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Le cronache delle trenta lune: la maledizione

Le cronache delle trenta lune: la maledizione
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Consegna prevista Aprile 2022
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Il Regno di Alsalem è una terra maledetta. Questa è la frase che da duecento anni viene sussurrata intorno ai fuochi, alle cene di famiglia, insieme a leggende legate a mostri, Re malvagi, popolani ridotti alla fame, epidemie. Ma la giovane Sibilla, figlia di Re Andrew, vive proprio ad Alsalem. Quando viene a conoscenza di una misteriosa magia che trasforma i popolani in statue di pietra, dovrà fare di tutto per salvarli in sole trenta lune. Il suo obiettivo è quello di raggiungere la Corte di Rha, senza sapere che le si aprirà un mondo fatto di dolorose verità, dove la libertà può essere dolce e amara, e dove gli Dei, i sogni, e le leggende prendono vita. Nel frattempo, a migliaia di passi di distanza da lei, un giovane principe, figlio del Re Alsan, cerca di scappare da un destino che non gli appartiene: diventare un Guerriero di Sekhmet. Sa che tra le grinfie di quei selvaggi morirà, ma imparerà a sue spese che esistono cose peggiori della morte.

Perché ho scritto questo libro?

Nel pieno della pandemia il mondo e la vita che avevo sognato mutarono drasticamente. Mi immersi nella scrittura, consapevole che avrei trovato un mondo che potevo controllare e guidare a mio piacimento, dove le cose andavano male solo se ero io a deciderlo. Una notte, immersa nei pensieri negativi, cominciò a prendere forma un regno dominato dai ghiacciai e una giovane nobile, coraggiosa e spietata, che avrebbe dato tutto per salvarlo. Così nasce il personaggio di Sibilla.

ANTEPRIMA NON EDITATA

«Non dovresti origliare.»

«Tu sei un fantasma, perché non mi dici di cosa stanno parlando?»

Sheila incrociò le braccia, annoiata. La vita di un fantasma era piena di impegni quando eri amica di un essere umano. Attraversò la grande porta che conduceva alla sala del trono, dove il padre di Sibilla stava discutendo insieme ai suoi consiglieri delle magie che erano state praticate nell’ultimo periodo. Le uniche parole che riuscì ad udire furono “pietra”, “magia” e “bambini”. Dopo un po’ sentì dei passi e si allontanò. Uscì suo padre, in tunica con ricami d’oro e corona sul capo. «Sibilla, hai deciso di metterti nei guai?» la rimproverò.
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«No, papà. Stavo passeggiando per il castello e per puro volere degli dei la porta si è aperta.»

Suo padre corrugò la fronte. Sembrava turbato e non intenzionato a intraprendere una discussione con lei. Anche se, in fondo, era raro che si arrabbiasse con la figlia, troppo simile alla sua defunta moglie. «Per questa volta ti credo. Adesso vai e continua la tua passeggiata.» Sibilla si voltò e corse via. Si diresse dietro al castello, il suo posto preferito. La neve quel giorno non era molto forte, scendeva a piccoli fiocchi. Si ricordò di quella volta in cui Marcus le disse che il Regno di Alsalem era una terra maledetta. Forse era vero, poiché i viaggiatori che avevano il coraggio di attraccarvi erano ben pochi, ma a lei piaceva pensare che non fosse così. Col tempo erano nati nuovi tipi di alberi che i suoi antenati avevano provveduto a piantare in quel giardino insieme ai fiori bianchi. Si diceva nascessero solo lì, nella così chiamata da tutti “terra isolata” o “terra di ghiaccio”.

«Sheila ti prego! Lo so che sei qui» gridò a gran voce. Sheila comparve alla sua sinistra con aria imbronciata. «In duecento anni, mai avrei detto che un giorno mi sarei ritrovata a fare da serva a un’umana» borbottò. «Dai, non dirmi che non ne sei incuriosita anche tu» commentò Sibilla. Il viso del fantasma si fece pensieroso.

