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Le favole di Rubber Soul (e dei suoi immaginari dintorni)

Immaginicampagna le favole di rubber
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Consegna prevista Novembre 2020
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“Raccontami dei Beatles […] Raccontami una loro storia. Che non hai mai rivelato a nessuno in vita tua.” L’uomo è con sua figlia in una stanza di ospedale e dinnanzi alla richiesta di lei prova a divincolarsi, senza successo. La favola prende avvio rigenerandosi in un corto circuito prodigioso, dietro l’incalzare sottile della ragazza che spinge il padre a svelarsi attraverso un’invenzione d’intrecci cavata fuori dalle sue “viscere ignote”. Il giovane italo americano che assiste da sotto il palco al concerto storico dello Shea Stadium; il violinista russo che beve Porto al tavolo di Mc Cartney; la signora delle pulizie che fugge dagli studi di Abbey Road un attimo prima che la Storia cambi direzione: sono soltanto alcuni fra i capitoli di un racconto tenuto in serbo troppo a lungo. Spetterà a lei l’ultima mossa a sorpresa in questa notte di neve e febbre che si scioglie. Farà suo il finale di storia la ragazza, in un ribaltamento improvviso di immaginazione e saggezza.

Perché ho scritto questo libro?

Ho cominciato a scrivere storie sui Beatles per necessità. Sentivo il bisogno intimo di un loro ritratto nuovo, mai svelato da nessuno, nascosto al mondo e segreto oltre ogni immaginazione. L’immaginazione che non ha sosta poi ha trasformato la storia in favola. Ed è qui che i Fab four e il loro totem sono diventati strumento necessario e improvviso di una nuova vicenda ancora più urgente. La corda che un padre e una figlia hanno tenuto stretta in mano per sfuggire insieme alla deriva.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Una notte di un febbraio qualunque, compresa tra l’anno 2025 e l’anno 2031.

 Premessa

Polmonite. Batterica e agguerrita dissero i medici, trasferendola subito dopo i primi accertamenti del Pronto Soccorso nel reparto di Medicina Generale.

“La tratteniamo, sicuramente per le prossime quarantotto ore, domani poi approfondiremo le analisi e decideremo sui tempi e i luoghi della terapia, almeno nella sua fase iniziale…”. La faccia del camice bianco che pronunciò le sue parole guardando fuori dalla finestra era quella di un uomo stanco. Della vita pensai, più che di una giornata dura. Portava baffi larghi sopra un grumo di brufoli che inquietavano. Aveva i capelli unti e marroni con qualche macchia di grigio ma non seppi capirne l’età. Lo guardai come si guarda un bimbo che recita In morte del fratello Giovanni senza crederci neanche un po’. Io me ne stetti tutto il tempo con lei a fianco del suo letto, seduto su una poltrona rigida che non potevo neanche reclinare all’indietro nel caso fossi riuscito a prender sonno. Ma il sonno, quello vero, non bazzicò dalle nostre parti per tutta quanta la notte ed io feci a meno della mia poltrona con spalliera reclinabile senza riuscire a darmi pace. La febbre era alta, il calore del suo corpo lo respiravo a folate, gli occhi una fessura bagnata dall’acqua di un pozzo profondo. Mia moglie era lontana da casa, fuori del paese per via di certi suoi impegni importanti. Tentai inutilmente al telefono di nasconderle il ricovero e i motivi che si portava appresso. Benché le avessi mentito su tutta la linea, evitando di ammettere che ci trovassimo in ospedale e che la situazione fosse seria, lei, dall’altro capo dell’Europa, dopo aver ascoltato la mia voce, cercò disperata un aereo che la riportasse indietro in poche ore, inventandosi un rientro lampo la mattina seguente. Quando mi trovai la sua faccia di fronte poco dopo l’alba, vidi i solchi di una donna che aveva scalato tutti gli Ottomila della terra pur di raggiungere la figlia su quel letto nel minor tempo possibile. Credo che il suo sia stato una specie di record del mondo.

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“Come puoi esser qui se abbiamo parlato al telefono non più di…”,  fu la prima cosa che mi venne in mente di chiederle guardandola dal basso della mia poltrona con spalliera fissa.

“Perché io le riconosco da lontano le tue stronzate…”

“Intendi tutti i generi di stronzate?”

“Vaffanculo!”

Si piegò verso di lei e la strinse a sé.

