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Le memorie di Workington County

Le memorie di Workington County
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Consegna prevista Settembre 2022
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Cumbria, 1998

Lo sconforto e l’incertezza aleggiavano per l’Inghilterra post-imperiale come una sorta di spettro che intimoriva. Gli animi più irascibili trovavano sfogo nella cronaca nera di quegli anni, dove le decine di articoli sull’IRA e sugli attentati ai docks non solo travolgevano i rotocalchi, ma alimentavano una vera e propria forma di isteria collettiva. In questo ambiente si sviluppa la storia che soggiace alle pagine di questo romanzo. Una storia di tremendi cambiamenti, di timori e di paure così umane da non poterlo nemmeno sembrare. Punto focale di quest’opera è un manoscritto: già, un romanzo che parla di un romanzo.
I “nostri eroi” (come li avrebbe chiamati Dostoevskij) sono persone comuni, talmente comuni da rappresentare le comiche aberrazioni. Questo fantomatico manoscritto li travolgerà in una spirale di avvenimenti che cambieranno le loro vite, anche se non è detto che questo cambiamento sia sempre positivo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo perché ne sentivo il bisogno. Dopo aver letto, e amato, i romanzi di McGrath e dopo aver dato più esami di Letteratura Inglese quante sono le dita sulle mani, mi sentivo abbastanza pronto per intraprendere questo viaggio. Tuttavia, non posso non annoverare come matrice d’ispirazione (perché sì, la letteratura è un furto) anche romanzi come “On the road” e “Maggie Cassidy” di Kerouac, “Pasto Nudo” e “Supernova” di Burroughs.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

«Vai a farti fottere, Francis!» — così mi congedò.

Quelle grida acute mi ronzavano ancora nella testa. Le urla di Hellen, la mia ex moglie, mi avevano frastornato. Mi sputò sulla schiena prima di mandarmi fuori di casa quello strano venerdì mattina; lo stesso, strano venerdì mattina dove anche altri si erano trovati orfani della loro sicurezza, sconvolti da avvenimenti di diversa natura. Ciò mi aveva fatto sorridere. Il fantomatico venerdì dove l’IRA ruppe il suo silenzio, e si decise a inviare un felice regalo indirizzato a Canary Wharf. L’esplosione di un camion-bomba nei docks della capitale di Sua Maestà fece molto clamore, e alcuni sussurri riuscirono anche a scalfire le pagine dei nostri giornali, intimidendoci. Pensavo a quell’evento con acredine, seduto su una panchina della grande rotonda-parco della Concordance, l’unica della nostra città. Mi faceva molto male pensare a Hellen, ai docks e alle bombe dell’IRA.

Erano passati diciassette mesi dalla firma del divorzio, e no, non mi ero ancora ripreso — anche questo mi faceva molto, molto male. All’angolo fra la Concordance e Bearmont Rd c’era una donna, una donna bassa con un bambino vestito con una tuta sozza, le mani in tasca e così poche lentiggini sul suo viso opaco (tanto era pallido) da parer mascherato. Quel bambino era così triste, e lo notai dal taglio degli occhi e dalla bocca serrata, dalla testa incavata nelle spalle, dal naso all’insù posto a virgola verso il marciapiedi. Era proprio triste, triste d’una tristezza ignobilmente infantile, e la capivo; la capivo e non l’accettavo,  era la mia stessa tristezza: quella d’un bambino a cui è stato negato un gioco, il sogno mediocre d’un momento che sarebbe dovuto durare in eterno.

Un vento leggero scosse le fronde delle piante, i soprabiti, alcune auto passarono rapidamente — le ruvide membra della città in collera e il brusio intermittente dei passanti rendeva ancora più irreale l’atmosfera urbana. Alcuni urlavano per far fermare i bus. Il cielo, grigio di nubi dense e vaporose, balbettava con pallori e oscurità ambigue. Notai nel ghigno del bambino il ghigno sozzo della mia ex moglie, e mi facevano schifo, sì, mi facevano schifo tutti e due.

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In lontananza, quattro colonne di fumo bianco della Earshon Manifactury Comp. coronavano la città. Stavo seduto, lì, su una panchina della Concordance, e la folla mi scorreva accanto: era appena passato il 16, carico di gente vestita con spesse palandrane color cammello. Quel tempo che scorreva con concretezza, che per loro aveva un senso, per me era un qualcosa dal sapore fuggevole e che a stento avrei saputo descrivere, come il gusto del caramello salato.

