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Le Cronache di Jaltar III. La guerra

Le Cronache di Jaltar III
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Consegna prevista Giugno 2022
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Shyren, Derek e Vashy, seguendo la richiesta dell’oracolo elfico, stanno raggiungendo Leya, un continente abitato da creature fantastiche. Durante il viaggio, si troveranno a fronteggiare difficoltà che li aiuteranno a crescere, a rinsaldare i propri rapporti, ma soprattutto a prepararsi per ciò che verrà.
Intanto a Jaltar, i Gran Maestri sono impegnati a riorganizzare le forze e proteggere i cittadini, sfollati per paura dei nemici che hanno ormai raggiunto il cuore del regno. Fiduciosi dell’arrivo dei giovani e degli alleati, si preparano ad affrontare la minaccia di uno scontro imminente.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre amato l’universo fantasy nelle diverse sfaccettature e mi ha sempre entusiasmato la sperimentazione della scrittura.
Quindi eccomi qui, a scrivere il capitolo conclusivo della mia prima trilogia, in cui ho voluto inserire tutte le tematiche a me care: il viaggio, le difficoltà da superare, gli intrecci dei personaggi e la battaglia. Infine, in quest’ultimo romanzo, presenterò Leya, un continente popolato da creature fantastiche quali gnomi, elfi dei boschi, nani e dryas.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Un nuovo regno

L’Avamposto era ormai ridotto in cenere. Con il favore della notte, il popolo del Sottosuolo marciò alla conquista della capitale. Mentre i vampiri rimasero a banchettare con i corpi dei combattenti rimasti a guardia dei confini. Gli elfi, guidati dalla comandante Peril, surclassarono con i loro numeri le guardie e si impossessarono del cuore del regno con il favore di re Wraster. Fu facile per gli elfi, dall’aspetto sempre giovane ed eterno, convincere il sovrano a rimanere e ad accoglierli perché avevano rispettato i patti stipulati: non farlo invecchiare finché non avrebbe dato al suo popolo un nuovo erede al trono.

La notte dell’assedio, la comandante Peril la trascorse con il re, drogò il suo vino e dormirono insieme. Il mattino seguente, quando Wraster aprì gli occhi, vide quella bellissima creatura al suo fianco e la speranza di ottenere un erede si riaccese nuovamente in lui. Da quando quelle creature erano entrate a far parte della sua alleanza, aveva perso l’interesse di ricercare un rimedio nel suo regno, perdendo anche l’interesse per la giovane incantatrice, un’acerba ragazza che si sarebbe dimostrata inutile come gli incantatori più esperti.

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Da giorni ormai, il palazzo reale era totalmente assediato dal popolo degli elfi e gli abitanti della capitale temevano una catastrofe imminente, rintanandosi in casa per la paura, lasciando le strade desolate. La comandante Peril Rantel, sistematasi nelle stanze reali, attendeva ordini. Wraster, ormai succube della volontà degli elfi, era stato plagiato al punto di pensare di aspettare un erede da Peril. Per la messa in scena, gli elfi avevano chiuso Peril in una stanza isolata permettendogli di vederla solo un paio di ore al giorno, per avere notizie del suo erede che, a quanto dicevano, cresceva forte nel suo grembo. Convinto che le leggi della natura funzionassero diversamente per quelle creature, quando Wraster vide il pancione che dilatava gli abiti dell’elfa, si emozionò all’idea di diventare presto padre. Preso dall’entusiasmo, decise che si sarebbero sposati subito dopo il parto. Non trascorse neanche un ciclo di luna completo che annunciò al popolo il suo matrimonio insieme alla nascita del nuovo erede. Ogni giorno andava a trovare per poche ore l’elfa e dopo una settimana la trovò in compagnia di un neonato umano, nessun tratto elfico erano evidente in lui. Appena vide il bambino si apprestò a scrivere le lettere di invito di suo pugno. Tutto il regno avrebbe celebrato la nuova regina e il tanto desiderato erede della sua stirpe.

Quel giorno il Gran Sacerdote si era scomodato a farle visita e Peril, che era nervosa, camminava avanti e indietro per la stanza, nell’attesa del suo arrivo. Finalmente sentì bussare alla porta e fece accomodare il visitatore.

«Non è meraviglioso il cielo, comandante Peril?» domandò il Gran Sacerdote, entrando nella sua camera.

«Certo, ce l’abbiamo fatta. Siamo riusciti a prendere un territorio» rispose con tono distaccato.

«Il vostro compito è appena agli inizi… Ho sentito che ben presto convolerete a nozze» disse il Gran Sacerdote.

«Perché io? Perché non c’è la nostra Regina?»

