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L'equilibrio dell'amicizia

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Consegna prevista Maggio 2020

Milano. Tre amici dei tempi del liceo, Giulio, Lorenzo e Francesca, si perdono di vista e si ritrovano dopo oltre vent’anni, impegnati in un progetto epico: la costruzione della più grande azienda al mondo nel campo della ricerca medico-scientifica. Un’impresa possibile grazie alla mente geniale di Giulio e alle sue pillole miracolose in grado di curare praticamente tutte le malattie conosciute, oltre alle capacità manageriali del suo perfetto alter ego, il cinico Lorenzo. Inoltre, come accadeva già in gioventù, Francesca si rivelerà nuovamente un ottimo collante tra i due, districandosi fra i ruoli di amica, amante e ottima socia in affari. Un ruolo tuttavia non voluto questa volta, ma essenzialmente imposto dalla necessità di nascondere tutti i segreti che riguardano lei e le famiglie dei due amici, anch’esse coinvolte. Segreti di cui Giulio e Lorenzo sono all’oscuro e che una volta svelati potrebbero distruggerli. La comparsa della bella e giovane Helena, infine, darà il colpo di grazia all’amicizia tra Giulio e Lorenzo o li salverà dal baratro?

Perché ho scritto questo libro?

È cominciato per gioco ed è finito per diventare un vero e proprio secondo lavoro! Ti affezioni ai personaggi che crescono con te, giorno per giorno, pagina dopo pagina. Te ne prendi cura e speri che al termine del susseguirsi degli eventi la spuntino solo quelli a cui ti senti più vicino, talmente immerso nella creazione da scordarti che, di fatto, tutto dipende soltanto da te e dalla tua fantasia! È stato bellissimo scrivere e rileggere la propria opera una volta ultimata!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Finito l’idillio del primo giorno, nei giorni seguenti il carcere si era fatto conoscere in tutta la sua brutalità e inospitalità. I tre soci erano stati messi in piccole celle, fredde e ammuffite, con l’unico vantaggio di non doversi per forza rivolgere la parola e di non condividere la reclusione con altri detenuti.
Le accuse si erano rivelate gravissime. Una in particolare, il sequestro di persona, di 139 persone, aveva convinto il giudice per il prolungamento del fermo in carcere. Scarcerarli, infatti, sarebbe stata una mossa avventata, se non altro dal punto di vista mediatico e politico, più che ai fini del processo stesso.
Giulio aveva accolto con favore il fatto che il letto avesse un materasso, anche se piuttosto logoro, e che i pasti fossero relativamente “normali”. Sin da bambino aveva sempre creduto alla leggenda secondo cui in carcere si mangiassero solo pane e acqua, e scoprire, invece, che le razioni fossero più variegate e abbondanti l’aveva in qualche modo sollevato. Restava però il problema dell’umidità, della muffa e della mancanza di ogni cosa, persino dell’orologio alla parete che aveva reso quei primi cinque giorni eterni. Lo yoga e la meditazione si erano rivelati utili, l’assenza di stimoli iniziava a pesare in modo insostenibile.
La gravità delle accuse lo aveva enormemente spaventato e fatto chiudere in un silenzio a prova di bomba, nella speranza che qualcuno, nel frattempo, prendesse in mano la situazione e lo facesse uscire da quell’incubo.
La cella di Francesca si trovava nel ramo femminile del penitenziario e anche lei aveva potuto godere dello sterile privilegio di una singola. A differenza di Giulio, però, lei pianse tutti i giorni per la scomodità del letto, gli odori, l’umidità, il freddo, lo sporco e i pasti immangiabili. In sintesi, per il fatto di essere in carcere.
Durante l’interrogatorio di garanzia aveva implorato e ottenuto dal giudice la possibilità di fare una telefonata in cambio della disponibilità a rispondere alle domande. Non c’era nulla di più importante di quella telefonata e quando udì la voce dall’altro capo del telefono, anche lo stanzino del carcere da cui stava chiamando le sembrò per qualche istante un posto più degno. L’amore riusciva a mettere dei filtri di bellezza agli occhi e alle orecchie delle persone.
Lorenzo era stato il primo a essere interrogato e fin da subito aveva dimostrato di voler sfruttare il contatto con un apparato dello stato, in quel caso la magistratura, per arrivare al contatto con un altro apparato: il governo. Aveva pianificato la strategia durante il tragitto dalla Liguria al carcere e deciso che avrebbe salvato anche gli altri due sciagurati, ben sapendo che senza di lui si sarebbero persi in quell’inferno. La lite del primo giorno l’aveva quasi convinto a mandare Giulio a quel paese, ma in nome della vecchia amicizia e dell’utilità che l’amico avrebbe continuato ad avere nei suoi progetti futuri, alla fine aveva desistito. Aveva parlato con il giudice almeno quattro volte, praticamente una al giorno e ogni volta Giulio l’aveva visto passare per il corridoio, spiandolo dallo sportellino della porta della sua cella, scortato da un secondino e sereno come se stesse andando al bar con un amico.