Mi alzai dalla poltrona allontanandomi di due o tre passi, quanto bastava a dichiarare la mia resa totale e incondizionata; rimasi a guardarle pieno di ammirazione e riconobbi un miracolo dentro al loro abbraccio consumato senza l’ombra di un respiro e fino quasi a scavarsi l’una con l’altra, e diventare un corpo solo di rinnovata gravidanza. I lunghi capelli di entrambe mi parvero una coperta che copriva l’intimità dell’attimo al mondo intorno.

Io non avevo scalato montagne quella notte. Mi ero soltanto limitato, in prima battuta, ad assecondarla, e recitare con lei poi, da protagonista neanche troppo inconsapevole, un teatro messo in scena grazie allo sconvolgimento inatteso e improvvisato delle nostre vite. Non tanto le parole che spendemmo; le pause, e l’attesa che s’incuneò tra quelle stesse parole piuttosto, presero sembianze nuove, sconosciute. Come se un vento di maestrale ci spingesse ad incontrarci in un tratto di mare che non avevamo navigato fino ad allora. Avrebbe compiuto ventitré anni di lì a poche settimane. O forse ventinove. Non lo ricordo, e non credo che abbia molta importanza. Era mia figlia. Lo era sempre stata.

Il medico con baffi e brufoli fece la sua ultima visita intorno alle undici di sera e non aggiunse niente a quanto già sapessi. Disse che non avrei dovuto preoccuparmi più di tanto e che si trattava di attendere le prime risposte a tachipirina e antibiotici già in circolo. Mi regalò un po’ di ottimismo dai suoi occhi buoni prima di sparire con l’infermiera che al posto delle tette aveva due missili Milan. Mi chiesi come avrebbero trascorso la notte i due.

Fuori l’inverno bucava la pelle, la neve oramai più di una minaccia, ma al caldo torrido di quella stanza avrei potuto starmene nudo come un Tarzan nella sue foreste.

“Vorrei che tu mi parlassi babbo.”

“Ok, di cosa vorresti che ti parlassi esattamente?” le domandai.

“Non so, potresti raccontarmi una favola.”

Sorrisi avvicinandomi al letto. Il delirio non di rado si accompagna alla febbre alta. La guardai negli occhi umidi, gli angoli delle labbra allargati a rincuorarmi, e le spalle curve come una vecchia di cento anni. Un ghigno le attraversò di colpo il viso arrossato. La sua espressione non ammetteva repliche. Me lo ripeté una seconda volta: “Vorrei davvero che tu mi raccontassi una favola.”

“Non ricordo di averlo mai fatto quando eri bambina.”

“Appunto. Per questo te lo sto chiedendo. Pensa a quanto sei fortunato come padre. Sono qui a concederti una seconda possibilità. Non capita a tutti quanti.”

Avrei potuto riscattarmi a sentir lei, eppure provai a resisterle, come avevo fatto tante volte in passato: “Io non ho in mente nessuna favola. Sarei un disastro…”

“Raccontami dei Beatles. Mi hai fatto due scatole grosse così, fin dal giorno in cui sono venuta al mondo. Adesso ti chiedo io di loro. Ne sai più di chiunque altro. Nessuno conosce quei quattro tizi meglio di te. Raccontami una loro storia. Che non hai mai rivelato a nessuno in vita tua.”

Parlava a scatti e si muoveva smaniosa sotto il lenzuolo. Mi alzai in piedi e sfilai la felpa che mi premeva sul collo lasciando impressa una riga pesante di sudore, respirai a fondo prima di riuscire solo ad immaginare qualcosa da cui il mio racconto prendesse avvio. Tornai a sedermi cercando una posizione comoda. Lei spostò il suo corpo verso di me, poggiò la mano fra guancia e cuscino e s’inventò una strana mimica, di quelle che non avevo mai scorto nel suo volto prima di allora, un movimento leggero e asincrono delle sopracciglia. La camera era vuota, nessun paziente occupava i letti vicino. Il silenzio faceva da sentinella. Mi sentii in gabbia, non scorsi vie d’uscita, chiusi gli occhi e confidai che il fiato mi suggerisse le battute. “Preferisci Lennon o McCartney? Eh no, cazzo…”

