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L'elefante alla porta

Scelto da Susanna Rizzi
100%
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Consegna prevista Aprile 2020

Un maglione arancione, un cane gigante, un cappio, una donna con occhi così belli da far invidia a un Dio, un incidente… che cos’hanno in comune tutti questi ricordi? Perché si tratta di ricordi, giusto? Eppure la mente può trarre in inganno e le conseguenze non sono da sottovalutare…

È quanto scoprirà il protagonista di questo romanzo man mano che proverà a mettere insieme i suoi ricordi più recenti, come pezzi di un puzzle senza scatola. Ignaro di quanti frammenti occorreranno per ricomporre un’immagine che non ha mai visto.

L’elefante alla porta è una raccolta di storie caotiche e minuziose, vissute da personaggi raffazzonati. È un romanzo che accompagna il lettore attraverso un percorso apparentemente familiare, con vicoli privi di senso e strade immaginarie. È un tuffo nella volubilità della volontà umana e nel potere dell’auto-persuasione.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché avevo una storia da raccontare e perché riuscivo a de-scrivere, con estremo piacere, le immagini che avevo in testa. Sogni e visioni perlopiù. Nel sonno scoprivo luoghi e personaggi, mentre da sveglio interpretavo situazioni e personalità, registrando inconsciamente solo gli eventi insoliti. Uno di questi sogni ha rappresentato il cuore pulsante che ha permesso al libro di nascere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Giovedì

Quando ha smesso di abbaiare?

Stavamo guardando la TV in cucina. Io imboccavo la quarta forchettata di spaghetti quando Olkar, come al solito, aveva già finito di mangiare la sua pentola (diametro 28 cm) di pasta e fagioli e, puntualissimo, appoggiava il suo enorme muso sulla mia coscia reclamando cibo, con negli occhi il dolore di chi soffre la fame. In risposta alla mia sostenuta indifferenza, a intervalli di dieci secondi, due passi indietro, scodinzolata nervosa e abbaio esasperato.

Benché io sappia dell’abbaio, riesce sempre a farmi sobbalzare. Filo di pasta e si riparte con la commedia. Olkar è un Alano di 45 chili, se pesato al mattino.

All’apparenza è un normalissimo cane gigante. Ma ha una particolarità. Olkar è un uomo.

Fin da cucciolo è sempre stato un cane speciale. Ma, si sa, tutte le persone che vivono con un animale, che sia esso un cane, un gatto, un criceto, un’iguana, credono che il loro “amico” abbia qualcosa di speciale. Quindi, consapevole del fatto che la mia affezione potesse rendermi di parte, sottovalutai alcuni suoi atteggiamenti. E poi, tra cuccioli umani e animali le differenze nel comportamento non sono così evidenti, entrambi hanno bisogno di cure e attenzioni particolari e, soprattutto, entrambi vogliono giocare. Sempre.

Continua a leggere

Continua a leggere

  Ci fu un episodio, quando aveva poco più di un anno. Tra la sua carica e la mia insonnia, quasi tutte le sere avevamo preso la buona abitudine di sdraiarci sul letto a leggere un libro che ci aiutasse a dormire. I criteri per selezionare la lettura notturna erano alquanto insoliti. Dato lo scopo, era da preferirsi una lettura noiosa a un intrigante giallo, un saggio a un romanzo, e così via. Una sera abbiamo scelto di leggere Kerouac, nello specifico Sulla Strada. Al padre della beat generation va tutta la mia stima, sia come scrittore sia per quella storia della bella bionda, vabbè… ma non lo ringrazierò mai abbastanza per le splendide dormite conciliate da quel libro, sonni pieni di sogni.

Ad ogni modo, un sabato pomeriggio siamo usciti per incontrare alcuni amici. Passeggiando incrociammo un negozio di libri usati, molto popolare da queste parti. Decisi che saremmo entrati per qualche acquisto. Non era semplice trovare persone disposte ad accettare Olkar nel proprio negozio, in effetti è plausibile, nessuno si sognerebbe di portare un pony a fare shopping, tantomeno libero da briglie. Fortunatamente i librai appartengono a una categoria di persone dall’animo più sensibile e spesso le convenzioni in cui vive la maggior parte della gente, loro, le ripudiano. Con naturalezza e indifferenza, fece finta di non notare Olkar, come fosse un normalissimo cliente.

