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Le nostre solite insolite cene

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Marco è lo stereotipo del bravo ragazzo, innamorato della moglie e del suo lavoro, e perno centrale di un gruppo di amici che tentano ogni giorno di sopravvivere alla propria quotidianità.
Ci sono: Andrea, avvocato single che ama divertirsi ogni sera con una donna diversa; Silvia Stella, aspirante scrittrice e autolesionista, che vive i propri rapporti amorosi solo attraverso il sadomasochismo; Denise, intrappolata in un matrimonio e un lavoro che non la soddisfano; e Giulio, architetto di successo, con una famiglia apparentemente perfetta, ma che in realtà è infelice perché non ha il coraggio di accettarsi per quello che realmente è.
Grazie alle loro solite cene del venerdì a casa di Marco e al supporto e ai consigli dell’amico, ognuno dei protagonisti riuscirà ad affrontare i cambiamenti necessari per riprendere in mano le redini della propria vita. Ma il destino spesso è beffardo…

Perché ho scritto questo libro?

Non sempre esiste una motivazione chiara e concisa sul perché gli scrittori sentano dentro l’impulso di scrivere una storia. E questo libro ne è la prova. Io non so perché l’ho scritto, ma so che ho dovuto scriverlo. I cinque protagonisti sono apparsi nella mia testa un pomeriggio di tanti anni fa e da allora sono diventati la mia compagnia preferita: mi hanno sussurrato le loro storie con delicatezza e dolore, con rabbia e spavento, ma lasciandomi sempre aperta la porta della verità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sapete cos’è l’amore? Quel sentimento che da secoli e secoli disturba i cuori di ogni essere vivente? Quella sensazione di vuoto nello stomaco e di attesa fremente? Quello raffigurato da coppiette felici, baci appassionati e mani strette tra di loro? Ecco, bene, adesso dimenticatelo.
Dimenticatelo perché esistono tantissimi tipi di amore e io li ho conosciuti tutti.

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L’amore per il proprio partner di vita, l’amore verso i propri figli, l’amore per la libertà e l’amore contro i pregiudizi. Esiste anche l’amore verso se stessi, ma questo è il più bistrattato di tutti: c’è chi lo osanna esagerandone le caratteristiche positive e chi lo uccide odiando e ferendo la propria anima. C’è l’amore ritrovato, l’amore che fa paura, l’amore per l’arte, per una passione, l’amore per l’ignoto e l’amore nascosto.
“Amore” è una parola strana, piccolina, cinque semplici lettere, ma che porta con sé un intero universo.
Nella mia vita ho visto tanto amore, a volte esplosivo come i baci di una mamma, altre volte nascosto da un velo di ansia, altre titubante come un bimbo e i primi passi, altre ancora malato e
prepotente. E poi c’è il più importante, l’amore per gli amici, per i propri fratelli di vita, quelli che ti scegli, che il destino ti dona con la consapevolezza che diverranno l’altra metà delle tue paure, la forza delle tue giornate, la voce dei tuoi silenzi.
Ecco la storia che vi voglio raccontare, è la storia di una vita, di un viaggio senza biglietto, ricco delle mille sfaccettature di quel sentimento che fa struggere i poeti, vergognare i puritani e confondere le puttane.
Una storia d’amore che lega cinque persone totalmente differenti tra di loro, ma accomunate da quell’affetto che muove il mondo e colora le stelle.
Cinque persone che, inevitabilmente, finiranno con l’intraprendere questo viaggio di attese e speranze, di sogni e paure, scontrandosi con la vita e costruendo il proprio futuro amalgamando amore, dolore, amicizia e lacrime.
L’amore porta amore, è questo quello che ci insegnano quando siamo piccoli, quando ci obbligano a porgere l’altra guancia, a sorridere anche nel dolore, ma la vita è ben diversa da quel sogno effimero che l’illusione racchiude in sé e l’amore porta anche incomprensioni, crisi, dubbi ed elucubrazioni mentali infinite.
Questa è la mia storia. È anche la mia storia, e voglio raccontarvela per bene, partendo dal principio, portandovi con me all’inizio di quel viaggio che tante vite avrebbe sfiorato, cambiato, mischiato come i pezzi di un puzzle ingiallito dal tempo.

