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Le voci del frattempo

Le voci del frattempo

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2021
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Su una grande terrazza affacciata sul mare di Ponza, un tavolo con un solo coperto. Una cena a sorpresa, un pernottamento e una prima colazione offerti da una donna matura, che ha lasciato la propria città per lanciarsi in un progetto che ha il sapore di una sfida. Lavinia non chiede danaro, in cambio vuole dai suoi ospiti solo un racconto, uno spaccato di vita. E così, venti personaggi nell’arco di un’estate, approdano a Villa Criseide. Nei menù, diversi ogni sera, ritornano i profumi e i colori dell’isola, mentre il piacere di nuove e particolari conoscenze cresce nella singolare locandiera. Fino all’ultimo incontro…

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo nasce dalla voglia di narrare quelle storie che ho sempre circoscritto in spazi brevi, perché ai racconti mi sono finora affidata.Desideravo un maggiore respiro,un contesto più ampio da dare ai personaggi e alle emozioni. Emozioni che vorrei trasmettere a chi mi legge, avvicinandolo a ciò che amo: cucina, poesia, giardinaggio, insieme al piacere della convivialità.Far rivivere, poi, tratti della mia vita e aspetti del mio carattere in Lavinia, ha avuto un profondo effetto catartico.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Lavinia ama da sempre tre cose: il mare delle piccole isole, la cucina e scrivere poesie. Arrivata alla pensione a sessant’ anni, ha passato la vita a insegnare matematica in una scuola media del capoluogo emiliano. Pochissimi gli amici, un ex marito scomparso nel nulla e due genitori che riposano da un decennio nella Certosa della città che non le ha dato i natali, ma che l’ha adottata dai tempi dell’università. La scelta, quindi, di sbarcare a Ponza, con tre grandi valigie, più diversi scatoloni al seguito e la voglia di aprire un ristorante, è stata priva di rimpianti.

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Nelle sue vacanze estive, programmate e vissute quasi sempre in solitudine per evitare condivisioni faticose, le isole per lei sapevano di libertà, quella in particolare, dall’accento romano, le era rimasta nel cuore, dopo un lontano week end. Ha affittato una villa, scrostata dal sale e dal vento, appoggiata da tempo su una corta insenatura e con la liquidazione l’ha ristrutturata, acquistarla le sarebbe stato impossibile. Però è stata premiata nella sua lunga ricerca, viste le dimensioni della casa. I fondamentali per avviare il suo progetto di fatto erano solo un tavolo su una grande terrazza, due camere, una per l’ospite, una per lei e una cucina attrezzata.

Sì, perché la sua particolare locanda propone una cena e una prima colazione solo per una persona. Due avrebbero fatto coppia, sarebbero bastati l’uno all’altro, di più avrebbero generato scompiglio. Invece Lavinia vuole dare e ricevere attenzione, due occhi e una voce sono ciò che cerca. Ha trascorso un anno di fughe in treno armata di schizzi, mappe e planimetrie, ogni volta più contenta di scorgere il profilo del piccolo porto dalla parte alta del traghetto, sempre all’aperto, stretta in un piumino o a braccia nude, per godere del vento salato.

Non si aspetta guadagni, la quota richiesta è simbolica, le basta pareggiare le spese principali della casa. Il suo obiettivo è poter regalare al cliente un brevissimo soggiorno, alla ricerca di un allenamento di quei sensi dimenticati nella frenesia della vita quotidiana. Un’ esperienza limitata nel tempo, ma profonda, tale da desiderarne la replica. Alzarsi da tavola con un po’ d’appetito, se il cibo è buono, esalta il piacere di quanto appena assaporato e aumenta la voglia di sedersi lì di nuovo. La cornice in cui è inserita la sua attuale dimora è un vero paradiso. Chi la visiterà potrà farsi pizzicare il naso dal profumo del pitosforo, affondare le mani nella sabbia fresca della notte e gustare il sapore di piatti cucinati con passione. Cosa vuole in cambio? Storie, spaccati di vita. Fino ad ora Lavinia non ha stretto particolari relazioni, non ne è mai stata capace. I numeri sono stati l’unico veicolo di contatto con i ragazzi, degli adulti non le è mai importato granché. Angosciata fin da piccola dalla ruota del tempo che gira sempre più veloce, vuole spendere i giorni che verranno conoscendo persone attraverso i loro racconti.