Nel tempo che trascorsi lì dentro, a conferma del loro bizzarro carattere, notai che il libraio aveva cacciato diversi ragazzi e un motociclista che si rifiutava di lasciare il casco fuori dal negozio.

Restava circa mezz’ora prima dell’appuntamento, per cui, con immensa calma, mi dedicai alla ricerca dei testi che più si adattassero al mio appetito. Olkar mi avrà letto nel pensiero, interpretandolo a modo suo, fatto sta che a un certo punto spuntò con un libro in bocca. Per buona sorte nessuno si era accorto di nulla, ma dati la bava e il segno di qualche dente fui costretto ad acquistarlo. In effetti glielo dovevo, tra tutte le volte che mi aveva accompagnato a fare acquisti quella era la prima che chiedeva qualcosa. E devo ammettere che aveva avuto buon gusto. Il libro scelto era Baudolino, adatto a soddisfare la mia curiosità su Eco, mai alimentata prima di allora.

Inoltre il libro aveva un forte potenziale anche in materia di sogni, non so se ho reso l’idea.

Dopo un lungo pomeriggio e una cena davvero eccezionale in una locanda toscana, ci incamminammo verso casa nella speranza di smaltire cibo e vino prima di raggiungere la meta. Quella sera non ci fu bisogno di leggere.

La sera dopo, pensando che ventiquattr’ore di attesa sono troppe per un signore come Eco e bramoso di giudicare i gusti letterari del mio cane, anche se detto così suona alquanto diffamante, decisi che era giunto il momento di Baudolino.

Devo ammettere che la mole del libro e i riferimenti storico-letterari mi hanno in un primo momento scoraggiato. Non è il tipo di lettura che preferisco, troppo complessa per il mio bagaglio culturale e impossibile da decifrare senza l’ausilio di un’enciclopedia. Ma allo stesso tempo trovai avvincente la scelta di mischiare fantasia e menzogna. Scelta attuata con tale maestria e in quantità tale da restituire un racconto che, sconfessando la realtà, disdegnava la monotonia.

Un po’ perché iniziammo presto la nostra serata intellettuale, un po’ per la capziosità degli argomenti che istigavano il mio orgoglioso intelletto a reagire, diverse ore dopo ci scoprimmo assorti e assolutamente privi di sopore. Olkar sembrava particolarmente annoiato, nonostante il suo sguardo lasciasse trasparire impazienza.

Durante la lettura, dalle parti del Prete Gianni, Olkar udì qualcosa che lo fece sobbalzare come dopo una puntura di adrenalina dritta al cuore. In piedi sul letto, cominciò ad abbaiare furiosamente, indicando con muso, corpo e, avrei giurato, anche anima, il punto da cui proveniva ciò che tanto lo agitava. Indicava il libro. C’era stato qualcosa, una frase, una parola, un rumore alle mie spalle o forse qualcosa nel tono della mia voce, nella pronuncia di qualche nome. Non riuscivo a capire. Cercai di calmarlo, ma lui continuava a insistere, e più non capivo più si innervosiva. Era come se il libro custodisse qualcosa di cui voleva mettermi a conoscenza. Gli spiegai che, se si fosse calmato, avrei riletto il paragrafo appena concluso, cercando di capire se vi fosse contenuta una qualsiasi risposta a ciò che stava accadendo. Immediatamente si calmò e si mise a sedere. Questa fu la conferma che avevo trovato la chiave. Ripresi a leggere l’ultimo paragrafo facendo attenzione a ripetere ogni errore o pausa e, al pronunciare la parola “cinocefalo”, Olkar mi fece capire, questa volta con calma e fermezza, che c’ero arrivato. Cinocefalo era la risposta… o la domanda? Oltre alla breve descrizione che se ne faceva nel libro, volli approfondire con una ricerca su Internet. Scoprii così che il cinocefalo era un personaggio leggendario rappresentato da un uomo dalla testa di canide. Già citato in altri scritti, pare annoverasse anche un santo.

