Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Le elezioni del colpevole

Svuota
Quantità

Nel piccolo paese di Porto Blu la vita tranquilla e monotona degli abitanti viene sconvolta dall’omicidio di un candidato sindaco a pochi giorni dall’inizio della campagna elettorale. I sospetti della polizia si concentrano da subito sul protagonista, un emarginato sociale che per dimostrare la propria innocenza e individuare il vero colpevole dà il via a ostinate indagini private. Il tentativo di far luce sull’accaduto lo porta a incrociare il cammino di amici fidati e pericolosi criminali, mentre viene a conoscenza di intrighi e segreti che affondano le loro radici nella storia del paese e della sua famiglia. Solo affrontando i fantasmi del suo passato riuscirà a scoprire la verità.

Le elezioni del colpevole

Capitolo uno

Porto Blu, 13 maggio 2017

Caro diario,

questa mattina sono uscito di buon’ora, come sempre del resto. Sono passato al Bar Uffa e ho fatto colazione lasciando il mio solito debito: Campari e una brioche alla marmellata ancora mezza congelata. Non male come inizio giornata. Cosa ho fatto dopo non me lo ricordo bene, quel Campari ha rattizzato la sbronza che mi sono preso ieri sera. Stesso tavolino, stesso bar, stessa piazza, stesso paese. Come non sai di quale paese sto parlando? Porto Blu! L’ho scritto in cima a questa dannata pagina. Ah… vuoi saperne qualcosa di più, non è così? Va bene, va bene, soddisferò la tua stramaledetta curiosità. D’altronde il signor Strizzacervelli ha detto che devo essere sincero con te e io sono un uomo di parola, quando mi va.

Vedi, Porto Blu è un piccolo paesino abitato da poco più di duemila anime, gelosamente radicato in un’isoletta del mar Tirreno, quella che noi abitanti chiamiamo lo Scoglio. Una piazza cosparsa di palme si affaccia sul porto turistico, circondata da una schiera confusa di abitazioni attraversate da un groviglio di vicoli che prende il nome di Dedalo.

Pochi altri sono i punti di riferimento di questa manciata di case abitate da un popolo di pettegoli. Un municipio ancorato ai margini della banchina, una vecchia chiesa, un forte risalente all’occupazione spagnola che si estende con la sua pianta a stella fin sopra il porto, e l’imponente Monte della Croce, che incombe con la sua mole sul centro abitato, celando tra le sue gole un santuario gesuita diroccato. Ecco, questo è Porto Blu. Niente meno niente più.

Ma adesso basta. Ho comprato questo quaderno da Gina per scriverci cosa faccio durante il giorno, non per compilare una stramaledetta guida turistica. Se ne hai bisogno, prendila pure da Gina, la vecchia tirchia vende anche quelle. Ma torniamo a noi, perché forse non tutto il male viene per nuocere.

La tua impertinenza ha dato modo al mio cervello marcio di ricordarmi cosa ho fatto oggi, dopo quella sana colazione. Sono andato da Gianni, all’edicola, e ho comprato una copia de Il Mendace, il giornale locale, con uno degli ultimi spiccioli del mese che ho scroccato allo Stato con la mia presunta invalidità. Gianni non è stupido, ha smesso da tempo di farmi credito. Sono troppo pigro per riportare cosa c’era scritto. Sarà meglio che attacchi qua sopra qualche ritaglio di giornale. Ma dove diavolo è la colla? Ah, fa niente! Quella maionese scaduta farà al caso mio.

Presentazione delle liste elettorali.

Oggi, alle dodici in punto, verranno presentate presso il municipio le liste che si affronteranno nelle prossime elezioni comunali. Congiuntamente alla presentazione avrà inizio la campagna elettorale, che ci accompagnerà per quasi un mese, fino alle elezioni del 5 giugno.

Questo è ciò che recitava la prima pagina. Devo essere onesto, non me ne frega un bel niente di politica. Ma d’altronde cosa posso fare? Le ore devo pur passarle in qualche maniera. È per questo motivo che sono andato al municipio, percorrendo la banchina rasente l’acqua limpida del porto, per vedere i pesci come fanno i bambini. A proposito di bambini, ne ho salutato un gruppo che ha marinato la scuola, laggiù da quelle parti.

«Ciao Marcello!» hanno gridato in coro, prima di scoppiare  a ridere.

Non che mi chiami Marcello, sia ben chiaro, penso piuttosto che mi chiamino così perché è il nome più vicino alla parola marcio e fa rima con cervello. Ormai l’ho capito, non sono stupido quanto credono. Sono etichettato come un personaggio del paese, lo scemo che i piccoli prendono in giro e che i grandi, il più delle volte, evitano. Sono sullo stesso identico piano del povero Gigi, che dopo essere caduto da cavallo ha preso a comportarsi come il protagonista di una famosa serie TV americana. Adesso per tutti è Gigi Texas Ranger.

Al municipio ho trovato una folla di persone… di vecchi impiccioni piuttosto. Ai giovani non interessa niente di politica, è molto più allettante fumarsi una canna dietro al molo.

Nei giorni scorsi si è vociferato sul fatto che si sarebbero presentate tre liste alle elezioni, ma evidentemente non è stato altro che un pettegolezzo messo in giro con l’unico scopo di prendere per i fondelli la gente. Sono state due, infatti, le liste annunciate.