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All’alba del settimo giorno, Francesca e Giulio vennero prelevati bruscamente dalle rispettive celle e portati nello stesso locale in cui erano stati ricevuti il primo giorno, quello con il divano e le poltrone. Una volta arrivati vi trovarono Lorenzo, stravaccato sul divano con una lattina di Coca Cola in una mano e un plico di fogli nell’altra
“Ragazzi venite qui, fatevi abbracciare”, esclamò sorridente appena li vide entrare.
Vedendolo così fresco e rilassato, a Giulio venne il sospetto che l’amico ne avesse combinata una delle sue.
“Avanti ragazzi, cosa sono quelle facce da funerale?”, insistette Lorenzo.
Francesca rise istintivamente e guardò Giulio, sperando, invano, che stesse ridendo anche lui.
“Sai, siamo in carcere… e non ci hanno accusato di aver rubato due galline e tre polli. Ci hanno accusato di cose gravissime, tra cui il sequestro di persona! Magari verrà fuori anche un’accusa di tentato omicidio, perché no?”, sbottò Giulio, tesissimo.
“Tranquillo, quell’accusa non ci sarà”, replicò sarcastico Lorenzo.
“Siamo entrati qui come tre delinquenti e ora mi pare che uno dei tre sia passato dall’altra parte. Cos’è, sei diventato un collaboratore di giustizia?”, domandò ironica Francesca.
Si sedettero tutti e tre attorno al tavolino di metallo. Lorenzo appoggiò la lattina di Coca Cola e il plico di fogli, prese fiato e iniziò a raccontare cosa sarebbe successo loro da quel momento in poi e di come le loro vite sarebbero cambiate nei mesi e anni a venire. La rabbia e il disprezzo mostrati verso Giulio qualche giorno prima, proprio in quell’ufficio, sembravano solo un pallido ricordo e l’uomo che si apprestava a dettagliare per filo e per segno gli accordi presi per la loro libertà stava mostrando tutta l’abilità diplomatica e l’attitudine al comando di cui fosse capace.
Giulio e Francesca rimasero impassibili, ma loro malgrado dovettero ammettere che senza Lorenzo difficilmente sarebbero usciti indenni da quella situazione.
La fitta nebbia che avvolgeva i campi coltivati a ridosso del carcere sembrava esser penetrata nelle menti di Giulio e Francesca, tanto sembravano imbambolati al suo cospetto.
“Le accuse sono state cancellate”, disse loro Lorenzo.
Non li vedeva e non ci parlava da una settimana, ma gli sembrò di aver di fronte due estranei.
“Dovremmo ringraziarti?”, rispose Giulio, acido.
Immaginava che l’amico avesse tramato per tutto il tempo della detenzione e temeva che avesse barattato i suoi studi e le sue formule con la loro libertà e qualche vantaggio a favore di Lorenzo.
Il tono dell’amico si fece subito sprezzante, nonostante i buoni propositi: “Non mi pare che da soli avreste fatto molta strada!”.
“Fino ad oggi abbiamo sempre lavorato insieme e siamo dove siamo grazie al lavoro di tutti e tre”, intervenne Francesca.
Lorenzo rise in modo sguaiato.
“Hai ragione, siamo dove siamo grazie al lavoro di tutti e tre. E sai dove siamo? In galera! Siamo in galera!”, rispose alzando la voce e dimenticandosi, di fatto, dell’amore provato per Francesca fino a quel momento.
“Saremo anche arrivati qui in tre, è vero…”, proseguì più calmo, “ma per andarcene serve la chiave giusta. E quella chiave ce l’ho io”.
“Chi hai corrotto? Stai rubando il mio lavoro? Stai rubando la mia vita e per chissà quale scopo”, lo provocò Giulio, sempre dubbioso sulle qualità morali dell’amico.
“Piantala di fare la checca isterica. Io non ho rubato un bel nulla”, si difese Lorenzo, sorprendentemente con un sorriso.
“E tu non guardarmi in cagnesco!”, intimò poi a Francesca, ancora più affabile.
Arrivati a quel punto, infatti, si convinse che cercare un approccio più amichevole potesse servire allo scopo. In fin dei conti, almeno ufficialmente, erano ancora tre soci e tre amici.
