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Le tracce del diavolo - Vol. 1

Le tracce del diavolo - Vol. 1
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Consegna prevista Luglio 2022
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Un detective tormentato, una scia di donne belle e impossibili che entrano ed escono dalla sua vita, alcol a fiumi e una catena di omicidi apparentemente insensata. Il protagonista, Richard Bailey, si ritrova così invischiato in una storia più grande di lui: i suoi affetti più cari sono in pericolo, lui stesso rischia di essere incastrato e messo fuori gioco da un nemico che sembra sempre un passo avanti, capace di neutralizzare ogni sua mossa e di metterlo costantemente sotto scacco. Più volte, nel corso delle pagine, Bailey si ritroverà infatti con le spalle al muro, intrappolato senza via di scampo. Il tutto, apparentemente, a causa di alcune foto ritrovate per caso da Bill Freeman, il marito misteriosamente scomparso di Ellen, seducente modella e attrice hollywoodiana. L’importanza di quelle foto va ben oltre ciò che Bill, Ellen e lo stesso Rick immaginano, coinvolgendo l’FBI, i servizi segreti e persino il Mossad. Una verità che affonda le sue radici nella grande guerra.

Perché ho scritto questo libro?

La storia narrata in questo scritto ha iniziato a prendere forma dentro di me ed è stata quasi una liberazione scrivere queste pagine. Mano mano che i personaggi vivevano sulla carta, diventavano parte di me, anche a livello emotivo e sentimentale. Spero che la loro vita possa dare emozioni a chi si immergerà nella lettura di questo romanzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Los Angeles, Stati Uniti 19 giugno 2018

Guardavo quelle parole sul monitor del mio Mac, come mi ritrovavo a fare con cadenza oramai giornaliera. In quelle poche righe, leggevo e rileggevo quella che era stata la mia vita, esposta in un curriculum del quale prima o poi, speravo, sarei riuscito a servirmi.

Il college, l’esercito nei Navy Seals, gli incursori della marina con il ruolo di cecchino, la prima guerra del golfo, poi la polizia e per concludere, detective della “rapine e omicidi” di Los Angeles.

Un mucchio di parole, l’una dietro l’altra. Poco più di una pagina per una vita intera.

Ma la vita vera era fatta di parole che non potevano essere scritte su carta o su di un computer, parole che non sarebbero riuscite a descrivere la disperazione di certi momenti.

Ero stanco di quella vita. Dovevo cambiare qualcosa prima che tutto ciò che dovevo vedere e sentire quotidianamente, mi avesse fagocitato come un orribile mostro.

La vita del detective a Los Angeles era ben diversa dallo stereotipo che veniva rappresentato in centinaia di film e serie TV. La città degli angeli con centinaia di omicidi, stupri, guerre di bande da strada, mi sembrava sempre di più la città dei diavoli. Certamente il posto peggiore dove crescere dei figli.

Ma la cosa che più mi infastidiva, era la contraddizione tra la grande ricchezza dei quartieri hollywoodiani, con il loro sfarzo, le ville e le auto di lusso, con i quartieri malfamati, dove si poteva morire per pochi spiccioli. Il tutto nel raggio di pochi chilometri.

Abbassai lo sguardo sulla tazza di caffè appoggiata sulla cartellina e quando la sollevai, mi trovai a imprecare. Avevo lasciato sul documento l’alone circolare.
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Provai senza successo a ripulire la macchia.

Aprii la piccola copertina marrone e guardai per l’ennesima volta quella fotografia. Era il fascicolo dell’ultimo caso al quale stavo lavorando con la mia squadra.

Una donna di origine ispanica, Pamela Mendez, in stato di gravidanza, era stata pugnalata per decine di volte e nella piccola immagine si trovava riversa sul pavimento della modesta cucina.

Sulla consumata moquette, si allargava una enorme macchia composta dal sangue che aveva abbandonato il corpo della ragazza. Accanto alla donna, una bimba neonata trovata a sua volta priva di vita. Chi aveva ucciso Pamela, non si era preoccupato della piccola che teneva tra le braccia e l’aveva lasciata lì.

Il corpo era stato trovato da un’amica dopo dieci giorni circa, così aveva stabilito il medico legale, per cui si era giunti alla conclusione che la piccola fosse deceduta per mancanza di liquidi. Era morta di sete.