«Le solite» ha sentenziato Dario, il proprietario del Bar Uffa.

Ma in fin dei conti a lui basta dar contro a tutto e tutti. Eppure, forse, un fondo di verità c’è nelle parole di quel corvo brontolone. Da un lato c’è la solita lista di destra, con a capo quello che i suoi seguaci chiamano il Grande, un benestante che grazie alla sua sconfinata cultura si è ricavato una schiera di fanatici pronti a sostenerlo davanti al diavolo. Fanno sembrare anche la più banale delle sue azioni un’impresa ultraterrena.

«Lo sai cosa ha fatto il Grande durante il suo ultimo mandato?» ha chiesto l’altro giorno Dino il benzinaio, uno dei suoi più fedeli sostenitori. I suoi occhi risplendevano di ammirazione. «Ha permesso alla mia famiglia di costruirci la casa a pochi metri dal Fosso.»

Come se un buon sindaco si giudicasse dai favori che è disposto a fare, se per favore si intende permettere che una famiglia rischi di perdere tutto ciò che ha con la prima alluvione.

Ma lasciamo perdere. Non andrei più a letto se dovessi criticare tutto quello che c’è di marcio in questo paese.

L’altra fazione è composta da una lista all’apparenza nuova, anche se in molti l’hanno già etichettata come la lista delle marionette, manovrata dagli storici esponenti della sinistra locale. Che sia vero o meno, non me ne frega un tubo. Tanto comunque non voterò. Quali vantaggi potrebbe comportarmi il farlo? Chi vogliono prendere in giro, le cose non cambieranno. La mia vita rimarrà uno schifo e continuerò a vagare come uno zombie in questo stupido paese, che al suo comando ci sia un coglione di destra o uno di sinistra.

A capo di questa seconda lista, che al di là delle puntuali critiche si è presentata come civica, c’è un’altra personalità di spicco di Porto Blu, quella che io nei miei dialoghi interiori ho cominciato a chiamare il Benefattore.

È un mio coetaneo, un uomo al quale la vita sembra aver sempre sorriso. Un’infanzia felice, un ottimo percorso di studi e una brillante carriera d’avvocato. Bell’aspetto, bella casa e bella moglie. Stimato dai vecchi e adorato dai giovani, ha deciso di intraprendere la carriera politica per fare il bene del suo popolo. Ecco perché per me è il Benefattore, perché cammina a testa alta per le strade del paese e, come un nuovo messia, è sempre pronto a offrire il proprio aiuto a chi ne ha bisogno. Questo stando a quanto dicono i suoi seguaci.

Se a proposito dei due candidati sindaci non ho voluto sbilanciarmi, lo voglio fare sul loro entourage. Una massa di leccapiedi e di fannulloni in cerca di una poltrona, ecco cosa sono, e questo indistintamente dal loro orientamento politico, sia chiaro. Quello dei parassiti è un insieme di persone che non soddisfa parametri precisi come sesso, età, razza, condizione sociale e appartenenza politica.

Ma uno tra loro merita una descrizione più approfondita. È il braccio destro del Benefattore, l’uomo che in caso di vittoria della sua lista diventerà il vicesindaco. È Chiodo, com’è conosciuto in paese a causa del suo fisico. Vorrei sapere a chi è venuta l’idea perversa di dare un soprannome del genere a un quintale e mezzo di uomo. Sarà che quel poveretto ha un negozio di ferramenta e di chiodi ne vende a volontà… Fatto sta che ha passato gran parte della sua miserabile vita tra la sua squallida bottega e la politica. Sempre in giro ad appendere i manifesti del partito, sempre pronto a metterci la faccia in caso di fallimento e a defilarsi in caso di successo, insomma, era e rimane un coglione disposto a fare il lavoro sporco per gli altri. Ecco, questa è l’entusiasmante prospettiva politica del mio caro paese, un mix perfetto di sbruffoni, corrotti e buoni a nulla.

È per questo che a mezzogiorno e cinque, dopo cinque lunghi giri d’orologio, ho girato i tacchi e mi sono allontanato da quella scena noiosa. Mi sono lasciato il municipio alle spalle e costeggiando nuovamente la banchina sono tornato in piazza. Non ho pranzato, raramente lo faccio. Dai, non guardarmi con quella faccia, so che il signor Strizzacervelli vuole che mangi con regolarità ed è per questo che ho rubato delle patatine dal banco degli aperitivi del Bar Uffa.

Il resto del pomeriggio l’ho passato in campagna, in un piccolo fazzoletto di terra alle pendici del Monte della Croce. Ci sono andato col mio buon e vecchio Apino a tre ruote, nonostante mi abbiano revocato la patente da tempo. Per non parlare dell’assicurazione, l’ultima volta che l’ho pagata l’IVA era al 12%. Il bollo? Mi chiedi del bollo, amico? Io il bollo non saprei neanche dove poterlo pagare, a essere sincero.

Ma non preoccuparti, ho un metodo tutto mio che è molto efficace. Vado prima in caserma e, se entrambe le volanti degli sbirri sono posteggiate là fuori, mi catapulto come Bo e Luke nel mio bolide e sfreccio all’incredibile velocità di 30 chilometri orari verso il monte. Per il ritorno mi affido alla sorte… che poi, in fin dei conti, chi se ne frega?! Non ho certo paura di passare qualche notte in cella. Cibo, TV e un letto comodo non mi spaventano affatto.

