lavorare all’allestimento di una vetrina. Sono entrate insieme alla bambina che mi ha sorriso. Si assomigliano, alte e forti, senza seno e un bacino robusto. Parlano a voce alta tra di loro, sorridono, ammiccano, si toccano, irradiano la prorompente sensualità delle donne nere. Ordinano caffè, latte e ciambelle da portare via, mentre Wayne si interessa del programma della loro serata. Rispondono educate che sono dirette in chiesa per il gospel del mercoledì sera ma troncano con decisione ogni possibilità di conversazione e lui, non ricevendo attenzione, si rivolge alla bambina.

«Come sta la mia piccola principessa?» nella voce il timbro di una tromba con la sordina che mal si accorda con la calda tonalità roca delle due donne che lo guardano diffidenti. La bambina non risponde, è alta, magra, con un volto allungato che poco prima, dentro la vetrina, si è aperto in un magnifico sorriso che ha messo in evidenza denti forti, perfetti, e rimpicciolito gli occhi fino a farli diventare due fessure, ride con gli occhi, ho pensato, ma ora mi guarda seria, si alza la maglietta mostrandomi l’addome con una grande cicatrice, come un ex-voto per un miracolo ricevuto.

«Copriti Moreneke!» la rimproverano. «Cosa vuoi che importi alla signora della tua pancia. Abbia pazienza.» una delle due si avvicina e rimette a posto la bambina. «è stata una brutta appendicite ma per fortuna è andata bene. È fatta così, diciamo che è una bambina a volte inaspettatamente espansiva.» l’altra sta pagando e recupera la busta dei dolci e il vassoio con i bicchieri.

«È vostra figlia?» chiedo con voce incerta. Figlia, l’eco dei suoni mi parte da dove le cosce si uniscono al ventre, si propaga lieve lungo le reni e si deposita sul cuore, dove sento da qualche tempo il fuoco della vita riprendere a bruciare, desidero toccarla e aspirarne l’odore, mi lascio vincere e le porgo timidamente una mano, lei allunga la sua e mi dona un oggetto minuscolo che stringo istintivamente infilandolo nella tasca dei pantaloni.

«È una bambina abbandonata, ce ne prendiamo cura in attesa di una sistemazione,» mi sento sollevata senza motivo e le guardo uscire. Anche gli amici di Wayne sono andati via e il barman è scomparso nel retro del locale. Siamo solo noi due e lui non perde tempo.

«Ci conosciamo?» Non rispondo. Lascio in sospeso le parole ma lo guardo per concedergli la possibilità di continuare.      «A volte gli incontri imprevisti si rivelano i più interessanti.» È la fiera dell’ovvietà più bieca, parole ammiccanti che fanno balenare la possibilità di un’ora di divertimento, ma solo una. I patti sono già chiari, nessun legame, non un briciolo di amore e passione. Penso al mio aspetto fisico, a come mi sono sentita invecchiata negli ultimi anni, anche se gli uomini mi guardano ancora. Lo so, me ne accorgo. Non ho fatto avvicinare nessuno, è stata la prima regola, ma ora devo stare al gioco. Wayne è carico e determinato, gli occhi brillano impazienti, lo lascio parlare di altre dimensioni dove possiamo esserci già conosciuti e di altre vite vissute insieme, dominando la voglia di strappargli la treccia dal mento insieme a pezzi di pelle e carne. Al diavolo il fumetto e tutto il resto, è un uomo viscido e costruito a tavolino che cerca un’avventura con una sconosciuta che non sa di aver sempre sfruttato. Lo guardo dritto negli occhi travolta dalla voglia di innescare la deflagrazione. Lotto per tenere a freno i miei istinti, ma poi mi lancio a capofitto nello scontro.

2021-01-12

Aggiornamento

In diretta da Freetown Martedì 12 gennaio alle 18 sulla pagina "La biblioteca di Babele" o "Biblioteca Comunale Giovanni Bovio" di Trani. Domande e risposte fuori dai denti, senza sconti, come è giusto che sia. Sostenere e leggere un libro a volte è fare una scelta di parte, quella degli ultimi e dei diversi. Non accontentarti dello schermo e della tastiera, partecipa, scendi in campo, battiti per un mondo migliore senza conflitti, differenze e privilegi. Grazie a Rosangela Cito e al Comune di Trani, il Sud del mondo, come sempre, è avanti.

Commenti

  1. Federico Scottoni

    (proprietario verificato)

    Devo dire la verità: scrivo questo commento senza aver letto “le conseguenze del male”, non posso rinunciare al piacere della carta tra le mani per la fretta di leggerlo.
    Il “Bruscolone” l’ho conosciuto in Sierra Leone, lavoravamo nell’ospedale di Emergency insieme, era il mio senior, quello da chiamare quando si era nei guai… Antonio è persona profonda, speciale. È ancora lì, in Sierra Leone.
    Ho letto i suoi due libri precedenti, romanzi che trasuda amo Africa da tutti i pori! Questo nuovo parla del nostro mondo, a quanto pare. Posso solo dire che non vedo l’ora di leggerlo quindi ordinatelo in modo da raggiungere il goal ed averlo pubblicato!

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Antonio Bruscoli
Chirurgo e cooperante umanitario con da sempre un unico traguardo da raggiungere: rendere il mondo migliore. Angola, i barconi a Lampedusa, l’Italia dei migranti, Repubblica centrafricana, Afghanistan, Sierra Leone, un lungo cammino contro la povertà e la guerra ed una sola certezza: siamo tutti uguali, meritiamo tutti la stessa occasione. Dopo due romanzi ed alcuni soggetti per graphic novel con tema centrale l’Africa, è alla prima prova con un romanzo psicologico ambientato in occidente. Il ricavato della mia prevendita sarà devoluto ad Emergency.
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