Capitolo 2 – Gli amici di papà
Il vecchio palazzo del centro città era illuminato dalla luce chiara del pomeriggio, la strada trafficata e rumorosa faceva da cornice a una piazza ricca di alberi e panchine.
Sul grande portone di legno, vicino al quale un sonnecchiante portiere fumava una sigaretta, campeggiava una targhetta dorata: “Andrea De Rossi e Associati”.
Lo studio del secondo piano era, come sempre, in pieno fermento: la segretaria seduta alla scrivania dell’ingresso appuntava meticolosamente gli appuntamenti sull’agenda condivisa, stringeva il tablet come fosse il più prezioso dei suoi figli.
Continuando per il lungo corridoio altre quattro stanze si aprivano sull’atrio pulito e ordinato: in fondo, nella più grande di esse, un vociare concitato disturbava la quiete della pausa pranzo.
La stanza era abilmente arredata con austerità, l’unico tocco di colore era dato dai quadri post-moderni sistemati sulle pareti bianche, dietro la grande scrivania di legno un giovane uomo brizzolato sedeva in maniera scomposta: la giacca poggiata sul bracciolo della poltrona, la cravatta slacciata e il colletto della camicia leggermente aperto. Parlava animatamente al telefono mentre un ragazzo aspettava sorridendo, seduto sull’altra poltrona, tenendo in mano alcune pratiche da firmare.
L’uomo alzava gli occhi al cielo ripetutamente finché, in preda a una stizza di nervosismo, chiuse la chiamata.
«E questa chi era?» chiese il giovane sorridendo.
«Credo abbia detto Maria, o forse era Marika… comunque, una palla al piede» rispose l’uomo afferrando una stilografica e aprendo una grossa carpetta blu.
«Sarebbe la numero 150?» chiese il ragazzo riordinando le pratiche già firmate.
«La 153,» rise l’altro «l’ho conosciuta due notti fa all’Olandese Volante, la discoteca, hai presente? Ci abbiamo dato dentro alla grande in bagno, poi siamo andati a casa sua e ho liberato l’animale che era in lei» continuò l’uomo accendendo una sigaretta.
«Ma come fai? Io non riuscirei mai, mi sentirei in colpa» mormorò il giovane.
«Anche io mi sento in colpa per averle dato il mio numero di telefono, o meglio per averglielo dato sbagliato soltanto per l’ultima cifra. Deve aver notato il mio tentennamento nello scriverlo ed è riuscita a trovare quello giusto. La prossima volta lo darò completamente inventato» ribatté l’altro.
«Almeno non conosce il tuo vero nome» ironizzò il ragazzo alzandosi dalla poltrona.
«Ci puoi giurare, e neppure il mio indirizzo, sai che vado solo a casa loro» proseguì l’uomo.
La segretaria bussò alla porta, attese qualche secondo ed entrò nella stanza, portava con sé il tablet e alcuni fascicoli ordinatamente spillati.
«Avvocato, tra mezz’ora ha la riunione con Vottari per la pratica quaranta bis, le ho portato i fascicoli.»
L’uomo non ebbe il tempo di rispondere che il proprio cellulare prese a suonare con insistenza.
«Barbara, risponda lei, attui la scusa “marito fedifrago”, funziona sempre» sbottò passando il cellulare alla segretaria.
«Pronto? Con chi parlo?» chiese la donna aprendo la comunicazione e alzando gli occhi al cielo con espressione palesemente divertita.
«Guardi signorina Marina, non mi importa chi sia, ma questo è il numero di mio marito, non si permetta mai più di chiamare. Addio.» così dicendo chiuse la conversazione scoppiando a ridere e restituendo il cellulare all’uomo.
«Grazie Barbara, è sempre preziosa» la lusingò l’avvocato rimettendo il cellulare sulla scrivania.
La donna uscì dalla stanza sorridendo, mentre il ragazzo sistemava il pc portatile nella propria borsa.
«Vado nel mio ufficio, se hai bisogno sai dove trovarmi, ho la pratica Belluno da concludere» disse il ragazzo aprendo la porta.
«Ah Andrea, stasera vai a caccia?» chiese il giovane prima di richiudersi la porta alle spalle.
«No, stasera ho già da fare» rispose l’uomo mettendosi la giacca e facendogli l’occhiolino.

