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Le similitudini

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Consegna prevista Luglio 2021

Sara e Veronica sono due sorelle gemelle, abbandonate dalla madre quando erano ancora bambine e cresciute coi nonni, dopo la morte prematura del padre.
Sara, la bionda, studia Filosofia a Brescia e di notte si trasforma in Dafne, accompagnatrice per uomini esigenti e facoltosi; la sua vita si divide tra lo studio in università e incontri clandestini in camere d’albergo. È un’anima solitaria, circondata solo da un manipolo di amici fidati, libri e dischi.
Veronica, la mora, dopo un’adolescenza irrequieta è fuggita dalla provincia del nord Italia e vive a Palermo; è appuntato scelto nell’Arma dei Carabinieri e nel tempo libero si dedica al volontariato in un canile.
Il loro rapporto è una miscela di contrasti e intimità latenti.
Quando un evento le riunisce di nuovo, le due sorelle dovranno affrontare insieme le insidie del presente e un segreto passato, muovendosi tra città, atmosfere suggestive di laghi, boschi e ville decadenti.
Le similitudini è un gioco di sguardi, un osservatorio privato e diretto sull’enigma del doppio e la potenza del legame tra sorelle.

Perché ho scritto questo libro?

Avevo in mente da tempo una storia che affrontasse sia una vicenda familiare, sia il tema del doppio.
Identità nascoste, gemellarità, somiglianze e contrasti, sono tutte tematiche che ho cercato di mescolare insieme nel romanzo. Quello che mi attrae è l’aspetto enigmatico e il chiaroscuro dei rapporti familiari.
Più che una simbiosi, mi interessava mettere in luce le differenze e affrontare la ricostruzione di un legame danneggiato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Il latrato del cane filtrava lontano in mezzo alla boscaglia.

Appoggiata alla parete, Sara sentiva il cuore pulsarle sordo nel petto e otturarle le orecchie.

Una raffica di vento sibilò fra gli alberi, smuovendo le frasche in controluce, come strane figure spettrali. Poi l’aria tornò calma e per un momento le parve che il bosco avesse inghiottito ogni rumore.

Dal fondo della baracca arrivava il tanfo dell’acquitrino. Sotto i suoi piedi, il legno del pavimento si apriva in una fessura e dal terreno marcio salivano vapori maligni.

Trattenne uno starnuto: quell’odore aspro le intossicava il respiro. Si strinse il naso fra le dita e scivolò lungo la parete per spiare fuori dalla finestrella, facendo cigolare il legno sotto le scarpe. Tese l’orecchio: il crepitio dei rami ora si stava facendo più intenso.

Si voltò a guardare la porta della baracca; pensò che sarebbe anche potuta uscire con un salto, evitando di scendere per la scala marcia e traballante.

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Il vento si levò di nuovo e il latrato spaventoso riprese, echeggiando fra le piante e lo stridio rauco di un uccello.

Sentì un rumore meccanico provenire alle sue spalle e si voltò di scatto: era la brezza che faceva picchiettare la fronda della palma contro la finestra.

Tac, tac… tac.

A un tratto smise.

E la stanza sprofondò di nuovo nel silenzio.

I

“C’è sempre qualcosa di assente che mi perseguita”

-Camille Claudel-

1

Sara spalancò gli occhi, uscendo bruscamente dall’incubo in cui si trovava. Tremava ed era bagnata di sudore. La gamba sinistra era rimasta scoperta e aveva il piede gelido.

Il corpo le diceva che era viva e sdraiata su un letto, il pensiero vagava ancora angosciato, avvolto nella ragnatela del sogno. Uno scenario già vissuto: lei che correva nella penombra di un sentiero affollato di alberi e scappava da un lupo gigantesco. Gli occhi gialli fiammeggianti, le fauci colanti e mostruose.

Aveva la mano intorpidita e provò un senso di confusione, era ancora lì, in quel luogo dove si perdono i sogni al primo risveglio, in equilibrio tra sogno e realtà. In preda a quella paura raccapricciante. Come se fosse ancora lì, nel bosco, e il lupo potesse raggiungerla emergendo da un angolo buio. E per un breve istante di delirio si chiese se non fosse ancora da qualche parte, in attesa, nell’oscurità bluastra della stanza.

Si massaggiò la mano e osservò il riflesso dei lampioni che dalla strada attraversavano le grandi vetrate, rischiarando la camera da letto. Doveva essersi addormentata senza accorgersene, stravolta dalla stanchezza e dall’alterazione alcolica. Il gusto dolciastro dello Chablis le era rimasto impastato in bocca, seccandole la gola.