«Non è ancora pronta ad intervenire in battaglia, comandante. Ci vuole tempo dopo un secolo di prigionia. La sua magia, però, è ancora potente ed è grazie alla sua protezione che siamo riusciti ad arrivare fin qui. Ho fatto un discorso ai nostri guerrieri e sono lieti di sapere che la sua magia ci protegge.»

«Questo mi rincuora.»

«Il nostro popolo si aspetta che sia lei a governarci, ma lei ha dato a noi due il compito di portare avanti questa missione. Tienilo ben presente e non avere dubbi sul fatto che la nostra regina vegli su di noi» le rammentò ancora il Gran Sacerdote.

«Io sono una guerriera, mi sento in trappola qui dentro. Ho dovuto fingere una gravidanza! Non sono portata per queste cose, ma se è il volere della Regina, mi assumerò questo compito.»

«Non c’è nessuno più adatto di te per riportare la nostra gente agli antichi splendori!» le garantì.

«Non spetta a me, ma alla nostra regina!» rimarcò nuovamente.

«La Regina… Vedi comandante Peril… Ti ho già detto che al momento non è pronta… La rinascita della Regina è stata la spinta che ci è servita a dar coraggio al nostro popolo. A guidare la battaglia e la presa della capitale del continente, però, lei non era presente in quei momenti. C’eri tu. Tu sei qui a guidare gli elfi» cercava di convincerla. «Lei è una leggenda a cui ci siamo aggrappati fino ad ora… Tu invece sei reale, sei una di loro e hai la benedizione della nostra sovrana!» fece una breve pausa, per vedere se le sue parole stessero attecchendo nella mente della

guerriera e proseguì: «Devi cercare di capire che lei, in questo momento, ha bisogno di riorientarsi nel mondo, non è semplice tornare agli antichi splendori, dopo secoli di prigionia all’interno di una statua. Noi la stiamo servendo a dovere, non dubitare mai di questo.»

«Prenderò il comando, finché la regina non deciderà di tornare» acconsentì Peril ancora titubante.

«Sono lieto di sentire queste parole.»

«Qual è il vostro piano? Intendete continuare a combattere gli umani?»

«Non proprio, sarebbe meglio scegliere un territorio e vivere in pace» ammise il Gran Sacerdote e lei si stupì.

«Prenderci un territorio con la forza, implica comunque la guerra…»

«Possiamo sempre trovare degli accordi, sei tu la regina in carica!» le ricordò. «Ma dobbiamo risolvere la questione dei succhia sangue… lo sai meglio di me che la loro sete è infinita…»

«Potremmo dar loro i traditori… per calmarli.»

«E se decidessero di moltiplicarsi o di espandersi? Il nostro regno non sarebbe comunque in pace. Ora, dovete allearvi con le Corporazioni che hanno giurato fedeltà al re!»

«Ma riconosceranno il nostro diritto di rimanere qui?»

«Se non vorranno farlo per volontà propria, abbiamo già dimostrato di essere capaci di prenderci ciò che vogliamo, mia cara! Ora vado, tornerò presto» assicurò il sacerdote, uscendo dalla sua stanza. Aprì la porta e si incamminò senza guardarsi indietro, non si accorse in quel momento che Meja, nascosta nella penombra del corridoio, aveva origliato la loro conversazione e che stava stringendo i pungi carica di rabbia.

***

Nysandra aprì gli occhi, trovandosi stesa ad osservare teli di velluto color porpora che scendevano morbidi attorno alla struttura del letto a baldacchino. Si voltò lentamente su un fianco e si accorse che non era da sola in quella stanza. Vide una giovane che era seduta un po’ distante, assorta nella lettura di un enorme tomo che teneva appoggiato sulle sue gambe.

«Chi sei?» le domandò con un fil di voce Nysandra. L’elfa d’istinto chiuse il tomo e si alzò agitata. Ripose il testo sulla sedia, inchinandosi fino a toccare con la fronte il pavimento.

«Mia regina, sono Orel un’accolita del vostro culto. Il Gran Sacerdote mi ha detto di prendermi cura di voi, finché non sarete in perfetta forma» disse in tono tremolante. Nysandra si tirò su a sedere, appoggiando la schiena contro il cuscino. Quell’estranea non era stata d’aiuto a riempire il vuoto della sua mente, martellata da un turbine di pensieri che non riusciva a riordinare per dar loro un senso.

«Alzati pure» comandò alla ragazza che timidamente incrociò il suo sguardo.

«Posso fare qualcosa per voi?»

«Ho un forte mal di testa!» lamentò Nysandra.