Quella città non la capivo più.

La suoneria del mio cellulare appoggiato sulla scrivania, mi destò da quei pensieri. Lo presi in mano e diedi un’occhiata al display.

Christy. La mia ex moglie, Christine.

Osservai brevemente i cristalli led del telefono, insicuro sul da farsi, poi strisciai il dito per accettare la chiamata.

«Pronto?» per un momento nessuno rispose.

Si sentivano in sottofondo rumori di stoviglie e una voce proveniente da un televisore.

«Pronto?»

«Non ti sarai dimenticato di nuovo, Richard?» il tono era decisamente sarcastico.

«Buongiorno anche a te, Chris!» risposi cercando di mettere nel tono altrettanta ironia.

Lei continuò come se non mi avesse nemmeno udito.

«Se ti sei dimenticato di nuovo di Annabelle, questa volta non te la perdonerà! Stanne certo».

«Chris…» cercai di mantenere la calma, e proseguii. «Non mi sono MAI dimenticato di Anny, quando ho dovuto saltare un appuntamento, è sempre stato solo per il lavoro!»

Non mi diede il tempo di finire la frase.

«Sì, sì, sempre il solito cazzo di discorso! Dovresti avere per una volta il coraggio delle tue azioni e per…»

«Passo alle 12, ciao!» stavolta fu il mio turno di interrompere il discorso. Agganciai la chiamata senza aggiungere altro, mentre Christine stava ancora farfugliando qualcosa nel ricevitore.

Il mio matrimonio con lei aveva visto molti momenti di felicità, ma altrettanti attimi di discussioni, disagi e conflitti. Non sopportava il mio lavoro, i miei silenzi su quello che facevo durante la giornata, le notti passate fuori casa.

Non gliene facevo una colpa, ma del resto non me la sentivo di tornare a casa e raccontarle di come un tossico avesse fatto a pezzi una bambina di due anni perché il suo pianto disturbava la partita dei Lakers. Non me la sentivo di condividere tutte le follie alle quali mi toccava assistere giorno dopo giorno.

Una sera, qualche anno fa, uscii per un pedinamento ma dopo pochi chilometri, mi accorsi di aver dimenticato a casa l’arma di riserva. Quando tornai indietro, trovai mia moglie a letto con un tizio.

L’ironia fu che quando li trovai, il primo pensiero che mi attraversò la mente fu: cazzo, non avete perso tempo. Questa cosa mi fa sorridere ancora oggi.

Il cervello umano è un vero mistero.

Non nascondo che mi incazzai in modo feroce, tanto che fui sull’orlo di commettere una sciocchezza davanti alla scena che mi apparì in tutta la sua crudele evidenza, ma non feci nulla. Per quanto mi suonasse assurdo, la capivo.

L’avevo abbandonata senza averla abbandonata.

Mi alzai dalla logora scrivania del mio ufficio, presi la giacca blu dall’attaccapanni e mi avviai verso la porta dal vetro smerigliato. L’aprii e mi fermai a osservare la scritta in caratteri neri: Tenente – Richard Bailey.

Ancora per poco. Mi ritrovai a materializzare quel pensiero senza troppa convinzione.

Richiusi la porta e mi avviai tra i cubicoli dove diversi colleghi erano impegnati al telefono o a digitare qualcosa sui vari computer, salutai con brevi cenni della mano destra e quando passai davanti alla porta del capitano Lory, questo mi fece un cenno di richiamo, invitandomi a entrare nel suo ufficio. Con il dito indice della mano destra mi fece un cenno come a voler dire: ti rubo solo un minuto.

Proseguii velocemente.

«Capitano, mi scusi ora vado davvero di fretta» continuai la frase camminando senza fermarmi fino alla porta in vetro che conduceva alle scale. «Oggi nel pomeriggio sarò tutto suo!» finii la frase mentre ero già sulle scale.

Il capitano rimase in silenzio sulla porta dell’ufficio.

Uscii nel parcheggio esterno, posto al primo piano, salii sulla Ford nera di servizio e in breve tempo mi ritrovai immerso nel traffico della East Sixth Street.