«Beh in effetti. Una cosa così interessante non accadeva dai tempi del pronipote del Re Amon.»

La principessa si sedette su una delle sporgenze di pietra del giardino reale e aspettò che Sheila raccontasse ciò che aveva sentito.

«Quando sono arrivata la riunione era già iniziata, ma da quel che sembra qualcuno ha trasformato delle persone in statue di pietra. Tuo padre ha chiesto che gli fossero mandati tutti gli uomini disponibili per far fronte a un possibile attacco violento.»

«Statue di pietra?» ripeté la principessa, incredula.

«Sì. Sai che da quando il Re Amon ha bandito la magia e cacciato le creature magiche da questo regno, chiunque usi la magia, anche per scopi non malvagi, è destinato a morire. Qualcosa di terribile sta per accadere.»

«Non hanno parlato delle vittime? Non avevano niente che le accomunasse e che potesse portare a un colpevole?»

Sheila si rabbuiò e per qualche istante Sibilla pensò che non le avrebbe più detto niente per non urtare la sua sensibilità.

«Erano tutti bambini, semplici figli di contadini. Dai tre ai sei anni. Chi fa una cosa del genere non è solo un mostro, ma è anche qualcuno che vuole esercitarsi nelle arti magiche.»

«Esercitarsi? E per cosa?»

«Te l’ho detto, principessa. Qualcosa di terribile sta per accadere al regno. Anche in passato i Re tremavano e reclamavano la testa di colui che aveva praticato la magia.»

Sibilla si guardò intorno preoccupata e cominciò a pettinarsi i capelli con le dita.

«Come hanno fatto a trovare chi praticava la magia? Ci sono mai riusciti?»

«Qualche volta sì, qualche volta no. Altre volte ancora ne hanno risentito i popolani. Ne stanno risentendo anche adesso.»

Un senso di impotenza la fece stare male.

«Sheila io posso fare qualcosa? Cioè, pensi che io passa rendermi utile? Ho letto molti libri proibiti nella biblioteca reale. Molti libri che parlavano di magia, fate, stregoni.»

«Oh piccola» sussurrò il fantasma avvicinandosi. «Tu non capisci. Non cureranno i cittadini dall’incantesimo. Non lo faranno mai. Solo la magia può curarli e tuo padre non lo permetterebbe.»

«Il popolo si rivolterà contro la corona» esclamò indignata. Sembrò che Sheila stesse per dire qualcos’altro, ma Sibilla si era già alzata e stava spalancando le porte per entrare all’interno del castello reale. Per comodità, si tolse le scarpe per raggiunse le stanze di suo padre. Attraversò i corridoi di pietra con le serve che sussultavano al suo passaggio o che le gridavano cosa stesse succedendo, ma lei non si fermò nemmeno una volta. Raggiunta la porta che l’avrebbe condotta dal Re, si sistemò il vestito di velluto rosso e i capelli. Non voleva che suo padre sospettasse che lei avesse corso per tutto il castello, poiché non era una cosa che avrebbe considerato degno di una signora come si deve. Nessuno aveva un occhio attento quanto il suo. Quando suo padre le diede il permesso di entrare, la porta produsse un suono più forte e terribile di quanto lei avrebbe voluto, quasi come se quel suono riflettesse tutto l’orrore che provava.

«Papà» lo chiamò. Re Andrew, intento a scrivere qualcosa su un foglio di carta, alzò il capo. Aveva un’espressione accigliata che alla figlia non piacque affatto.

«Sibilla. È successo qualcosa?»

«Ti supplico non lasciar morire quei bambini. Noi possiamo curarli, basta solo trovare un modo.»

«Esci da qui, non aggiungere altro.»

Il Re si alzò dalla sua sedia e si diresse verso la figlia a grandi falcate. In poche occasioni Sibilla lo aveva visto così arrabbiato. «Non devi immischiarti in queste cose. So che pensi che la magia non sia il male, ma lo è. Accetta la realtà, figliola.»

Il tono sull’ultima parola suonò dolce, ma la principessa non voleva in alcun modo lasciar perdere.