Sì, lo so, hai ragione, ho l’abitudine di divagare un tantino mentre scrivo, ma vedi, forse è già tanto che io sappia ancora farlo. L’orto, sì, eravamo rimasti all’orto. Quel piccolo lembo di terra vicino a ciò che rimane del Granaio, la bellissima casa dove ho passato la mia bellissima infanzia. Si è guadagnata quel buffo nome perché all’epoca nessuno, osservandola dal paese, avrebbe potuto pensare che qualcuno ci vivesse. Vi chiederete cosa ci faccia un incapace come me in un orto, e forse non avete neanche tutti i torti. Se vado laggiù non è certo per coltivare pomodori, zucchine o melanzane, anche se in verità qualche pianta l’ho messa. Non che voglia mangiarne i frutti, sia chiaro, è soltanto per fornire un po’ di copertura alle mie piantine di marijuana.

Sì, lo so, so che il signor Strizzacervelli non vuole che faccia uso di quella roba, non fare il moralista. Penso che cancellerò queste frasi prima di darti in pasto a lui. D’altronde mi sembra di aver capito che io debba essere sincero nei tuoi confronti, non certo nei suoi. No, non riuscirà a togliermi il piacere di una canna. Può imbottirmi quanto gli pare di tutti quegli schifosi psicofarmaci, ma di fumarmi un sano spinello dopo cena non me lo impedirà nessuno.

Prima di tornarmene in paese, sono andato a fare un giro in fondo alla valle col mio Apino a tre ruote. Lo faccio sempre. Da laggiù si vede il Santuario Gesuita slanciarsi contro le leggi della fisica da una delle creste del Monte della Croce. Mi piace osservarlo. Sai, forse mi ci rivedo un po’ in lui. Sì, perché in fondo non sono altro che un ammasso di macerie, io, aggrappato alla vita solo grazie a un piccolo lembo di terra, sempre pronto a sprofondare giù nel dirupo. Felice di non essere solo, in questo mondo di merda, sono ritornato in paese passando sotto la Grande Quercia, una maestosa pianta secolare che mette le radici vicino al santuario.

Durante il pomeriggio niente è cambiato. Tutti hanno continuato a dire la loro onestissima opinione sulle elezioni. Si passano pettegolezzi come uno spacciatore passerebbe la roba al suo cliente. Vanno letteralmente in visibilio quando c’è qualcosa di cui parlare, o forse è meglio che dica sparlare. Ma d’altronde, mio caro diario, questo è il grandissimo pregio di vivere in un piccolo paese di poche anime, per quanto anima sia un eufemismo.

Non che possa toccarmi, non fraintendermi, io me ne frego di tutte queste stupidaggini. Sono un emarginato sociale, no? I pettegolezzi, per quanto taglienti, neanche mi sfiorano. E infatti, quando ho visto la mal parata, ho girato i tacchi, ho raccolto mezza sigaretta da terra e me ne sono tornato a casa. Non prima di guadagnarmi la cena, sia chiaro. Avrei potuto condire due pomodori con olio e sale, se solo me ne fossi preso cura come faccio con le mie piantine. Ma ho preferito assicurarmi qualche canna e devo pagarne le conseguenze. Così sono passato all’alimentari, quello dietro casa mia. Che poi, a essere onesti, non ce ne sono altri a Porto Blu.

Là dentro ho salutato Mario, che si era appisolato sul registratore di cassa, e ho attraversato l’unica lunga corsia del suo negozio per andare al banco degli affettati. Mario ha soltanto una dipendente, Katy, la perfetta moglie del Benefattore. Ti stai chiedendo per quale motivo la moglie di un illustre avvocato benestante debba ridursi a lavorare in uno squallido alimentari? La tua domanda è lecita, amico, perché me la sono posta anch’io più di una volta. Ma ormai penso che tu abbia capito come sono: mi sono fatto gli affari miei e me ne sono infischiato.

«Hai i soldi?» mi ha chiesto la donna non appena mi ha riconosciuto.

Ho scosso la testa.

«Sai bene che Mario non ti fa più credito!» mi ha sussurrato, lanciando occhiate nervose al suo capo.

Non vuole che il vecchio ci senta. Sa che reagirebbe male, a causa dell’ingente debito che ho contratto nei suoi confronti. Così l’ho guardata ancora una volta negli occhi e mi sono tolto dai piedi, silenzioso e invisibile come l’involucro di plastica di un pacchetto di sigarette che svolazza al vento. Perché alla fine è questo che sono, no? Un rifiuto, un rifiuto della società. Ma se la società è quel bidone dell’immondizia che vedo laggiù, allora forse è meglio che ruzzoli senza una meta qua fuori.

«Anche stasera dovrai accontentarti di alcune croste di pizza, buon vecchio Toby!» ho borbottato mentre vagavo per i vicoletti del paese come un vecchio randagio.

Non mi vergogno di parlare da solo. Svitato sono e svitato rimango, no? Mi sono rassegnato da tempo al destino che i miei compaesani hanno scritto per me.