Cercai di interpretare quanto appena successo. Mi vennero in mente tante ipotesi strampalate, tra cui la reincarnazione. Ero convinto che ciò che Olkar volesse dirmi era proprio che lui era un uomo-cane o qualcosa di simile. Insomma, l’idea più verosimile a questo punto è che lui fosse stato un uomo in un’altra vita e che, alla sua morte, il suo spirito si fosse reincarnato nel corpo di un cane. Nel mio cane. “Se fossi pazzo direi che questa ipotesi fornisce risposte a questo e ad altri fatti ambigui accaduti nella vita di Olkar”, commentai tra me e me.

Inoltre aveva scelto lui il libro quel giorno, magari lo aveva letto quando era un uomo e ricordava l’accenno al cinocefalo: da lì la sensazione di attesa che trasmetteva mentre leggevo. Più mi immergevo in congetture assurde più la cosa assumeva un senso. “Finirò al manicomio”, pensai.

Decisi di uscire a bere qualcosa di forte, da solo. Lasciai Olkar in casa e mi recai al pub che si trovava a un paio di isolati. Quella notte tornai a casa ubriaco ed ebbi la sensazione che Olkar mi rimboccasse le coperte.

Lo scorso sabato siamo andati al parco.

Olkar è un cane dolcissimo, tanto dolce da compensare il timore che può incutere la sua stazza. Inoltre è un cane intelligente, di cui ti puoi fidare. Per questo motivo, ormai da qualche anno, avevo smesso di portarlo al guinzaglio. Sia in strada sia al parco lui era lì, a qualche metro da me, mi aspettava quando c’era da attraversare la strada o quando, con le sue lunghe leve, mi staccava di qualche passo. E al parco succedeva lo stesso, non mi perdeva mai di vista e restava sempre nel mio campo visivo, in modo che io non dovessi preoccuparmi per lui.

Come dicevo, eravamo al parco. Stavo leggendo un libro, Cecità di Saramago (riposi in pace). Con la mente sgombra da qualsiasi pensiero e resa fertile a concepire ciò che il libro aveva in serbo per me, lasciai che il racconto ghermisse tutta la mia attenzione e mi immersi per più di mezz’ora nella lettura di un capitolo, senza mai distogliere lo sguardo dalle pagine che via via mi colmavano. Lungi da me l’idea di denigrare chi non ha un cane, ma credo che chi ne possiede uno sia in grado di dare il giusto peso a quella mezz’ora.

Giunto a fine capitolo alzai lo sguardo per risvegliarmi in un altro mondo, meno cruento, fortunatamente, e colorato, ma non per questo più reale. Mi ricordai che ero con Olkar e volsi lo sguardo nello spiazzale verde di fronte a me per cercarlo. Non vedendolo, senza ansia diressi lo sguardo intorno e lo vidi. Era seduto sul bordo del laghetto artificiale, a una decina di metri da me. Era immobile, con lo sguardo rivolto verso l’acqua. Avrà puntato i pesciolini rossi, pensai. Continuai a osservarlo per qualche minuto e notai che in tutto quel tempo non aveva mosso un solo muscolo, nulla, nessun movimento, e questo mi sembrò  parecchio strano. Decisi di avvicinarmi per capire cosa lo avesse ipnotizzato. Nell’udire i miei passi si voltò per un istante a guardarmi. Non so come esprimere la sensazione che ho provato, descriverla non renderà l’idea. Olkar mi fissò dritto negli occhi mentre le lacrime sgorgavano vive dai suoi occhi. Non ho mai visto un cane piangere così. Non un lamento, nulla, solo lacrime e un dolore negli occhi così evidente da trafiggere chiunque lo incrociasse. Trafisse me. Da quel giorno smise di abbaiare. In realtà, smise di vivere.

Erano passati circa due anni da allora e Olkar stava morendo. Ancora oggi non riesco a immaginare qualcosa di sensato che possa aver causato quella reazione. Cos’era successo in quella mezz’ora, da portare il mio amico a dire addio per sempre a ciò che un tempo era stato il suo cuore?