La musica dei Queen rendeva l’aria della grande stanza energica e frizzante mentre l’odore di erba bruciata aleggiava in vaporose nuvole di fumo.
Il vecchio seminterrato era arredato con attenzione, ma il disordine regnava sovrano. Non appena entrati dalla grande porta di ferro si era accolti da una scala a vista, con ringhiera anch’essa di ferro, che scendeva per qualche scalino fino al grandissimo spiazzo in cui Silvia materialmente viveva. Era un enorme unico locale, grande circa ottanta metri quadri e suddiviso da tende o separé colorati. Solo il bagno aveva una piccola porta a scomparsa, l’unico luogo che meritava un po’ di privacy.
Scendendo la scala il primo ambiente che si incontrava era la cucina, un’isola con alti sgabelli e il frigorifero a due ante, subito dopo il salottino con poltrone di pelle e un enorme televisore appeso al muro come fosse un quadro di Kandinskij: l’arte moderna del non accenderlo mai se non per collegarvi il wi-fi e guardare serie tv in streaming.
Continuando si incontrava la camera da letto, chiusa da enormi tende che pendevano dal soffitto, un semplice letto matrimoniale con lenzuola nere e federe bianche, di norma sempre disfatto e ricoperto da felpe, jeans, mutandine e reggiseni mai coordinati. Quasi sempre in attesa di finire nel grande cesto dei panni sporchi, anch’esso trasbordante.
Dall’altro lato della casa vi era l’immensa libreria, scaffali su scaffali, ripiani e ripiani di libri ammonticchiati tra di loro senza alcun senso logico, perché autori completamente differenti tra di loro potessero conoscersi e confrontarsi.
E infine l’angolo in cui lei passava quasi tutta la giornata: sulla destra, proprio adiacente alla ringhiera, e di lato a una grandissima finestra a vetri che mostrava il cortile interno dell’edificio, vi era una scrivania di legno, ricolma di appunti e di post-it attaccati alla rinfusa, un laptop perennemente acceso e pacchetti di sigarette vuoti, cibo andato a male, quadernini pieni di idee alla rinfusa per libri che forse non sarebbero mai nati: il paradiso di Silvia.
La ragazza seduta alla scrivania era intenta a battere velocemente sui tasti del portatile, tra le labbra stringeva una sigaretta al mentolo, anche se nel posacenere i resti di una canna fatta in casa ancora fumavano lentamente, mentre a tempo di musica muoveva la testa per metà rasata. Si stava occupando dei concerti del mese, per quanto odiasse inserire anche quel cantante neomelodico che tanto successo sembrava avere, ma il lavoro è lavoro, e nonostante qualche frecciatina acida ben piazzata, andava inserito anche lui tra i grandi big del mese. Ma poi big di cosa? Un’idea ce l’aveva, ma era meglio che la tenesse per sé.
Improvvisamente la voce di Johnny Cash risuonò nel bel mezzo di “Bohemian Rhapsody” interrompendo Freddie proprio sull’acuto migliore, raccontando con la sua voce calda e profonda, la storia di un dolore immenso, quello di “Hurt”.
«Oi, dimmi tutto» rispose la ragazza premendo pausa sul vecchio stereo riparato con il nastro adesivo trasparente.
«Certo, ci vediamo al solito orario?» continuò spegnendo il mozzicone sul posacenere ormai stracolmo.
«Il dolce?» chiese guardandosi intorno e soffermandosi sui piatti sporchi impilati nel lavello «Forse è meglio se io porto da bere» proseguì ridendo, salutando poi l’interlocutore e chiudendo la comunicazione.