«Preparo subito un infuso, mia regina» disse Orel. «Torno in fretta!»

Uscì dalla stanza, Nysandra udì la chiave girare nella toppa e capì che il suo popolo la stava tenendo segregata per qualche ragione. Provò a strisciare fino al bordo del letto e ad appoggiare i piedi sul tappeto che era stato posto lì sotto e tentò di alzarsi in piedi, ma i muscoli delle gambe le cedettero e prontamente si risedette.

Cosa mi succede? Si domandò. Non riesco a ricordare nulla e quella ragazza mi ha chiamata Regina. Regina, regina, regina… perché questa parola non riesce a far affiorare nessun ricordo. Non riesco neppure a ricordare il mio nome…

Orel rientrò in fretta, portando un vassoio con una tazza fumante e qualche frutto del sottosuolo che sistemò su un tavolino posto di financo al letto.

«Orel» la chiamò per nome Nysandra. «Cosa stavi leggendo?»

«Le vostre gesta che hanno condotto il nostro popolo a venerarti al fine di risvegliarvi da quella maledizione e finalmente ci siamo riusciti» spiegò, ma si accorse che la sua sovrana la guardava interdetta e le domandò: «Vi ricordate, vero?» Nysandra appoggiò una mano sulla tempia, come per scacciare il dolore e allungò la mano verso la bevanda.

«Non ricordo nulla, Orel. Nella mia mente alberga solo l’oblio e una grandissima confusione.»

«Posso raccontarvi qualcosa… per aiutarvi a ricordare…» propose l’accolita.

«Mi farebbe molto piacere» sforzò un sorriso, sorseggiando la bevanda.

«Per lungo tempo avete vissuto nel Ducato dei Vampiri e di voi non si ebbe più traccia. Eravate una persona semplice, un’elfa comune mandata come messaggera dal nostro regno. Quando ormai tutti pensavano di avervi persa, voi siete tornata tra di noi. Le vostre vesti erano imbrattate del sangue dei vampiri e, poco dopo, giunse a noi la notizia che i capi delle più antiche famiglie del Ducato, insieme ai loro discendenti, erano stati eliminati. La strage, compiuta per mano vostra, ha fatto sì che il nostro popolo potesse conoscere la pace, perché da allora i vampiri non osarono più avvicinarsi e, grazie a queste gesta, siete stata nominata Regina delle Ombre e protettrice degli elfi.» Orel concluse il suo stringato riassunto tutto d’un fiato, in attesa di una reazione da parte della sua interlocutrice. «Ricordate?»

«Mia cara Orel, mi sembra di aver sentito una storia che non mi appartiene» ammise, guardandosi le mani quasi spaventata da ciò di cui poteva essere capace.

«Ci sono anche delle vostre lettere, che avete scritto prima di partire, prima che la maledizione vi colpisse…»

«Chi è stato a maledirmi?»

«Avete confessato al Gran Sacerdote che un incantatore vampiro vi aveva maledetta e che il tempo a vostra disposizione stava esaurendo. Siete solo stata in grado di rivelare il modo in cui liberarvi da quel maleficio, prima di essere tramutata nella statua che abbiamo venerato fino a poco tempo fa.»

Il Gran Sacerdote? Si domandò Nysandra. Era l’unica cosa uscita dalla bocca di Orel che era riuscita a colpirla e a scuotere i suoi pensieri.

«Per quanto tempo sono stata via?»

«Oltre cento anni, mia regina.»

«È il Gran Sacerdote è vivo?»

«Sì, certo.»

«Vorrei parlare con lui, allora. Immediatamente!»

«Mi spiace…» iniziò Orel. «Sta servendo in superficie ora…»

«In superficie?»

«Sì… Pochi giorni dopo la sua rinascita, siamo riusciti a conquistare la capitale di Jaltar. Ora lui sta servendo là per prepararvi il regno da governare.»

«Siamo in guerra?»

«Direi di sì… Per conquistare ciò che ci spetta…» tentennò Orel.

«Ci spetta? In base a cosa?» domandò la regina.

«Perché erano le terre che ci sono state tolte, prima che la nostra gente venisse esiliata nel Sottosuolo dagli elfi dei boschi…» disse Orel, citando le sue letture.

«E quindi ora c’è una guerra in superficie tra noi e gli elfi dei boschi?»

«No… Penso siano umani…» rispose Orel.

«Non capisco… Perché stiamo combattendo gli umani e non gli elfi che ci hanno esiliato? E poi, esiliato per cosa?»

La reazione della regina sbigottì l’accolita, pensò che, forse, non si era ancora ripresa dal suo sonno e non riusciva a covare quel rancore capace di mettere a nudo la sete di vendetta per il suo popolo.