Ho cercato di comunicare con lui. Non sarebbe stata la prima volta, intendo parlare come fanno due che si conoscono. Lo abbiamo sempre fatto da quando ci conosciamo, con un botta e risposta che va oltre le parole. Questa volta però era diverso. Fino ad allora non gli avevo mai chiesto cosa fosse successo quel giorno, ma solo cos’avesse, cosa fosse quel male che se lo stava portando via. Ora, senza più molto tempo davanti, non avevo intenzione di aspettare ulteriormente. Così, con due anni di ritardo, gli chiesi cosa fosse successo quel giorno al parco.

Il gigante di un tempo sembrava svuotato e, per quanto fosse grande, l’assenza dell’anima lo rendeva leggero come un cucciolo. Mi chiese di prenderlo in braccio e di portarlo fuori. Giunti sull’uscio mi indicò le chiavi della macchina. Non sapevo cosa avesse in mente, ma ero solo per lui, ed entrambi sapevamo che da quel momento ci saremmo fermati solo per dirci addio.

In un modo o nell’altro mi guidò per una trentina di chilometri fino a raggiungere una zona residenziale, a pochi passi dal parco in cui aveva smarrito la sua anima. Scesi dalla macchina e gli aprii lo sportello, con passo sofferente ma deciso mi invitò a seguirlo.

Restammo seduti su una panchina per circa tre ore. Proprio di fronte alla nostra panchina un portiere spazzava sulla soglia d’ingresso di un palazzo condominiale.

Alla sinistra di quel palazzo, un altro edificio poco più fatiscente, probabilmente un altro condominio. Lì c’era un piccolo negozio di frutta e verdura in uno spazio che forse un tempo era riservato al servizio di guardia. Nonostante fossi alla ricerca del benché minimo indizio, di un qualsiasi segnale, non arrivò nulla, né da Olkar né da ciò che ci circondava.

C’era un certo passeggio in quella zona, non era affollatissima ma c’era sempre qualcuno in movimento. Una famiglia con bambini, una giovane coppia, qualche ragazzo, coppie di anziani signori. Tra l’altro, arrivando lì credo di aver visto di sfuggita un edificio il cui profilo ricordava quello di una scuola. Insomma, un vero e proprio quartiere residenziale. Ciò nonostante, fino a quel momento nessun veicolo né alcun essere umano, per quanto vicini ci fossero passati, erano riusciti a catturare anche solo per un istante l’attenzione di Olkar.

Era rimasto lì, immobile, fino a quando non ci passò davanti una coppia di amanti. Da sdraiato, Olkar si mise a sedere irrigidendo il corpo nella posizione tipica dei cani da caccia, ma senza zampa alzata, e cominciò a fissare la coppia cercando comprensione nel mio sguardo. Allora cominciai anch’io a fissare la coppia e notai che la donna aveva qualche problema di vista, poiché ogni passo era accompagnato dal movimento di un bastone e, in prossimità di ostacoli, veniva sostenuta dal compagno. Lo sguardo di Olkar si fece disperato, se avesse potuto, o forse voluto, sarebbe corso incontro a quella coppia. Ma chissà per quale ragione. Non erano di certo stati i suoi primi padroni, si può dire che siamo insieme dalla sua nascita. E allora chi erano quei due e cosa voleva da loro Olkar?

Con mia grande sorpresa, la coppia attraversò la strada per raggiungere le panchine poste dal nostro lato. L’uomo aiutò la compagna a sedersi su una di esse, due dopo la nostra, e si avviò con una certa urgenza in direzione di una ricevitoria poco oltre il negozio di frutta e verdura.

A quel punto Olkar s’incamminò in direzione della ragazza. Per la prima volta in vita mia ero preoccupato per la reazione che avrebbe potuto avere, ma prima che me ne rendessi conto si era già portato a pochi metri da lei. Schizzai in piedi e cercai di colmare la distanza che adesso non mi permetteva di intervenire. Prima che potessi raggiungerlo, quando ormai era a un metro dalla ragazza, Olkar si fermò. Rimase a fissarla per qualche istante, titubante sul da farsi. Dopo un po’ cominciò ad agitare la testa nella speranza che il poco vento soffiasse il suo odore fino alle narici di lei, come ad annunciarle la sua presenza.