Avvertì un leggero fruscio e accanto a lei scorse il profilo dell’uomo con cui aveva passato la serata. Come si chiamava? Michele, Emanuele? Non se lo ricordava già più. Un sessantenne sovrappeso come tanti altri, forse solo un po’ più fortunato.

Quello che ricordava meglio era il suo alito acido e la risata nervosa. Le mani che l’avevano toccata ovunque con avidità, ora giacevano innocue, sepolte sotto il cuscino.

Essere stata a letto con lui l’aveva disgustata; pensò che in un’altra vita, se un uomo del genere le avesse messo le mani addosso gli avrebbe tagliato la gola. Distolse lo sguardo da lui, accontentandosi di essersi presa i suoi soldi.

La sua mente si mise in movimento lentamente, rimestando tra i frammenti della serata passata insieme: l’albergo raffinato, l’atmosfera nera e decadente della hall, la conversazione scarsa con quell’uomo senza idee e senza valori. Poi lui che si spogliava, la sua goffaggine mentre s’impegnava sul suo corpo, la sua agitazione incontenibile. Lo trovava comunque meno fastidioso del commercialista milanese che la voleva in minigonna e con le trecce da bambina, costringendola a rifarsi i capelli la mattina successiva.

Ad ogni modo, l’unica cosa che le importava era uscire al più presto da quella stanza e andarsene a casa.

L’aria era pesante, un misto di alcool e sudore. Sara scivolò pigramente sul bordo del letto e prese il telefono che aveva appoggiato al comodino.

Le sei e dieci del mattino.

Cazzo, no!

Spense lo schermo, lo riaccese e guardò di nuovo il display. Mostrava ancora lo stesso orario. L’appello per l’esame di Filosofia del Linguaggio era alle nove e per tornare a casa doveva percorrere almeno tre quarti d’ora di strada.

Corse in bagno, ripetendo la parola merda come un mantra. Aveva programmato di rincasare poco dopo la mezzanotte e alzarsi con calma; si domandò come avesse potuto essere stata così idiota da prendersi una sbronza e addormentarsi. Aprì il rubinetto e bevve direttamente dal getto d’acqua. Sapeva di cloro. Raccolse i capelli dietro la nuca e si bagnò il viso ancora accaldato dal sonno.

Quando uscì dal bagno l’uomo accese l’abat-jour, facendo scivolare la stanza in un morbido verde acqua. Si sedette sul lato del letto, il volto attraversato da un’espressione malconcia. L’euforia e la frenesia di possederla avevano ora lasciato spazio a un profondo avvilimento. Era stato vittima di un desiderio notturno e diabolico che gli aveva disordinato la mente.

Osservò la ragazza passargli davanti: era di una bellezza disturbante. Il suo viso marcato ed espressivo, non attraente in termini convenzionali; gli zigomi alti, le labbra carnose che rendevano sfacciata la bocca e gli occhi caldi che trafiggevano come una pugnalata. Sembrava una gatta, sorpresa in un angolo buio con un topo tra gli artigli.

Lo aveva eccitato il modo in cui aveva giocato viziosamente con lui, ma c’era qualcosa che lo inquietava, negli occhi lividi, nel sorriso digrignato con cui lo aveva ammaliato.

“Dafne” mormorò.

Lei lo ignorò, cercando di riordinare i vestiti sparsi tra una poltroncina e il pavimento.

“Va tutto bene?” domandò, come se dovesse scusarsi di qualcosa.

“No, per niente, è davvero tardi” rispose lei, allacciandosi nervosamente gli stivaletti.

L’uomo esitò, come se dovesse calibrare le parole per formulare la prossima domanda. La seguì con lo sguardo mentre si rivestiva, roteando gli occhi acquosi.

Si schiarì la voce. “Posso richiamarti?”

Sara abbozzò un sorriso a denti stretti. “Certo. Il mio numero ce l’hai, quando vuoi vedermi mi mandi un messaggio.”

Chiuse la portiera dell’auto con un colpo energico. Accese la radio e alzò il volume, riempiendo l’abitacolo di parole riguardanti la politica interna. Un’abitudine che serviva a distrarla: ascoltare il Paese che affondava tra corruzione, brogli elettorali e tagli alla cultura contribuiva a farle aumentare la fiducia in se stessa e in quello che faceva. Ascoltare come lo schifo si annidasse dovunque ridimensionava l’entità dei suoi problemi.