«Ti ho già detto di non chiamarmi mentre sono al lavoro, finirai con il mettermi nei guai!» esclamò la donna stringendo la cornetta e cercando di non farsi sentire dalla sala d’aspetto gremita.
La donna era seduta alla scrivania di quercia, aveva delle ricette mediche davanti, ancora da compilare, mentre lo studio medico continuava a popolarsi di starnuti, lamenti e attese.
Era giornata di visite e vaccini, per cui lo studio era davvero stracolmo: le sedie quasi tutte occupate e il vociare indistinto dei bambini che correvano nel corridoio dell’ambulatorio rendevano l’aria pesante, quasi assente.
La donna, una bruna sulla quarantina, cercava di mantenere ordine mentale e ordine fisico rimproverando i bambini, gestendo il traffico di pazienti in entrata e in uscita, e occupandosi contemporaneamente delle ricette e del marito al telefono. Un’impresa degna di nota.
Dalla stanza in fondo al corridoio uscì un uomo sulla cinquantina, in forma, con capelli brizzolati e il camice verde.
«Denise, si occupi delle ricette del Signor Elisi, mentre io visito la Signora Feldi» esordì l’uomo avvicinandosi a una signora anziana e dandole il braccio per aiutarla ad alzarsi dalla sedia di plastica blu.
«Certo dottore, me ne occupo subito» approvò la donna sorridendo debolmente all’uomo.
Mentre il dottore si allontanava rientrando nell’altra stanza, le ricette da consegnare si accumulavano sulla scrivani in maniacale ordine, ma la donna sembrava ignorarle.
«Stammi a sentire, sono piena di lavoro, non puoi chiamarmi ogni cinque minuti solo perché non sei in grado di andare a fare la spesa. Esistono i supermercati ed esistono i commessi, chiedi a loro dove trovare il caffè, non a me che sono dall’altra parte della città!» sbraitò la donna chiudendo la chiamata e portandosi le mani sul viso.
Cercando di riprendere il controllo inspirò ed espirò più volte, tentando di rilassare i muscoli tesi e cercando di concentrarsi sul lavoro: recuperò le ricette da consegnare, aprì le buste e le compilò, poi le ordinò in ordine alfabetico e le sistemò nel grande raccoglitore di plastica verde. Ma il cellulare squillò nuovamente.
«E adesso che c’è?» chiese la donna aprendo la comunicazione.
«No, stasera sono con i ragazzi, è venerdì lo sai» mormorò stancamente mentre inviava le ricette ancora da firmare al server centrale, dirottate verso il pc del dottore.
«Ti ho detto un milione di volte che sei il benvenuto, se tu non vuoi venire allora non venirci, ma non ho intenzione di rinunciare ai miei amici perché tu non capisci l’affetto» riprese continuando a battere velocemente sulla tastiera del computer, mentre un nuovo paziente si accomodava in sala d’aspetto.
«Fai come vuoi, io ci vado, non posso sempre organizzare la mia vita e quella degli altri per accudire te» terminò chiudendo nuovamente la chiamata e impostando il telefono in modalità aereo.