Funzionò. La ragazza riconobbe immediatamente quel profumo. Due rivoli di lacrime comparvero sul suo pallido viso e giunti alla bocca le ricordarono quanto fosse dolce il gusto del suo pianto.

Tese entrambe le mani davanti a sé e pronunciò un nome: «Stefano…».

04 ottobre 2019

Evento

La corte degli artisti - Rogoredo, MI Qualche scorcio della bellissima serata di presentazione del mio romanzo... un grazie enorme alla squadra che ha reso speciale questo evento... Carlo Negri, Elisa Comotti e tutte la anime de La Corte degli Artisti, Giulia Corazza e Susanna Rizzi di bookabook, Sara Coluccia e le sue fantastiche opere... grazie di cuore, davvero. Ma tutto questo è stato reso possibile da quel desiderio che caratterizza ogni singolo artista... quella voglia matta di sorprendere... che siano pochi o molti, o anche soltanto un ragazzino in ultima fila, non importa... possiamo guardare negli occhi una persona alla volta, ed è lo stupore che vediamo in quegli occhi a renderci giganti. Dunque, GRAZIE alle persone che hanno riempito la sala ieri, che hanno dedicato a me e a questo evento un po' del loro tempo, grazie per averci reso giganti! ❤️ ... e GRAZIE a chi ha sostenuto il mio progetto, a chi lo sosterrà e a chi soltanto ne ha parlato ad un amico.
04 ottobre 2019

Evento

LA CORTE DEGLI ARTISTI - Via Monte Peralba 1, M3 Rogoredo, Milano
L’autore, Raffaele Franciò, dialoga con Carlo Negri, autore televisivo, e Giulia Corazza, editor di bookabook.
Orario inizio evento: 18,30 a seguire rinfresco.
Vi aspettiamo numerosi!

Commenti

  1. Raffaele Franciò, oltre a essere un caro amico, è un autore originale ed eclettico. Il suo genio trova modo di esprimersi nel suo romanzo d’esordio “L’elefante alla porta”. La trama, in cui nulla può considerarsi scontato, fa sorridere ma anche riflettere, affrontando, per esempio, il tema, purtroppo sempre attuale, dell’emigrazione dei giovani siciliani dalla loro amata isola. Il protagonista del romanzo ti trascina con sè in un viaggio nei labirinti della sua mente, un percorso in cui sogni, reminiscenze e falsi ricordi si intrecciano fino a fondersi e che tiene viva la curiosità del lettore fino all’ultima riga. ❤

  2. (proprietario verificato)

    Credo che in questo libro, mio fratello abbia esternato, mettendolo per iscritto, qualcosa che difficilmente dimenticheremo!!

  3. (proprietario verificato)

    Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo libro, ma da alcuni stralci, si intuiva già una scrittura evocativa ricca di immagini, mi è sembrato di vedere un film. Traspare tutto l’amore per la donna, per gli esseri umani e la curiosità della vita nella sua imprevedibilità. Franciò entra nei meandri della mente e dell’anima, e questo libro è risultato delle sue introspezioni, veicolate in maniera creativa con la scrittura. E’ certamente un uomo profondamente introspettivo. Un libro avvincente in cui si è condotti progressivamente verso una tensione che poi si dissolve con eventi inaspettati, dei colpi di scena in cui i personaggi si rivelano solo alla fine. Bellissimo libro di esordio, non vedo l’ora di leggere il prossimo.

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Raffaele Franciò
Sono nato in Sicilia (Messina), nell’agosto del 1981.
Secondo di quattro figli nati tra il 1977 e il 1989 dall’unione tra un primogenito del 1944 e una gemella del 1955. Da sempre anima indipendente. Ho lasciato la casa dei miei genitori quand’ero poco meno che un diciannovenne, per trasferirmi nella stanza della ragazza che sette anni dopo avrei sposato. Vivo nei pressi di Milano dal 2005 e, da qualche anno, mi occupo di People Care e Welfare aziendale. Nel 2012 è nata Alice e da allora sono il papà più innamorato del mondo. "L’elefante alla porta" è il mio romanzo d’esordio.
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