«Moriranno delle persone, papà! Sono state trasformate in pietra, se noi non le liberiamo la loro anima continuerà a vivere là dentro in eterno.»

«Ancora con queste sciocchezze? Non dovresti leggere libri sulle leggende delle creature magiche, guarda cosa ti hanno fatto. Ti hanno corrotta.»

Sospirò. «Quei libri contengono molti importanti punti della nascita del regno. Il Re Amon non li bruciò proprio per questo motivo, ma mi chiedo proprio se sia stata la scelta giusta.»

Il suo era il solito tono da Re che usava con i suoi sudditi. Persuasivo. Desolato. Pentito. Non certo un tono che avesse qualche effetto su Sibilla.

«Papà, io voglio solo aiutare quelle persone.»

«Non puoi, Sibilla. Ci sono cose che nemmeno un reale può fare. Adesso vai, ti prego. Non dirmi più queste sciocchezze.»

La principessa annuì ed uscì. Non riusciva a sopportare la vista di suo padre che lo guardava con aria furiosa. Lei sapeva che lui sapeva che ci sarebbe stata una rivolta popolare se non avessero risolto il problema. Ma se il Re avesse usato la magia, sarebbe stato giusto nei confronti dei popolani vedere la corona usare la magia solo quando gli faceva comodo? Perché non usarla per curare malattie o fertilizzare il raccolto?

Sibilla poggiò una mano sul marmo di cui era fatta la sporgenza della balconata. Si trovava in una parte molto aperta, dove di solito in inverno c’erano poche persone vista l’area più fredda. Non che in estate il freddo non ti gelasse le ossa se non eri abituato a quelle temperatura. Tuttavia, come aveva già costatato nel giardino dai fiori bianchi, quel giorno si stava bene. A di là della sporgenza affiorava la vista che le donava l’immensità del castello. Poteva vedere tutto: le montagne innevate, gli uccelli dello stesso colore della neve, i fiocchi che scendevano lentamente. Neve, neve, neve e solo neve. Da quella parte del castello, se sforzava lo sguardo riusciva a vedere la città di Savannah, nome che proveniva dalla fondatrice della città. Una regina che, stanca della vista vuota, fatta solo di alberi ed animali selvaggi, fondò la città ed accolse con calore tutti coloro che vollero entrarvi. All’epoca il regno non era ridotto in quello stato: non nevicava mai, c’era il sole tutto l’anno e tutti gli anni e i raccolti dei contadini erano abbondanti. Si diceva che nel Regno di Alsalem non ci fosse un uomo che non avesse le tasche piene. Adesso di poveri ce ne erano molti e Sibilla lo sapeva bene.

«Stanca della solita vista?» le domandò una voce. Era Marcus, in cappa nera e tunica pesante dello stesso colore. «Dopo diciassette anni ci si stanca un po’.»

«Sei stata fortunata in realtà, principessa. Prima di questo secolo ci sono stati dei periodi in cui nevicava senza sosta e periodi in cui la tua lingua sarebbe stata più secca della terra sotto ai tuoi piedi.»

«Lo so, Marcus. Non c’è bisogno di farmi di nuovo lezione su questa storia.»

Marcus le sorrise e si appoggiò con le mani alla sporgenza di marmo. «La storia si ripete sempre, principessa. Ogni storia si ripete all’infinito perché gli uomini non imparano mai. Ho servito tuo nonno per poco tempo prima che morisse e che salisse al trono tuo padre e ti posso assicurare che non potrebbero essere più uguali nei modi di governare. Che gli dei benedicano entrambi, ma non si può dire che non abbiano fatto degli errori che hanno commesso anche i loro antenati.»

«Sì Marcus, tu hai ragione, ma non c’è niente che possa convincere mio padre ad usare la magia. Non ha scelta. Questa è la legge. Per quanto io cerchi di auto convincermi del contrario è così e devo rispettarlo.»

«Ognuno di noi ha una scelta, Sibilla.»