La giornata, malgrado il giugno inoltrato, era abbastanza fresca. Ero in anticipo per cui mi fermai a comperare le sigarette lungo il tragitto verso la casa di Christy.

Christine e Annabelle vivevano in una piccola abitazione nel quartiere di San Pedro, casa della quale pagavo io il mutuo. Dopo la disavventura di quella sera, decisi di andarmene di casa, ma continuo tutt’ora a mantenere nel miglior modo possibile le uniche donne che hanno significato qualcosa nella mia vita.

Alle 12.00, puntuale, ero al 325 della sesta strada, quartiere San Pedro.

Rimasi un momento in macchina a osservare il piccolo, curato giardino di fronte all’ingresso. Il piccolo recinto in legno bianco aveva bisogno di una riverniciata.

Uscii dalla macchina accendendomi una sigaretta e mi diressi lungo in vialetto, a quel punto la porta d’ingresso si aprì. Ne uscì un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, alto circa un metro e ottanta. Indossava una tuta da jogging.

Mi fermai a metà strada tra la mia auto e l’ingresso.

L’uomo mi lanciò una breve occhiata poi tornò in casa. Dopo un attimo emerse Annabelle. Si fermò sulla soglia, dicendo qualcosa ad alta voce in direzione dell’interno della casa, poi si diresse verso di me.

Aveva quindici anni ma ne dimostrava molti di più. Indossava degli short neri, maglietta bianca della Nike e scarpe da ginnastica bianche. Aveva i capelli biondi raccolti in una coda.

«Ciao papy!» mi abbracciò stringendomi forte.

«Ciao bellissima! Ma quanto stai crescendo?» le chiesi a bassa voce.

Lei mi guardò, sorridendo brevemente.

«Ti sto raggiungendo» pronunciò quelle parole mettendosi in punta di piedi come per pareggiare il breve divario d’altezza che ci distingueva. «Dove andiamo di bello?» chiese.

Ci pensai un attimo poi dissi: «Andiamo da Gino’s» feci una pausa, poi aggiunsi: «Cosa ne dici?»

Gino’s era un locale gestito da Gino, un signore sulla sessantina di chiare origini italiane. Si trovava vicino al molo di Santa Monica ed era famoso per le enormi bistecche che serviva immerse tra svariate verdure.

Era un posto oramai famigliare. Io e diversi colleghi del distretto Central, lo frequentavamo con assiduità.

«Non avevo dubbi» scherzò Anny con un sorriso.

«Se preferisci altro…» mi interruppe.

«No, no tranquillo, Gino’s va benissimo» disse lei e mi abbracciò nuovamente.

Nel frattempo la porta d’ingresso si era richiusa.

Nemmeno un saluto. Pensai.

«Ti sei preso la macchina nuova?» chiese Anny e continuò: «Hai rottamato quello scassone?» si riferiva al mio vecchio Chevrolet blazer.

«Mai!» dissi con solennità alzando le mani. Lei rise.

«È la macchina del dipartimento. Stranamente sono arrivati fondi e me ne hanno assegnata una nuova» le dissi.

«Ford Mondeo» chiosò, leggendo la targhetta sul lato posteriore dell’auto. «Bella!» finì.

Salimmo in macchina e ci dirigemmo verso Santa Monica. Durante il breve viaggio parlammo della scuola che era conclusa per le vacanze. Era una brava studentessa e naturalmente aveva raggiunto la promozione. Mentre discutevamo del più e del meno, il mio pensiero si abbandonò all’amore che provavo per quella figlia. Più di quanto ne provassi per la mia stessa vita.

Lei si accorse della mia improvvisa assenza mentale: «Tutto bene papy?» nel tono una punta di preoccupazione.

Mi girai verso di lei sorridendo brevemente.

«Tutto a posto, tranquilla» sorrisi di nuovo.

Un ingorgo sulla statale ci rallentò fino a fermarci del tutto.

«Chi era quell’uomo?» chiesi in tono basso.

Anny non sembrò per nulla stupita. Attendeva quella domanda.

«Un amico della mamma» rispose asciutta.

Una punta di astio traspariva nella sua voce. Rimanemmo in silenzio per alcuni minuti, mentre il traffico defluiva lento.