“Non posso neanche mandarti a quel paese, alzarmi e andarmene sbattendo la porta”, ribatté Giulio, alzando la voce nella speranza che qualcuno al di là del vetro scuro potesse vedere, ma soprattutto sentire.
Si alzò in piedi ed iniziò a girovagare per il locale con la faccia rivolta verso il soffitto, alla ricerca degli altoparlanti e ricettori del suono.
“È possibile avere un po’ d’acqua? È possibile avere un caffè? È possibile andare in bagno? C’è qualcuno? Cosa faccio, devo chiederlo al capo qui davanti”, gridò, isterico, indicando al contempo Lorenzo con un cenno.
Dall’altoparlante si sentì gracchiare una serie indecifrabile di rumori metallici, persino peggiori di quelli che si udivano sugli aerei tra membri dell’equipaggio.
Dopo qualche istante, il fruscìo e il trambusto sparirono: “Si sieda, non ci costringa a entrare. Lei è un detenuto, non siamo al bar che può chiedere acqua e caffè”, intimò nitidamente una voce.
Restarono tutti e tre interdetti.
“Le ho detto di sedersi, è un ordine!”, sbraitò nuovamente l’altoparlante.
Giulio si spaventò e si sedette all’istante, mentre Francesca e Lorenzo risero divertiti. Giulio li guardò in malo modo, ma non se la prese. In fondo non era mai stato un ribelle e di certo non avrebbe iniziato a farlo disobbedendo a una guardia carceraria.
Francesca lo guardò nuovamente, più dolcemente, rivolgendogli un sorriso complice.
“Allora! Ci dici o no che diavolo stai combinando? Mi stai facendo venire il latte alle ginocchia!”.
Lorenzo rise di gusto e batté col palmo della mano sul tavolo metallico.
“Ok, vengo al sodo”, rispose ai due amici. “Noi abbiamo un tesoro inestimabile, ma non abbiamo il capitale. Il giudice che mi ha interrogato ha i contatti. Insomma, ho smosso un po’ le acque non solo per farci uscire da questo cesso, ma anche per far sì che il nostro lavoro possa andare avanti”.
Fece quindi una pausa ad arte, dentro cui si infilò Giulio: “Qual è questo tesoro?”.
“Le formule Giulio! Le formule!”, precisò Lorenzo, sbuffando. “Ok… le tue formule. Le tue formule, custodite nel cloud della nostra società, ricordi? Quelle formule cambieranno la storia ragazzi. La gente vivrà più a lungo, ci saranno cambiamenti sociali, finanziari ed economici. Io penso che sarà la più grande rivoluzione della storia”.
Francesca e Giulio restarono in silenzio. Un silenzio d’approvazione, seppur carico della consueta paura che Lorenzo avrebbe affrontato per loro, ovviamente col suo tornaconto.
“Creeremo una società mista, metà privata, metà statale. Più precisamente, il 49% noi e il resto lo stato. Questo ci garantirà un miglior accesso al mercato dei capitali e una miglior protezione dei brevetti. Faremo sì che uno stato, il nostro, operi come una grande multinazionale. Non dovremo sobbarcarci nessuna tassa e all’occorrenza potremo spingere il governo a fare una legge apposta per noi, qualora servisse”.
“E con le accuse?”, domandò ingenuamente Giulio.
“Accuse? E di cosa?”, rispose sibillino Lorenzo.
Si stava divertendo un sacco e voleva darlo a vedere.
“E tu vuoi dirmi che lo stato italiano accetterà una cosa del genere? Va bene che in Italia persiste un malfunzionamento generale, ma questa…”.
Giulio si accorse di aver oltraggiato indirettamente anche il luogo in cui si trovavano in quel momento e si accasciò istintivamente verso il tavolo.
“Certo che accetteranno. Ho già messo a punto l’architettura della nuova società con un emissario del governo”, rispose prontamente Lorenzo.
“Con chi?”, chiesero in coro Giulio e Francesca, increduli.
“Al primo interrogatorio ho detto al giudice che non avrei mai e poi mai detto una parola se prima non mi avessero garantito la vostra libertà”.