11 febbraio 2020

Aggiornamento

I somniugrammi sono come le canzoni di Vasco: messaggi che non ti aspetti e che devi trascrivere in fretta “perché poi svaniscono e non ritornano più”. Me ne ha spedito uno Eugenio Montale qualche notte fa. Mi ricorda Montale che un buon poeta, come lui si ritiene (fa il modesto), deve innanzitutto nutrirsi con dosi abbondanti di narrativa di ogni genere. Mi dice che ha letto Le favole di Rubber Soul e che uno di questi lustri recapiterà al mio fermoposta un pacco pieno di suggerimenti. Da là - dove si trova adesso - vede e si interessa del mondo, anche delle cose meno importanti. Soprattutto continua a fare esperimenti di scrittura. Ecco di seguito il suo somniugramma.
# Prendiamola dal lato sbagliato. Chi ce lo impedisce? Teniamoci fuori da questa notte d’inverno che rischiara di una luce improvvisa l’incontro tra un padre e una figlia rimandato troppo a lungo.
Teniamoci fuori da quei due e dal loro passato che immaginiamo traboccante di spade affilate, amore dissimulato e normalità. Teniamoci fuori dalle parole non dette e dai “silenzi che s’incuneano tra quelle stesse parole”. Teniamoci fuori dal filo rosso, da tutti i fili rossi che non sappiamo se davvero legano tra loro le stagioni degli uomini e delle donne fino a trasformarle in destino.
Teniamoci fuori dal teatro che ogni storia impone, dalle scene e dai trucchi di quel teatro. Dal tempo che non si piega ai nostri vezzi plasmandoci diversi da ciò che non siamo.
Teniamoci fuori.
Che ci rimane dunque alla fine di questo intreccio sghembo di favole che si improvvisa per il tramite di una voce perpetua facendo finta di condurci in nessun luogo?
Loro, rimangono. Soltanto loro. Quattro ignari ragazzi di Liverpool divenuti “il moloch” di un epoca che vuole a tutti i costi appartenerci ancora.
Meglio: un nuovo racconto di loro ci rimane, ancora tutto da svelare, imbrigliato, chissà da quanto, nelle pieghe del nostro animo che non distingue più tra Storia e illusione. Questo ci rimane alla fine. Vi pare poco? #

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Il libro mi è piaciuto molto. Non so se le storie corrispondano effettivamente a favole come indicherebbe il titolo stesso o se la favola vera piuttosto non s’incunei tra queste, vi passi in mezzo, senza sfiorarle. Mi pare fantastica la trovata del padre insomma, che s’inventa un modo e un linguaggio nuovi e sorprendenti per raccontarsi e raccontarci di sé, e del dietro le quinte della sua vita. La scrittura di facile presa ci aiuta a rintracciare quel filo che ci tiene appesi stimolando la nostra curiosità fino all’ultima pagina.

  2. (proprietario verificato)

    Perché dovrei consigliare la lettura di un libro come questo?
    Un libro che in fondo non può curar nessun male; che si confonde in mezzo ad altre migliaia (milioni) in cerca d’un refolo d’aria tutto per loro; che parla a me dei Beatles, che da una vita tengo per gli Stones; un libro che cresce bastardo e muore tenero d’animo.
    Perché insomma dovreste leggere un libro come questo?
    Intriga un’idea che sa di paradosso e che prende corpo mentre scorrono via le pagine senza grandi affanni: la via maestra ad fuga in avanti di cui a un tratto la nostra vita pare avvertire l’urgenza sta tutta nel desiderio di un ritorno all’origine.

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Alberto Becherini
Mi chiamo Alberto Becherini, lavoro da un bel po’ di anni nella Grande Distribuzione e abito a Ponsacco, vecchio borgo di artigiani estinti come i pinguini del Paleocene, crocevia interno tra Pisa e Livorno, distante quanto basta per sorridere alla loro guerra e al tempo stesso fottersene solennemente. Da qui non passa il mare ed è un peccato.
Sono nato nel ’68, ho superato dunque l’età di mezzo, ed anche la smania di guardare troppo avanti. Guardare avanti troppo non serve. E poi stanca. Posso dirvi che scrivo di tanto in tanto perché scrivere invece mi occorre. Scrivo perché ho già provato a farmi cantante, cosmonauta, addetto alle vendite. Scrivo e so già che diventerò direttore di scena. Di una scena qualunque. Qualcosa continua a non andare nel verso giusto. E qualcosa dovrà pur risplendere permeando l’aria in questa notte d’inverno che d’inverno non è.
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