Fuori dal Cozzaro Nero ho trovato un cartone di pizza ad attendermi. Peppino l’ha lasciato sul retro della sua pizzeria per me. Lo fa tutte le sere. L’ho aperto, dentro ho trovato qualche avanzo rosicchiato dai crucchi che affollano il suo locale. Stasera mi è andata bene: una mezza fetta della sua pizza speciale, la pizza pazza alle cozze. L’ho mangiata in quattro bocconi e ho gettato il cartone in un cestino traboccante di spazzatura. Ecco, questa è la mia cena, quando sono fortunato.

Prima di tornarmene a casa, di solito faccio una passeggiata. Non voglio passare la notte sul letto a fissare il soffitto. Stasera però, quando sono passato davanti ai tavolini del Cozzaro Nero, che Peppino ha sistemato in uno di quei vicoli pittoreschi che i crucchi passano le giornate a fotografare, ho visto qualcosa che ha attirato la mia attenzione.

Il vecchietto aveva unito tre tavolini per far accomodare una famiglia bizzarra. E fidatevi che, detto da uno come me, l’aggettivo bizzarro prende ancora più forza. C’era un uomo, capelli e barba bianca, sulla sessantina. Aveva occhiali dalla montatura luccicante e occhi penetranti. Con lui c’erano otto donne, nessuna di loro parlava.

Al mio passaggio quell’uomo mi ha fulminato con lo sguardo. Pensava di provocare in me qualche effetto, non poteva sapere che il mio corpo non può ospitare alcun tipo di emozioni. Se non altro ha scosso un po’ la monotonia della mia giornata, devo dargliene merito. Tornando a casa ho preso persino un’altra strada.

Qualche minuto fa mi sono dato una sciacquata alle ascelle, senza sapone, l’ho finito da qualche settimana. Adesso sono qui, sul mio divano letto. Non so se ho voglia di aprirlo, penso che dormirò così come sono, certo non prima di essermi accesso una canna. Sono sicuro che non lo dirai al signor Strizzacervelli, non è vero?

Capitolo due

14 maggio 2017

Stamani mi sono alzato all’alba. Sono dovuto andare ai SerT, i Servizi per le Tossicodipendenze, per pisciare. Lo faccio ogni settimana. No, non capire male, caro diario, ce l’ho un bagno in questa schifo di casa… a proposito, se hai bisogno usalo pure, a tuo rischio e pericolo. Vado là, ai SerT intendo, perché i medici devono accertarsi che nelle mie urine non ci siano tracce di stupefacenti. Ma non preoccuparti, ho un metodo infallibile per prenderli per i fondelli, tutti quanti. C’è voluto molto tempo per perfezionarlo, devo essere onesto, ma adesso ne vado molto fiero.

È semplice: mi presento laggiù, perfettamente puntuale, col sorriso stampato in volto. Loro mi porgono la provetta e mi indicano la porta del bagno. Io ci entro con disinvoltura, allungo la spalla per coprire quanto più possibile l’occhio della telecamera e piscio. E tu dirai: dove sta il trucco? Be’, il trucco sta nel fatto che non è la mia urina a finire dentro quella dannata provetta, è quella del povero Gigi Texas Ranger. Ogni tanto gli chiedo di pisciare in una bottiglietta di plastica, vedi, lui non fa molte domande. Al massimo può lanciare un ih-ha! prima di andarsene.

Comunque sia, prima di andare ai SerT travaso quel liquido puzzolente in una pompetta che ho preso da Chiodo, al negozio di ferramenta, la piazzo sotto l’ascella e prima di uscire di casa ci collego un tubicino che faccio passare lungo la manica della camicia. Schiacciando l’ascella come se dovessi scuotere il mio pene, l’urina di Gigi Texas Ranger scende lentamente lungo il tubicino e finisce nella provetta che orgogliosamente restituisco al medico.

«Sta facendo progressi, signore» mi ha detto stamattina.

L’ho guardato sorridendo. Devo essere sincero, mi piace particolarmente prendere in giro le persone.

Per il resto la mattinata è proseguita nella più consueta monotonia. Ho fatto la mia solita salutare colazione al Bar Uffa, sebbene abbia rischiato di essere l’ultima.

«Sei sicuro che tra qualche giorno mi darai i soldi?» mi ha chiesto Dario, con diffidenza.

«Oh, puoi starne certo» gli ho risposto.

Sapevo che non era vero, ma non m’importava. Se lui smettesse di farmi credito, cambierei semplicemente bar. Non ho certo una reputazione da rimetterci. Una cosa è sicura: non ne sono soltanto un rifiuto, sono anche un parassita della società.

Stamani non sono riuscito ad accumulare abbastanza spiccioli per comprarmi il giornale. Mi sono limitato a guardare la locandina.

Stasera primo confronto pubblico tra le liste presentate alle elezioni comunali. Si invitano i cittadini ad accorrere numerosi in piazza, i candidati offriranno loro un aperitivo di accoglienza.

Di politica non mi interessa niente, è vero, ma se mi offrono del cibo posso anche diventare il nuovo De Gasperi. Sono il re dello scrocco e, in fondo, ne vado anche fiero, perlomeno ho la mia dose di sovranità.

Ero lì che mi compiacevo, guardando la mia stupida faccia riflessa nel vetro della bacheca, quando lo sfondo di quel mio strano ritratto deformato si è animato di tanti altri personaggi. Mi sono girato di scatto, per quanto il mio fisico devastato dagli acciacchi me lo potesse permettere.