Le fronde della piazza-rotonda in stile Tudor chiacchieravano come vecchie zitelle, raccolte nei loro bruni scialli sull’uscio, ululando e fremendo a ogni sferzata del vento.

Questa mia comparsa fra loro era così ridicola, appollaiato su una panchina con una piccola, ridicola tristezza degna di questo ridicolo mondo. Tutto ciò era lontano dalle mie consuetudini. Mi facevo trasportare con irrisorio autocompiacimento a un piccolo io lontano, ottocentesco, un flâneur, dimenticato girovago delle crisi di mezza Europa. La nostra crisi era ridicola, come lo ero io, come lo è il finto stile edoardiano, come lo era quel bambino.

Quella ridicolezza così pesante si riversava su di me, formandomi, allontanandomi come un palloncino così leggero, leggero come la mia panchina, come le mie riflessioni, come il vanesio fintamente aristocratico d’un editore squattrinato.

Il fondo della tragedia riverberava nel comico inchiostro dei quotidiani, lasciando nuda una mistificata e deformata opinione, forse troppo generalizzata per essere nominata: ipocrisia!

In lontananza, dalla parte opposta delle colonne di fumo, il vespero bussava timidamente all’orizzonte. La frenesia, la morbida forma della maledizione predetta, mi scorreva innanzi, senza perdono o dimenticanze di genere. Ferma, come una statua dal vago sguardo sbalordito, con le labbra serrate per il piacere, la città si dispiegava nel più estetico dei contrappunti tonali. Questa città mi aveva accolto con uno rigoroso calcio nei coglioni, trasformando radicalmente la mia vita, e ora mi risputava in strada con lo stesso affetto.

La mia ex moglie viveva nella vecchia casa di High West Circle, quartiere che si presupponeva essere il covo di una massonica cerchia a cui mai appartenni, e a cui mai avrei voluto appartenere.

Forse, assecondando la malconcia pulsione della mia dignità, non avrei dovuto sostare su quella panchina, lasciando le mie spoglie mortali all’aria aperta, pronte ad essere sbranate dalla falsa bontà dell’altrui interesse; ma – da poeta, ed editore -, ovvero da immagine stereotipata del sociopatico cronico, non mi curavo dell’opinione dei miei consimili.

Vagavo – quindi – fra presente e passato, scavalcando quel confine arbitrario che separa l’essere dal suo ricordo. Tale errare era un viaggio così ambiguo, l’immagine con cui la gretta meschinità d’ogni singolo istante dell’animo si incamminava verso una meta malconcia, passando e digerendo la vita, rendendola esperienza. E la digerita poltiglia veniva vomitata sul prossimo, profumandosi così con la falsità del consiglio.

Tuttavia, in quel coro di umbratile bellezza, non mi curavo particolarmente di ciò che la gente pensasse di me, poiché ammiravo la notte che scendeva lenta su Halifax Park, come un ruvido talare, scolorito e maculato, reso un bucherellato straccio macilento.

Tirai fuori dal taschino della giacca una sigaretta, la misi in bocca e l’accesi con uno di quei fiammiferi dalla capocchia rossa. Aspirai una grande e soffocante boccata, espirandomi il fumo alle spalle, lasciandomi addietro – negli intestini di Halidon Hill Road – la malattia celata. Lasciandomi alle spalle la gioia malandata di sapere, in cuor mio, d’essere meschinamente più grande d’ogni uomo.

I miei passi biascicavano una sorda armonia rocciosa, alternata con un intermittente, morbido tocco. Il marciapiede finì e mi ritrovai all’incrocio con Madison Avenue: casa mia distava poco da lì, quindi decisi di prendermela con tanta calma, ammirando l’ultimo bagliore del giorno, il quale riluceva verdognolo al confine della zona delle banche, picchiettando sulla madida dentatura dell’edilizia popolare.

«Salve Mr. O’Riley» mi disse una voce lontana.

2

Era una delle solite, tante mattine. Il sole prendeva il suo posto nel cielo assonnato, facendosi spazio fra due grandi lembi color indaco. L’aria, anch’essa pigra, rallentata dal torpore della notte passata, si muoveva dall’orizzonte verso casa in piccoli, gelidi sbuffi.

Il prato della residenza antistante s’inchinava e si sgranchiva al ritmo del vento, gettando un immenso senso di pace.

Mi cambiai rapidamente, cercando di darmi un tono, pur mantenendo quel sublime fascino trasandato da uomo in fasce. Pochi ciuffetti di barba facevano capolino sulle mie guance e sul collo, i quali vennero rapidamente potati. Le guance, rosse per la frizione del rasoio, cosparse con dell’ottimo dopobarba da discount.