Il tratto fine della grafite marcava i contorni di un bagno elegante, mentre Giulio con dovizia di particolari muoveva la matita sul grande foglio quadrettato. Il tavolo da lavoro obliquo era stracolmo di matite, pennelli, gomme e righelli, mentre l’uomo, in concentrazione quasi zen, continuava a lavorare sbuffando.
Dall’altra stanza il rumore di spade contro scudi e di richiami ancestrali disturbava il quieto vivere di una casa a riposo.
«Sbaglio o vi era concessa solo mezz’ora al giorno di videogiochi?» urlò l’uomo all’indirizzo della porta, cancellando una sbavatura sul disegno.
«Oggi è venerdì, possiamo giocare per un’ora» replicò la giovane voce di un ragazzo direttamente dall’altra stanza.
«Se scopro che non avete finito di studiare, invece di mezz’ora al giorno ve la sequestro per un mese» sorrise Giulio ripassando i contorni dei sanitari con il pennarello rosso.
Improvvisamente i rumori dei videogiochi si interruppero misteriosamente, mentre l’uomo, continuando a sorridere, soffiò via dal disegno le briciole di gomma.
Dalla porta si affacciò una donna sulla quarantina, bionda e con gli occhi chiari, di una bellezza rara, dai seni abbondanti e la vita accogliente.
«Ma come hai fatto? Ci provavo da ore» esclamò avvicinandosi all’uomo e sedendosi sulle sua ginocchia.
«È bastato un po’ di amore, gentilezza, affetto e… un ricatto» rise baciando la moglie sul collo.
«Che stai facendo?» chiese lei ridendo per il solletico al collo.
«Sono i bagni del nuovo albergo che vogliono aprire in centro, i costruttori si sono rivolti al nostro studio per organizzare al meglio gli spazi e renderlo il più confortevole possibile» raccontò Giulio recuperando il cellulare dalla tasca della giacca gettata sul divano lì vicino.
«Allora io esco, vado a fare la spesa, poi accompagno Luca dal dentista e Davide a calcetto» annunciò la donna alzandosi dalle gambe del marito e riordinando le pieghe della gonna.
«Ottimo, io devo continuare a lavorare. Anzi devo proprio chiamare l’ufficio per sapere se Berruti verrà alla presentazione o meno» rispose l’uomo toccando il sedere alla moglie sorridendo maliziosamente.
«Ma smettila! Ci sono i ragazzi a casa, ma non ti stanchi mai?» rise la donna divertita, uscendo dalla stanza.
L’uomo rimase concentrato a guardare la figura allontanarsi, poi si perse nei suoi pensieri fissando il vuoto della porta aperta.
«No, non mi stanco mai…» mormorò tra sé e sé, come un mantra silenzioso, sospirando pesantemente e chiudendo gli occhi.
«Pà, stasera esci?» chiese un ragazzo entrando rumorosamente nello studio di Giulio.
«Paolo, questa è una domanda trabocchetto, lo sai che oggi è venerdì» rispose l’uomo ridestandosi.
«Ottimo, davvero ottimo. Ciao» rise il ragazzo uscendo di corsa dalla stanza e iniziando a chiamare il fratello.
«Se scopro che non avete finito di studiare, la Play la porto con me, inutile che gioite così» urlò l’uomo sorridendo.
Si perse nuovamente nei suoi pensieri, osservando la finestra della studio, il grande giardino verde al di là del cancello che bloccava l’accesso a ladri e malintenzionati, ma anche a sogni e fantasie. Infine riprese il cellulare e fece partire la chiamata.