Là, al centro della piazza ancora semideserta, c’era lo strano tipo che ho visto al Cozzaro Nero ieri sera, con dietro le otto donne. Sembrava un pastore con le sue pecore al pascolo. Lui solo, alla testa del gruppo, con lo sguardo fiero, autoritario, proteso in avanti. Loro dietro, fedeli seguaci con un destino da subordinate.

«Ehi, Gianni! Chi è quel tipo laggiù?» ho chiesto all’edicolante.

«Ah, allora ce l’hai una lingua!» mi ha risposto lui, sgomitando col figlio obeso per ridere un’altra volta di Marcello-marcio-cervello.

Ho mostrato loro la lingua con la faccia da ebete. Se era di uno scemo che avevano bisogno, io glielo avrei dato, senza alcun tipo di problema, ma loro dovevano dare a me quello che mi serviva o avrebbero dovuto fare attenzione. Ma non c’è bisogno di dire niente con certe persone, sanno bene che devono aver paura di chi non ha nulla da perdere.

«Davvero non sai chi è?» mi ha chiesto allora il giornalaio, ricomponendosi. «Quello è il banchiere tedesco che ha appena comprato la Terrazza sulle Nuvole!»

«E quelle pecore chi sono?»

«Mogli, amico, sono tutte le sue mogli.»

Non gli ho neanche risposto e mi sono allontanato dall’edicola. Quindi quel dannato crucco è un riccone che ha avuto la presunzione di comprarsi l’attico più costoso dell’isola? Quell’attico di trecento metri quadrati che si affaccia sulla piazza con una vista che si perde sul vasto golfo di Porto Blu? E quelle che si trascina dietro? Sono davvero tutte sue mogli? Be’, sai che ti dico? Non me ne frega niente. Ma che non si azzardi a guardarmi un’altra volta con quello sguardo di sfida. Non mi interessa affatto se è un ricco banchiere tedesco, sono in grado di troncarlo di colpi anche malridotto come sono. Anzi, non aspetto altro! Che venga, che mi provochi, non vedo l’ora di restituirgli il favore che hanno fatto al mio povero nonno. Sono sicuro che è stato un antenato di quel mangiapatate a farlo fuori durante l’occupazione nazista.

Ho passato il resto della giornata seduto su una panchina, immobile. Posso farlo in completa tranquillità, nessuno si mette a sedere dove c’è una merda di uccello. Come un ispettore doganale ho iniziato a controllare l’afflusso dei turisti. Ce ne sono ancora pochi in giro, ma a breve arriveranno a ondate. Come unico risultato porteranno code ovunque: al bar, al supermercato, per le strade… dappertutto appunto. Ma forse un aspetto positivo c’è: con l’avvento della stagione estiva i commercianti sembrano più inclini a farmi credito.

Tre auto tedesche, una svizzera e tre francesi, questo è stato il mio bilancio prima che sopraggiungesse l’attesissimo scontro elettorale. Durante tutte quelle ore non mi sono neanche accorto che alle mie spalle gli operai comunali avevano già allestito il palco, quel solito ammasso di legna e ruggine che tirano fuori ogni cinque anni ormai da mezzo secolo.

Contemporaneamente le comari del paese, ansiose di intascarsi qualche soldo dai barattolini delle offerte di beneficienza, avevano allestito i loro gazebi e imbandito le tavole con i loro dolci ipercalorici. Ma non dovevo snobbarli, in fin dei conti erano la mia cena e a caval donato non si guarda certo in bocca. Senza dare nell’occhio mi sono strafogato di patatine e mi sono infilato qualche fetta di crostata nelle tasche. Il re dello scrocco è come un orso, fa la sua scorta per i periodi di magra, per quanto possa durare una fetta di crostata che per tre quarti è composta di uova.

Pieno come un uovo, per rimanere in tema, mi sono assicurato una delle sedie in prima fila. Volevo essere sicuro di sentirle bene, le frottole che di lì a poco avrebbero iniziato a dire. Non è passato molto, infatti, prima che l’Urlone salisse sul palco come un banditore e iniziasse ad annunciare lo scontro tra le due persone più opposte che la politica abbia mai messo in competizione.

La prima manche di frottole è stata rapida e indolore. Entrambi hanno portato avanti l’originale stendardo della pace del mondo, del bene dei concittadini a prescindere dalla loro appartenenza politica, del rispetto dell’ambiente e di tante altre bugie come queste che sembrano scordarsi di aver detto il giorno dopo le elezioni, se non la stessa notte.

È dopo che la faccenda si è fatta più bollente, quando la tagliente domanda di uno pseudo-giornalista ha toccato la più scottante delle questioni.

«Qual è la vostra posizione riguardo il Forte Spagnolo?» ha chiesto.

Chiodo, il candidato vicesindaco della lista di sinistra, ha provato a rispondere, ma il Benefattore gli ha fatto cenno di star buono, l’ha fatto rimettere a sedere e si è alzato con sguardo serio, fiero, proteso verso quello che a breve spera diventi il suo gregge.

«Abbiamo una posizione chiara e decisa in merito a questo argomento» ha detto. «Il Forte Spagnolo è un bene che appartiene a tutti noi, un simbolo dell’identità che la storia ci ha lasciato. Non permetteremo che qualcuno lo sottragga dal nostro patrimonio!»