Uscii di casa quasi trotterellando, con una beffarda e alquanto stupida espressione di soddisfazione e autocompiacimento. La signora Clemence, la mia vicina di casa, mi vide entrare nella mia Corolla dell’89 con quel mio fare frizzante, e si domandò, fra sé e sé, per quale motivo fossi così vispo di buon mattino.

Notai il suo sguardo, e la prima cosa che mi venne in mente – tenendo conto che Mrs. Clemence rasentava l’ottantina – fu: Non è il caso che s’interroghi sulla mia felicità, gentile signora. Verrà prima lei da me che io da lei, vecchia troia.

Risulta così innaturale vedere un giovane felice, soprattutto dopo aver trovato un lavoro, pur avendo parzialmente affermato la sua indipendenza dalla famiglia: ma io, anche in quel caso, ero un giovane alternativo.

Ero un becchino in apprendistato, e lo si notava dal frac nero che indossavo, il quale sovrastava la mia bella camicia di cotone bianco. Presi la macchina e mi diressi nella sede delle pompe funebri Saint Bega’s.

Una volta giunto, parcheggiai e mi diressi verso l’entrata.

Dalle vetrine del locale scorsi il Mr. Ubetydelig, il mio capo, con delle scartoffie in mano. Stava ammonendo la sua segretaria, per una causa a me tuttora sconosciuta.

Mi impressionò, tuttavia, il modo con il quale redarguì la poveretta: al colloquio mi era sembrata una persona pacata e gentile, dalle movenze garbate, e i suoi occhi lasciavano percepire un vago ed evanescente senso di saggezza, mischiato all’umile malinconia degli anziani — puzzava di whiskey digerito ma, hey, chi è che non puzza di whiskey in un qualsiasi lunedì mattina inglese? Invece, in quel frangente tragicomico, stava gesticolando violentemente agitando le sue lunghe, magre braccia, e il suo cipiglio irato era addirittura disturbante.

Dimenava quei fogli tenuti in mano come se fossero un ventaglio giapponese, e li ruotava in modo isterico, quasi collerico a qualche centimetro dal volto della giovane. Infine, al culmine, buttò quelle cartelle sulla scrivania della povera impiegata, oramai in lacrime e con il volto in fiamme per il dispiacere.

Io stavo camminando, e scorsi questa scena come uno zoom cinematografico, sino ad arrivare davanti alla porta. Tobias Ubetydelig uscì, sfiorando il bordo della porta di compensato verniciato rasentando il mio naso.

Con le mani tremanti, tirò fuori dal taschino interno una sigaretta e l’accese, aspirando un profondo e rincuorante boccone, inspirando con uno schiocco sordo e secco, proveniente dalla bocca.

Scostò di poco la testa e mi guardò, con un occhio chiuso e uno semiaperto – forse gli era andato del fumo dentro -, e mi disse: «Oh, buongiorno. Mr. Dahmer, giusto?». La sua voce era secca, oh, così secca.

Io, con un filo di voce «Buongiorno a lei, Mr Ubetydelig. Passata una buona nottata?».

Mi guardò curioso, e disse «Più o meno, nottata lunga. Non riuscivo a prendere sonno e così sono venuto qua e ho finito di vestire la signora Donnegue… ah, fra poco la conoscerà. Non è molto chiacchierona, ma è più disinvolta degli altri. La ginnastica anche in tarda età fa bene, a loro, e fa bene a noi! Lei invece?».

«Abbastanza, ho dormito poco…».

«Come mai? Era agitato per il suo primo giorno di lavoro?».

«No, soffro di emicrania. Ogni tanto mi tormenta», risposi. Quelli erano miseri convenevoli, stavo aspettando che finisse la sigaretta.

A poco dal filtro, andai al sodo.

«Mr Ubetydelig, quale sarà la mia postazione e quali saranno le mie mansioni?».

«Non pensa di correre troppo?» mi disse secco, «adesso entriamo e le faccio fare un giro panoramico della struttura. Le farò vedere i forni e le farò vedere come vestiamo e come trattiamo i nostri clienti. Sarà divertente, glielo assicuro. Ah, alla fine di questa gita, le farò vedere il protocollo standard per la comunicazione con la società vivente, così che sappia come trattare i parenti, e come abbindolarli a dovere, propinandogli  inutili ninnoli, che per noi sono grana.»