«Pensiamo a noi oggi, vuoi?» disse all’improvviso spezzando il silenzio. «La mamma mi fa incazzare, ma cerchiamo di goderci questo pranzo» finì in tono perentorio. La sua voce si era fatta rassegnata.

«Ok! Senz’altro» dissi con sincerità.

Durante gli anni passati alla “Rapine e Omicidi”, mia moglie mi aveva accusato in svariate occasioni di tradirla oltre che di non mostrarle le dovute attenzioni, ma non era mai stato vero. Non l’avevo mai tradita se non per il lavoro.

Avevo avuto una breve storia con una spogliarellista che lavorava in un locale che ogni tanto frequentavo, ma solo dopo diversi mesi dalla nostra separazione. E ciò nonostante mi ero sentito in colpa.

Raggiungemmo il parcheggio affollato sul lungomare di Santa Monica e come sempre dovetti lasciare l’auto in divieto di sosta.

«Ti faranno la multa» disse Anny lanciandomi un’occhiata divertita. Stetti al gioco.

«Lei non sa chi sono io» dissi con enfasi. Sorridemmo entrambi.

Gino’s aveva uno stupendo dehors esterno che con la frescura di quella giornata era perfetto. Il cameriere mi salutò con un cenno della mano, io ricambiai, poi ci indicò un tavolo accanto alla splendida fontana in pietra con l’effige del locale.

Ci sedemmo e ordinammo. Io presi un hamburger e mia figlia, da massima estimatrice della carne, ordinò un’enorme bistecca.

«Vedo che non sei ancora diventata vegetariana» ironizzai.

«Giammai!» disse lei sorridendo.

Il cameriere arrivò quasi subito con le bibite, una birra per me che Anny non mancò di assaggiare, e una Coca per lei.

Il panorama era veramente bello. Si vedeva il molo, con i suoi locali la ruota panoramica e i turisti che affollavano la bianca spiaggia. Pensai che fosse davvero la città delle contraddizioni. Anny interruppe il silenzio dopo aver bevuto una generosa sorsata di bibita.

«A cosa stai lavorando?» aveva sempre mostrato interesse verso il mio lavoro, anche se conosceva la mia ritrosia nel parlarne.

«Niente di bello» le dissi.

«Non puoi tenerti tutto dentro. È successo con la mamma e io ti capisco, ma ti fa male non parlarne con nessuno».

Rimasi per un attimo stupito dalla maturità di quel discorso. D’altronde con lei ci vedevamo spesso, ma non abbastanza da rendermi conto che a ogni incontro sembrava maturare in modo esponenziale.

«Lo so» pronunciai quelle parole a voce bassa, poi aggiunsi: «Non posso fare altrimenti. Ci sono cose che non mi sento di condividere, sarebbe come» feci una pausa per trovare il termine giusto. «Sarebbe come inquinare altre anime oltre alla mia».

Lei si affrettò ad aggiungere: «Papy, ormai al telegiornale si sente e si vede ogni genere di schifezza! Per cui…»

Non aggiunsi altro. La televisione è una cosa, ma vedere certe cose dal vivo… pensai.

«Come sta il tuo boyfriend?» cambiai discorso.

«Bene! Ma quand’è che lo chiamerai per nome?» sorrise.

Arrivarono le ordinazioni e non mancai di notare l’enormità della sua bistecca.

«Ma pensi di farcela?» la schermii in tono ironico, puntando una forchetta in direzione del suo piatto.

«È una sfida?» chiese lei sorridendo.

Era sempre più bella, notai.

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Alessandro Farucci
Mi chiamo Alessandro Farucci e vivo in un piccolo paese sulle colline di Biella. Sono un grande appassionato di romanzi gialli, thriller e horror oltre che apprezzare le pellicole del genere.
Amo scrivere e creare nuovi mondi nei quali potermi perdere, probabilmente perché sento il mondo reale come sempre più distante dal mio modo di essere.
La scrittura diventa così un vero e proprio rifugio.
Nel 2007 ho pubblicato un romanzo di fantascienza intitolato; “Memorie dall'infinito”, con la casa editrice “Il filo”, ora gruppo Albatros.
Scrivo poesie, aforismi oltre che racconti e canzoni. Con due brani da me composti e cantati, sono arrivato alle finali 2019 del concorso nazionale "Sanremo Rock".
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