«Non abbiamo bisogno di lezioni sulla nostra identità comunale» ha risposto subito il Grande, sovrastando il brusio di compiacimento che aveva scosso parte del pubblico. «Sappiamo bene, tutti noi, quanto sia importante il Forte Spagnolo per la nostra anima storico-culturale, ma sappiamo altrettanto bene che questi sono tempi difficili per l’economia, che le casse del nostro comune sono vuote e che in mancanza d’altro bisognerebbe attingere alle tasche dei cittadini…»

All’udire quelle parole il Benefattore ha drizzato le orecchie. Ha colto subito l’occasione per prendere le difese dei suoi concittadini, recitando la parte che sta interpretando da una vita.

«Non abbiamo mai, neanche lontanamente, pensato di attingere alle tasche dei nostri cittadini. Abbiamo un progetto ben chiaro riguardo il futuro del Forte Spagnolo. Dovremmo valorizzarlo e renderlo una fonte di guadagno.»

Il Grande ha sbuffato, girando gli occhi.

«Ah sì? E come pensate di fare con le casse comunali vuote?»

La situazione si è iniziata a fare sempre più calda. Ho tirato fuori dalla tasca la mia crostata e ho iniziato a mangiarla, come se avessi un sacchetto di popcorn. D’altronde, eventi come questo sono quanto di più vicino a una serata al cinema per me.

«Abbiamo un piano di finanziamento a lungo termine che ci permetterà di lasciare intatti i portafogli dei nostri cittadini, dandoci modo di iniziare a trarre qualche guadagno dal Forte.»

A quel punto il Grande si è alzato. Fino a quel momento era rimasto a sedere, cercando di mantenere la sua solita aria di austera superiorità. Ma quello che aveva sentito era troppo, doveva dare un segnale di forza, quel segnale che persone come Dino il Benzinaio non vedevano l’ora di ricevere.

«Come potete pensare che una banca sia disposta a concedere un prestito a un comune sull’orlo del fallimento?»

Il Benefattore è stato preso alla sprovvista, ma ha tentato in tutti i modi di non darlo a vedere. Ha temporeggiato quanto più possibile sistemandosi la giacca, poi, come il più squallido degli scaricabarili, ha lasciato la parola al povero Chiodo, che per l’ennesima volta si è rassegnato a fare la figura dello scemo. Il poveretto si è alzato di scatto, cercando di non lasciar trasparire la sua insicurezza.

«Ehm… buonasera!» ha gracchiato, sistemandosi la polo rossa che a ogni movimento delle braccia lasciava intravedere i rotoli di ciccia. «Dunque… la nostra lista civica sta redigendo un business plan dettagliato da presentare alla banca…»

Non aveva ancora finito di parlare che l’attenzione del pubblico è migrata altrove. Le teste degli spettatori hanno iniziato a seguire come una partita di tennis il testone del Grande, che lo scuoteva con ritmo lento e cadenzato.

«No, non è questa la soluzione. La politica non è un gioco. La politica è una cosa seria. Non si può pensare di arrivare qui, dire due cavolate e sistemare tutti i problemi. Non funziona così. In politica non è tutto rosa e fiori. A volte bisogna scendere a compromessi, bisogna optare per il male minore.»

«Nessuno è venuto qui per dire due cavolate» è intervenuto subito il Benefattore, colmo di risentimento. «Se stasera sono qui, è per il bene di tutte queste persone. Se sono qui è perché la democrazia me l’ha concesso, perché mi ha dato la possibilità di dare alla gente un’alternativa. E se lei pensa che serva l’esperienza per guidare un paese, si sbaglia di grosso. Anche per lei c’è stata una prima volta, no? E per Napoleone? Non mi sembra che lui avesse esperienza quando è salito al potere. Eppure, nel bene o nel male, ha ottenuto i suoi successi… era il beniamino della sua gente».

Una schiera di persone, sistemata dalla parte opposta rispetto a quella capeggiata da Dino il benzinaio, ha applaudito compiaciuta per quella netta presa di posizione in difesa del popolo. Ecco, sono interventi pubblici come questi che hanno fatto guadagnare a quell’uomo il prestigioso soprannome di Benefattore. Se devo essere onesto, almeno su una cosa sono stato d’accordo con quell’altezzoso del Grande questa sera: chi vuole davvero aiutare, ricorra ai fatti, non alle parole. Non che lui lo faccia veramente, sia chiaro.

Quel confronto pubblico si è protratto a lungo, anche dopo che il sole è scomparso dietro l’alto campanile della chiesa. Non che sia stato tutto il tempo a sentire quelle stupidaggini. No, mi ci sono voluti dieci minuti per capire che la campagna elettorale di entrambe le fazioni sarebbe ruotata attorno a una sola questione: la privatizzazione o meno del Forte Spagnolo.

Ah, giusto, un’altra cosa è emersa da questa serata: Chiodo ha fatto per l’ennesima volta la figura dello scemo del paese. No, non si è affiancato a gente come me o come Gigi Texas Ranger, c’è tutto un altro percorso per arrivare al nostro strato sociale. In qualche modo a quel poveretto va peggio che a noi. Rientrando ancora nella sfera delle persone normali, se così vogliamo chiamarle, è maggiormente esposto a offese e prese per il culo. Io e il buon vecchio Gigi godiamo di una sorta di tutela: l’emarginazione. Tutt’al più possono salutarci e indicarci come si fa con gli animali allo zoo, ma a noi cose del genere scivolano addosso.