Abbassò i finestrini per respirare l’aria liquida e penetrante di maggio. Il Lago di Garda e gli alberi in fiore portavano un profumo rasserenante. A est, il sole spuntava tra i monti e un chiarore rossastro tingeva la superficie dell’acqua, mentre la cittadina era ancora addormentata.

Sotto quella luce, il lago si mescolava di colori: un po’ azzurro, bianco al centro, a tratti verde negli angoli della baia.

Prima di mettere in moto, prese la busta stropicciata dall’interno della borsetta e contò un’altra volta i soldi: ottocento euro in banconote da cinquanta, esattamente come pattuito. Niente problemi, un lavoro pulito. A parte il ritardo.

2

Il telefono squillava dal fondo del corridoio, mentre finiva di preparare un tramezzino con insalata, uova e maionese: sarebbe stato il suo pranzo appena terminato l’esame.

Lasciò che finisse di squillare, mentre metteva l’ultima foglia di insalata nel panino. Al pensiero dell’esame, un’ansia sorda le invase il petto; addormentarsi in quell’hotel era l’ultima cosa che le sarebbe servita. Avrebbe dovuto moderarsi con l’alcool, ma il cliente era sgradevole e noioso, senza un aiutino non ce l’avrebbe mai fatta ad assecondarlo e risultare disinibita.

Quietò l’ansia buttando giù d’un fiato la spremuta. Doveva calmarsi e attenuare l’agitazione del ritardo e della serata sbagliata, o all’esame avrebbe finito per fare un casino.

Aprì le ante della finestra e si accese una Chesterfield. Si lasciò cullare dalla nicotina, osservando il vicino che sfoltiva la siepe d’alloro a colpi di cesoia. Rimase a guardarlo per qualche minuto, poi gettò il mozzicone nella tazza del tè e attraversò il soggiorno irrorato di percussioni e lontane dissonanze di tromba. La voce mesmerica di David Sylvian filtrava dallo stereo.

Sul parquet, sparsi in modo caotico: dischi degli Iron Maiden, un testo di Nietzsche e fumetti manga.

Il suo gatto era sdraiato sul letto e quando la vide avvicinarsi attaccò a fare le fusa.

“Scendi di lì, Cacao!” gli intimò, poi si tolse le lenti a contatto e si guardò allo specchio: gli occhi erano infiammati dalla stanchezza, la chioma bionda con la scriminatura da una parte, che la sera precedente aveva lisciato alla perfezione, era un groviglio confuso e la frangia le ricadeva arricciata sulla fronte. Li legò dietro la nuca e si stava mettendo del collirio negli occhi, quando sentì squillare nuovamente il telefono. Sul display lampeggiava il nome di sua sorella.

Pensò che dovesse essere un’allucinazione del cervello, annebbiato com’era dalla stanchezza e dall’ansia. Veronica se ne stava a Palermo, non la sentiva da un anno e non si vedevano da sette. E da quando era diventata carabiniere, le faceva ancora più senso parlare con lei; sapeva bene che non aveva mai avuto simpatia per gli sbirri e averne uno in famiglia le sembrava uno scherzo inquietante.

Rispose con una nota d’incertezza; la voce della sorella era sempre la stessa, morbida, a tratti scura.

“Come va?”

Sara indugiò, mentre accarezzava il pelo castano di Cacao. “Bene” disse d’un fiato, “ma in questo momento sono di corsa. Tu come stai?”

“Tutto ok. Qui si sta sempre bene.”

“…bene.”

“È un brutto momento?” sentì chiedere dall’altro capo del telefono.

Sara guardò la sveglia appoggiata sul comò. “Ho un esame, l’appello inizia tra un’ora e sono in ritardo fottuto. Volevi dirmi qualcosa di urgente?”

“Riguarda nostra madre. Credo di aver scoperto dove sta.”

Sara rimase con lo sguardo fisso nel vuoto, la mano che accarezzava Cacao si fermò improvvisamente. Si prese un momento per assorbire la scossa.

“Non capisco cosa vuoi dire.”

“È una storia lunga, quello che conta è che sono molto vicina a trovare l’indirizzo. Ti avevo chiamato per dirtelo.”

Sara afferrò il gatto per la collottola e lo spinse giù dal letto.  “E perché mi dici una cosa del genere?”

“Non lo so, pensavo che ti interessasse saperlo. E poi dovevo parlarne con qualcuno.”

I suoi piedi nudi calpestavano pesantemente il pavimento, mentre cercava di dare un senso a quella conversazione. Provò un brivido di freddo partirle dalle piante e percorrerla fino al collo.