Oh Marcus, ogni qual volta che parli, riesci a dire qualcosa di saggio pensò. Marcus non indossava i guanti quella giornata e quando abbassò gli occhi vide luccicare la pietra verde che aveva al dito. «Dove l’hai presa questa? Non te l’ho mai vista al dito.» Il suo maestro si esaminò la mano.

«Un anello che ho comprato da un mercante. L’ho pagato cinque pezzi d’oro, ma mi avrà truffato. Non sembra per niente vero.»

«A me sì.» Non aveva mai visto un anello più luminoso di quello. «Da quando te ne intendi di anelli? Tu odi indossarli» rispose seccato. Ebbe paura di averlo offeso, ma un attimo dopo ritornò a sorriderle sereno. Un battere di zoccoli contro la neve li interruppe. Abbassarono entrambi lo sguardo. Un uomo in cappa rossa stava avanzando verso il castello. Un messaggero.

Sibilla andò in corridoio, senza salutare il suo interlocutore, ed indossò di nuovo le scarpe. Le serve sapevano che non avrebbero dovuto toccarle e che la principessa sarebbe tornata a riprenderle. Superò le cucine, le stanze dei servitori, passò davanti alle vetrate colorate che rappresentavano le imprese dei Re e delle regine che avevano governato molti anni prima, fino ad arrivare all’ingresso, dove era già presente la figura di suo padre. Stava leggendo la lettera che gli era stata consegnata e

non sembrava ci fossero buone notizie per lui. «Papà» lo chiamò. Lui si voltò verso di lei ed accartocciò la lettera. «Athos, prepara quattro cavalli.»

«Vuole dire una carrozza, mio signore?»

«No, voglio dire prepara dei cavalli. Chiama Marcus e i gemelli Pilar e Xavie, dobbiamo andare nella residenza di lord Amir.»

«Cinque cavalli, papà. Voglio venire anche io» intervenne Sibilla. Per suo padre era sempre stato difficile comportarsi da Re e non da padre in molti casi, ma non sembrava intenzionato a dire di no alla figlia anche quella volta. «Immagino che tu sia abbastanza grande da affrontare queste cose» disse calmo. Sibilla lo strinse forte in un abbracciò veloce e si precipitò ad indossare qualcosa di comodo per cavalcare. Indossò il vestito di velluto più largo che trovò e stivali che le permettessero di camminare sulla neve alta. Si pettinò i capelli allo specchio. Quel giorno sembravano più neri del solito e anche i suoi occhi brillavano di un verde mai visto, entusiasti per ciò che stava per accadere.

«Mia signora, vuole che la aiuti?» intervenne la sua serva.

«No, Giada. Faccio da sola.» Sibilla odiava farsi aiutare da qualcuno per vestirsi o pettinarsi i capelli. Arrivata sull’uscio del portone, Marcus, i gemelli e suo padre era lì ad attenderla. I primi tre si inchinarono quando arrivò e suo padre le rivolse uno sguardo preoccupato. Tu sai che non potrò sottrarmi a queste cose quando tu non ci sarai più pensò mentre lo guardava dirigersi verso le stalle. La sua cavalla, bianca quanto poteva esserla la neve, sembrava in forma e pronta per galoppare. L’aria, oltre che fredda, era anche carica di tensioni. Verso la residenza di lord Amir bisognava percorrere una strada dritta e c’erano città e piccoli villaggi da superare. «Indossa un mantello con il cappuccio» l’ammonì suo padre. Lei prese il cappuccio che le porgeva Athos. Sibilla pensò che un Re e una principessa non sarebbero di certo passati inosservati usando quei mezzi, ma non osò esporre la questione.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Concetta Sollo
Concetta Sollo nasce il 7 gennaio del 2002 a Napoli. La sua passione per la lettura inizia a 11 anni con l’opera Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare e con i libri di John Green, per poi proseguire con le opere di Cassandra Clare, l’autrice che l’ha accompagnata per tutta l’adolescenza. Dopo il diploma in scienze umane si dedica alla stesura del suo primo romanzo, l’inizio di una trilogia: Le cronache delle trenta lune.
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