Dotata di una buona memoria, si immagina di raccontare, attorno al fuoco dell’aldilà, quanto ascoltato, un po’ come facevano i nostri antenati, quando gli avvenimenti non si fermavano sulle pagine.
Portata per le nuove tecnologie, ha costruito un sito, in cui descrive il ristorante e nel quale avanza le sue personali richieste.
“Una terrazza a Ponza, una cena a sorpresa, un solo ospite, un sonno ristoratore e un risveglio tra croissant e cicale. Una proposta originale per persone speciali. Il costo del pacchetto è convertito in parole. Lavinia accetterà ciò che vorrete offrirle di voi, attraverso una narrazione spontanea, ma personale. Di seguito tutte le informazioni necessarie. E’ richiesto anche un piccolissimo contributo in denaro. Le foto sono solo un assaggio per farvi entrare nell’atmosfera…”

Lavinia non vuole scrittori o attori professionisti, solo gente in grado di regalarle emozioni.
Villa Criseide, questo il nome dipinto sul portone d’ingresso.

Sono le diciannove del sette luglio e Lavinia attende con ansia il suo primo cliente.

……

La sconosciuta

Lavinia ha fatto qualche giorno di sosta dopo l’incontro con Nick. Rivederlo al mattino davanti a un caffè e a una crostata di mirtilli e sentire lo stomaco aggrovigliarsi al momento di salutarlo è stata una cosa sola, un piccolo dolore. Hanno parlato a lungo della scrittura, ma Lavinia lo ha fatto riflettere di nuovo sulla possibilità di avvicinarsi al teatro, ci sono laboratori ovunque, perché non provare. Lo ha seguito mentre saliva in sella alla sua Yamaha, finché sulla strada non è rimasto altro che il fumo della marmitta. Dovrebbe appuntarsi da qualche parte il ricordo di questa esperienza, che si fa ogni giorno più interessante. Potrebbe costruire una tabella con nomi, date, qualche frase, giusto per aiutare la memoria, se e quando ne avrà bisogno. E’ un po’ sterile racchiudere dentro delle caselle le emozioni, ma le si addice.

Tornando in casa, ha respirato forte col naso, le sembrava di sentire l’odore dell’olio di ricino che i ragazzi mettevano nel serbatoio dei loro “motori”, perché così si chiamano le moto in Romagna.

Lavinia ci è nata in mezzo a quelle due ruote, quando il casco non era obbligatorio e il circuito di Imola si poteva ancora percorrere coi propri mezzi. Sapeva riconoscere la cilindrata solo dal rombo e avrebbe fatto carte false per salire sopra uno di quei bolidi. E un giorno era successo. Stretta al fratello di un’amica parecchio più grande di lei, su una kavasaki 900 aveva toccato i 160 chilometri orari, con le lacrime agli occhi, le guance che vibravano e i capelli sparati in alto riflessi sull’asfalto. Era poi scesa felice per inforcare, con le gambe ancora tremanti, il suo mitico Ciao blu. Ma la cosa più bella era il motomondiale a cilindrate, che vedeva avvicendarsi sulla pista bolidi dal rumore e dalle dimensioni crescenti all’aumentare dei cavalli. Erano i tempi di Giacomo Agostini e della sua MW Agusta, Ago, vincitore di 15 mondiali, coi suoi capelli neri e il sorriso tranquillo. Il momento più entusiasmante della gara era la partenza, che Lavinia si gustava dalla tribuna, i biglietti gratis le venivano forniti da uno zio che conosceva persone importanti. Un appuntamento imperdibile, era godersi la città invasa da centinaia di centauri con la tuta di pelle nera imbottita sulle ginocchia e sul sedere, alcuni dei quali, il più delle volte stranieri, si ubriacavano di birra la sera, motivo per cui a Lavinia era proibito uscire dopo una certa ora.

Di nuovo respira, ma ora le solletica le narici solo l’odore della cipolla che sfrigola sul fuoco, meglio correre prima che si bruci. La vecchia radio, appoggiata su una mensola, gracchia qualche notizia dal continente e Lavinia prima si rende conto di non sfogliare un quotidiano da un bel po’, poi realizza che non le importa proprio nulla. Questa forma di eremitaggio con brevi e discrete incursioni nel mondo degli altri sembra soddisfarla pienamente. Verso le tredici tampona la fame
con qualche avanzo della sera prima, poi una leggera nausea la convince a buttarsi sul letto. L’idea è buona, infatti dopo qualche ora il malessere scompare.