“È arrivato Robespierre…”, lo interruppe sarcastico Giulio.
“Io ti conosco, cosa ci nascondi?”, domandò un attimo dopo Francesca.
Com’erano lontane le notti passate insieme, pensò d’istinto Lorenzo, guardandola con amarezza.
“Tu non fai niente per niente. Proprio niente! E ci vuoi far credere che il governo finanzierà una società dandone a noi quasi il controllo? E che si metterà di mezzo tra noi e la magistratura? Come sai, non è che vanno proprio a braccetto e il nostro Primo Ministro non è di certo un loro estimatore”, proseguì la donna.
Francesca fissò Lorenzo, rossa in viso e tremante, consapevole che si stava per chiudere un’epoca spensierata e avventurosa e che, di conseguenza, non avrebbe più avuto alcun potere sull’uomo che aveva di fronte.
Giulio annuì a quelle obiezioni e passò con lo sguardo da lei a Lorenzo, come per rimarcarlo ulteriormente.
“Ovviamente ho dovuto dare delle garanzie”, tornò serio Lorenzo. “In fin dei conti stiamo trattando un affare e qualcosa sul piatto dobbiamo pur metterlo, no?”.
“Sono sempre stato affascinato dall’uso disinvolto che fai del noi”, sottolineò Giulio.
“Gli darò i filmati”, proseguì Lorenzo, indifferente alla battuta dell’amico. “Le registrazioni, le interviste. In poche parole, tutto ciò che è successo in Liguria. È stato tutto documentato e si renderanno conto di che lavoro certosino abbiamo portato avanti e che Barlighi ha fatto interrompere”.
“Si sarebbe interrotto comunque. Avevamo finito i soldi”, osservò Francesca.
“Esatto”, le fece eco Giulio.
“Può darsi, ma loro non lo sanno e non dovranno saperlo. Devono piuttosto pensare che quell’entrata a gamba tesa ha interrotto un validissimo e brillantissimo protocollo di cura che stava dando risultati eccellenti, e che pertanto non dovranno far altro che darci tutti gli strumenti per poter riprendere a fare il nostro lavoro”.
“Poi cos’altro gli dovrai, mi correggo… dovremo dare?”, insistette Giulio.
Lorenzo deglutì in modo rumoroso, serrò le mascelle e trasse un respiro in modo teatrale: “Era una cosa a cui avevo pensato fin dall’inizio e sono tutt’ora convinto sia necessaria”.
“Cosa?!”, trasalì Giulio.
“I brevetti”, rispose Lorenzo, apatico.
“Spiegati meglio”, gli intimò Francesca.
“I brevetti verranno registrati dallo stato e noi riceveremo le royalties. È il modo migliore per garantirci protezione dai plagi e dalle frodi. E infine i pazienti. Gli daremo…

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Commenti

  1. Aurelio Silvi

    Grazie 🙏 🤗

  2. (proprietario verificato)

    Questo libro è fresco e avvincente scivola via bene,i personaggi ti prendono e più vai avanti più li vuoi conoscere e carpire i loro segreti, vale la pena leggerlo per emozionarsi insieme a loro!

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Aurelio Silvi
Sono nato il 5 agosto 1977 a Seregno (MB). Attualmente vivo a Cornaredo e lavoro a Milano. Faccio il geometra dal 1996, l’anno del diploma (poche ferie quell’anno!). Sono sposato dal 2017 e abbiamo una bellissima bambina, nata nel 2018. Le abbiamo dato un nome scandinavo per via della mia passione per la letteratura nordica e dei gialli svedesi in particolare, sperando che una volta adolescente non dovremo renderle conto di questa scelta! Incrociamo le dita! Mi piace anche leggere di economia, politica, geopolitica e pure un po' di filosofia. La scrittura invece è una passione più recente ed è certamente quella più avida di attenzioni e dedizione. Nel mese di agosto 2019 sono diventato partner della piattaforma Quora (versione in italiano). Da buon italiano infine non può mancare una (moderata) passione per il calcio e per i motori.
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