Lo disse con un tono così venale che a tratti mi disgustò: mi ci butterei, diceva una voce nella mia testa.

«Va bene», risposi, assecondandolo con un piccolo cenno di sorriso.

Entrammo nell’atrio dell’impresa, il quale era vasto e misurato, nessuna eccedenza e nessuna stravaganza occultava lo sterile riserbo della sala d’accoglienza; pareti d’un bianco candido venivano intervallate da immagini di santi, madonne in pose strazianti. Svettava – infine – un Cristo Pantocrate, posto esattamente dietro alla scrivania della segretaria, raccolto in una mandorla dorata.

Due poltrone di velluto bordeaux a coste, disposte a quarantacinque gradi, invitavano i cari a sprofondare nelle loro membra: una specie di bontà ipocrita, dedita a prosciugare le finanze dei clienti, che non sempre erano facoltosi a sufficienza.

Per loro v’era un trattamento specifico, il pacchetto Diogene (di Sinope, ovviamente): esso consisteva in una bara di legno laminato color maggese, con un parco interno naturale, maniglie in corda di iuta e – sulla copertura – una casta croce in vernice acrilica lavabile. Non c’è bisogno di dire che il pacchetto Diogene avesse anche la versione Deluxe, esclusivamente per i defunti di dimensioni non contenute, e la versione Limited per il sottoproletariato dai gusti ricercati.

Superato l’atrio, passato un uscio nascosto da due tende dello stesso colore delle poltrone, entrammo nella sala delle vestizioni. Semplice, professionale: tavoli in marmo bianco rilucevano, emanando un acre e piacevole olezzo di formalina. Mr Ubetydelig, girandosi con fare compiacente: «Mica male, eh? Questi sono tavoli originali del XIX secolo, presi da un obitorio della periferia di Timisoara: altissima qualità! Qualità eccezionale!».

«Sicuramente,», asserii io tra lo stupito e il disgustato, «sono incantevoli».

«Lei trova? Comunque…», mi rispose fra il serio e il faceto.

«Qui… Ascoltami Alexander. Qui troverà tutti i trucchi per le correzioni estetiche del volto del defunto; sia mai che si scandalizzino, quei taccagni – se qualcosa non va come hanno programmato nella loro testa bacata – non sganciano un cazzo di quattrino. In quest’altro scomparto trova i bendaggi, alcune garze e via dicendo. Mentre in questo cassetto trova tutti i bisturi. Faccia attenzione che a Mary, a Luoise, o ad Anne e ‘sti cazzi non gli venga un occhio blu o gli si scoppi una venuzza, nessun dettaglio deve essere dimenticato sennò quei porci ci tireranno dietro una mazzetta con la metà delle sterline pattuite. Sappi che, se succede, ti farò ingoiare abbastanza stracci per cacarmi la rimanenza, possibilmente in pezzi da venti.

Annuii solamente.

Io stavo continuando ad ammirare quei tavoli, cercando di capire se il mio stupore non fosse altro che un conato o un nodo allo stomaco.

«Mi stai ascoltando?».

«Sì, sì, scusi signore».

«Bene» mi rispose a sua volta.

«Quelli alla sua destra sono i forni: agli inizi non sopporterà l’odore della carne bruciata, mista agli effluvi della formalina. Te ne farai una ragione, caro mio Mr. Dahmer. A proposito, quanti anni hai?».

«Ventisei», risposi noncurante.

«Ah, giovane…»

«Già»

La conversazione stava scadendo nel più insulsa formalità mai vista, ma andò avanti ancora per poco, fino a quando non si congedò per accogliere un cliente: un quarantaduenne che arrivava dalla zona ovest di Workington.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Matteo Bona
Matteo Bona nasce ad Asti, il primo di gennaio del 1997.
Si diploma al Liceo Scientifico Statale Francesco Vercelli, indirizzo Scienze Applicate. Attualmente studia all’Università degli Studi di Torino. Nel gennaio del 2018 pubblica una raccolta di poesie e prose "Il senso del nulla" (Montedit). Nel corso dello stesso anno pubblica anche su riviste specializzate in arti grafiche (Università di Miami, Central Oklahoma University e sulla rivista della Carnegie Mellon University). Nel novembre 2018 pubblica la raccolta di racconti "Le feritoie d'alabastro" (Ofelia Editrice) e a dicembre concorre a un’importante progetto grafico per la Cold Mountain Review (Appalachian State University) e vince, grazie a quel progetto, il Readers’ Choice Award presso il medesimo ateneo.
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