È un pomeriggio buio pieno di nuvole e di fresco, stasera la cena sarà più corposa, per un appetito che aumenta al diminuire della temperatura.

Verso le diciannove fa il suo ingresso nel ristorante una donna pallida e magra, ma muscolosa, col viso segnato da rughe profonde.
A Lavinia si spegne il sorriso mentre si presenta, stringendosi nella felpina appena indossata.
Poche le parole che riesce a dire, solo qualche informazione sulla camera e l’orario della cena.
«Porzioni poco abbondanti, grazie.» è l’unica frase che pronuncia l’ospite prima di chiudersi la porta alle spalle.
Alle otto in punto la signora è seduta e Lavinia, in una sequenza silenziosa, porto al suo tavolo un risotto allo champagne, sogliole con purea di ceci e panna cotta. Come da sua richiesta, i piatti contengono una piccola quantità di cibo e lei si accorge che sono privi dei colori dell’estate.

Dopo aver bevuto l’ultimo goccio di vino della bottiglia, la donna le chiede di poter passare al suo racconto, come se si dovesse togliere il pensiero al più presto.
Fissa il tovagliolo che stringe con le mani, come a cercare una faticosa concentrazione, uno sforzo per ritornare indietro al tempo della narrazione, poi ad occhi chiusi comincia.

La porta si era chiusa con un colpo secco e le statuette orientali sulla mensola del corridoio avevano dondolato un po’. L’avevo accompagnata col piede sinistro, perché le mie mani erano impegnate con le borse della spesa, che erano finite a terra, mentre un’arancia rotolava vicino al frigorifero. Avevo preso poi una sigaretta e mi ero versata un bicchiere gelato di prosecco. Ci volevano, dopo una fila interminabile alla cassa del supermarket. Sentivo il vino che scendeva a liberarmi dall’ansia, mentre il fumo mi avvolgeva i capelli, bianchi.

Lavinia ha ascoltato le prime parole appoggiata alla colonna con le braccia conserte. Mentre la signora sembra prendere un lungo respiro per continuare la narrazione, lei in fretta raggiunge il tavolo e si siede.

Il caldo di aprile, quando arriva troppo presto e all’improvviso, non permette alla gente di scegliere indumenti adatti, così i miei collant risultavano una prigione fastidiosa, una seconda pelle che mi sarei strappata volentieri. Spostai dal divano i cataloghi presi il giorno prima in agenzia, e mi ci sdraiai completamente. La mia schiena ringraziava. Avevo esagerato col footing in settimana e alla mia età non si scherza. Erano quasi sessanta, oggi qualcuno di più, uno strazio per me che non ho digerito ancora quel cinque davanti agli anni. Diedi una scorsa veloce alla posta, la cicca ormai era nel posacenere e tra le solite pubblicità vidi spuntare una busta grande, traslucida, sospetta. La annusai, cercando di immaginare chi l’aveva chiusa togliendo la striscia che nasconde l’adesivo. Non come noi che ne leccavamo i bordi, sentendo l’amaro della colla, rischiando di tagliarci le labbra.

Un pugno mi arrivò alla bocca dello stomaco, mentre spalancavo gli occhi per leggere meglio.
“Annalisa e Gerardo annunciano il loro matrimonio…..” c’era scritto. Ma che nome è Gerardo! Noi per scegliere quello di nostra figlia avevamo impiegato mesi per poi appiccicare quelli delle nostre nonne.

Rigirai tra le mani il cartoncino di pessimo gusto dalle sfumature iridescenti. Non vedevo e non sentivo Annalisa da un tempo infinito. Mi chiedevo il perché di questa partecipazione. Guardai meglio nella busta e trovai il bigliettino con l’invito. Quindi voleva vedermi.
Accesi un’altra sigaretta. Mi rodeva di più la sua ricomparsa, dover decidere se rispondere e partecipare all’evento o piuttosto il fatto che non me ne importava niente di lei? Ero ancora una madre? in quanto donna che ha procreato certamente, ma finiva lì.
Nel tempo ho cercato di risalire alle cause di questa mio anomalo senso di maternità, anche con l’aiuto di persone adatte. Poi, vicina a risposte dolorose, ho smesso di farmi domande. Mi sentivo come un pescatore che slama un grosso pesce, dopo una lunga lotta per portarlo fuori dall’acqua.