A proposito di Gigi, l’ho incontrato ai margini opposti della piazza, quando me ne sono andato via da quella noiosa rappresentazione teatrale. Se ne stava lì, schiena contro il muro, un piede alzato e testa bassa, coperta dal suo caratteristico cappello da cowboy. Non appena ha sentito il rumore dei miei passi ha alzato la testa. Sembra che riconosca il diverso suono che produce ogni persona del paese nel camminare. Una di quelle intuizioni tipiche che possiede la maggior parte delle persone strane come noi, anche se io, forse, non ho diritto a questa amara consolazione.

«Come va, Gigi?» gli ho chiesto.

È l’unica persona sulla terra con cui scambio volentieri due parole. In quanto appartenenti alla stessa classe sociale vige una sorta d’intesa tra di noi. Eppure, non mi ha risposto. Non è raro che lo faccia. Ho pensato che si fosse abbandonato alla sua consueta siesta, ma poi ho capito che la sua attenzione era attirata da qualcosa alle mie spalle. Mi sono voltato e lassù, seguendo la direzione del suo sguardo, ho visto il balcone della Terrazza sulle Nuvole. Appoggiato alla ringhiera in ferro battuto, ornata di pomoli in ottone, a guardare con estrema attenzione lo scontro politico c’era quello che per me è diventato il Poligamo, il ricco banchiere tedesco circondato da mogli.

«Cos’è che non va? Non ti piace quel tipo?» ho chiesto al mio amico.

Lui ha scosso la testa.

«Non piace neanche a me…»

Questa volta Gigi ha annuito. Raramente parla. Se lo fa o è estremamente felice o è dannatamente arrabbiato.

«Cos’è che non ti convince di lui?» ho insistito.

«Volevo comprarla io la Terrazza sulle Nuvole!» è sbottato.

«Ah sì? E con quali soldi, Gigi?»

A quel punto lui ha tirato su col naso, con orgogliosa commozione, mentre con la mano destra si toglieva il cappello da cowboy.

«Un giorno… un giorno avrò successo» sussurrò. «Sarò lo sceriffo più celebre di tutta la contea. Sbatterò i più grandi criminali in gattabuia e diventerò ricco incassando le taglie che pendono sulle loro teste!»

Ho sospirato.

«Oh… certo.»

So fin troppo bene che quando inizia a parlare di contee, banditi e ranger non si deve insistere con lui.

«Tieni d’occhio il nostro amico» gli ho detto prima di togliermi di mezzo, dandogli una pacca sulla spalla. «Se fa un passo falso puoi sempre sbatterci lui in gattabuia e perché no, magari puoi anche soffiargli la Terrazza sulle Nuvole.»

Gigi si è calato nuovamente il cappello da cowboy sul volto ed è sprofondato nel silenzio totale che occupa gran parte delle sue giornate. Io ero già scomparso per i vicoli del paese. Non avevo voglia di andare a casa, così ho bighellonato con lo sguardo perso nel vuoto. Cosa? Dici che la gente mi prende per pazzo quando mi vede passeggiare come uno zombie? Ah! Al diavolo la gente! Se sapesse cosa mi passa davvero per la testa sono sicuro che mostrerebbe più rispetto.

Durante il mio girovagare senza una meta sono passato davanti all’alimentari. Katy stava mettendo le cassette di frutta e verdura in magazzino. Era l’orario di chiusura e Mario se n’era già andato a casa. Era il momento giusto per scroccare qualcosa.

Vedendo entrare qualcuno, Katy si è catapultata dietro la cassa e mi ha salutato come se fossi un turista. Io ho ricambiato il saluto con una smorfia che era una via di mezzo tra “che fatica salutare” e “facciamo presto”.

«Non pensare che possa farti credito perché non c’è Mario» mi ha ammonito prontamente, appena mi ha riconosciuto.

Col suo sguardo severo pensava di provocare in me non so quale emozione. Non l’ha ancora capito, è da tempo che ho smesso di provarle, quelle. Vedendo il mio volto impassibile ha tentato di giustificarsi.

«Ha messo le telecamere, non posso permettere che mi licenzi.»

Quell’affermazione ha destato in me curiosità. Era una delle ultime poche sensazioni che riuscivo ancora a provare, anche se solo in rari casi.

«Che poi a cosa ti serve lavorare?» le ho chiesto.

Questa volta non sono riuscito a farmi gli affari miei. Alludevo al fatto che una donna come lei, con un marito in carriera, ora alle prese con una nuova ambiziosa vita politica, non avrebbe dovuto aver bisogno di sporcarsi le mani in uno squallido alimentari.

«Pago io per te» ha tagliato corto, allungandomi una banconota da dieci euro che ha tirato fuori dal suo borsello. «Prendi quel che vuoi.»

L’ho rifiutata e me ne sono andato.

Se non voleva raccontarmi la verità bastava dirlo. Non sono certo un tipo che insiste.

15 maggio 2019

Aggiornamento

A questo link potete ascoltare un estratto vocale del capitolo 9.
30 marzo 2019

Aggiornamento

A questo link potete ascoltare un estratto vocale del capitolo 10.