“E come hai fatto a trovare il suo indirizzo?”

“È una storia un po’ complicata. Te la racconto un’altra volta.”

Sara urtò col piede la sacca della palestra, poi si fermò per infilarsi calze e scarpe quasi contemporaneamente.

“Comunque non mi importa dove sia. Non mi importa sapere se abita in Italia o all’estero, se vive in un camper o in una villetta a schiera affacciata sul mare. E se proprio t’interessa, non mi importa nemmeno sapere se è viva.”

“Va bene, ho capito. Però volevo dirtelo. Insomma, pensavo che fosse giusto fartelo sapere e non tenerlo solo per me.”

Sara afferrò il giubbotto dall’armadio, mentre dall’altro capo sentiva arrivare solo il respiro.

“Sei ancora lì?” domandò Veronica.

“Sì, anche se vorrei essere già sull’autobus. Andare in centro con l’auto a quest’ora è un suicidio.”

“Possiamo anche risentirci con più calma.”

“Va bene, ora devo proprio chiudere.”

“D’accordo. Ah, in bocca al lupo per l’esame.”

Sara ripose il telefono sul comò e guardò il gatto che era salito nuovamente sul letto. Lo prese in braccio, questa volta con delicatezza, e lo spostò sul piccolo pouf accanto all’armadio. Gli accarezzò la testa mentre ripensava a quello che le aveva appena detto sua sorella e un po’ si dispiacque per averle risposto duramente. Ma non le importava sapere l’indirizzo della puttana che le aveva abbandonate all’età di sette anni, per andare a rifarsi una vita con il suo amante.

Il sonno e l’agitazione le facevano pulsare le tempie; avrebbe voluto mettersi a dormire e svegliarsi per l’ora di pranzo, ma doveva andare ed era già abbondantemente in ritardo.

Buttò il telefono nella borsa e mise in ordine gli appunti su Wittgenstein, che erano sparsi per terra e sul comodino. Cacciò anche quelli dentro la borsa e uscì di casa.

Quando salì sull’autobus, nel chiarore del mattino, ancora resisteva il profilo debole della luna.

Si calò il cappuccio del giubbotto sopra la testa, timbrò il biglietto e andò a prendere posto in fondo al mezzo. In testa le sembrava di avere una gran confusione, i concetti si affollavano tra loro, diventando parole senza significato.

Socchiuse gli occhi. Provò a pensare ad altro, ma tutto la riconduceva alla sorella e alla sua telefonata. Infilò le cuffie nelle orecchie mentre osservava la città scorrere attraverso i vetri, ma davanti agli occhi aveva le immagini di quel giorno d’estate, vent’anni prima: papà al lavoro, di turno in pattuglia, la mamma che caricava un borsone verde acido nel portabagagli. Che le prendeva la mano. Che accendeva la radio. I Beatles e il sole di fine luglio che premeva contro i finestrini. La promessa di portarla in piscina con la sua amica Marina e Veronica a casa con la varicella. Il quartiere desolato alle tre del pomeriggio, lei che scendeva dall’auto per andare a chiamare Marina, l’alito incandescente dell’afa che saliva dall’asfalto nero.

La mamma che non scendeva con lei e che si allontanava lungo il viale. Il ritornello di “Something” dei Beatles in testa e un senso di paura che raggelava il cuore, l’intestino, le gambe. La mamma che da quella sera non era più tornata a casa.

Decise di interrompere il flusso di quei pensieri, o non ne sarebbe uscita indenne. L’esame era la priorità.

Si concentrò sulla musica, poi l’occhio le cadde sulla scritta che graffiava il sedile di fronte: “i giovani governeranno il mondo.”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Lorenzo Quadraro
Lorenzo Quadraro. Classe 1987, vive e lavora a Brescia.
Dopo il diploma al liceo classico si è laureato in Giurisprudenza.
Tra la fine del liceo e l’università, ha diretto e prodotto cortometraggi e film indipendenti.
È socio titolare di uno studio di consulenza legale d’azienda e si occupa anche di formazione.
Nel 2018 si diploma alla scuola di scrittura Palomar, dove consegue il master in Tecniche della narrazione.
La scrittura mette d’accordo passione e lavoro: quando non si dedica ai suoi racconti e ai romanzi, scrive in su commissione, come ghostwriter.
Insieme al fratello gemello Francesco, ha fondato Arkadia, un’associazione che si occupa di volontariato e divulgazione in ordine a tematiche ecologiche.
“Le Similitudini” è il suo secondo romanzo.
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