«Forse è meglio che partiamo dall’inizio… Da quando tutto è cominciato…» propose Orel.

«Forse è meglio» ammise la regina. «Portami da leggere, in modo che io possa ricordare.»

L’elfa si alzò lesta e prese il libro che era rimasto appoggiato sulla sedia, porgendolo come se fosse un prezioso tesoro a Nysandra. Poi si congedò per recarsi alla biblioteca privata del Gran Sacerdote per trovare altri testi. La regina aprì il libro e fu lieta di scoprire che era ancora in grado di comprendere i testi scritti.

***

Meja si infilò nella stanza di Peril silenziosa come un felino. Quando le arrivò alle spalle, Peril era sovrappensiero e stava guardando fuori dalla finestra.

«Comandante Rantel» le sussurrò all’orecchio, ridestandola. «O forse dovrei chiamarvi regina?»

«Quando… siete entrata?»

«Dopo il vostro discorso con il Gran Sacerdote…» le rispose allusiva. «Pensavo che avreste mantenuto le vostre promesse.»

«Lo stiamo facendo…» mentì Peril.

«Pensi davvero di poter nascondere la verità? Non sei consapevole del nostro udito sopraffino?»

Peril sentì le sue certezze vacillare. La vampira percepì per un istante il suo timore e si crogiolò, continuando a minacciarla.

«Sono molto delusa, comandante Rantel. Ora, se non farete ammenda, saremo costretti a prenderci cosa vogliamo, con o senza il vostro permesso.»

«Non potete!»

«E chi ce lo impedisce, comandante? La vostra sanguinaria regina capace di sterminarci che però deve ancora riprendersi?» rise divertita Meja. «Non si è fatta vedere fino ad ora… Sarà meglio che riconsideriate la distribuzione dei nostri territori, prima che sia troppo tardi…»

Meja uscì, chiudendosi la porta alle spalle con un ghigno di soddisfazione per poi incamminarsi verso i sotterranei del castello. Nei corridoi incrociò il Gran Sacerdote, mentre chiedeva ai servi del re l’accesso alla biblioteca.

«Un uomo saggio come voi, cosa cerca nei vecchi testi polverosi degli umani?» domandò la vampira, da lontano.

«La conoscenza non è mai abbastanza.» L’elfo la squadrò infastidito di essere stato colto in flagrante.

«Sapete che la nostra cultura è millenaria… magari qualcuno nel nostro Dominio potrebbe soddisfare la vostra curiosità.»

«Non penso sia possibile.»

«Metteteci alla prova.»

Il Gran Sacerdote si sentì tentato, continuava ad esaminare la sua interlocutrice, provando a capire le sue intenzioni, ma nulla trapelava da quell’impassibile creatura.

«Nel nostro regno non esiste nulla di soddisfacente relativo alla magia proibita» si sbilanciò il Gran Sacerdote.

«Parlate della negromanzia?» domandò schiettamente lei. In risposta, l’anziano elfo annuì diffidente guardandosi intorno.

«Posso farvi parlare con il nostro negromante» gli offrì Meja. «Ha poteri incommensurabili.»

Gli occhi del Gran Sacerdote si accesero di speranza e Meja colse l’occasione per insinuarsi nel suo varco.

«Il nostro servigio non sarà gratuito…»

«Cosa volete?»

«Lo saprete a tempo debito. A cosa siete disposto a rinunciare, nel caso esaudissimo la vostra richiesta?» domandò Meja con malizia.

«A tutto» rispose serio il Gran Sacerdote. La vampira annuì soddisfatta e si congedò, procedendo verso i sotterranei.

Nobel l’attendeva sulla soglia della gradinata che conduceva ai sotterranei e la informò di aver trovato numerosi resti di prigionieri.

«Abbiamo bisogno di Nerdur» esclamò Meja.

«Sai che non vuole uscire dalla sua cripta…» le ricordò Nobel.

«Neanche se potesse sperimentare la sua magia qui? Convincilo, digli che potrà sbizzarrirsi con i suoi esperimenti, portalo da me.»

«Quello potrebbe essere un buon incentivo» commentò Nobel.

«Torna presto» lo salutò Meja, incurvando le sue labbra in un sorriso malizioso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Monica Tomaino
è nata a Torino il 15 dicembre 1985. La passione per i libri e la scrittura la porta a laurearsi in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana. Seguono anni di lavoro nel mondo del fumetto, durante i quali nasce l’idea per un universo fantasy. Le Cronache di Jaltar II. Il risveglio è il secondo volume della saga dopo La via dell’apprendista (bookabook, 2018).
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