Il boccale di birra semi-vuoto ondeggiava pericolosamente sul vassoio di legno mentre la ragazza, in equilibrio precario, cercava di portarlo sano e salvo sul bancone.
Agli sgabelli posti esattamente davanti al lungo bancone lucido, alcuni ragazzi ridevano e scherzavano tra di loro mangiando patatine fritte e bevendo alcolici. L’arredamento era perfettamente in tema con l’ambiente, per la maggiora parte in legno, ricalcava i pub inglesi, con targhe dedicate alle più famose marche di alcolici, alla musica rock e blues, e le varie foto di artisti che vi avevano cenato completavano il racconto di un pub vissuto da molti come unico luogo di ritrovo del centro città. O almeno l’unico degno di questo nome.
«Marco, aiuto!» esclamò la ragazza mentre il boccale di birra iniziava a piegarsi come la Torre di Pisa.
Il ragazzo fece un balzo per sporgersi dal bancone, afferrando al volo il vassoio e il boccale prima che cadessero per terra.
Una ola e un applauso accompagnarono il gesto atletico mentre i clienti ridevano ed esternavano il loro gioioso passar tempo al di fuori delle fatiche quotidiane.
«Meno male che ci sei tu!» ammirò la ragazza raccogliendo alcune patatine sfuggite al controllo di Marco.
«Non sei la prima a dirmelo» sorrise il ragazzo riprendendo a riordinare i bicchieri alle sue spalle.
Uno dei ragazzi seduto sugli alti sgabelli ordinò un’altra birra, e Marco la aprì al volo passandogliela sorridendo. La musica continuava ad alleggerire l’atmosfera, la voce calda di Eric Clapton accompagnava le prime ore di quel venerdì sera, una serata che, come al solito, avrebbe visto il pub riempirsi di ragazzi, gruppi di amiche, gente intenta a liberarsi dallo stress della settimana e, spesso, anche di qualche minorenne che tentava di acquistare alcool fingendosi più grande. Ci sarebbe stato il pienone, ma a Marco non importava, il venerdì smontava sempre verso le 21, era la sua sera libera, l’unica che passava a casa con sua moglie e gli amici di sempre.
Organizzavano quelle riunioni praticamente da anni, era il loro modo di ritrovarsi, il modo di stringersi nonostante la vita andasse avanti: erano in cinque, escludendo mogli, mariti e figli.
Ciascuno di loro portava qualcosa, cenavano insieme e si intrattenevano raccontandosi la settimana, prendendosi in giro e ridendo. Erano i suoi migliori amici, le persone a cui voleva più bene al mondo.
Si erano incontrati per caso, anni addietro, non tutti insieme, ma pian piano, creando quel gruppo così eterogeneo e strampalato: Marco aveva conosciuto Andrea al pub, in una delle sue notti di follia. Quella sera vi era anche Silvia, la più piccola del gruppo, che con immenso piacere di Marco rimise subito a posto Andrea intento a provarci con lei.
Giulio, invece, si era scontrato con Denise mentre faceva jogging, facendola cadere per terra mentre lei era intenta a fotografare lo skyline della città.
A sua volta, Denise aveva conosciuto Marco durante un pomeriggio invernale allo studio del medico per cui lavorava, lei aveva litigato con il marito e piangendo era corsa su per le scale fino al balcone del terzo piano, per prendere aria. E lì aveva trovato Marco intento a respirare a pieni polmoni, aveva paura del medico e come un bambino si stava nascondendo, ma una volta vista la donna in lacrime si occupò di consolarla e farla ridere.
Bastò un invito, uno di quelli stupidi, una serata di musica al pub e il classico “io porto Tizio, io porto Caio”, e d’improvviso i cinque diventarono inseparabili.
Il suono del citofono di casa risvegliò Marco, durante il tragitto si era perso nei suoi pensieri passeggiando per le vie del quartiere, finalmente era arrivata anche Silvia, la ritardataria del gruppo, portando con sé una cassa di birra e quel sorriso malizioso che da sempre era il suo tratto distintivo.
La grande casa di Marco profumava di cibo da asporto e risate, sua moglie Laura aveva preparato il grande tavolo del salone, quello di legno chiaro, ma come al solito il gruppo di amici mangiò sui divani di pelle, poggiando piattini e contenitori sulle gambe. Fecero le quattro del mattino, come sempre, ridendo e scherzando, bevendo e guardando vecchie foto, raccontandosi barzellette e mangiando dolci. Il tempo insieme correva sempre con estrema velocità, tra sigarette e battute, tra racconti e vita.
Andrea, avvocato brizzolato dal fisico perfetto e dal cuore ostinatamente single; Silvia, giornalista stravagante dal trucco pesante e dall’anima caotica; Giulio, architetto vicino alla cinquantina, una carriera intrisa di successi e una famiglia invidiabile; Denise, mora quarantenne gentile e delicata, con la macchina fotografica sempre con sé. E poi lui, Marco, il collante del gruppo, l’amico su cui poter contare, il sole intorno a cui ruotano gli altri.
Anime diverse, età diverse, vite diverse: sono queste le amicizie migliori, quelle che arrivano per caso, d’improvviso, senza alcuna logica apparente. Un agglomerato di anime distinte, opposte, differenti, ma capaci di ritrovarsi. Erano insieme, e questo bastava.

07 aprile 2019

Aggiornamento

Una bellissima recensione, grazie!

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Simona Ferruggia
Classe 1989: scrittura, lettura, serie tv dipendente e perenne caos mentale!
Simona Ferruggia è al suo secondo romanzo dopo il successo ottenuto all'esordio con "Il Cuore Segreto" vincitore del premio "Bagaglio Cultura 2016" e della menzione speciale "Casa Sanremo Writers 2016".
Vincitrice, inoltre, del terzo posto categoria sceneggiatura al concorso letterario nazionale "Cinquantesimo Marcelli" con la sua prima opera "Chrysanthemon".
Attualmente concentrata sullo studio per diventare regista e sceneggiatrice presso l'Accademia di Belle Arti di Palermo, da poco ama giocare con la fotografia e il cinema, non tralasciando la profonda passione per la scrittura e la sceneggiatura che restano, comunque, il suo primo amore.
Prossimo obiettivo, oltre alla laurea, diventare insegnante di sceneggiatura e scrittura creativa.
Simona Ferruggia on sabinstagramSimona Ferruggia on sabfacebook

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