Mi ricordo quando da piccola facevo finta di cullare un bimbo tra le braccia, stringendo un sacco di riso. Ho urlato e puntato i piedi per poter spingere una carrozzina con dentro una bambola, che i mie genitori ritenevano non necessaria e pianto di gioia quel giorno vedendo le due barrette sul test.

Con Paolo non si era mai parlato di figli in maniera specifica. Era normale averne, quindi poco dopo esserci sposati avevamo iniziato a far l’amore senza precauzioni e dopo sei mesi ero incinta. La mia gravidanza non fu facile. Avevo nausee continue, le mie analisi erano sballate per cui avevo dovuto seguire una dieta rigida, che mi toglieva quei piaceri che a una donna incinta non si negano mai. Ebbi anche una minaccia d’aborto. Sembrava che Annalisa cercasse di avvisarmi delle fatiche alle quali sarei andata incontro, che mi mettesse alla prova o addirittura, cosa che aveva del soprannaturale, che non volesse nascere.

Quante sono le donne che portano avanti con fatica il loro pancione?
La signora fissa Lavinia quasi a cercare una risposta. Ma Lavinia non può e non sa replicare.

Io ero semplicemente una delle tante, ma mi sembrava che tutto pesasse in maniera assurda. Non sopportavo il mal di schiena, il mio viso che si gonfiava ogni giorno di più, quella vertigine da onda lunga, l’impossibilità di indossare un abito senza sembrare un palombaro, l’incapacità di dormire prona.

Il corso pre-parto, al quale non avevo voluto partecipasse mio marito, era stata un’esperienza disastrosa. Ne uscivo di corsa cercando l’aria aperta come un subacqueo che ha finito le bombole. Non sopportavo i discorsi sulle tutine, le culle, persino sulla troppo prematura organizzazione del battesimo.

Le notti insonni di Annalisa, poi, dopo la sua nascita, avevano ribaltato i miei ritmi. Mi addormentavo ovunque, le occhiaie bluastre erano diventate il mio trucco quotidiano, il mio pensiero ossessivo era -riposarmi-. Mi confidai con un’amica, dopo aver pensato in lacrime di sbattere a terra la piccola per far smettere le sue urla disperate. Disse che soffrivo di depressione post partum e questo mi era bastato. La mia sensazione di inadeguatezza cresceva insieme al mio peso sulla bilancia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Letto e apprezzato. Tecnicamente non lo definirei un romanzo, ma una raccolta di racconti in una cornice che li unifica. L’idea del bed and breakfast per un ospite alla volta è bella, lo stile è molto curato e i racconti prendono. Una piacevole lettura che consiglio a tutti

  2. (proprietario verificato)

    Ho letto il romanzo tutto d’un fiato! Il libro appassiona, è intenso e molto femminile. Lo consiglio.

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Maria Elisabetta Mancini
Imolese,trasferita a Bologna per studio e lì rimasta, geologa per sbaglio,insegnante di matematica per fortuna e per passione,a breve andrò in pensione,potendomi così dedicare alla scrittura,alla cucina(vorrei creare un home-restaurant),al lindy-hop e al giardinaggio.Dopo la stesura di un diario di viaggio,ho capito che scrivere mi dava gioia,ho frequentato così corsi di scrittura creativa e iniziato a inviare i miei racconti a concorsi(ultimi successi Ulcigrai 2016-2020).Sposata da 30 anni, ho due meravigliose figlie di 25 e 28 anni e due siamesi a pelo lungo.Sono solare,ottimista,creativa ma impegnativa.Tra le cose più belle fatte negli ultimi tempi,mi piace ricordare i reading teatrali,con Sintesi Azzurra e la partecipazione al Cantiere 2 agosto con la drammatizzazione di un mio racconto su una delle 85 vittime della strage,fatta 12 volte dalle 10 alle 22 per strada,nella mia Bologna.
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