Commenti

  1. asiapaglino

    4 su 5.
    A volte la cosa più difficile del dare un voto ad un libro è l’impossibilità del dare dei mezzi punti; nonostante questo ho scelto di dare 4 stelle a questo romanzo perché 3 sarebbero state poche e forse ingiuste.
    Il dubbio che ho è, molto probabilmente, dovuto all’enorme aspettativa che avevo nei confronti di questo libro, perché nel mentre la campagna di Bookabook andava avanti, ho letto gli indizi che l’autore dava e presentava sul suo profilo, creando in me tantissimo interesse. Una volta letto però, mi sono resa conto che il libro è risultato essere leggermente “diverso” da come me l’ero immaginato.
    La trama di per sé è interessante. Tutto si svolge appena prima delle elezioni di un paese a metà tra storia e mistero, tra realtà e finzione, con elementi quali un tesoro, un omicidio, una lotta per il potere e dei personaggi tanto buffi quanto fondamentali per le indagini generali.
    Peccato però che il finale sia stato sviluppato in modo frettoloso. La fine del romanzo viene infatti presentata come una prova inconfutabile, senza che però ci siano dei veri indizi all’interno della storia, quindi è un po’ come se il lettore “subisse” la soluzione finale.
    La “lentezza” narrativa che l’autore utilizza è consona alla scelta fatta di raccontare la storia mediante le pagine di un diario, perché alla fin fine ci si ritrova a leggere la storia che il protagonista decide di raccontarci, nascondendo consciamente o inconsciamente parte dei fatti ed includendoci però in quelli che sono i suoi pensieri.

  2. (proprietario verificato)

    Ho letto l’anteprima gratuita e non vedo l’ora di leggere tutto il romanzo.
    Il protagonista che hai scelto è davvero originale.. sono molto curiosa di sapere come andrà a finire.
    Consiglio a tutti di visitare la pagina Instagram dell’autore. CIAO

  3. JadeTorretta

    (proprietario verificato)

    Ho scoperto questo romanzo in crowdfunding tramite la pagina Instagram di questo giovane autore e dopo aver letto varie recensioni e commenti positivi, mi sono convinta e ho deciso di prendere questo libro in preorder….buona fortuna Alessio🤞

  4. DavidePolettoGR

    (proprietario verificato)

    Complimenti per l’originalità del tuo romanzo, l’anteprima mi ha catturato….Non vedo l’ora di leggere l’intera storia….ho pre-ordinato la mia copia….In bocca al lupo 👋

  5. martinacerino

    (proprietario verificato)

    Ho appena preordinato il libro….L’anteprima del tuo romanzo è scorrevole e accattivante.
    Il protagonista molto particolare e l’idea di scrivere un diario è molto originale.
    Non vedo l’ora di leggere l’intero romanzo, ti auguro di arrivare fino alla fine.

  6. (proprietario verificato)

    Ho letto l’anteprima di questo romanzo e da subito mi è piaciuto. Mi piace l’idea di un protagonista un può fuori dagli schemi, mi piace il taglio ironico delle conversazioni e mi entusiasma il fatto che l’autore sia un appassionato di Sherlock Holmes…come me! Sono curiosissima di leggerlo e naturalmente l’ho già preordinato. E voi?

  7. gabymadonia82

    (proprietario verificato)

    Una trama davvero interessante, un’anteprima che cattura e ti fa venir voglia di leggere tutto il libro. Che dire non potevo non preordinarlo ed aiutare questo giovane e talentuoso scrittore.

  8. M. E. Loi

    (proprietario verificato)

    Ho prenotato questo romanzo perché l’anteprima è davvero scorrevole e intrigante. In più seguo lo scrittore su Instagram e i suoi capitoli vocali sono stupendi! 😍 vi consiglio di andare ad ascoltare!

  9. Ho prenotato questo romanzo perché ho trovato l’anteprima molto interessante e sono molto curiosa di scoprire la storia per intero. Spero la campagna si concluda al più presto con esito positivo! In bocca al lupo!

  10. enea.gambelunghe

    (proprietario verificato)

    Ho trovato fin da subito interessante sia il titolo che la trama, cosi ho letto l’anteprima disponibile su questo sito. Sono rimasto positivamente colpito e sono curiosissimo di leggere il resto, aspetterò con ansia la mia copia cartacea! Buona fortuna

  11. gustavo.arg35

    Tramite la pagina Instagram ho ascoltato un estratto vocale del Capitolo 10. Un ottimo lavoro, complimenti. Ho appena letto l’anteprima e sono ancora più sbalordito. Non resta che acquistare la copia cartacea del libro. In bocca al lupo.

  12. fra18elba

    (proprietario verificato)

    Ho avuto il piacere di scoprire questo romanzo tramite la pagina Instagram @Leelezionidelcolpevole.
    Ogni giorno leggevo nuovi interessanti post riportanti alcune citazioni del libro, così ho deciso di leggere l’anteprima gratuita disponibile su questo sito. Sono rimasta molto colpita e non vedo l’ora di ricevere il pre-ordine.
    Un caro saluto

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Alessio Giannullo
nasce a Porto Azzurro (Isola d’Elba) nel 1995. In seguito al diploma inizia a lavorare presso l’azienda di famiglia, sfruttando la solitudine dell’inverno per dedicarsi alla sua passione: la scrittura. Proprio la realtà di provincia, con tutti i difetti della vita di paese, è protagonista del suo primo romanzo, Le elezioni del colpevole.
Alessio Giannullo on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie